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Assistere a partite come Benevento-Roma, in Serie A, ormai è una consuetudine sempre più diffusa. Una delle prime 4-5 in classifica gioca contro una delle ultime e porta a casa i 3 punti con una facilità quasi disarmante, quasi come se fosse un allenamento con la primavera. Neanche il fattore campo riesce ad incidere più di tanto su questo trend, che negli ultimi anni ha reso il campionato Italiano molto meno sfidante e molto più disequilibrato. Ovviamente la squadra di Baroni (che risulta essere la peggiore di quelle che giocano nei 5 campionati più importanti d’Europa) è solo l’ultima delle formazioni che, dopo essere arrivate in Serie A, mostrano difficoltà a confrontarsi con un livello superiore a quello a cui sono state abituate.

La differenza tra le prime e le ultime sembra una voragine che ogni anno diventa più larga e profonda. Nel campionato 2016/2017 a fine anno la differenza tra i punti conquistati da Juve, Napoli e Roma (le prime 3) e Palermo, Empoli e Pescara (le ultime 3) è stata di 188 punti, la più alta da quando esistono i 3 punti. Quest’anno, visto l’andamento delle prime 6 giornata, il primato in negativo della scorsa stagione è già in bilico. La differenza ora è di 48 punti (Juve, Napoli e Inter hanno totalizzato 52 punti, Genoa, Verona e Benevento solo 4), mentre nella scorsa stagione dopo 6 giornate era di 32 punti (Juve, Napoli e Inter avevano totalizzato 40 punti, Empoli, Atalanta e Crotone ne avevano totalizzati 8).

 

Niente più sorprese insomma, con le possibilità delle “piccole” di far risultato contro le prime della fila sempre più ridotte al lumicino. Negli altri principali campionati europei la situazione è migliore, ma non di tanto, per non parlare della Champions League, che durante la prima fase vede sempre più squadre-materasso che vanno a influenzare l’andamento dei gironi.

Gli ultimi, insomma, sono sempre più ultimi. Aumentare il numero delle partite per riempire il calendario ha portato a un abbassamento del livello generale del calcio, un problema che neanche il Fair Play Finanziario attuato dalla Uefa riesce a risolvere.  Rimanendo nel nostro “orticello“, ultimamente si sta parlando molto del ritorno della Serie A a 18 squadre, una soluzione che andrebbe di sicuro a migliorare il livello dei club che partecipano al campionato.

Lo stesso Tavecchio ne ha parlato qualche giorno fa (spiegando di aver sempre detto “che i campionati professionistici vanno ridotti. E con questo intendo la Serie A, la B e soprattutto la Lega di C. Finché abbiamo le normative per cui la decisione di ridurre i campionati compete ai soggetti partecipanti sarà difficile portare a compimento la questione. I fatti sono questi. La volontà c’è, ma quelli della parte destra della classifica non votano per quelli della parte sinistra. E per ridurre i campionati ci vogliono maggioranze qualificate.  Con l’inizio dell’anno apriremo un tavolo molto chiaro esponendo i risultati che potrebbero far capire com’è la situazione. Io mi auguro che si possa arrivare a una soluzione ragionevole nell’arco di 3-4 anni.”)

Alzare il livello qualitativo significa anche avere maggior potere nel momento della vendita dei diritti televisivi, fondamentali per i bilanci di tutti i club. Il famoso sfogo telefonico di Lotito di due anni e mezzo fa (“fra tre anni se c’abbiamo Latina, Frosinone, chi c… li compra i diritti? Non sanno manco che esiste, Frosinone. Il Carpi… E questi non se lo pongono il problema!”), per quanto sbagliato nei modi e nei termini utilizzati, nella sostanza metteva in evidenza un problema reale, che in qualche modo deve essere affrontato. Così come dovrà essere affrontato in seguito anche il problema della redistribuzione dei proventi dei diritti, finora troppo a vantaggio dei grandi club.

Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili, cantava qualche anno fa Frankie Hi-NRG. Una frase che riassume meglio di tutte la situazione del nostro calcio (anche se la canzone parlava di altro). Se non si agisce in tempi brevi per cercare di migliorare la situazione attuale della Serie A il rischio è quello di continuare a vedere sempre più partite come Benevento-Roma, già decise molto prima del calcio d’inizio.

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Diego Falcinelli Crotone-Inter

Prendendo in considerazione la classifica di Serie A che riguarda solo le sei giornate disputate dopo la sosta per le nazionali di marzo (dalla trentesima in poi, quindi) emerge un dato particolare: in testa, con quattordici punti su diciotto disponibili, non c’è la Juventus che domenica potrebbe vincere il suo sesto scudetto consecutivo, bensì la coppia formata da Napoli e… Crotone. I calabresi nell’ultimo mese e mezzo hanno tenuto un ritmo impressionante, eppure nonostante questo rendimento eccezionale nemmeno un filotto di vittorie negli ultimi tre turni di campionato potrebbe bastare per mantenere la categoria.

Falcinelli Chievo-Crotone

GERARCHIE RIBALTATE

Il gol di Diego Falcinelli all’82’ della partita giocata il 2 aprile in casa del Chievo non è servito soltanto a dare la prima vittoria in trasferta in Serie A al Crotone, ma anche a far scattare la scintilla in un ambiente che sembrava rassegnato alla retrocessione nel suo campionato d’esordio. Da lì è iniziata una risalita prepotente: fino a quella giornata i calabresi erano penultimi, dietro al Palermo ora retrocesso e due punti davanti al Pescara fanalino di coda, ma poi sono arrivati lo storico successo contro l’Inter per 2-1 (ancora Falcinelli protagonista con una doppietta), il pareggio per 1-1 in casa del Torino, la vittoria a Genova con la Sampdoria per 1-2 (in entrambe a segno Simy, che prima aveva fatto solamente un gol), l’1-1 con qualche rammarico col Milan e il successo 0-1 domenica scorsa a Pescara. In queste sei giornate, con quattro vittorie e due pareggi, i pitagorici hanno conseguito lo stesso numero di punti delle precedenti ventinove, ossia quattordici: uno score notevole, peccato però che sia servito soltanto a dimezzare lo svantaggio dal quartultimo posto.

Falcinelli Crotone-Empoli

270′ PER SPERARE

La buona notizia per Davide Nicola è che in caso di arrivo a pari punti con l’Empoli andrebbero giù i toscani per gli scontri diretti sfavorevoli (2-1 all’andata e 4-1 al ritorno), ma gli azzurri sono ancora quattro punti avanti e con un calendario non certo ostico (Cagliari, Atalanta e Palermo, con i nerazzurri che potrebbero presentarsi al Castellani già sicuri della qualificazione alla fase a gironi di Europa League). Il Crotone deve invece sfidare l’Udinese in casa, la Juventus a Torino (probabilmente già campione) e la Lazio allo Scida: pensare a nove punti non è impossibile viste le quasi nulle necessità degli avversari, ma non basta. Serve una mano dagli altri campi e non è necessario fare la corsa solo sull’Empoli: a quota trentatré c’è anche il Genoa, che domenica ha vinto per la seconda volta nel 2017, contro la disastrata Inter, e chiude con Palermo, Torino e Roma. I liguri, però, con quattro punti sono salvi: scontri diretti favorevoli con entrambe e miglior classifica avulsa in caso di arrivo a tre, che farebbe andare in Serie B l’Empoli per la peggior differenza reti.

Trotta Crotone-Milan

Comunque vada il Crotone potrà dire di aver onorato il suo debutto nel massimo campionato, lottando fino alla fine per cercare di conquistare una salvezza a oggi ancora difficile nonostante gli ultimi splendidi quaranta giorni. Dovesse essere immediata retrocessione il rammarico sarebbe soprattutto per i tantissimi punti persi nei finali di gara, una costante iniziata alla prima giornata (sconfitta 1-0 a Bologna, gol di Mattia Destro all’86’) e proseguita fino a quello che a oggi resta l’ultimo KO (0-1 in casa contro la Fiorentina, a segno Nikola Kalinić al 92′). Con un po’ di attenzione in più allo scadere la rincorsa sarebbe stata più facile.

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C’è un‘immagine che più di tutte ha contraddistinto l’ultimo week end della Serie A, quella di un allenatore in camicia bianca che va avanti e indietro lungo la tribuna dello stadio di casa come se avesse il fuoco addosso. Incita i suoi giocatori, cerca di comunicare istruzioni come se non fosse ancora stato allontanato dall’arbitro e si muove come un ossesso, tra i tifosi che lo osservano e lo sostengono, perché è vicino a ottenere uno dei risultati più importanti della carriera. Davide Nicola è così, un passionale, uno che in panchina finisce spesso senza voce e che da giocatore, dopo aver segnato il primo gol con la maglia del Genoa, andò a baciare una poliziotta senza stare a pensarci più di tanto (l’aveva scambiata per un’altra persona), facendo ingelosire non poco la moglie.

Il Crotone, che fino a un mese prima veniva dato per già retrocesso in Serie B, è avanti 2-1 a pochi minuti dalla fine contro l’Inter di Pioli, e la vittoria lo porterebbe a soli 3 punti da una salvezza che sembrava un miraggio irraggiungibile. Un risultato incredibile, inaspettato, che può essere la svolta di una stagione. L’energia di Nicola è contagiosa anche dagli spalti e il merito della risalita del Crotone è soprattutto suo, oltre che di una società che ha deciso di credere in lui anche quando le sconfitte si accumulavano di domenica in domenica.

“Perseverare è il piacere della sfida. Non bisogna arrendersi mai, ma continuare e perseverare nel lavoro. Per raggiungere gli obiettivi bisogna essere umili ed al contempo ambiziosi. Può sembrare contraddittorio, ma sono i lati della stessa medaglia. Darsi una meta e capire che da soli è difficile raggiungerla perché serve il gioco di squadra“. La filosofia di Nicola è questa. Mai abbandonare la lotta, mantenendo un equilibrio tra l’ambizione di voler migliorare sempre e l’atteggiamento umile che deriva dalla voglia di aiutarsi l’un l’altro, con la consapevolezza di poter colmare il gap tecnico con gli avversari solo restando tutti uniti e lottando su ogni pallone.

Mai abbattersi

Di motivi per abbattersi Davide Nicola ne avrebbe avuti diversi. Gli esoneri di Livorno (dopo aver portato la squadra in A) e di Bari hanno segnato un rallentamento nella sua carriera da allenatore. Il rapporto con la piazza pugliese, in particolare, è stato abbastanza travagliato. Gran parte della stampa e dei tifosi non ha apprezzato il suo lavoro, perché si pensava che con la rosa a disposizione si potesse fare molto di più. Dopo le 3 sconfitte consecutive nel periodo natalizio del 2015 c’è stata la rottura definitiva, ma alla luce dei risultati successivi (Camplone fece 33 punti nel girone di ritorno, due in meno di Nicola, Stellone è stato mandato via e Colantuno sta trovando comunque molte difficoltà a far decollare la squadra) i suoi risultati dovrebbero essere rivalutati in positivo.

Ma la botta più grande è stata la morte improvvisa del figlio quattordicenne Alessandro in un incidente con la bici. Un dolore enorme, un colpo che avrebbe potuto stendere chiunque. ma Nicola è riuscito a venirne fuori grazie all’amore per la sua famiglia e per il suo lavoro. In quei giorni ha ricevuto manifestazioni d’affetto da tante persone e la città di Livorno, nonostante fosse stato mandato via dalla panchina, gli ha mostrato un affetto che va oltre l’aspetto sportivo. Perché lui è uno che non può allenare in una città senza viverla. “Non puoi allenare una città che non conosci – ripeteva spesso -. Per quanto possibile ci devi entrare dentro, ascoltando cosa pensa la gente e cosa si attende”.

alessandro nicola

Se però oggi si scrivono status a suo favore è perché in un campionato scritto, brutto e senza sussulti, il Crotone rischia di regalarci l’unica favola da tramandare. Il merito dei calabresi è quello di non aver ceduto al cambio facile di allenatore, che va molto di moda dalle nostre parti, e il merito di Nicola quello di non aver mai buttato la spugna, ma nel vero senso della parola, non parlando per aforismi. Vedendolo correre da una parte all’altra della tribuna, con la camicia sbottonata e la cravatta allentata, tutti hanno capito che lui non mollerà fino alla fine. E se retrocederà lo farà comunque tra gli applausi, perché il Crotone è una “squadraccia“, fatta per la maggior parte di ragazzi che prima di quest’anno non hanno mai calcato un campo di Serie A, ma corre e prova a giocarsela. Il Crotone ha la fame che tutte le squadre che stanno là dietro (Empoli e Genoa comprese) non hanno, la fame e la voglia che gli ha trasmesso uno come Davide Nicola, uno che non sa cosa significa arrendersi.

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Aiuto, la serie A si è spaccata. Da un lato ci sono 16 squadre, guidate dalla Juventus: dall’altro le 4 “cugine”, quelle che in una famiglia si incontrano magari solo distrattamente durante le festività natalizie, per scambiare due chiacchiere e successivamente ignorarle per il resto dell’anno. Il quartetto composto da Pescara, Crotone, Palermo ed Empoli rischia davvero di giocare un torneo a sé: mai come in questa stagione, in serie A, ci si può salvare con ben meno di “40 punti”, quella soglia che Gigi Delneri fissò come quota per raggiungere l’agognata permanenza quando guidava il Chievo dei miracoli. E allora la massima serie era a 18 squadre. Oggi sono 20, ma chiedono in maniera silenziosa e disperata al tempo stesso un ritorno al passato. O una svolta futura.

Empoli, Saponara
Riccardo Saponara, i suoi colpi di classe serviranno nella lotta-salvezza dell’Empoli
Poker di (piccoli) (p)assi

17.10.9.9. Non sono consigli per un terno sicuro, ma i numeri che rivelano le difficoltà di queste quattro formazioni: sul gradino più alto del mini-podio c’è l’Empoli. I toscani di Martusciello, nonostante le cessioni di Tonelli e Mario Rui e il ritorno alla base di Paredes, possono godersi un margine rassicurante sulla zona-retrocessione. Hanno vinto solo 4 partite, ma i successi negli scontri diretti contro Crotone (2-1), Pescara (0-4) e Palermo (1-0) bastano per sorridere al “Castellani”: è un campionato nel campionato, ve lo avevamo detto. Crotone e Pescara condividono il fondo della classifica, ma guardano verso l’alto con ottiche diverse: i pitagorici recriminando per la sfortuna e i finali maledetti (Milan, Fiorentina, Lazio, Torino e Inter, tanto per citarne alcuni) ne hanno beneficiato, gli adriatici pagando dazio all’inesperienza e cercando ancora il primo successo sul campo, dopo lo 0-3 a tavolino di Sassuolo. “Troppi drammi, la distanza fra l’Empoli quartultimo e il Sassuolo quintultimo è di un solo punto” potrebbe obiettare qualcuno. Ma il dato è ingannevole, perché sulla graduatoria della squadra neroverde pesa l’infortunio burocratico che l’ha privata dei tre punti conquistati sul campo contro il Pescara. Senza quella svista, la squadra più vicina al quartetto di coda sarebbe il Bologna a 20.

Palermo-Pescara 1-1
Quaison e Bruno in contrasto in Palermo-Pescara 1-1
Un’estate fa

Per dare un’idea delle proporzioni, basta fare un paragone con la classifica dello scorso campionato alla diciannovesima giornata. Allora il quartultimo posto era occupato da un Genoa in risalita, a quota 19, cioè 2 in più dell’Empoli di questa stagione. Il quintultimo posto era occupato dal Palermo a 21 punti, mentre in quota retrocessione Frosinone (15) e Carpi (14) davano più di un segno di vita, nonostante le “benedizioni” di Lotito. Il solo Verona, fanalino di coda a 8, sembrava spacciato. La storia avrebbe dimostrato che non era così, con gli scaligeri in lotta fino al mese di aprile. Grazie all’arrivo in panchina Gigi Delneri, lo stesso della “quota 40” di cui sopra. Riavvolgiamo il nastro al gennaio 2016: le ultime quattro classificate mettevano insieme un totale di 56 punti in un poker, ben più dei 45 oggi sommati dal quartetto Empoli-Palermo-Crotone-Pescara nel loro “gironcino”. Una cifra che non può lasciare indifferenti, che segnala un netto scadimento di qualità per la lotta di coda e per l’intero campionato di serie A.

Esultanza giocatori Pescara dopo gol, goal celebration, Torino 16-08-2015, Stadio Olimpico, Football Calcio 2015/2016 Coppa Italia, Torino - Pescara, Foto Filippo Alfero/Insidefoto
Il Pescara festeggia un gol, una scena vissuta solo 11 volte in stagione
Mercato di riparazione, mai così vero

Il 7 gennaio 2001 tornava in Italia Edmundo, O’ Animal. Lo faceva per vestire la maglia del Napoli dopo che dal ’98 al ’99 aveva indossato quella della Fiorentina, abbandonata a febbraio per andare al Carnevale di Rio quando i viola erano in piena corsa per lo scudetto. Il presidente partenopeo dell’epoca, Giorgio Corbelli, regalò alla piazza questo colpo, in prestito dal Vasco da Gama con un contratto di sei mesi. L’attaccante brasiliano sembrava avere le caratteristiche giuste per infiammare il popolo napoletano e soprattutto per cercare di risollevare le sorti della squadra, in difficoltà in classifica. Non andò bene. 16 anni dopo la lotta-salvezza è fatta ancora di acquisti “riparatori”: il segno dei tempi, però, si riflette anche nei nomi che Piazza Affari propone. Alberto Gilardino è la soluzione scelta dal Pescara per dare linfa a un attacco abulico, Ante Budimir è il “cavallo di ritorno” agognato dal Crotone, il Sud America resta meta ambita per Maurizio Zamparini, ma con propensione a scovare giovani talenti più che a trovare rinforzi pronti per l’uso. Con annessi malumori degli allenatori di turno (a proposito, De Zerbi o Corini?).

Maurizio Zamparini, già due esoneri in stagione
Fanalini d’Europa

La prospettiva, a dir poco preoccupante, è che nessuna di queste 4 squadre raggiunga i 30 punti in classifica. Non un bel biglietto da visita per la serie A. E il confronto con le “Big 5” del calcio europeo lo dimostra: in Francia la classifica dopo 19 turni è chiusa dal Lorient a 15, i punti con i quali in Inghilterra il Sunderland è terzultimo. Spagna e Germania (unico caso a 18 squadre tra gli analizzati) tengono “quasi” il nostro passo: 12 punti per lo Sporting Gijon, ultimo baluardo della zona-retrocessione, con una lotta-salvezza che però coinvolge almeno Valencia e Leganes fino ai 17 punti del Deportivo, mentre l’Amburgo perde la “disfida dei porti” con i suoi 13 punti contro i 16 del Werder Brema, prima squadra che oggi sarebbe salva alla pari con Borussia Mönchengladbach e Wolfsburg. Nessuno fa peggio dei 10 punti del Palermo.

Spareggio Bologna-Parma

Back to the future

La storia, in fondo, non può stupire. Sin dall’estate le quattro formazioni in coda erano state dipinte come le peggiori del campionato, e ne erano consapevoli. A ricordarcelo sono i festeggiamenti del presidente empolese Fabrizio Corsi dopo il successo di Pescara o ancora i commenti del patron del Palermo Maurizio Zamparini dopo il successo esterno dei suoi in casa del Genoa il 18 dicembre, che ostentavano fiducia circa la possibilità di poter vincere questo mini-torneo per la salvezza. Il rischio concreto è di vivere gli ultimi due mesi di serie A con almeno 5 squadre prive di obiettivi, con evidenti conseguenze sulla credibilità del campionato e sulla sua capacità di essere allenante su scala internazionale, dove la bandiera tricolore non svetta ormai da troppo tempo. Nelle chiacchiere e nelle elucubrazioni mentali si è perso già troppo tempo: inutile pensare al lunch-match se si offre un pasto scadente. Adesso occorre agire in fretta: playoff incrociati con la B o ritorno alle 18 squadre che sia, la soluzione sembra non poter più attendere. E i ricordi non aiutano: 13 anni fa Fiorentina, Bologna e Parma chiudevano in terzultima posizione con 42 punti a testa, e lo spareggio tra le due emiliane premiava i parmensi di Alberto Gilardino. Chi c’era in attacco con lui? Massimo Maccarone. Maccarone e Gilardino, fino a una settimana fa compagni di squadra ad Empoli: oggi bastano per salvarsi senza patemi, 13 anni fa…no.

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Nel giorno in cui Crotone si risveglia in serie A, la gente sceglie di festeggiare con una colonna sonora speciale. C’è una magia speciale in un momento che accomuna la festa con la malinconia. Le parole d’amore stupende di un cantante che ci ha lasciato troppo presto, lasciano a bocca aperta. Perché non sono quelle scanzonate de “Ma il cielo è sempre più blu” scelte anche dalla Sampdoria per festeggiare le vittorie. Perché a Crotone il cielo sa essere blu ma anche grigio e plumbeo, come in tutte le città del sud. Dove il calcio è anche uno strumento di riscatto, di rivalsa sociale, quando le cose vanno bene e quando hai la fortuna di trovare una società saggia, un allenatore illuminato e un gruppo di giocatori straordinari.

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Saggia è la società che da anni punta sui migliori giovani dei vivai italiani. Da qui sono usciti ragazzi come Florenzi, Cataldi, Bernadeschi. E tanti altri. Saggia è la società che non si scompone quando ad un certo punto l’allenatore incaricato di portare avanti questo progetto, Drago, decide di lasciare la Calabria per la più ambiziosa Romagna. È qui che si chiude il cerchio. Crotone riparte da dove aveva cominciato. E sì, perché questa avventura inizia con la mano di Gasperini che infonde al Crotone un DNA ben preciso, destinato a durare nel tempo. Lo stesso DNA del suo vice di sempre, ormai cresciuto e diventato un allenatore tra i più interessanti in circolazione: il croato Ivan Jurić.

Foto LaPresse - Spada01 dicembre 2015 Milano ( Italia)Sport CalcioMilan - CrotoneCoppa Italia TIM Cup 2015 2016 - " Stadio San Siro "Nella foto: tifoi del crotonePhoto LaPresse - Spada01 December 2015 Milan ( Italy)Sport SoccerMilan - CrotoneItalian Cup - TIM Cup 2015 2016 - " San Siro Stadium "In the pic: crotone supporters
Foto LaPresse – Spada01 dicembre 2015 Milano (Italia)

Uno zingaro filosofo che non ha mai nascosto le sua ambizioni, non ha mai parlato di salvezza ed ha puntato su un gruppo affamato capitanato da un grande Cleiton Dos Santos, uno dei migliori difensori della Serie B e non solo. Uno che è passato da Verona, sponda Chievo, ad assaggiare la Serie A e che adesso la ritrova, da protagonista. A mano a mano è la colonna sonora scelta dai tifosi, perché dalle mani di Gasperini si è passati a quelle ruvide ma non meno sapienti di Jurić passando per quelle di Drago, abile a forgiare giovani promesse. “E quello che è stato ti sembra più assurdo” perché questo Crotone non ha mai smesso, nemmeno negli anni più difficili, di coltivare un sogno, quello di rappresentare la Calabria, una delle regioni più povere d’Italia, in Serie A.

Ma non c’è ricchezza che tenga davanti ai sogni e ai progetti. Nella città di Pitagora nulla è improvvisato, nemmeno i sogni. E se non c’erano soldi, c’era – come dice Rino Gaetano in una delle sue canzoni più belle – tanta ma tanta speranza. E allora è meraviglioso vedere una piazza che canta assieme “Ma dammi la mano e torna vicino, può nascere un fiore nel nostro giardino“. Perché il fiore è già nato. Si chiama Crotone, disputerà la prossima serie A ed ha la colonna sonora più bella e commovente di sempre. Perché lì dove riesci ad unire una bella storia, il cantante di casa tua, parole d’amore ed entusiasmo popolare hai già vinto prima di scendere in campo.

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Oggi si giocano gli ottavi di finale di Coppa Italia, se mai qualcuno se ne fosse accorto. Siamo troppo impegnati a commentare i sorteggi di Champions, il girone dell’Italia agli europei, la crisi della Roma e la rimonta della Juventus. Vorremmo sapere quante persone andranno allo stadio e in quanti, domani, sapranno dirci come sono finite le partite. La Coppa Italia interessa ai tifosi dalla semifinale in su, prima è poco più di una seccatura. Eppure basterebbe poco per restituire fascino a questa manifestazione.

Servono idee nuove per non svilire ulteriormente una competizione che in altri paesi, l’Inghilterra e la Spagna su tutti, conserva intatto il suo fascino. Una su tutte è la domanda che ci portiamo dietro da tempo: ma perché non invertire i campi? Che senso ha giocare, in linea di massima, in stadi più grandi (e quindi più difficili da riempire), sul campo della favorita, e quindi togliendo interesse al match, e soprattutto in città più abituate a questi eventi togliendo così il clima della festa alla partita?

Lazio's player hold the cup after defeated Sampdoria in their final football match of the Italian Cup (Coppa Italia) on May 13, 2009 at Rome's Olympic Stadium. Lazio beat Sampdoria 6-5 on penalties following a 1-1 draw to win the Italian Cup and qualify for next season's Europa League. AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Non sarebbe più semplice e bello vedere le squadre di serie A andare in provincia e fare felice la gente di Alessandria, Varese, Pescara, Crotone non abituata a queste partite e quindi più propensa ad acquistare un biglietto e allestire una coreografia? Non si tratta solo di riempire gli stadi. Significa dare una possibilità di festa ad una città, incassi per i ristoranti e per i bar, magari la vendita di diritti televisivi locali per il singolo match. E invece no.

Questa formula non è conveniente per nessuno, anche perché le partite che si giocano in stadi vuoti perdono appeal anche in TV (una delle regole auree dell’NFL americana è che gli spalti pieni sono un fattore determinante per la vendita dell’evento nel palinsesto televisivo). Negli ultimi anni abbiamo visto qualche bella trasferta: quella dei tifosi del Novara contro il Milan e quella dei tifosi del Trapani, sempre a San Siro, ma contro l’Inter, e qualche settimana fa la bellissima manifestazione d’amore dei supporter del Crotone, sempre a Milano.

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Niente lieto fine però, le matricole terribili sono state sconfitte. Ma quanto sarebbe stato più bello vedere il Milan scendere in campo in un Scida gremito? E che belle favole potremmo raccontare se una squadra di Lega Pro arrivasse ai quarti? Se l’Alessandria oggi giocasse in casa contro il Genoa, non staremmo parlando di un match di altri tempi? Ancora ricordiamo l’impresa del Bari del 1984, arrivato in semifinale eliminando la Juventus di Platini. Perché vogliono negarci anche le favole? Favole come quella dell’Ancona finalista contro la Sampdoria nel 1994.

Un’altra soluzione potrebbe essere quella del sorteggio integrale, con big match fin dai primi turni e le grandi costrette a schierare i loro elementi migliori. Ma forse lo spettacolo non fa comodo a nessuno. E se non vogliono farlo per questo, perché non pensare al “prodotto Coppa Italia” attualmente invendibile, almeno fino ad Aprile.

Fatelo per noi, invertite i campi! Non risolveremmo il problema, ma almeno faremmo vibrare di passione qualche tifoseria che merita partite di un certo spessore. Intanto consoliamoci con il programma: oltre all’Alessandria (Lega Pro), sono rimaste in corsa lo Spezia e il Cagliari che andranno a far visita a Roma e Inter.

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Anche in questo caso, a campi invertiti avremmo assistito ad un probabile sold out e magari i sardi avrebbero giocato con i titolari per ben figurare davanti al proprio pubblico. E invece vedremo stadi vuoti e desolati, sopratutto a Roma dove ultimamente si diserta anche la Champions, figuriamoci questa coppa svilita. Se alle piccole viene negata una minima possibilità di andare in fondo allora tanto vale far disputare la Coppa alle prime 8 e iniziare direttamente dai quarti di finale con meno seccature per tutti. Ma noi siamo per un altro calcio, siamo per la festa, per l’inaspettato, per Davide che sconfigge Golia. Insomma, non serve mischiare le squadre, basta invertire i campi. Ridateci la Coppa Italia.