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In quell’estate del 2015, il centrocampista serbo Sergej Milinkovic-Savic aveva deciso di sbarcare in Italia. Su di lui avevano messo gli occhi parecchie squadre, ma il giocatore – allora 20enne – aveva scelto la Fiorentina. Fino al clamoroso voltafaccia, nella sede viola, con tanto di lacrime e di un “Non posso, davvero” con motivazioni personali annesse.

Un cambio improvviso, da Firenze a Roma, maglia Lazio. Una magia di Claudio Lotito dicono i fan del presidente biancoceleste. Che, a distanza di due anni e mezzo da allora, può effettivamente dire di avere in casa un campione, sempre più decisivo nella stagione che la squadra di Simone Inzaghi sta conducendo, a pochi passi dal primo posto, con la Supercoppa italiana in bacheca.

Sergej Milinkovic – Savic già da un paio d’anni sta dimostrando di essere uno dei migliori nel suo ruolo. Si dice che su di lui abbia messo una bella ipoteca la Juventus. Gran fisico, ottimo negli stacchi aerei, bravissimo a inserirsi in area di rigore. Questa è la freccia in più nell’arco di Inzaghino. Anche contro la Sampdoria, il serbo ci ha messo lo zampino firmando il gol dell’1-1, che ha dato il via alla rimonta completata da Caicedo (su assist sempre di Sergej). E la Samp sempre aveva vinto a Marassi fino a domenica sera.

Ma andiamo meglio a scoprire chi è la mezzala laziale. Serbo, ma con passaporto spagnolo, alto ben 191 centimetri. Dopo gli esordi con il Vojvodina, in Belgio con il Genk si fa notare dagli osservatori italiani. Suo fratello gioca nel Torino, come portiere. Lui, con il Genk, gioca una sola stagione, come del resto aveva fatto da ‘pro’ con il Vojovodina. Trasferitosi in Belgio per 400 mila euro, Il 6 agosto del 2015, passa alla Lazio per 10 milioni di euro. Cifra che adesso è grandemente aumentata.

Ha già esordito con la Nazionale maggiore serba e la Federazione ha deciso di mandar via il commissario tecnico perché pare lo vedesse comunque poco. Il suo procuratore è l’ex attaccante Mateja Kezman. Difficile paragonarlo con qualche giocatore del passato: è un carrarmato alla Ibrahimovic, ha movenze alla Pogba, e grazie alle ottime doti di palleggio, non si fa problemi se viene schierato come trequartista. Ha conquistato definitivamente i tifosi della Lazio segnando due gol in semifinale di Coppa Italia, la stagione passata, addirittura nel derby contro la Roma.

Lo chiamano il Sergente, non ama le parole – infatti troverete poche sue interviste in giro sul web – ma preferisce i fatti. Le giocate. Quando si dice che è un centrocampista che sa far tutto, moderno dunque, non si dicono fesserie: a Marassi contro la Sampdoria ha giocato 79 palloni, ha vinto 25 duelli (11 più di ogni altro compagno di squadra), di cui 10 aerei, ha recuperato 13 palloni. Immarcabile, irrefrenabile, incontenibile. Cuore selvaggio e tecnica sopraffina. Lotito probabilmente sorride, e non solo perché Sergej sta guidando la Lazio in posizioni altissime di classifica, ma anche perché pensa alla miniera d’oro che si ritrova in casa. Quando e se lo venderà. Dove lo trovi oggi un mediano con i piedi da trequartista?

In 14 partite di serie A, il nostro ha vinto 104 duelli: nessuno come lui. Lo sguardo da duro, ma non cattivo, il fisicaccio a protezione della palla. Recentemente, dalla Premier League, si sono scomodati gli scout di Manchester City e Manchester United per lui. I secondi già sognano la coppia Pogba – Milinkovic-Savic. Per portarlo via da Roma, bisognerà sborsare tra gli 80 e i 100 milioni di euro. Per pochi, insomma.

Lo stipendio in biancoceleste dice un milione e mezzo di euro, che arriva a due milioni con i bonus. Dovesse arrivare un’offerta indecente – anche se con Lotito è sempre difficile trattare – difficilmente avremo ancora il serbo nel nostro campionato l’anno prossimo. Benché, bisogna dirlo, nella capitale viva da pascià. Abita a 500 metri in linea d’aria da Formello, in una villa con piscina. Ha una Mercedes Gla di colore bianco. Non ostenta, questo è vero. Anzi, ha portato in Italia due amici d’infanzia, che vivono con lui e lo aiutano nella gestione della casa e delle faccende di tutti i giorni: Vladimir e Nikola. Quando si dice che non si dimenticano le radici neanche quando si diventa famosi.

Non ha problemi con le belle donne, almeno così pare. Dopo la fine della relazione con Andreja Travica, accanto a lui è apparsa la bellissima Natalija Ilic. Come tutti i ragazzi di 22 anni, ama la musica, specialmente la dance e il turbo-folk, musica nata dalla commistione tra folk e l’idea di forza e modernità del concetto ‘turbo’. Un genere che andava molto di moda in Serbia negli anni ’90, ma che è ancora cool.

Se state pensando che l’Italia sia stata veramente l’America per lui, ci andate abbastanza vicini. Ma se un giorno la lascerà, non si dispiacerà troppo per il cibo. Sergej è infatti un amante della cucina giapponese, va matto per il sushi.

A proposito di calciomercato, Claudio Lotito pare aver già aperto l’asta: “La Juve non ha i soldi per prenderlo e non me l’ha mai chiesto”. Forse la Premier League è più stuzzicante per il presidente, in attesa che chiedano della sua gallina dalle uova d’oro anche in Spagna.

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Circa due anni fa, dopo la clamorosa vittoria a San Siro contro l’Inter di Mancini (fino ad allora in testa al campionato), la Fiorentina di Paulo Sousa si era ritrovata da sola in testa al campionato. Gioco spettacolare, interpreti capaci di suonare lo spartito del tecnico portoghese alla perfezione e l’illusione che si potesse lottare fino alla fine almeno per un posto in Champions. La Juve annaspava e le altre grandi ancora non avevano trovato la quadratura, e non era impossibile sognare di arrivare tra le prime 3. Un’illusione durata poco, perché poi Roma, Napoli e Juve hanno iniziato a macinare calcio e i viola a perdere colpi un po’ alla volta. Il calo della seconda parte di quel campionato è stata solo l’inizio di una lunga discesa che, dopo il deludente campionato di quest’anno, sta portando i viola ad essere una realtà sempre più marginale del calcio italiano.

La proprietà dei Della Valle, poche settimane dopo la presentazione del progetto dello nuovo stadio, ha rilasciato un comunicato significativo nel quale chiedeva a chiunque avesse la disponibilità economica di acquistare la Fiorentina. Un gesto simbolicamente forte, successivo alle polemiche dei tifosi nei confronti della stessa proprietà, accusata di non investire abbastanza nella squadra e di pensare più alle proprie casse che al campo.

In effetti il calciomercato di quest’anno ha confermato finora il fatto che la Fiorentina sta subendo un ridimensionamento importante: Paulo Sousa, dopo un anno horribilis (tra campo, dichiarazioni al vetriolo come quella su Bernardeschi che secondo lui doveva andare in una società seria per crescere, e rapporti con la squadra non idilliaci) ha lasciato, capitan Rodriguez non ha rinnovato dopo alcuni dissapori con la società, gli stessi avuti da Borja Valero (forse il miglior calciatore degli ultimi anni a Firenze) che è sbarcato a Milano anche un po’ forzatamente (le sue prime dichiarazioni hanno fatto intendere che, se fosse stato per la sua volontà, non avrebbe lasciato la Fiorentina) e il discontinuo talento Ilicic è passato all’Atalanta. La cessione che fa più male però è quella gioiello Bernardeschi, che a Firenze è cresciuto e che poteva essere una bandiera, diventato ufficialmente un calciatore della Juventus (lo stesso tragitto che, a suo tempo, fece Roberto Baggio). 

bernardeschi

Oltre ai nomi citati in precedenza i vari Vecino, Kalinic, Tatarusanu e Badelj sembrano essere sempre più lontani da Firenze, attirati da progetti sportivi più ambiziosi. Un’intera squadra smantellata, fatta a pezzi, senza che si intravedano all’orizzonte sostituti all’altezza di chi è partito. Stefano Pioli si ritrova tra le mani un gruppo con giovani prospetti tutti da verificare ad alto livello come Milenkovic, Zekhnini e il giovane Hagi (che nelle prime amichevoli è sempre stato tra i migliori) e calciatori da rilanciare (Sportiello, Babacar) o da far rendere al meglio (il nuovo acquisto Veretout ed Eysseric, talentino francese del Nizza che a breve arriverà a Firenze, oltre ai vari Victor Hugo, Bruno Gaspar, Sebastián Cristóforo e Maximiliano Olivera).

Anche Pantaleo Corvino, di ritorno a Firenze come Direttore Sportivo, è finito al centro delle polemiche per le dichiarazioni rilasciate nei confronti di Gonzalo Rodriguez. Insomma, una situazione che non sembra avere grosse vie di uscita positive e la sensazione che la Fiorentina sia ormai in un tunnel la cui unica via di uscita si chiama cessione societaria. Il progetto dei Della Valle, così come il loro entusiasmo, sembra naufragato. O si cambia strada, rilanciando in qualche modo la società (cosa che attualmente sembra quasi impossibile), oppure all’orizzonte si intravede un periodo di mediocrità, più o meno lungo, in cui si aspetterà solamente il passaggio di consegne a qualche nuovo acquirente.

della valle

Nelle parole di Diego Della Valle si legge tutto lo sconforto di chi non ha più tanta voglia di continuareDov’è ancora il divertimento? Non si può restare in Paradiso a dispetto dei santi”. I primi anni, quelli di Prandelli e delle partite di Champions giocate faccia a faccia contro le grandi del calcio europeo, sembrano un ricordo lontanissimo. Quell’entusiasmo iniziale, con acquisti di primo piano, è pian piano svanito, forse anche per l’impossibilità di costruire uno stadio di proprietà per aumentare i ricavi societari. L’era dell’autofinanziamento ha portato altre buone stagioni, come quelle con Montella in cui la squadra è arrivata a un passo dalla finale di Europa League, ma un po’ alla volta la proprietà ha mollato la presa e non ha più puntato in modo deciso sulla Fiorentina.

Le prospettive per i prossimi anni non sono positive e Pioli, dopo l’Inter, avrà a che fare con un’altra situazione estremamente difficile da gestire. Una società assente, un mercato povero, una tifoseria ormai sfiduciata. Auguri Stefano, ne avrai bisogno.

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Ci sono giocatori destinati ad essere amati e odiati allo stesso modo, ad essere idoli dei tifosi e allo stesso tempo i principali bersagli quando le cose non vanno bene. Josip Ilicic da Prijedor è da sempre uno che fa parte di questa categoria: gambe interminabili, classe cristallina e mancino terrificante, ma rendimento da montagne russe. Periodi di anonimato assoluto seguiti da altri in cui è capace di segnare per diverse partite di fila, senza apparenti difficoltà. La genialità e l‘incostanza dello sloveno di origini bosniache sono quelle classiche dei fantasisti mancini, anche se in determinati momenti è sembrato che Ilicic potesse finalmente diventare anche un giocatore continuo. E quindi assolutamente incontenibile.

Alla fine però, per un motivo o per un altro, quando sembra che l’esplosione sia prossima succede sempre qualcosa che scombussola i piani. Infortuni, quella discontinuità quasi patologica, i pali colpiti (7 lo scorso anno a Firenze, roba da guinness dei primati) e Ilicic alla fine rimane sempre sospeso nel limbo di quelli che potrebbero essere delle stelle ma che non lo sono. Ora, sulla soglia dei 30 anni, inizia l’avventura con l’Atalanta dei miracoli. La società orobica ha fatto di tutto per portarlo a Bergamo, strappandolo alla Sampdoria quando già sembrava tutto fatto, proprio perché Gasperini (che lo conosce bene, avendolo allenato proprio a Palermo per un periodo) crede di poterlo recuperare in pieno inserendolo in un sistema di gioco che l’anno scorso ha esaltato giovani e meno giovani (Papu Gomez e Masiello su tutti).

ilicic gasperini

Arrivato a Palermo per 2 milioni di euro dopo aver fatto innamorare la dirigenza dei siciliani in un preliminare di Europa League (all’epoca Ilicic giocava nel Maribor) nella prima stagione in Italia, con accanto altri talenti come Pastore e Miccoli, Ilicic aveva fatto intravedere i numeri della stella. Da interno di centrocampo o da trequartista (il ruolo in cui forse si esprime meglio) ha mostrato numeri di alta scuola e in 39 presenze è riuscito a mettere a segno 8 gol totali. I tifosi lo amavano, la dirigenza lo apprezzava e la coppia con Javier Pastore era una delle migliori della Serie A. Le premesse sembravano ottime, ma già dall’anno successivo qualcosa si è inceppato. Con le cessioni di molti elementi importanti, tra cui proprio il trequartista argentino, Sirigu e Nocerino, il Palermo si era indebolito di molto e Ilicic, in un contesto di livello più basso, non è mai riuscito a caricarsi la squadra sulle spalle. La tripletta in Coppa Italia col Siena (prima nella storia per un giocatore del Palermo nella competizione) è l’unico picco di un’annata non proprio da ricordare.

Il terzo anno a Palermo (quello in cui incrocia Gasperini) è emblematico: la squadra retrocede e lui è il miglior marcatore con 10 reti in campionato, anche se la tendenza alla discontinuità di Ilicic tocca il punto massimo. Dalla 30ª alla 34ª giornata segna sempre, anche con la pubalgia, mentre in altre partite scompare. Le stagioni a Firenze, anche se diverse, ricordano il triennio palermitano nell’alternanza di rendimento: tra aspettative disattese al primo anno (2013-2014), polemiche (i fischi dei tifosi e la risposta col dito sulla bocca per zittirli nel 2014-2015), record di gol (13 in campionato, 15 totali) e amore dei tifosi riconquistato (nel 2015-2016) e il ritorno dell’Ilicic discontinuo (2016-2017, con il record di pali di cui abbiamo accennato in precedenza), alla fine rimangono più rimpianti che cose positive da ricordare.

Nel primo anno di Paulo Sousa lo sloveno ha toccato l’apice, mostrando anche una continuità di rendimento inedita. La partita dominata con l’Inter, a San Siro, con la Fiorentina in testa al campionato, è stato probabilmente il picco stagionale sia per la squadra che per Ilicic (che realizzò il primo gol su rigore e giocò una partita spaziale), un picco altissimo che per la Viola non è durato a lungo, mentre lo sloveno alla fine ha chiuso la miglior stagione della sua carriera

Quest’anno ci si aspettava il salto di qualità sia della squadra che dello sloveno, che non è mai arrivato, e l’affermazione di Chiesa e Bernardeschi in pianta stabile ha chiuso le porte a Ilicic, che un po’ alla volta ha perso il ruolo da protagonista e si è ritrovato ad essere una seconda scelta.

Dopo Palermo e Fiorentina, l’Atalanta per Ilicic può rappresentare il momento di svolta di tutta una carriera. La piazza è meno movimentata rispetto a Palermo e Firenze, le pressioni sono minori e la squadra è un blocco compatto, che gioca quasi a memoria, anche se diversi protagonisti dello scorso anno sono andati via. In più c’è l’Europa League da giocare, la competizione con cui Ilicic ha un feeling particolare fin dai tempi del Maribor.

Gasperini ha scommesso su di lui perché vuole recuperarlo sia fisicamente che mentalmente e farlo diventare quel giocatore devastante che si è intravisto solo in determinate occasioni. Se ci riuscirà, a Bergamo ci sarà da divertirsi anche quest’anno.

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La Fiorentina di Paulo Sousa continua a stentare (e spesso a perdere) gli scontri diretti. Il tecnico portoghese è dato con le valigie in mano, forse proprio per questa incapacità di motivare la squadra quando affronta squadra di pari spessore o superiore. I viola – salvo exploit – difficilmente l’anno prossimo saranno in Europa, anche a causa di questo timore reverenziale contro le dirette concorrenti.

E dire che nella stagione 2015/2016 Paulo Sousa aveva cominciato con il piglio giusto, andando a prendersi i tre punti proprio in due scontri diretti: 2-0 al Milan e 4-1 a San Siro contro l’Inter. Un fuoco di paglia, se è vero che poi di vittoria ne è arrivata un’altra soltanto, al ritorno, al Franchi contro i nerazzurri (2-1). In questa stagione, al momento, siamo pure al di sotto dell’anno scorso: due soli successi in big-match, contro la Roma (1-0) e contro la Juventus (2-1), tutte e due le volte in casa.

Federico Chiesa Fiorentina-Juventus

Con questi numeri, è difficile puntare all’Europa League o a qualcosa di più. Anche se i viola, l’anno passato, riuscirono comunque a ottenere il passaporto per l’Europa. Ma l’ultimo ko con il Milan ha allontanato maledettamente i toscani dalla zona calda per l’Europa League. Qualcuno ipotizza che Sousa abbia trasmesso ai suoi i dubbi che ha e che ha esternato: “Questa Fiorentina non è una grande”. Motivo che ha spinto sempre più sulla porta l’ex centrocampista della Juventus.

Certo, Sousa fa giocare bene le squadre che allena. Forse persino troppo, quando spesso – contro le grandi in particolare – servirebbe più malizia. Più furbizia. Più il bastone che la carota, in campo e negli spogliatoi.

Analizzando ancora meglio la stagione in corso, scopriamo che la Viola addirittura non ha mai vinto, finora, contro squadre che lottano per i suoi stessi obiettivi: Milan, Torino, Atalanta, Inter e Lazio. Lo score dice quattro sconfitte e appena due pareggi (in casa con Milan e Atalanta). Ora, il sesto posto – che significherebbe doppio preliminare in estate – è distante ben sette punti. Il quinto e il quarto sono a otto punti di distanza. Restano due scontri diretti ravvicinati, con il Torino e con l’Atalanta, per cercare se non altro di migliorare questa statistica.

Paulo Suosa

Sempre restando su queste avversarie, Paulo Sousa ha perso a San Siro contro il Milan e allo stadio ‘Grande Torino’ contro i granata con il minimo scarto (2-1), ma a Milano con l’Inter ha perso di goleada (4-2) e pure contro la Lazio di Simone Inzaghi è uscito con le ossa rotte (3-1). Risultati che pesano come un macigno sulle ambizioni di classifica, ma pure sul curriculum di Sousa. Le voci che lo vorrebbero addirittura in rampa di lancio per andare a Torino a sostituire Massimiliano Allegri si bloccano nel momento in cui pensi che la Juventus potrebbe avere gli stessi problemi con lui in panca. Magari un gioco più spettacolare di quello fatto vedere finora, ma poche motivazioni o incapacità comunque a contrastare i club alla propria altezza.

Analizzando ulteriormente l’ultimo ko con il Milan, scopriamo che i toscani hanno addirittura corso più dei rossoneri, pur essendo reduci dalla fatiche di Europa League in Germania (oltre 107 chilometri, in linea con la media stagionale). Eppure, proprio chi potrebbe soffrire di più contro le grandi – ovvero i più giovani – alla fine sono i migliori in questa stagione per la squadra: parliamo di Federico Bernardeschi e di Federico Chiesa. Il primo, in particolare, è assolutamente insostituibile ormai nello scacchiere viola. Né Ilicic né, tantomeno, Cristoforo possono reggere il confronto.

Federico Bernardeschi

Ma pure in questo caso, Paulo Sousa appare allenatore fin troppo dimesso nel dopopartita. Va bene essere onesti, ma l’atteggiamento di chi si addossa sempre troppe colpe non è positivo. Su Ilicic, infatti, ha detto: “È stata una mia sconfitta”. Una frase che demoralizza il giocatore e tutto l’ambiente, alle prese con un uomo sincero, ma con un tecnico che pare non essere all’altezza e che, pur riconoscendo di aver sbagliato, non riesce a sopperire a gara in corso o nelle partite successive alla mancanza manifestata.

A Firenze in realtà si guarda già al futuro, pur con un obiettivo – l’Europa League – ancora aperto. Si parla di Jardim come sostituito di Paulo Sousa. Ma da qui a fine campionato i nomi saranno tanti. La cosa importante è che il prossimo a sedersi su questa panchina si ricordi che comunque la Fiorentina è stata spesso una ‘grande’. Che in classifica ha sfiorato lo scudetto, vinto tra l’altro due volte, anche se in epoche remote. Che in campo bisogna saper osare, sì, e che contro le grandi le motivazioni devono essere raddoppiate. Da tutti: dai giocatori, dallo staff tecnico.

Sousa cosa lascerà a Firenze? Il bel gioco. Essere riuscito a battere la Juve in una serata indimenticabile per la Fiesole e per il Franchi tutto. E poco altro. A meno che l’Europa League non rovesci la situazione regalando una gioia imprevista e una permanenza ancora più imprevedibile da parte del malinconico Paulo.

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Manolas Bernardeschi Roma-Fiorentina

Metà del plotone italiano che ha iniziato la fase a gironi di Europa League si è subito fermato, complici le precoci eliminazioni di Inter e Sassuolo, ma adesso Fiorentina e Roma iniziano la (non semplice) rincorsa alla finale di Solna. Il sorteggio dei sedicesimi dello scorso 12 dicembre non è stato benevolo con le due squadre di Serie A ancora in corsa, perché sono state accoppiate rispettivamente contro Borussia Mönchengladbach e Villarreal, due avversari non facilissimi che daranno filo da torcere nonostante i momenti di forma siano opposti, perché da dicembre a oggi molte cose sono cambiate in entrambi i club.

Borussia Mönchengladbach

L’ESONERO CHE FUNZIONA

Spesso in Bundesliga accade che alcune squadre abbiano un campionato a due velocità, una prima parte molto negativa e una seconda molto positiva o viceversa, anche per via della lunga pausa invernale. Questo sta accadendo al Borussia Mönchengladbach, ma una spiegazione reale c’è: il 21 dicembre, dopo la sconfitta per 1-2 contro il Wolfsburg, il tecnico André Schubert è stato esonerato e il suo posto l’ha preso Dieter Hecking, con cui i Fohlen hanno cambiato marcia. Nel 2017 sono imbattuti, un pareggio e quattro vittorie di cui tre in trasferta, con la porta inviolata in quattro gare su cinque e una rimonta da 2-0 a 2-3 contro il Bayer Leverkusen.

La Fiorentina dovrà quindi stare attenta, perché i tedeschi sono in grande ripresa e hanno anche recuperato giocatori non al meglio nella prima parte di stagione, da Thorgan Hazard (due gol nell’ultima settimana dopo essere stato a secco cinque mesi) a Raffael, passando per Lars Stindl (il più continuo) e il difensore centrale Andreas Christensen. Il Borussia proviene dalla Champions, dov’è uscito in un girone con Barcellona e Manchester City giocandosela a tratti alla pari, specialmente in casa dove rende al meglio.

Roberto Soriano Villarreal-Málaga

SUBMARINO AMARILLO IN DIFFICOLTÀ

Il 2017 del Villarreal è fin qui molto negativo e la Roma farebbe bene a sfruttare il periodo di appannamento per superare un ostacolo comunque non semplice. Gli spagnoli avevano iniziato molto bene la stagione, incluso l’1-1 al Real Madrid capolista in Liga, ma nel nuovo anno la squadra di Fran Escribá ha vinto solamente una delle otto sfide ufficiali, 2-0 al Granada penultimo. Pato, partito in direzione Cina, è stato sostituito dal rientrante Adrián López che però non ha ancora segnato: il peso dell’attacco è quasi tutto quindi sulle spalle di Nicola Sansone (otto gol stagionali fra cui uno dei due che hanno permesso la qualificazione ai sedicesimi col 2-1 all’ultimo turno sulla Steaua Bucarest) e del capitano Bruno Soriano, che gestisce il centrocampo assieme all’omonimo Roberto (uno dei tre italiani, il terzo è Daniele Bonera).

Il punto di forza del Submarino Amarillo è il pacchetto arretrato, la difesa è la meno battuta della Liga e Mateo Musacchio si è ripreso alla grande dopo un grave infortunio capitato l’anno scorso; la Roma di solito crea tanto durante le sue partite ma dovrà esser brava a concretizzare perché potrebbe avere meno occasioni del solito per far gol.

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La vittoria per 2-1 della Fiorentina sulla Juventus di domenica scorsa non è servita soltanto a “riaprire” il campionato (quanto non si sa…), ma anche a certificare un dato di fatto ora piuttosto evidente: Federico Chiesa è definitivamente passato da essere una semplice giovane promessa a un talento in rampa di lancio, capace di superare a pieni voti una delle prove più impegnative che possano capitare a un giocatore, ossia quella contro la quasi imperforabile difesa bianconera. Rispetto a un girone fa, giorno del suo debutto da professionista fra lo stupore generale, il figlio d’arte è cresciuto a dismisura, e sta rapidamente scalando le gerarchie di Paulo Sousa, tanto che ora vederlo titolare non è più sorprendente.

Federico Chiesa e Paulo Sousa

CARRIERA IN ASCESA

Alla Fiorentina Federico c’è arrivato praticamente bambino, a soli dieci anni dopo aver mosso i primi passi nella Settignanese, la cui sede è a pochi passi dal Centro Tecnico di Coverciano. Coi viola ha fatto tutta la trafila delle giovanili, ma la svolta è arrivata con gli Allievi Nazionali quando ha iniziato a giocare con continuità, guadagnandosi la chiamata della Primavera. Il resto è storia recente, e qui comincia a fare sul serio: Paulo Sousa lo aggrega alla prima squadra per il ritiro di Moena e lo lancia da titolare lo scorso 20 agosto, allo Juventus Stadium, nella giornata inaugurale dell’attuale campionato. Sembra una provocazione nei confronti della società che non l’ha accontentato sul mercato, invece è un attestato di fiducia niente male. Dura un tempo, piuttosto spaesato come prevedibile, ma le presenze proseguono e confermano come non si sia trattato di una scelta casuale: l’8 dicembre segna il suo primo gol da professionista al Qarabağ in Europa League (poi viene espulso per doppia ammonizione, troppa foga), domenica manda in crisi la Juve che lo ritrova cinque mesi dopo completamente cambiato e pronto a prendersi una maglia da titolare fisso.

Enrico e Federico Chiesa

NON PIÙ SOLO “IL FIGLIO DI…”

Quando Federico Chiesa è nato, il 25 ottobre 1997, il padre Enrico era uno dei migliori attaccanti del campionato e al Parma formava una coppia strepitosa con Hernán Jorge Crespo. Nella prima partita dopo la nascita del figlio Enrico si fa espellere contro l’Inter, ma a fine stagione si guadagna un posto nei ventidue di Cesare Maldini per i Mondiali di Francia. Per vedere un altro Chiesa in Nazionale c’è ancora tempo, il suo posto ora è nell’Under-20 e dal 20 maggio dovrebbe essere uno dei protagonisti del Mondiale di categoria, che si disputerà in Corea del Sud. Federico è un’esterno offensivo, meno attaccante rispetto al padre, copre bene la fascia grazie a un ottimo scatto ed è in possesso di un dribbling rapido abbinato alla conclusione immediata, come dimostrato nel primo tempo con la Juve quando ha impegnato severamente Buffon, non certo l’ultimo arrivato. Paulo Sousa in estate ci ha visto giusto, lo sta gestendo bene e non lo sta caricando di responsabilità (meglio evitare pressioni come successo l’anno scorso all’altro gioiellino viola, Federico Bernardeschi, che ora invece sta dimostrando tutto il suo valore), ma nel frattempo inizia a farsi un nome.

Federico Chiesa in gol in Europa League

Non ha ancora segnato in Serie A solo per una questione di centimetri, sul lancio di Milan Badelj non è riuscito a toccare il pallone ma ha comunque messo fuori causa Buffon per il gol del 2-0. Contro la Juventus è stato il migliore in campo, a diciannove anni ha appena firmato il rinnovo di contratto fino al 30 giugno 2021 e spera di diventare un simbolo della Fiorentina che verrà. Il padre ha fatto tre anni in viola, dal 1999 al 2002, con quarantacinque gol in ottantaquattro presenze e la vittoria della Coppa Italia 2000-2001, ma la sua carriera gigliata si è interrotta bruscamente per un grave infortunio al ginocchio nell’anno del fallimento. Ora, con la continuità familiare, a Firenze si spera di aprire un nuovo ciclo vincente.