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Euro 2016

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L’Argentina e la Guinea Bissau sono distanti sul mappamondo più di 10 mila chilometri. David Trezeguet ed Éderzito António Macedo Lopes, meglio noto come Éder, sono distanti 10 anni sulla carta d’identità. Tra Rotterdam e Parigi passano tre ore di treno. Eppure domenica notte a Saint Denis il tempo si è congelato per un attimo: in tanti tra i tifosi transalpini hanno pensato allo stridente contrasto che passava tra la gioia per il Golden Goal con il quale Trezegol aveva consegnato Euro 2000 a Blanc e compagni e all’amarezza per la perla del colosso vestito con il numero 9 della Seleção das Quinas. Una competizione in comune, da subentranti, un destino parallelo: da uomo giusto al momento giusto.

Non lo confesseranno mai, ma in Francia erano certi di avere il titolo continentale in mano: troppo grandi le certezze accumulate dopo il 2-0 alla Germania, molto agile il cammino fino ai quarti, tanto consolidata la tradizione che voleva i Bleus vincenti quando si tratta di organizzare una competizione per nazionali. Ma qualcosa è successo, e non alle 23:08, momento in cui Lloris ha visto sfilare alle proprie spalle il pallone calciato da Eder e i sogni di 70 mila tifosi sugli spalti, ma circa due ore prima. Alba del match, Payet entra vigliaccamente su Cristiano Ronaldo: CR7 prova a resistere, resta in campo ma abbandona la contesa dopo un quarto di match. È allora che siamo diventati tutti un po’ più portoghesi.

Portogallo, infortunio Cristiano Ronaldo

Cristiano Ronaldo. Proprio lui. Il campione che “non sa trascinare la squadra”. Quello che “ha Talento, con la T maiuscola, ma solo quando si tratta di giocare nel Real”. Ma anche quello che al momento della sostituzione tra Eder e Renato Sanches ha sussurrato nelle orecchie del compagno: “Segnerai e vinceremo grazie alla tua rete”. Doti divinatorie? No, semplice lezione di leadership. Eder ha ringraziato e trasformato un pallone anonimo a 25 metri dalla porta francese in oro.

La Francia: terra di confine tra l’anonimato e le copertine per questo attaccante che fino alla notte del Saint-Denis aveva giocato appena 13 minuti. 6 con l’Islanda, all’esordio, 7 con l’Austria pochi giorni dopo: poi la naftalina. La stessa che aveva avvolto la sua carriera dopo i brillanti anni con Academica e Braga, pur senza andare mai oltre i 15 centri a stagione. La scorsa estate lo Swansea l’ha pagato circa 7 milioni per portarlo in Premier League e lui ha smesso di segnare. In Inghilterra zero gioie. Così a gennaio è andato in prestito nelle nebbie del Nord-Passo di Calais, a Lilla e lì ha ritrovato la verve: 6 gol, quanto basta per farsi convocare da Fernando Santos e farsi riscattare dal club. Il meglio, però, doveva ancora venire: corsa folle verso la panchina ed esultanza che non è passata inosservata.

Eder ha festeggiato indossando un guanto bianco che teneva dentro ai calzettoni, scelta ispirata all’espressione portoghese ‘bofetada de luva branca’ (“schiaffo morale”), in risposta alle critiche che solitamente riceve in patria. D’altronde, con 3 gol in 28 partite fino al 9 luglio era difficile essere ricordato come bomber, indossando una maglia che ha storicamente rappresentato il Tallone d’Achille della nazionale portoghese: Pauleta e Nuno Gomes, per dirne due.

Portogallo, Eder

I social si sono scatenati dopo la firma apposta sull’ultima, ma la più importante al tempo stesso, delle 51 partite di Euro 2016. “Abbiamo scelto quello sbagliato” ha scherzato più di qualcuno, con riferimento all’assonanza con l’Eder in forza all’Inter che ha fatto parte della truppa guidata da Antonio Conte. Oltre al nome, i due hanno in comune il fatto di essere oriundi: il match-winner della finalissima ha scelto di giocare per il Portogallo nel settembre del 2011, quando la Guinea-Bissau, il paese africano dov’è nato, bussò alla sua porta. “Io ho il sogno di giocare per la nazionale portoghese”, disse all’epoca. Non lo voleva nessuno, tranne Fernando Santos. La storia ha detto chi aveva ragione. Ma l’ormai ex Ct azzurro già conosceva “Mr International”, come Eder è chiamato per via dei numerosi timbri sul proprio passaporto: era stato lui a decretare la prima sconfitta dell’era-Conte. Giugno 2015, a Ginevra termina 1-0 per il Portogallo. Un anno e spiccioli dopo, stesso punteggio: ma le similitudini si fermano lì. Finalmente un 9 vincente. Per la gioia incredibile di un popolo intero, per l’eroe Cristiano Ronaldo. Per una favola, quella degli eterni perdenti, che finalmente ha decisamente riscritto il finale.

Il finale. “Triste y solitario” era stato quello di CR7 12 anni fa: il Portogallo padrone di casa viveva il suo Maracanazo, cedendo 0-1 alla matricola Grecia nella finale di Lisbona. Era la Nazionale di Figo, ben più ricca di talento di quella che ha provocato quel silenzio inebetito a Saint Denis. L’efficacia di Rui Patricio, il vomito da fatica di Pepe, la resistenza della colonna William Carvalho, la classe operaia di Nani. A coordinarli dalla panchina non c’era solo Fernando Santos. C’erano Cristiano Ronaldo, e le sue lacrime. Dalla rabbia alla gioia in 120 minuti: più forte del mancato giallo di Clattenburg nei confronti di Payet, più forte della zoppia, più forte del Paese ospitante.

Si sono presi l’Europeo, grazie al colpo di un centravanti che ha giocato 54 minuti in tutto il torneo. L’ingiustizia ha sortito l’effetto opposto, ha convinto della propria forza una nazione e una nazionale anche senza Cristiano, anche avendo vinto una sola partita su sette entro i 90 minuti di gioco. Gli eterni perdenti hanno riscritto la storia: d’altronde, ogni 12 anni c’è una sorpresa. Chi l’avrebbe mai detto che i protagonisti sarebbero stati loro, gli eleganti del calcio?

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Cristiano Ronaldo alza al cielo la coppa.

La vittoria del Portogallo agli Europei è riuscita nella non semplice impresa di cancellare uno dei principali luoghi comuni sul calcio. Fino a domenica sera, peraltro non senza una punta di verità, i portoghesi venivano definiti degli incompiuti, incapaci di essere concreti al momento decisivo e spesso battuti in finale anche in circostanze a loro favorevoli. Poi, nella più difficile delle situazioni, la Seleção ha dimostrato che non è proprio così: il Portogallo sa come vincere e come riscrivere l’ultimo capitolo di una storia che in pochi avrebbero previsto con un finale uguale a quello visto allo Stade de France.

Il gol di Charisteas nella finale di EURO 2004.

TROPPE VOLTE A UN PASSO DALLA GLORIA

L’emblema dell’incapacità portoghese di affermarsi nelle grandi competizioni è EURO 2004, torneo giocato in casa dove il Portogallo ci arriva con una delle migliori generazioni post-Eusébio, un mix fra grandi campioni affermati (Luís Figo e Rui Costa su tutti) e nuove giovani leve pronte a consacrarsi (Cristiano Ronaldo e il gruppo del Porto vincitore della Champions League con José Mourinho). La coppa è pronta per loro, ma ci pensa l’imprevedibile Grecia a sconvolgere tutto: il gol di Angelos Charisteas vale il primo titolo per gli ellenici e le lacrime dell’Estádio da Luz. Come nazionale spesso il Portogallo ha avuto momenti buoni, soprattutto agli Europei, salvo poi non riuscire a fare l’ultimo passo per diventare una potenza del calcio mondiale: nel 1984 riesce a perdere in semifinale con la Francia dopo essere stata avanti fino a sette minuti dal termine dei tempi supplementari, nel 2000 stesso avversario e stesso esito col golden gol di Zinédine Zidane al 117′ su rigore per un fallo di mano molto contestato di Abel Xavier, nel 2012 invece sono i rigori a condannare i portoghesi ancora in semifinale con la Spagna. Un marchio di fabbrica difficile da cancellare.

Il gol di Ricardo Quaresma in Croazia-Portogallo.

UNA RIVINCITA INASPETTATA

Non si può certo dire che il Portogallo fosse una delle grandi favorite della vigilia. La squadra di Fernando Santos, subentrato a Paulo Bento dopo la sconfitta all’esordio nelle qualificazioni contro l’Albania e capace di vincere le sette successive partite tutte di misura senza incantare, era poco considerata rispetto alle varie Francia, Germania e Spagna, e nemmeno la prima parte degli Europei aveva cambiato questi giudizi. Tre pareggi, solo 19′ complessivi in posizione di vantaggio e il rischio di uscire contro l’Ungheria. Proprio la partita con i magiari è diventata la sliding door del torneo: nel recupero le due squadre fanno melina in attesa del fischio finale, ma in contemporanea sull’altro campo l’islandese Arnór Ingvi Traustason segna il 2-1 sull’Austria, che vale il sorpasso al Portogallo, finito fra le migliori terze e quindi nella parte “facile” del tabellone.

Col ritmo lento che contraddistingue il paese la Nazionale sfrutta la svolta fortunata ed elimina la Croazia al 117′, in una partita brutta decisa dall’unica vera azione in due ore di gioco, il palo di Ivan Perišić e il contropiede finalizzato da Ricardo Quaresma. Anche ai quarti le sofferenze sono tante, perché la Polonia segna il gol più veloce del torneo con Robert Lewandowski, poi Renato Sanches fa 1-1 e i rigori stavolta non premiano i polacchi. Solo in semifinale arriva l’unica vittoria al 90′: Galles steso 2-0, comincia un’altra storia.

L'esultanza del Portogallo per il gol di Éder nella finale contro la Francia.

Della finale si è già detto tutto, dall’infortunio di Cristiano Ronaldo al pullman scoperto già pronto per la Francia e adesso destinato a chissà quale altro scopo. L’ha decisa un insospettabile, Éderzito António Macedo Lopes, meglio noto come Éder, attaccante classe 1987 andato in doppia cifra solo due volte in carriera e ceduto dallo Swansea a metà stagione perché non segnava mai. Ironia del destino si è ripreso in Ligue 1, al Lille, dove ha segnato sei gol in tredici partite, ma è stata la rete al 109′ a renderlo un eroe per caso, come Dustin Hoffman in un film di oltre vent’anni fa. Dopo anni di delusioni (anche con i club: impossibile non citare la maledizione di Béla Guttmann al Benfica) il Portogallo ha trovato nel suo momento più complicato la forza di non andare incontro alla solita disfatta, e mai come domenica è stato il trionfo del gruppo, perché l’uscita di scena di CR7 ha compattato la squadra. Parabéns, Portugal, ora sei nella storia dalla parte giusta.

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Paul Pogba

In fondo. All’Europeo, con un biglietto per la finale appena conquistato. In fondo. Ai propri sogni, con un riconoscimento individuale che ora diventa quasi realtà (o che almeno è un passo più vicino). In fondo, Paul Pogba sta vivendo quello che ha sempre desiderato. Il centrocampista della Juve non lascia nulla al caso. E presto, domenica, vivrà una delle giornate più importanti della sua carriera, già intensa e ricca di soddisfazioni, sia chiaro. Ma alla bacheca di Pogba manca qualcosa: non c’è un grande trionfo con la Nazionale maggiore, non c’è una grande consacrazione individuale. Ecco perché domenica a Saint Denis, Parigi, Paul Pogba giocherà più di una finale. Ecco perché ieri, al Velodrome, Marsiglia, Paul Pogba ha giocato più di una semifinale. A 23 anni, il centrocampista della Juve può davvero realizzare i propri sogni, quei pensieri solo immaginati a Lagny sur Marne, paesino di 20 mila anime, a meno di 40 km da Saint Denis.

Dal paesino di nascita allo stadio dei principi: la traiettoria di Paul, però, non è stata così breve. È passato per Le Havre, in una delle accademie giovanili più prestigiose di Francia, e a soli 16 anni ha passato la Manica e ha scelto il Manchester United. Ecco, i Red Devils. Lì si costruisce il fenomeno Pogba. Lo vuole Ferguson, pronto a litigare con mezza Europa. Gli esordi, le prime partite. Poi la rottura. Perché Scholes, un altro Paul, torna in squadra e per lui non c’è più posto. Il suo procuratore (quanto è importante Mino Raiola in questa vicenda forse lo scopriremo solo nel corso di questa estate) lo porta a Torino, a parametro zero. È l’inizio della sua vera storia, perché Paul non lascia nulla al caso: il gol al Napoli, nel 2-0 dell’ottobre 2012, è la chiave. Conte è in difficoltà, dentro Pogba: è una Juve che cambia, il sinistro al volo dai 25 metri del francese apre una nuova strada.

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Ed è una strada che Pogba vuole portare fino in fondo. Con la Nazionale dopo il bronzo agli Europei U17 nel 2010, un altro bronzo agli Europei U19 nel 2012, l’oro ai Mondiali U20 nel 2013. Con la Juve, dopo quattro scudetti, due Coppe Italia, tre Supercoppe, anche? Per quello c’è sempre tempo. Prima c’è Saint Denis, prima c’è il Portogallo. Che, in fondo, è quello che Pogba voleva di più. Di fronte, l’uno all’altro, Pogba e Cristiano Ronaldo, tre volte Pallone d’Oro. Battere il migliore per dimostrare di essere il top, in Europa. Con un compagno di squadra come Antoine Griezmann, le petite diable, compagno di stanza nel ritiro durante l’Europeo, alleato in campo, nuovo avversario per la corsa a quella sfera del metallo più prezioso. Del resto, Paul Pogba è un giocatore unico: per stile, dentro e fuori dal campo, ma anche per caratteristiche.

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Nell’albo d’oro del Pallone d’Oro, come lui non ce ne sono. Si avvicina a Nedved per corsa e muscoli (ma il ceco non aveva lo stesso fisico), ricorda Matthaus per potenza e forza (ma il tedesco non aveva la stessa corsa e la stessa fisicità). Forse, sempre tra i vincitori del Pallone d’Oro, il giocatore con cui condivide più caratteristiche è Gullit per movenze, estro e creatività.

Ma Paul Pogba è diverso da tutti questi, è il simbolo del calcio moderno: banale, scontato, ma forse (oggi ancora più) vero. È un incontrista ma fa gol, è un centrocampista avanzato ma difende come un muro, è un mediano muscolare ma fa assist e crea per i compagni (come il dribbling e il cross che mandano in tilt difensore e Neuer nel 2-0 di Griezmann), è un fantasista ma quel 10 sulle spalle alla Juve sta stretto pure a lui.

pogba_islanda

“Quella maglia è solo un numero” ha detto Paul in uno dei momenti più bassi della scorsa stagione, dopo lo 0-0 casalingo con il Borussia. Pogba voleva risalire, doveva liberarsi di un peso. E lo ha fatto, pubblicamente, come spesso gli accade. Uomo social (4 milioni 400 mila mi piace su facebook, 2 milioni di follower su twitter, 5 milioni di follower su instagram), con i suoi capelli, i suoi vestiti, i suoi modi di esternare gioie e difficoltà. Paul Pogba non lascia nulla al caso. E tendenzialmente va fino in fondo. Ha iniziato male la stagione quest’anno in bianconero (forse anche per colpa di quel 10) ma l’ha chiusa alla grande, ha iniziato male anche il suo Europeo. Con l’affaire “ciabatte” non gradito al ct Deschamps, con le prestazioni sotto tono. Poi la battuta di Matuidi sul suo look e il presunto gesto dell’ombrello nella gara contro l’Albania. Il suo “Volevo solo esultare” vale tanto quanto il “Quella maglia è solo un numero”. Una liberazione. Confermata dal gol di testa realizzato con l’Islanda . Non gli capita spesso, ma in Nazionale di più con tre gol sui sei totali in blue (uno di questo nel 2-0 mondiale alla Nigeria nel 2014).

Dettagli, colpi di testa, una strada da percorrere, il Pallone d’Oro. Saint Denis, a 40 km da casa. Manchester (nel passato e nel futuro?), la Juventus. Griezmann, in un mix di rapidità e fisicità. È il momento del polpo, è il momento di Paul Pogba: in fondo, è quello che ha sempre desiderato. Chissà se per liberarsi dalle pressioni, domenica penserà: “Questa è solo una finale”.

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Grande rivincita o finale anticipata? Guardando solo al campo, la serie di definizioni per giocare in anticipo Francia-Germania, seconda semifinale di Euro 2016, sembrerebbero ridursi a queste due: ma la partita degli opposti, tra gli indigeni con il nasino all’insù e i migranti del pallone con l’animo da panzer, è un manuale di storia, di territori contesi e paure recenti. Basti fare un salto nel tempo di circa 140 anni: siamo al tramonto della guerra franco-prussiana, Guglielmo I è a capo dell’impero tedesco – costituito dopo la sconfitta imposta a Sedan alla Francia – e dei suoi 25 Länder. Il governo centrale, costituito da cancelliere, imperatore e stato maggiore, disponeva di tutti i poteri, coadiuvato dal consiglio federale. Nel 1870 mise la Francia in condizioni di dichiarare guerra alla Prussia e a Sedan la sconfisse, facendo nascere il Reich tedesco (la corona di imperatore Guglielmo I la riceve addirittura a Versailles). La Germania si annette l’Alsazia e la Lorena.

PARIS, FRANCE - MARCH 29: Antoine Griezmann and Paul Pogba of France speak before taking a free kick on goal during the International Friendly match between France and Russia held at Stade de France on March 29, 2016 in Paris, France. (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Terre di confine: anche Marsiglia, sede del Velodrome, a suo modo lo è. Distesa tra il porto e gli accenni di banlieu, tra una nobiltà con tracce antiche e una modernità dai contrasti acuti. Ma torniamo in Alsazia e Lorena: perché il contrasto Francia-Germania nasce lì, in queste regioni grandi più o meno quanto l’Umbria, incastonate tra Francia, Svizzera e Germania. La battaglia delle frontiere – questa serie di scontri combattuti nel primo mese di guerra sul confine tra Germania, Francia e Belgio del sud – fu tra le più brevi e sanguinose del conflitto. Il 22 agosto, in sole due ore, morirono 24 mila francesi.

Terra lunga e stretta: una parte dell’esercito tedesco era alle prese con la resistenza finale della città belga, un’altra, più a sud, si trovava a fare i conti con i francesi. E di Strasburgo e dintorni i galletti non si sono mai scordati. Il numero della rivista parigina L’Illustration, del 15 agosto 1914, mostrava in copertina un soldato che sorreggeva una ragazza. L’uno rappresentava la Francia, l’altra l’Alsazia: il loro abbraccio la speranza della rivincita. Da più di quarant’anni Parigi sognava di riappropriarsi di queste terre, vittime della loro stessa posizione: regioni di frontiera, l’Alsazia e la Lorena avevano fatto parte prima del Sacro Romano Impero, poi del regno di Luigi XIV, infine del Reich tedesco.

Strasburgo, capoluogo dell'Alsazia
Strasburgo, capoluogo dell’Alsazia

Bismarck realizzò un’intesa di tipo conservatore, tra le classi dominanti di quel periodo: gli “Junker” (aristocrazia agraria, che occupava posti di rilievo nell’esercito e nella pubblica amministrazione) e gli industriali. Low unisce i Muller e i Mustafi, i nobili del calcio e gli operai della difesa: “Ce la giochiamo contro un Paese intero, ma siamo abituati” ha spiegato alla vigilia, evadendo le domande sulle assenze di Hummels, Khedira e Gomez. “Siamo la Germania, non possiamo permetterci rimpianti” il pensiero filtrato dalla conferenza stampa dell’atletico allenatore tedesco.

Deschamps, dal canto suo, ha spostato la pressione sugli sfidanti, anche se la Francia, come all’Europeo del 1984 e al Mondiale del 1998, ha iniziato il torneo casalingo con l’obiettivo di vincerlo: “Nessuno può riscrivere la storia – ha spiegato il Ct dei Bleus, conferma in tasca anche in caso di eliminazione – ma i giocatori possono scriverne una nuova pagina. È una partita che si gioca senza pensare al passato. Il passato non conta. Sono convinto che i miei ragazzi credano in loro stessi”.

Sanno che nel carrozzone causato dall’Europeo a 24 squadre, chi supera la prova del Velodrome ha buone chances di sollevare la coppa: pretattica arguta in conferenza stampa, consapevole della legge di mercato di questa competizione. L’eccesso di offerta peggiora la qualità. Allora, meglio utilizzare la carta della pazienza: quella di chi sa affondare con i talenti in casa francese, quella di chi incassa pochissimo (una rete, il rigore di Bonucci) e prende gli avversari per sfinimento nelle stanze teutoniche.

È una grande classica del calcio mondiale, Francia-Germania. Le nazioni si sono affrontate 27 volte, con nove vittorie dei tedeschi e 12 dei francesi. Le quattro sfide a una fase finale si sono concluse con un successo dei transalpini, un pareggio e due vittorie della Germania, la più recente delle quali è stata l’1-0 ai quarti di finale di Coppa del Mondo FIFA 2014. Mondiale. Aggettivo non casuale, visto che le due selezioni si sono affrontate in partite ufficiali sempre e solo nella manifestazione iridata: nella Coppa del Mondo del 1958, fu la Francia di Just Fontaine ad aggiudicarsi il match per il terzo posto con il risultato di 6-3, mentre poi è stata sempre la Germania ad avere la meglio. In quella finalina per il terzo posto, i tedeschi lasciarono fuori ben sei titolari, così che la Francia potè scatenarsi e segnarne addirittura sei. Quattro gol furono messi a segno proprio da Fontaine, che si laureò capocannoniere del Mondiale 1958 con 13 reti (nessuno prima e nessuno da allora, è riuscito a far meglio del bomber francese).

Celebre resta la semifinale del 1982, quando il match si concluse sul 3-3, per poi vedere i tedeschi trionfare ai rigori: nella mente di tutti, però, restò soprattutto il terribile impatto tra il portiere teutonico Harald Schumacher e Patrick Battiston, con quest’ultimo che rimase a terra privo di sensi. In quei momenti si temette il peggio, mentre il calciatore francese veniva trasportato fuori dal campo in barella con Michel Platini che gli teneva la mano: i Bleus , sconvolti, non riuscirono a mantenere il vantaggio ed in finale contro l’Italia ci andarono i tedeschi.

La sfida si ripropose in semifinale nel 1986 (2-0 per la Germania), mentre due anni fa, ai quarti di finale di Brasile 2014, furono ancora i teutonici ad imporsi per 1-0, con rete decisiva del difensore Mats Hummels, grande assente della contesa di questa sera. I numeri raccontano però anche altro: le due squadre sono quelle ad aver disputato più semifinali continentali in assoluto (otto per la Germania, cinque per la Francia – come l’Italia), e tra quelle ad aver vinto più titoli (tre a due per i tedeschi), nonché due delle squadre che hanno preso parte al maggior numero di edizioni (dodici per la Germania e nove per la Francia).

Germania-Francia 1-0, Mondiali 2014
Considerando anche le amichevoli, però, il bilancio è favorevole alla Francia: 12 vittorie, 6 pareggi e 9 successi tedeschi. Entrambe le squadre hanno messo a segno 43 reti negli scontri diretti: il primo nel 1931 a Colombes (1-0 per la Francia), l’ultimo nel novembre 2015 a Saint-Denis (2-0 per la Francia), nella notte che verrà tristemente ricordata per gli attentati parigini. Dopo quella sera nulla è stato come prima, nel calcio così come nella quotidianità di ognuno di noi.

Pochi, pochissimi ricordano il finale di quella sfida (2-0 per la Francia con gol di Olivier Giroud e André-Pierre Gignac), ma tutti hanno in mente il boato in avvio di partita, alle 21.20, inconsapevoli di essere all’alba di una notte drammatica, per Parigi e il mondo occidentale. In tanti hanno parlato dell’ultimo precedente negli spogliatoi di Bayern Monaco (Manuel Neuer, Jérôme Boateng, Joshua Kimmich, Mario Götze, Thomas Müller, Kingsley Coman), Juventus (Sami Khedira, Patrice Evra e Paul Pogba) e Arsenal (Mesut Özil, Laurent Koscielny e Olivier Giroud). La vita e il calcio tendono però a spingere i ricordi sempre un po’ più in là. Oggi non si tratta di un’amichevole, come otto mesi fa. In ballo c’è un posto in finale. Ah, Sedan e Marsiglia distano 900 chilometri: poco meno dello spazio che separa Parigi e Berlino. C’è un mondo intero nella notte del Velodrome.

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Quando Didier Deschamps ha deciso di non convocare Karim Benzema per gli Europei, dopo la brutta vicenda dei ricatti al compagno Valbuena, molti francesi si sono chiesti come avrebbe fatto la loro Nazionale a sostituire un campione del genere. Il centravanti del Real, reduce da una stagione di altissimo livello, è una delle punte di diamante della squadra padrone di casa degli Europei, l’uomo demandato a finalizzare il gioco creato dalla macchina da guerra che punta al titolo di campione, che manca dai tempi in cui Platini incantava il mondo con un pallone tra i piedi. E, particolare non da poco, Benzema è amatissimo nel proprio paese, nonostante tutto.

Il Ct transalpino non ha avuto molti dubbi e ha scelto di puntare forte su Olivier Giroud. Una scelta di buon senso, viste le qualità fisiche e tecniche del centravanti dell’Arsenal. La stampa però non ha gradito più di tanto, così come buona parte dei tifosi, che considerano Giroud una specie di “usurpatore“, uno che si trova lì senza meritarlo. Una situazione surreale, dato che anche l’esule Gignac, che ha scelto di andare a guadagnare qualche bel milioncino nel non impossibile campionato messicano, viene applaudito e idolatrato. I “buu” durante l’amichevole di preparazione con il Cameroon sono ingloriosi, ma Deschamps già da allora ha difeso con convinzione la sua decisione e il ragazzo, che tra l’altro segnò un gran gol a volo su assist di Pogba.  Un gol ha cui ha fatto seguito una doppietta segnata alla Scozia.

Giroud è un uomo costantemente in bilico, considerato mai abbastanza bravo per essere un calciatore di alto livello e quasi sempre inadatto a una squadra che vuole puntare alla vittoria. Un capro espiatorio perfetto anche per i tifosi dell’Arsenal, sempre in cerca di un colpevole quando si tratta di capire perché la loro squadra non vince. Troppi gol sbagliati, quelli che se ci fosse un attaccante migliore al suo posto sarebbero gol sicuri. Uno come Thierry Henry magari, lui si che segnava sempre.

E proprio Henry, lo scorso anno, in un’analisi della situazione dei Gunners, ha affondato il colpo con una dichiarazione ben poco gentile sul suo connazionale: “Per vincere la Premier servono almeno altri quattro grandi giocatori, uno per ruolo. Credo che l’Arsenal non possa conquistare il titolo con Giroud centravanti”. Un astio che definire esagerato è riduttivo, viste le 57 reti in 135 partite e gli assist distribuiti ai compagni, oltre al fondamentale gioco di sponda e ai tanti gol su colpo di testa che ne fanno uno dei migliori della Premier in questa specialità.

Con queste premesse gli Europei in casa avrebbero potuto essere un incubo per Olivier. La sua fede un po’ sui generis (il suo libro di riferimento è “Gesù ti chiama” di Sara Young) lo ha aiutato a rimanere tranquillo e a non farsi schiacciare dalle critiche, e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il gol all’esordio con la Romania, l’assist con l’Irlanda con una sponda perfetta delle sue e la doppietta con l’Islanda sono una bella risposta agli scettici. In più Giroud sta dimostrando di essere un giocatore perfetto in coppia con Griezmann, il leader dell’attacco dei Bleus, che sfrutta le giocate del compagno per sgusciare nelle difese avversarie e far loro del male. Non a caso la Francia è rimasta a secco proprio nell’unica gara in cui l’attaccante dell’Arsenal non è stato schierato.

Giroud esulta (4)

I fischi dei francesi ieri sera si sono trasformati finalmente in applausi, quando Deschamps lo ha sostituito per preservarlo in vista della super semifinale contro la Germania. Forse è il primo passo che porterà Giroud a vincere finalmente la battaglia contro i dubbi che lo hanno sempre attorniato. 

 

 

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Il day after l’eliminazione dell’Italia è di quelli amari, in cui ripensi a quel che sarebbe potuto cambiare se i pezzi si fossero incastrati in maniera leggermente diversa. I tragicomici rigori di Zaza e Pellè, quello di un Darmian costretto a presentarsi sul dischetto perché ormai avevano già tirato quasi tutti, la quasi parata di Gigi Buffon su Hector, tutto contribuisce ad alimentare il rimpianto per quella che fino a un mese fa sarebbe stata una quasi impresa, ma che oggi sembra proprio una bella occasione persa.

Anche Bonucci ha sbagliato un rigore, forse l’unico tirato bene tra quelli non realizzati dagli azzurri, ma un altro lo aveva segnato in modo principesco nei tempi regolamentari. Quando c’è stato bisogno di prendersi la responsabilità di pareggiare i conti in una partita che sembrava compromessa, Leonardo non ha avuto esitazioni e si è presentato al cospetto del grande Neuer con lo sguardo di chi quel rigore lo avrebbe segnato a tutti i costi. In quella rincorsa con rallentamento prima della battuta è sembrato quasi di rivedere lo stile del miglior Balotelli, uno che almeno sui rigori ha ben poco da imparare. Andate a riguardarvi il rigore che Bonucci ha tirato tre anni fa, in una semifinale di Confederation Cup contro la Spagna, e guardate le differenze con quello segnato contro la Germania. Anzi, anche con quello sbagliato.

Anche da particolari come questi si capisce che giocatore sia diventato Bonucci, uno che non ha mai smesso di lavorare per migliorare quei difetti per cui è stato spesso oggetto di scherno in un passato nemmeno tanto lontano. Oggi non è più quel difensore che spesso perdeva l’uomo e sbagliava cose elementari, ma il leader tecnico ed emotivo di un trio difensivo quasi perfetto, quello che ha fatto le fortune della Juventus e che ha contribuito in modo determinante a fare dell’Italia una delle sorprese di questi Europei. Un trio, quello con Barzagli e Chiellini, in cui Bonucci è collante e leader. Uno scudo che è già entrato di diritto nell’Olimpo difensivo del calcio italiano, capace di ribattere tutto ciò che gli si para contro senza quasi mai scalfirsi.

Alla luce di ciò si può dire una volta per tutte, senza essere tacciati di essere incompetenti o juventini, che Bonucci è uno dei migliori difensori in circolazione in questo momento? O è sempre quello scarso, che ha successo per merito di Barzagli e Chiellini che gli coprono le spalle? Il giudizio sul suo reale valore è troppo spesso influenzato dagli atteggiamenti a volte sopra le righe del ragazzo di Viterbo. Per una volta però lasciamo perdere l’aspetto caratteriale, le sue proteste esagerate con gli arbitri, la sua “antipatia”. Guardiamo a ciò che è Bonucci come calciatore. Quanti sono capaci di essere allo stesso tempo difensori quasi insuperabili e playmaker capaci di lanci millimetrici che mettono in condizione gli attaccanti di segnare, oltre a lui? Pochi, di sicuro. È questo mix che fa del difensore azzurro un giocatore speciale, diverso dagli altri. Pique, Ramos, Boateng e altri dei top del ruolo al loro meglio sono superiori fisicamente, sono più veloci, saltano di più, ma nessuno di loro (a parte forse il miglior Thiago Silva) riesce ad essere allo stesso tempo un fine ricamatore di gioco, un marcatore efficace e un leader di reparto.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando retrocesse in Lega Pro col Pisa. Quel Pisa allenato nei primi due mesi da Giampiero Ventura, che nonostante il poco tempo concessogli aveva intravisto le qualità di Bonucci e che poi lo portò a Bari assieme a un altro giovane e promettente difensore lanciato da Antonio Conte nell’Arezzo: Andrea Ranocchia. Conte, Ranocchia, Bonucci, Ventura, storie che si intrecciano e che continuano a intrecciarsi ancora, come in un grande romanzo storico. Ranocchia, considerato il migliore tra i due, sembra aver perso la bussola, dopo annate buttate e una continua perdita di fiducia. Bonucci invece, quello considerato meno bravo, con il prossimo Ct della Nazionale è diventato grande e con il mister leccese (prima a Torino, poi in maglia azzurra) ha spiccato il volo definitivo, migliorando di anno in anno.

La sua personalità e le sue prestazioni a questi Europei hanno fatto ricredere parecchie persone, anche molti di quelli che non lo hanno mai apprezzato. Basta leggere i commenti di napoletani, interisti e sostenitori di altre squadre ad uno dei suoi ultimi post su Facebook per capire che Bonucci ha creato una breccia nei cuori di tanti tifosi, anche non juventini, per il suo modo di essere leader e difensore con pochi eguali. Chiamatelo scarso ora, se avete coraggio.