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ROME, ITALY - FEBRUARY 22: Francesco Totti of AS Roma during a training session at Centro Sportivo Fulvio Bernardini on February 22, 2017 in Rome, Italy. (Photo by Luciano Rossi/AS Roma via Getty Images)

E se Roma-Genoa di domenica 28 maggio non fosse l’ultima partita da calciatore di Francesco Totti? Il dubbio, forse al momento solo una suggestione, serpeggia con sempre più veemenza nelle menti dei tifosi giallorossi e degli amanti del calcio, per il quale quel numero 10 rappresenta una delle ultime stille di poesia sui campi da tramandare ai posteri. Il suo percorso nella Capitale sembra volgere inevitabilmente al termine, quello accanto al dio Eupalla…forse no.

Francesco Totti esce dal campo senza salutare in Roma-Juventus 3-1

I numeri di un addio

Domenica sera, dopo i 180 secondi “concessigli” nel recupero del 3-1 della sua Roma alla capolista Juventus, Totti è apparso immalinconito, quasi estraneo alla festa che i suoi compagni di squadra giallorossi stavano rovinando alla Vecchia Signora, convintasi dopo il temporaneo vantaggio firmato da Lemina di poter festeggiare all’Olimpico il sesto scudetto di fila, e che Salah e i suoi stavano apparecchiando per se stessi, con il secondo posto quasi blindato a due turni dal termine.

Quel “10” richiesto a gran voce dagli spalti non è più al centro della Roma: Francesco lo sa, così come lo sapeva un anno fa, quando di questi tempi risultava ancora determinante. Rivedersi la doppietta nel 3-2 al Torino del 20 aprile 2016 per credere: a voler sorridere, un altro record Totti domenica lo ha messo a referto. Ha concluso la sua prima partita senza toccare nemmeno un pallone. Più che un sorriso, una smorfia: la stessa che l’ottavo Re di Roma aveva alla sua uscita dal campo, mentre alle spalle il resto dello stadio festeggiava. Saluti da comprimario, come i numeri stagionali dipingono Totti: 323 minuti giocati in serie A, 384 in Europa League, 130 in Coppa Italia. Per un totale di 3 reti e sette assist.

Luciano Spalletti e Francesco Totti

Luciano poco lucky

C’è una figura, però, che nell’era della Brexit di Totti dall’organico romanista, ha assunto i toni del più acerrimo oppositore: è quella di Luciano Spalletti. Dal mancato ingresso in campo a San Siro contro il Milan ai tre minuti nei quali il numero 10 è stato chiamato in causa contro la Juventus, l’allenatore toscano – al passo d’addio con la Roma – ha incarnato i panni del “cattivo”. Rancoroso, indisponente, poco riconoscente: il vortice dei social ha espresso il proprio indice di gradimento nei confronti di uno degli allenatori più brillanti del calcio italiano. La sua “colpa”? Aver silurato Totti, senza neanche attendere che fosse il capitano giallorosso a farsi da parte. Un atteggiamento che popolo del web ha presto silurato:

Nessun rispetto per chi ha dato tutto per questa maglia

In effetti, veder sfilare davanti a Totti prima Grenier, poi Bruno Peres, infine Juan Jesus nella gerarchia delle sostituzioni conferma un amaro sorpasso: quello della tattica sulla poesia. Spalletti contro Totti è ormai un hashtag che nutre internet, e dire che era stato proprio il mister di Certaldo a fare della bandiera giallorossa un riferimento al suo ritorno in sella, datato gennaio 2016. Ma il calcio, si sa, è un tritacarne. Di protagonisti ed emozioni. Prima la squadra, poi il singolo.

Monchi, ds Roma

Monchi: in direzione ostinata e contraria

Il popolo ha decretato da che parte sta: come potevasi immaginare, da quella del capitano della Roma, che ha evitato la stretta di mano con il suo allenatore al fischio finale di Roma-Juventus. Ma c’era da aspettarselo: come in ogni rapporto che non funziona, a un certo punto l’incomunicabilità si trasforma nella perdita delle capacità di capire le ragioni dell’altro. Al gelo siberiano, con eco della Russia che fu per l’allenatore, che si respira tra Spalletti e Totti, fa da contraltare la figura di Verdejo Monchi, neo direttore sportivo giallorosso che già in sede di presentazione aveva chiarito di avere grande bisogno di Totti: non in campo, però, ma al suo fianco. Dall’area di rigore all’area tecnica: ma qualcuno ha chiesto al 40enne di Porta Metronia se ha intenzione di appendere realmente gli scarpini al chiodo? È l’interrogativo che nella Capitale e dintorni in tanti si stanno ponendo. La palla, virtualmente, gli è stata passata dallo stesso Monchi:

Francesco conosce la Roma meglio di chiunque altro ed io, che sono un nuovo arrivato, avrei un ottimo insegnante per scoprire tutto più il rapidamente possibile. Aspettiamo che decida lui

Francesco Totti in azione

Suggestione Usa, garantisce Nesta

Un altro dribbling, a Totti, è però riuscito domenica sera: quello ai giornalisti, evitati attraverso un’uscita secondaria dello stadio mentre la notte avvolgeva Roma e i suoi pensieri. Marcello Lippi, che lo conosce bene e con il quale ha vinto il Mondiale 2006, intanto ha assicurato che l’intenzione di smettere è tutt’altro che consolidata: di certo, Totti in Italia non potrà vestire altre maglie diverse da quelle della Roma. E all’estero? Ecco che qui viene in soccorso un’altra bandiera del calcio italiano: Alessandro Nesta. Oggi allenatore del Miami Fc, nella North American Football League, l’ex difensore di Lazio e Milan avrebbe sollecitato Totti a non mollare, vivendo nella seconda serie del calcio americano il suo canto del cigno. Nuove ambizioni e lo studio di un eventuale futuro da allenatore.

Francesco Totti e Alessandro Del Piero

Rivolgersi al passato per decidere il futuro

È la ricetta alla quale Francesco potrebbe ricorrere. Magari chiedendo consigli ad Alessandro Del Piero, anche lui salutato senza cerimonie dalla Juventus nell’estate 2012. Bandiere accomunate da carriere gloriose e addii polemici, più per mano degli altri che per causa loro, che alla grancassa mediatica hanno spesso preferito il silenzio. Domenica sera, l’abbraccio tra i due poco prima del fischio finale ha scosso le corde di milioni di cuori, memori di un calcio che fu. Così, mentre la Roma guarda alla classifica che con una vittoria sabato a Verona contro il Chievo potrebbe portarla a -1 dalla Juventus in attesa della sfida tra i bianconeri e il Crotone, Roma si interroga sulle sorti del suo simbolo più prezioso: un Colosseo del calcio.

Nella partita contro il Genoa, per la quale i biglietti di accesso all’Olimpico sono già andati a ruba, Spalletti gli riserverà come di consueto i minuti finali o lo inserirà nella formazione titolare per concedergli la merita standing ovation del suo pubblico? È questa la vera domanda che riecheggia per Roma oggi, 16 maggio 2017. Nello stesso giorno, 13 anni fa, salutava il calcio italiano Roberto Baggio. Accadeva tra gli applausi di San Siro, la stessa Scala del Calcio che due domeniche fa acclamava Totti: e che non vuole vederlo congedarsi triste y solitario.

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Non nominate la parola bomber invano. Non chiamatelo in causa soltanto per parlare di festini, serate in discoteca e donne mozzafiato. Perché a distanza di anni si può facilmente cadere nell’errore di pensare che Bobo Vieri sia stato un giocatore normale. Invece è stato un attaccante fenomenale, un bomber capace di vincere le partite da solo, e di superare qualunque difensore. A spallate. Bobo simpatico, Bobo incazzato, Bobo geloso, quella volta che la Canalis fece distribuire il suo ultimo calendario a San Siro, Bobo giocherellone, quando si divertiva a imparare il barese con Cassano, in nazionale.

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Bobo amicone, perché se c’è una cosa che rimpiango, da sportivo è non averlo visto duettare abbastanza con i suoi compagni preferiti. Alex Del Piero, con il quale avrebbe formato una coppia perfetta. Si sono conosciuti nella Juventus, il tempo di vincere uno scudetto (la partita più bella è quella che la Juventus vince a San Siro per 6-1 con una doppietta di Bobo) e poi si sono salutati. Li abbiamo ritrovati al Mondiale di Francia ’98. Il tempo di sedersi con le braccia incrociate a guardarsi negli occhi, dopo un gol di Bobo alla Norvegia, e poco altro. Alex troverà il suo compagno ideale nell’imperfetto Inzaghi. Uno che segna come e più di Vieri, è meno potente ma più letale negli ultimi 16 metri. Vieri va all’Altetico Madrid, ma si capisce subito che non basterà il titolo di pichichi (capocannoniere) e un gol incredibile dalla linea di fondo campo in Coppa Uefa a farlo restare in Spagna.

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Se il Mondiale di Francia è quello della consacrazione, è perché Vieri trova un allenatore che crede ciecamente in lui (Maldini lo preferisce a Chiesa e Inzaghi) e un Roberto Baggio in stato di grazia, che spiana la strada alle sue incursioni già dalla prima controversa partita contro il Cile. Sergio Cragnotti mette in campo tutte le forze finanziarie possibili, e anche qualcuna impossibile, per riportarlo in Italia. È una squadra fortissima quella Lazio. E Bobo disputa una stagione stratosferica. A Bari, sotto la neve, sembra un carrarmato. Segna un gol di mezza rovesciata e uno di testa volando più in altro delle mani del compianto Mancini. Vince una Coppa delle Coppe, perde uno scudetto in un modo balordo, facendosi beffare a due giornate dalla fine dal Milan di Zaccheroni.

È forse sull’onda di questa delusione che Moratti si mette in testa una strana idea. Un’idea senza alcun senso tattico e che forse non convince del tutto nemmeno il suo allenatore. L’idea è quella di far giocare assieme Vieri e Ronaldo. I due si capiscono subito. Non c’è bisogno di capire chi è la prima e chi la seconda punta, perché sono semplicemente Vieri e Ronaldo. Se gli dei del calcio fossero stati amanti dello spettacolo, dell’estetica e della bellezza, ci avrebbero permesso di vederli giocare insieme per un decennio, almeno. E invece abbiamo dovuto digerire infortuni, pianti, ginocchia malandate, tendini sfilacciati e ricadute. Lippi non se li è goduti mai, il povero Cuper ha rischiato di vincere uno scudetto giocando il girone di andata con Ventola e Kallon e recuperando i due, assieme, solo nelle ultime giornate.

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Ma il campionato che disputa Vieri è siderale. Segna dalla prima giornata utile all’ultima, contro la Lazio. Quando si toglie la maglia e mostra i muscoli e i tatuaggi, quelli dei primi anni 2000: stelle, cuori, tribali e forever friends. Il resto è storia. Non lo vedremo più con Ronaldo perché ad un certo punto di questa storia il brasiliano andrà da Moratti. Sarà proprio il presidente a dire a Vieri “Ronnie vuole andare al Real Madrid“. Bobo ci resta malissimo, chiede di andare via, ma alla fine si convince a restare. E lo fa ancora una volta a suon di gol. Un vizio che non perderà facilmente. Alcuni sono più belli di altri, altri sono da cineteca, pochi in fondo quelli davvero decisivi. Perché Vieri è stato un bomber strano, uno di quelli che ha vinto meno di quello che avrebbe meritato.

Nel 2003 in Champions segna i due gol qualificazione contro il Valencia, poi proprio al Mestalla si fa male al ginocchio e addio doppia sfida col Milan. Ancora oggi Bobo ci pensa e non perdona Materazzi e Carew: “mi cascarono addosso e mi ruppero. Incredibile, infortunio assurdo. Eravamo maturi per quella Coppa e io stavo benissimo. Con me potevamo vincerla”. 

Ma mentre gli altri vincevano gli scudetti, lui segnava valanghe di gol. Mentre i suoi compagni d’attacco alzavano coppe, lui raccoglieva delusioni. L’ultima, quella del Mondiale 2006. Lippi gli fa capire che se vuole andare in Germania, deve giocare. Vieri lascia il Milan e va in Francia al Monaco. Ma gli infortuni e un rendimento non più ai suoi livelli gli costano l’esclusione. Vedrà quel Mondiale in TV, anzi la spegnerà la TV pur di non pensare all’ennesima occasione persa. Che fatica la vita da bomber, Bobo.