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Lewis Hamilton è a un passo dal Mondiale di Formula Uno, con la Ferrari di Sebastian Vettel ha una remotissima possibilità di riaprire la corsa. Il verdetto è arrivato ad Austin, dove la Mercedes del britannico ha vinto, precedendo sul traguardo proprio il tedesco.

Ma che l’ultimo week end sia stato nero per i colori italiani dei motori lo conferma anche la Ducati in MotoGP. Qui, lo spagnolo Marc Marquez ha vinto, consolidando la sua posizione di capo classifica, con Andrea Dovizioso precipitato a -33 punti dopo un fine settimana infernale in Australia, mentre Valentino Rossi andava a prendersi il secondo posto.

Insomma, le Rosse a due e a quattro ruote stanno per chiudere la stagione a mani vuote. I rimpianti sono soprattutto per la Ferrari, a un certo punto della stagione in lotta serrata per conquistare il titolo piloti. Adesso, dopo le due vittorie consecutive di Hamilton, i punti di ritardo di Vettel sono 66, così a Città del Messico o poco dopo, sarà trionfo Mercedes. Manca solo il sigillo, buono per le statistiche. Non solo: anche il titolo costruttori è nelle mani della Casa tedesca.

Ad Austin, Vettel avrebbe potuto vincere e tenersi ancora un piccolo spiraglio e non consola il fatto che sul podio ci fosse anche l’altro ferrarista, Raikkonen. Ma la doppietta non deve ingannare: è stata solo la grande partenza di Vettel a impedire una doppietta sì, ma d’argento. È l’ultima parte del campionato, in particolare, quella in cui la Ferrari ha sbagliato molto, ha lasciato punti per strada che si sono tramutati in rimpianti.

Siccome siamo quasi a fine stagione, l’arretramento della Ferrari nei confronti della Mercedes non è un bel segnale neanche per il prossimo Mondiale. Quanto lavoro bisognerà fare per ripresentarsi a marzo alla pari se non davanti alla Mercedes? Quanto è distante il Cavallino?

Intanto, a Città del Messico, ad Hamilton sarà sufficiente arrivare tra i primi cinque per portare a casa un altro trofeo, visti 1 10 punti mancanti per chiudere il discorso. Anche se Hamilton facesse cilecca, Vettel potrebbe tenere aperto il Mondiale solo arrivando primo o secondo.

Spostiamoci alla MotoGP. Dovizioso non vuole mollare, anche perché ha la metà dei punti di distacco da Marquez rispetto a quelli di Vettel da Hamilton. Ma la festa Rossa Ducati pare essersi allontanata dopo l’Australia. La corsa di Sepang è vicina, il forlivese deve scalare una montagna e lo sa: “Ho perso molti punti a Phillip Island e adesso la mia corsa per il titolo sembra compromessa. Però penso positivo, la Malesia è una pista molto impegnativa, anche a causa del caldo. L’anno scorso qui ho vinto e tutto può ancora succedere”.

Tutto potrebbe succedere se Marquez rallentasse, ma lo spagnolo non pare proprio averne intenzione. Mancano due gare alla fine, Dovizioso non ci vuole pensare: “Noi a questo punto dobbiamo solo cercare di portare a casa il massimo risultato e ce la metteremo tutta”. Con 50 punti ancora disponibili, recuperarne 33 pare follia. Soprattutto con l’immagine del Dovi tredicesimo e Marquez che taglia per primo il traguardo.

Diciamo la verità: forse ci eravamo illusi, sia in Formula Uno e in MotoGP, con il sogno delle Case italiane davanti a tutti. Questa volta senza Valentino Rossi a portare in alto il vessillo tricolore, ma addirittura con un pilota italiano (Dovizioso) su una moto italiana (la Ducati). Ci abbiamo sperato. Le possibilità ci sono state. In F1, mai come quest’anno, è parso possibile fare lo scherzetto alla Mercedes, che ha dovuto spingere a fondo per comandare ancora. Non è sufficiente a Maranello aver insidiato così a lungo le monoposto argentate, e non potrebbe essere altrimenti visto che la Rossa è abituata a vincere (anche se il successo manca da un po’).

In MotoGP, quando Rossi si è fatto male, stavamo abdicando. Ma è spuntato il sole rosso fuoco della Ducati, che ha tenuto letteralmente svegli i tifosi italiani, disposti ad alzarsi all’alba pur di vedere cosa avrebbe fatto Dovizioso. Se solo in Australia avesse confermato il quarto posto dell’anno scorso, chissà. Invece, la Ducati ha trovato la sua giornata nera. Inspiegabile. Del resto, la tecnologia moderna rende auto e moto praticamente perfette, ma poi c’è sempre l’episodio, l’errore umano che può cambiare le carte in tavola.

Aspettiamo l’anno prossimo, quindi. Bisognerà lavorare ancora più duro in Ferrari e in Ducati. Ma statene certi, nessuno ha intenzione di mollare. Dai meccanici agli ingegneri. La fame di successo è tanta.

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Hanno terminato in parata, primo Sebastian Vettel e secondo Kimi Raikkonen. All’Hungaroring la Ferrari ha piazzato la doppietta prima della vacanze. Un po’ come ottenere un 10 l’ultimo giorno di scuola, staccando chi era considerato a inizio anno il ‘secchione’ del circus. Ossia la Mercedes di Bottas e, soprattutto di Hamilton, terzo e quarto.

Il tedesco di Maranello adesso ha 14 punti di vantaggio sul britannico, dopo undici Gran Premi. A fine agosto si tornerà dentro le monoposto, a Spa, replicando poi a Monza. Due piste che, sulla carta, sono più adatte alle Frecce d’Argento. Ma il morale, i continui miglioramenti nella meccanica e un Vettel mai così centrale come ora nelle scelte della scuderia italiana possono davvero rovesciare la situazione. Senza contare che, a Monza, Hamilton e gli altri correranno in trasferta.

Ferrari ferma

Come ha fatto Maranello, in nove mesi, a colmare la distanza da una Mercedes che pareva irraggiungibile anche quest’anno? Lavorando, in silenzio. Come avrebbe chiesto di fare – era nel suo stile – un certo Enzo Ferrari. La SF170H ha fatto il resto, dimostrando di sapersi adattare su tutti i circuiti, proprio come un cavallo che ora sa correre. A scapito di una Mercedes che, nell’ultimo triennio, ha dominato. E che forse si è un po’ seduta sugli allori.

E ancora: la Ferrari in questo anno sta sfruttando meglio le gomme da qualifica, il che non la porta a dover sempre fare gara di rincorsa: entrano prima in temperatura, fanno il ‘tempo’, come in Ungheria. Ma non solo. Maranello ha creato una monoposto dal passo più corto, che ha permesso alla Rossa di dominare su piste più piccole e dove bisogna essere bravi a guidare più che ad accelerare (Montecarlo e Budapest).

Se da una parte ci sono stati tanti miglioramenti, dall’altra (ovvero in casa Mercedes) è venuta fuori qualche magagna. Le gomme, per esempio. Problemi in parte risolti proprio negli ultimi GP. La power unit anglo-tedesca resta la migliore e ha fatto la differenza in Austria, Spagna e Russia.

Lewis Hamilton

Vettel e Raikkonen scontano le caratteristiche delle loro auto quando si trovano su tracciati o su tratti veloci di pista. In casa Mercedes, invece, ci sarà un mese per cercare di sfruttare al meglio le gomme più morbide. Ciò che è chiaro a tutti è che il Mondiale è ancora apertissimo perché la scuderia campione del mondo non è abituata ad abbattersi, ma anzi a reagire prontamente.

A favore della Ferrari c’è la chiarezza nella gerarchia tra i due piloti. È stato chiarissimo a Budapest, con Raikkonen che ha fatto da perfetto guardaspalle al compagno Vettel mentre Hamilton tentava la rimonta: è il tedesco il deputato a correre per il Mondiale, il finlandese gli fa da scudiero. C’è invece competizione tra Lewis Hamilton e Valtteri Bottas. Certo, la Mercedes ha dato la sensazione di spalleggiare di più il primo, ma in Ungheria ha preso una decisione piuttosto cervellotica, facendo passare il finlandese all’ultima curva e togliendo così punti fondamentali per la classifica finale a Lewis (3 per la precisione). Una decisione andrà presa, questo è chiaro.

Fino a questo momento, Bottas ha fatto meglio di Raikkonen e questo ha permesso alla Mercedes di ritrovarsi spesso due contro uno. È stato così più facile gestire la strategia di gara, sacrificando a volte Valtteri. All’Hungaroring non pochi si sono stupiti del rallentamento di Hamilton a favore del compagno di squadra. Forse una scelta per poter avere ancora il finlandese nelle migliori condizioni mentali alla ripresa del campionato. Ma la Ferrari, a Budapest, ha ritrovato pure Raikkonen e così il gioco di squadra, questa volta, l’ha fatto proprio Maranello.

Kimi Raikkonen

Sul Mondiale peserà, e molto, il rendimento dei piloti da qui alla fine. La Ferrari può contare su un Vettel capace, anche nelle giornate peggiori, di fare prestazioni eccellenti, grazie al feeling con la macchina e alle grandi motivazioni. Fin qui, ha mancato solo Silverstone. Hamilton, di contro, a volte è sembrato distratto e senza un po’ di determinazione. Le seconde guide sono a favore della Mercedes, per ora, con Bottas che continua ad avere un ottimo rendimento, fatta eccezione per la Cina e, se non è riuscito a vincere, ha permesso al compagno di scuderia di farlo, bloccando le Ferrari. Raikkonen non ha la stessa capacità: ce l’ha fatta esclusivamente a Montecarlo prima dell’Ungheria e, se nelle libere ha spesso fatto benissimo, si è perso nelle prove e in gara. Il suo rendimento deve assolutamente salire perché la Ferrari possa avere aspirazioni legittime di vittoria finale.

Valtteri Bottas

La classifica al momento dice: Vettel 202 punti, Hamilton 188, Bottas 169. Perché il sogno iridato possa essere tutto rosso, serve che Vettel prosegua con questo passo e che Raikkonen rosicchi qualche posizione al duo Mercedes. Sempre che non sia lo stesso Bottas a farlo ai danni del suo compagno di squadra.

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Il più grande risultato della Ferrari in quest’avvio di Mondiale 2017 non è arrivato in pista, ma è una conseguenza dei risultati che gli ultimi Gran Premi di Melbourne e Bahrain hanno certificato. Ci riferiamo alla perdita del sorriso e del solito atteggiamento brillante e scanzonato di Lewis Hamilton. La Rossa e Sebastian Vettel (primo dopo tre gare, a +7 sull’inseguitore più vicino) sono tornati a far paura e la macchina di Maranello sta rapidamente recuperando credibilità per la gioia e i sogni dei tifosi di tutto il mondo. Una doccia gelata per il talento inglese della Mercedes che, dopo essersi liberato del bizzoso compagno di squadra Nico Rosberg, campione in carica 2016, pensava forse di potersi godere una stagione in “pantofole” per raggiungere il poker di titoli solo sfiorato lo scorso anno.

E invece no. I fallimentari test estivi della Rossa hanno lasciato spazio a una SF70H, per gli amici “Gina“, scattante, reattiva, strepitosa in frenata (merito della nuova tecnologia firmata Brembo, per maggiori dettagli si guardi alla “staccata” su Hamilton dell’ultimo Gp) e in grado di fornire tutto il necessario supporto al talento di Sebastian, il cui rapporto con la casa di Maranello sembrava ai titoli di coda dopo le ultime due difficili stagioni che avevano messo a dura prova la promessa di fedeltà reciproca.

arrivabene

Coraggio, determinazione e un pizzico di follia“: la ricetta della nuova Ferrari, secondo l’analisi del team principal, Maurizio Arrivabene, che comincia a raccogliere i frutti della sua azione volta anche a “liberare il talento” che la casa automobilistica covava al suo interno. Proprio come da desiderata del presidente Marchionne. In quest’ambito rientra la scelta di Arrivabene, che nel frattempo evita confronti con la Mercedes e fa opera di pompiere invitando alla calma (“Il campionato è lungo e dobbiamo continuare così senza mai mollare“),  di promuovere Mattia Binotto direttore tecnico della Rossa, al posto di quel James Allison reduce dall’esperienza fallimentare dello scorso anno.

Binotto, ingegnere svizzero naturalizzato italiano, è il papà della nuova monoposto e a lui va ascritto il merito di aver predicato calma nei momenti più complicati della preparazione, tenuto la barra a dritta e nel contempo essere riuscito a infondere fiducia e quel pizzico di spregiudicatezza che consentisse alla squadra di ridurre rapidamente il gap dalle avversarie. Si guardi, per esempio, alla scelta dei pit stop anticipato in Bahrain: decisione rischiosa, ma meditata e che alla lunga ha pagato costringendo Hamilton a perdere secondi preziosi dietro il compagno di squadra Bottas.

Insomma quest’inizio dai più inimmaginabile sembra lasciare aperte le porte del sogno di un Vettel sulle orme di Schumacher, ma la strada è lunga e i titoli si vincono ad ottobre. Le premesse sono ottime e risiedono per la maggior parte nel sorriso e nelle parole di Vettel dopo Sakhir: “C’è stato un momento, mentre ero là fuori avevo appena tagliato il traguardo e i fuochi d’ artificio illuminavano la pista, e insomma sì, ho pensato, ‘io amo quello che faccio’. Così ho pensato e non mi venivano in mente altre parole per quello che stavo provando“.

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Restituire il sorriso al campione tedesco e farlo perdere al rivale inglese: la ricetta del successo per la Ferrari è forse tutta qui.

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Un anno e mezzo di digiuno, un anno e mezzo lontano dal gradino più alto del podio. Dopo Singapore 2015, sono stati tempi duri per la Ferrari, che non ha più vinto un Gran Premio di Formula 1. Fino a ieri mattina, poco prima delle 9. A Melbourne, nel Gp d’Australia, Sebastian Vettel ha trionfato, anticipando di 10 secondi la Mercedes di Lewis Hamilton e di 11 secondi l’altra Freccia d’Argento di Valtteri Bottas.

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Una vittoria, quella del tedesco, di tattica e grinta, che prima ha usato l’arma del pressing su Hamilton, e poi quella della sosta ai box, per lui posticipata, per guadagnare tempo prezioso e la vetta della corsa, allungando fino al traguardo.

La gara per Vettel era iniziata in salita, con Hamilton partito bene e in testa fino al 17° giro. L’inglese poi si ferma per montare le soft e lascia il comando a Vettel, ma rientra in quinta posizione, alle spalle di Verstappen, che lo rallenta nel duello a distanza con il tedesco.

La svolta arriva al 23° passaggio: Vettel effettua il pit stop e rientra davanti all’olandese, che fa da cuscinetto su Hamilton. La chiave è qui, e lo capiscono anche ai box Mercedes, dove il tavolo ancora è dolente per i pugni di disappunto sbattuti dallo staff.

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Vettel ed Hamilton tornano al primo e al secondo posto e la gara termina così.

La Ferrari non vinceva il Gp inaugurale dal 2010, con Alonso trionfante in Bahrain, e da 10 anni non lo faceva in Australia.

Per Vettel è il 43esimo successo in carriera, il quarto con la Ferrari.

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Disastro Ferrari. Si può già dire? Sì, anche se la stagione è appena cominciata se ne sono viste già di tutti i colori in quattro gare: errori dei piloti, sfortuna, strategia sbagliata, cambi motore penalizzanti. In tutto questo, la costante è stata la Mercedes: imprendibile. I presupposti per un’altra stagione di purgatorio/inferno sono lì, nonostante i proclami, anche questi puntuali come ogni anno.

Nico Rosberg

Rosberg, quattro su quattro

Le Frecce d’Argento sfrecciano. Le parole di Maurizio Arrivabene, capo di Maranello, suonano come una resa già ora, dopo quattro Gran Premi: “Rosberg passeggia sempre”, mentre a Hamilton “non è facile resistere”. Frasi estrapolate da un contesto, quello della pista di Sochi, dove le Rosse erano arrivati con il chiaro intento di invertire la tendenza e quindi di vincere. E invece, Kimi Raikkonen è arrivato terzo, dietro a Rosberg e ad Hamilton. E il podio non può bastare alla Ferrari, soprattutto se parti ad handicap e devi inseguire da subito.

Tifosi della Ferrari

Barcellona, la pista del riscatto?

Diciamo la verità: Barcellona ha già il sapore del ‘dentro o fuori’. Una quinta vittoria Mercedes sarebbe la resa delle armi e del Mondiale. Anche perché Arrivabene alza l’asticella: “Vedrete finalmente un vero e proprio salto di qualità. Quella è una pista in cui possiamo vincere”. Incurante della pressione che potrebbe cadere sulle teste del tedesco e del finlandese che, a loro volta, si giocano il loro futuro a Maranello.

C’è anche chi allunga un po’ la vita della Rossa, chiedendo di attendere almeno Montecarlo. Quello sarà l’esame di laurea. Se la Ferrari sarà competitiva e riuscirà magari a vincere nel Principato, allora si potrà parlare di campionato ancora aperto. Altrimenti, bisognerà cominciare a pensare alla prossima stagione, ma questa volta per davvero.

Maurizio Arrivabene

Se i capi si fanno sentire

Proclami, ma anche parole dure. I capi cercano di farsi sentire da meccanici, ingegneri e piloti. Se Sergio Marchionne, presidente della Ferrari, fa il nostalgico: “Dobbiamo colmare il gap alla velocità della luce, io ero abituato a vedere la Ferrari di Schumacher, vederla soffrire così mi rompe l’anima”, Arrivabene va dritto al cuore dei problemi: “Per essere più mostri dei mostri, dobbiamo diventarlo anche noi”.

Poi accusa anche se stesso: “Per diventare mostri, abbiamo spinto al massimo nello sviluppo, abbiamo azzardato sapendo di correre dei rischi sul piano dell’affidabilità. Se le rotture sono più frequenti, la colpa è mia: sono io che ho detto di andare oltre il limite. Poi ci sono stati gli errori, che adesso non dobbiamo commettere più. In Cina, alla prima curva, avevano sbagliato i nostri piloti, la colpa era di Vettel, che aveva aperto la porta a Kyvat e poi era finito addosso a Raikkonen. A Sochi, è stato diverso, ha fatto tutto il russo con manovre allucinanti. Da Raikkonen, in Russia, era lecito attendersi qualcosa in più. Il podio non è mai da buttare, ha disputato una buona gara, ma dopo l’ingresso della safety car ho visto un atteggiamento troppo arrendevole”.

Come dire che sbagliare perché si va oltre il limite ci sta, fare gara di conservazione è sbagliato.

Sepang International Circuit Sepang Kuala Lumpur Malaysia Sunday 29 March 2015 Sebastian Vette

L’Australia, l’illusione

L’illusione di una Ferrari padrona è durata 19 giri, in Australia, nel primo Gp della stagione. Sebastian Vettel è stato al comando, la SF16-H ha fatto sognare i tifosi. Sbagliata è stata però la strategia, ossia insistere con le gomme super morbide al pit-stop dopo la bandiera rossa per un incidente tra Alonso e Gutierrez. Naturalmente, chi ha beneficiato della strategia errata? Le Mercedes, che chiuderanno davanti con Rosberg primo e Hamilton secondo. Solo terzo Vettel. Raikkonen ritirato con fiamme dal motore dopo 25 giri. Una volta la Ferrari brillava per l’affidabilità. Una volta.

Ferrari ferma

Bahrain, anche le Ferrari si rompono

Purtroppo in Bahrain arriva la conferma: le Rosse non sono affidabili. Mentre Rosberg vince ancora. Vettel, addirittura, esce di scena al giro di ricognizione con fumo dal pennacchio. Ma fa sperare la seconda posizione di Raikkonen, che precede Hamilton, rallentato da un incidente più che dal potere del finlandese.

Più che la seconda piazza, però, a far sorgere dubbi è quel fumo. Inutile nascondersi, la Ferrari punta soprattutto su Vettel per l’assalto al Mondiale. E invece, Rosberg se ne va in fuga. La Rossa non solo non ha raggiunto la Mercedes, ma ora si rompe pure.

Ferrari scontro

Cina, le Rosse in autoscontro

Incredibile quello che succede al via: Vettel e Raikkonen si fanno male a vicenda in Cina. Il secondo chiude anzitempo la gara, il tedesco è autore di una bellissima rimonta che lo porterà sul podio, al secondo posto, dietro al solito Nico Rosberg. Una volta tanto una Freccia d’Argento non c’è sul podio, con Hamilton che, in Mercedes, pare questa volta avere il ruolo di comprimario. In Cina finisce infatti addirittura settimo.

Vettel, dopo la fine del Gp, andrà a strigliare Kyvat, secondo alla fine, accusato di aver innescato in avvio l’incidente che ha tolto di scena Raikkonen e costretto Vettel a ripartire da molto dietro. La classifica a punti, intanto, è impietosa: Rosberg 75 punti, Hamilton 39, Ricciardo 36, Vettel 33, Raikkonen 28. Quella costruttori fa ancora più riflettere: Mercedes 114 punti, Ferrari 61.

Podio Sochi 2016

Sochi, la Ferrari dov’è?

A Sochi la Ferrari arriva con la voglia di spaccare e con tante novità (power unit e aerodinamica) che dovrebbero portarla ad assottigliare il margine dalle Mercedes. Nelle libere, però, si rende necessario modificare il cambio di Vettel che, quindi, pur secondo dopo le prove ufficiali, è costretto a partire dalla settima posizione in griglia. E il tedesco, in gara, è vittima dell’incoscienza di Kyvat dopo pochissimo. Di Raikkonen già abbiamo detto: finisce terzo, non dando mai la sensazione di poter o voler attaccare le due battistrada targate Mercedes. Rosberg primo, Hamilton secondo. Con il muretto Mercedes che ormai pare aver già deciso a chi dare la precedenza tra i due per il titolo.

Del resto, il campione del mondo ha già 43 punti di ritardo da Nico. Mentre Vettel è uscito in due gare su quattro e, a sorpresa, in classifica si trova dietro al suo compagno di squadra. Ma pensare a una battaglia tra i due ferraristi è come immaginare una guerra tra poveri per il terzo gradino del podio, l’obiettivo massimo a cui pare poter puntare Maranello quest’anno.

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Alle 9 in punto, lo scorso 4 gennaio, è suonata la campanella che ha sancito l’inizio della quotazione a Piazza Affari della Ferrari. E c’erano davvero tutti all’evento: da John Elkann a Sergio Marchionne, al premier Matteo Renzi, che ha fatto i suoi personali auguri al Cavallino Rampante.

La Ferrari in Borsa non è soltanto una nuova azienda che si quota. Perché la Casa di Maranello raccoglie la storia, i gran premi vinti in Formula Uno, l’unicità del suo marchio, ma soprattutto un futuro tutto da scrivere. La Ferrari “è una fabbrica di capolavori da consegnare alla storia, icone d’arte senza prezzo come i quadri di Renoir e Picasso”. E invece, adesso, le azioni un prezzo ce l’hanno.

La Ferrari è ‘Made in Italy’ invidiato da tutti. Chi ne possiede una, la tratta come il figlio prediletto e la sfoggia come il sogno di una vita divenuto realtà. ‘Brand Finance’ così definisce la Rossa: “Fenomeno inimitabile perché il marchio è riconoscibile perfino dove non esistono le strade”. Brand come Coca Cola, Google, Rolex o Walt Disney devono inchinarsi. “Best in class per influenza a livello globale, riconoscibilità, desiderabilità, lealtà e fiducia dei consumatori”.

Enzo Ferrari

Enzo Ferrari, nasce il mito

Nel 1947 usciva dai garage di Maranello la prima 125S. L’intuizione di Enzo Ferrari ha avuto un seguito, 68 anni di capolavori a quattro ruote, 8 o 12 cilindri. Modelli stradali o da competizione, fino alla 488 Spider, presentata in autunno al Salone di Francoforte. “Voglio macchine perfette, ma soprattutto che diano emozioni” spiegò il Drake, che è rimasto sulla tolda di comando anche quando Gianni Agnelli, nel 1969, entrò con il 50 per cento delle azioni.

Start zum GP von Deutschland 1981 Alain Prost Frankreich Renault vor Carlos Reutemann Argentin

Il desiderio

“Produrremo sempre una vettura in meno di quelle richieste”. È questa la filosofia a Maranello, per preservare il desiderio. Il tetto annuale è di 10 mila unità. E sono lontani i tempi della crisi del 1993, il peggior anno per il Cavallino. Da allora, infatti, il fatturato si è moltiplicato per dieci, i dipendenti sono raddoppiati, le vendite triplicate.

Sepang International Circuit Sepang Kuala Lumpur Malaysia Sunday 29 March 2015 Sebastian Vette

La Formula Uno e il marketing

La Ferrari resta la più medagliata in Formula Uno, anche quando attraversa periodi di magra trova entusiasmo, fan e bandiere su ogni circuito. E sa cos’è il merchandising. Ogni anno, infatti, raccoglie 60 milioni dalle attività collaterali, dagli shop dedicati al marketing via internet. Non solo: ad Abu Dhabi c’è un parco tematico unico e visitatissimo, a Barcellona ne sorgerà presto un altro. Senza dimenticare i musei di Maranello e di Modena. In Asia, in particolare in Cina, la clientela cresce e ha un’età media di 35 anni; in California, la lista d’attesa è pazzesca.

Lo sbarco in Borsa

Davanti al Palazzo della Borsa, il 4 gennaio, sembrava di essere davanti al palco di un gran premio. Broker in cappellino rosso, il parco macchine schierato, i tifosi che hanno vissuto la giornata come qualcosa di storico, che proietta Maranello nel futuro. Non solo sportivo, ma anche della finanza.

“Io c’ero”

Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat Chrysler e presidente della Ferrari; John Elkann, presidente di Fca; Amedeo Felisa, amministratore delegato di Maranello; Piero Ferrari, figlio del fondatore Enzo. Tutti qui, tutti a battezzare il marchio ‘Race’, che apre a 43 euro e che comincia subito a oscillare. Il 4 gennaio la parola d’ordine era esserci. E i vertici c’erano, quando la campanella ha tintinnato.

Ferrari

Il futuro è adesso

Sergio Marchionne, sul libro della cerimonia, ha sintetizzato cosa vuol dire la Ferrari in Borsa: “È un nuovo traguardo e una nuova partenza”. Il premier Matteo Renzi è in prima fila: “La quotazione di Ferrari è una straordinaria occasione per gli investitori. È un gesto molto bello e importante e credo che debba essere seguito anche da altre realtà”. John Elkann raccoglie e rilancia: “Si apre una strada per Ferrari, oggi è l’inizio”.

Marchionne ci tiene anche a sgombrare il campo da possibili equivoci: “Ferrari non ha niente a che fare con l’automotive, è una grande forza. Non soffre dei problemi del settore auto, verrà trattata come un titolo del lusso e a essa saranno applicati i multipli delle aziende del lusso”. Addirittura, secondo Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa Italia, Maranello sarà il biglietto da visita di Piazza Affari nel mondo, per stanare altre eccellenze, a partire da Prada.

Ferrari 158

Made in Italy sempre

Ferrari continuerà a essere un’eccellenza tutta italiana. “Non è pensabile una Ferrari creata e prodotta fuori dalle storiche mura della fabbrica di Maranello” dice chiaro e tondo Marchionne. Bene, benissimo se gli investitori arrivano, pure dall’estero, ma la Rossa non trasloca. “Se ci mettiamo a correre, siamo i più bravi del mondo” sottolinea Renzi. E a tanti viene in mente che la Ferrari – pure in Formula Uno – ha ricominciato a correre con un certo Sebastian Vettel. Piazza Affari potrebbe dare nuovo impulso pure alle velleità sportive. Ricordando i tempi di Michael Schumacher. Un tedesco che sapeva benissimo come maneggiare il ‘made in Italy’.

A proposito, il 19 febbraio dovrebbe svelarsi online la nuova F1 20165, quella che darà la caccia alla Mercedes e ad Hamilton.