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Se non ci fossero loro! Parliamo di Crotone e Spal, che stanno animando la lotta per non retrocedere e che, probabilmente, lo faranno fino alla fine del campionato. Sono le protagoniste dell’altra Serie A, quella che lotta per non perdere la massima serie. Da una parte c’è il Crotone, che pare finalmente rigenerato da Walter Zenga e da un mercato che, per una piccola, si può dire ottimo. Dall’altra c’è la Spal, neopromossa che ha deciso di lasciare il timone a Leonardo Semplici e che nell’ultima partita a Udine ha rischiato di fare il colpaccio contro le Zebrette, la squadra più in forma del momento. Uscendo alla fine con un solo punto e qualche rimpianto. Anche in questo caso, il mercato di riparazione pare aver regalato nuove opzioni.

In classifica, se togliamo Benevento e Verona, sono proprio Crotone e Spal al momento a giocarsi l’unico posto a disposizione per non annegare in B. I calabresi hanno 18 punti, i ferraresi 16. Il Cagliari non è così lontano, a quota 20, così come il Genoa, a 21.

Ricci (in gol al suo ritorno a Crotone), Capuano e Benali sono stati subito mandati in campo da Zenga. E lo hanno ripagato con tre ottime prestazioni. Dopo la salvezza al cardiopalma dell’anno scorso, quest’anno in Calabria stanno facendo le cose molto meglio. Certo, non c’è più il mago Nicola, ma Zenga pare avere il carisma giusto per guidare i giocatori. E intanto ha dato le indicazioni ai dirigenti su dove intervenire. Il 3-0 di Verona, contro una diretta concorrente, dà entusiasmo (oltre che punti), ma il campionato è ancora molto lungo.

La Spal? Addirittura c’è chi consegna l’Oscar del mercato invernale ai ferraresi. Effettivamente, con l’arrivo di Kurtic, poche squadre di bassa classifica possono contare su questo centrocampo: l’ex atalantino, Viviani e Grassi. Niente male. Ma non è finita qui: in difesa ecco Boukary Dramè e Thiago Cionek, il mediano brasiliano Everton Luiz tutto da scoprire. A Udine, però, ha segnato uno dei soliti noti, ossia Floccari, su assist di Antenucci. Insomma, anche senza Borriello, la squadra di Semplici può dire la sua in questa seconda fase di torneo. Sperando che Gomis non faccia altre papere come al Friuli.

Crotone e Spal, rispetto al Verona – ci sarebbe pure il Benevento, ma è staccato – paiono al momento avere una marcia in più. In Veneto c’è aspra contestazione nei confronti di Pecchia, il mercato ha portato in dote Matos e Petkovic, ma non paiono bastare. Anche perché è partito Caceres, che aveva tenuto a galla i gialloblù nel girone di andata. Non solo: pure Bessa forse è ai saluti. Altra qualità che parte. E Pazzini? Incompreso, in panchina. Che farà? Se l’idea è mandare via Pecchia e tenere Pazzini, forse non è un’idea folle. Se invece sarà il Pazzo ad andarsene, servirà qualche arrivo di peso. Se invece l’attaccante farà le valigie proprio per l’arrivo di Petkovic e di Matos, beh, la situazione sarebbe abbastanza paradossale. Nessuno dei due nuovi vale Pazzini.

Come avrete capito, le polemiche al momento abitano ben lontane dalla Calabria e dall’Emilia. E a anche questo ha un suo peso. Pure il calendario non pare essere alleato degli scaligeri, attesi dalla difficile trasferta di Firenze. La Spal, invece, aspetta in casa l’Inter, mossa dall’entusiasmo di una città intera. Il Crotone ha la sfida salvezza in casa con il Cagliari. Insomma, il rischio per il Verona è allontanarsi ulteriormente dal terzultimo posto. Come dire che spallini e crotonesi sempre di più si guarderanno in cagnesco. Una sola delle due sopravviverà. L’esperienza dell’anno passato potrebbe premiare proprio i calabresi, che possono contare anche su un portiere di buon livello come Cordaz.

A Ferrara, forse, c’è meno da perdere. Dovesse esserci l’immediato ritorno in serie B, nessuno contesterebbe nulla a dirigenza e ad allenatore. Fin dall’estate, infatti, prendendo Borriello ma non solo, hanno provato a costruire una squadra da serie A. Basterà? Per ora, si lotta. E questo è già un risultato per chi, dopo il salto in massima serie, pronosticava tempi bui per una Spal lontana dai riflettori da troppo tempo. Invece, Crotone e Spal sono due che lottano. Dopo la sosta, ancora di più con il coltello tra i denti. Abbellite dal mercato, per niente impaurite. Con la leggerezza e l’entusiasmo che solo in provincia possono trovare rifugio. Semplici contro Zenga, Zenga contro Semplici. Non è tanto complicato provarci, vero?

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Dopo la quarta sconfitta consecutiva, tra campionato e coppa Italia, maturata contro l’Udinese con un passivo di 3-0, è successo l’impensabile a Crotone: Davide Nicola, tecnico autore della storica salvezza degli Squali nella passata stagione, ha presentato le sue dimissioni. La notizia ha scosso l’ambiente e i tifosi e pare essere scaturita non tanto per la serie di risultati negativi nella quale è incappata la squadra, ma a causa di alcune incomprensioni coi dirigenti del club calabrese che, molto probabilmente, non nutrivano più grande fiducia nei confronti dell’allenatore. La decisione è stata presa unilateralmente dal tecnico ed è stata irrevocabile.

Quella di Davide Nicola sulla panchina del Crotone è stata una storia intensissima, culminata nell’inaspettata e per questo ancor più bella salvezza dello scorso anno. Gli Squali, dati per spacciati alla fine del girone d’andata, alla luce dei soli 9 punti conquistati, sono stati protagonisti di una vera e propria impresa sportiva che il tecnico ha festeggiato mantenendo la sua promessa. Se il Crotone si fosse salvato sarebbe andato da Torino a Crotone in bici, impegno mantenuto questa estate che ha riscosso una certa attenzione da parte dei media. Anche il comune di Crotone aveva omaggiato Nicola con una menzione speciale che aveva fatto sentire il tecnico un cittadino crotonese a tutti gli effetti. Eventi e gioie che sembrano lontani anni luce.

È questa l’ennesima storia di un’annata importantissima ed esaltante seguita invece da un’altra meno entusiasmante, nella quale non si ha quasi mai la pazienza di aspettare che le cose vadano per il verso giusto. In questo scenario anche il migliore dei rapporti finisce col deteriorarsi. Celeberrimo è il caso di Claudio Ranieri che aveva portato il Leicester al trionfo in Premier League, scrivendo una pagina di storia del calcio inglese e non solo. Anche per il tecnico romano la seconda stagione sulla panchina delle Foxes è terminata in maniera negativa, con l’esonero.

Riconoscenza e pazienza non hanno una lunga vita in questo calcio moderno. Nonostante tutto Nicola ha calorosamente salutato i suoi tifosi ed ex giocatori augurando loro il meglio. Sulla panchina degli Squali ora siede Walter Zenga, chiamato a ripetere la difficile impresa che Nicola ha reso realtà lo scorso maggio.

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Neanche Simone sa se è destro o sinistro.

Parole di Verdi Sr, padre di Simone, centrocampista offensivo nato a Broni, provincia di Pavia, il 12 luglio 1992. Veste la maglia del Bologna e sabato pomeriggio, nel ko per 2-3 dei felsinei al Dall’Ara contro il Crotone, ha stabilito un piccolo, grande record: due reti messe a segno su calcio di punizione nella stessa partita. “Nulla di nuovo” si potrebbe obiettare: il dato è già stato registrato da Dirceu, Platini, Zola, Recoba, Lodi e Paulinho. Per tacere di Mihajlović, autore di una tripletta su calcio piazzato nella stagione 1998/1999 in Lazio-Sampdoria 5-2. No, la vera differenza è nei piedi: intesi non (solo) come qualità, ma anche e soprattutto come quantità. Un gol di destro e uno di sinistro, su punizione: mai nessuno in Serie A aveva messo a referto una doppietta così “particolare”. Non stupisce che sia successo a Verdi, uno che in carriera non segna tanto (18 reti sin qui), ma difficilmente fa gol brutti: storia di un falso ‘9’ con la sagoma da esterno di fascia, baricentro basso e scattante. Il voto alle marcature? 10 e lode, per bellezza.

Solo gol belli, citofonare Verdi

Calcio dell’1-0 di sinistro lasciando immobile Cordaz, poi il temporaneo 2-1 di destro con una punizione simile: simmetrie perfette. Scorrendo gli almanacchi, si scopre che l’impresa di mettere a segno reti su punizione calciando con entrambi i piedi era già riuscita a Hernanes: stagione 2014/2015, maglia dell’Inter sulle spalle e doppio centro, ma contro Atalanta e Lazio. Due incontri differenti, non due gemme racchiuse in 90 minuti come riuscito a Verdi. Che qualche indizio delle sue capacità da ambidestro lo ha sempre offerto. Basti guardare al modo di battere i calci d’angolo, sempre toccando le due opzioni.  Busto in avanti, caviglia e ginocchia bloccate, anca che “balla” in linea con il piede appena dopo la conclusione in porta. Ricorda Sneijder, senza scomodare un totem come Paolo Maldini, destro naturale che gran parte della sua strepitosa carriera l’ha vissuta a sinistra. Angelo Antenucci, allenatore che punta molto sulla tecnica e che al Bologna fu il vice di Mihajlovic, ha raccontato a Repubblica:

Verdi è sempre equilibrato sulle due gambe, appoggia sempre sulla bisettrice della palla, blocca perfettamente anca, ginocchia e caviglia. Insomma, meccanicamente è perfetto.

Altri 3 punti! Grandissima vittoria. #weareone @bfc1909_official

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L’Azzurro nel mirino

Curioso che la doppia marcatura contro il Crotone sia arrivata nelle ore in cui il ct Giampiero Ventura lo escludeva dalla lista dei 27 convocati dell’Italia per il decisivo spareggio-playoff contro la Russia. Non certo una bocciatura, viste le due presenze da titolare collezionate in Azzurro nel 2017, ma di certo una frenata nel percorso di fiducia instaurato con il commissario tecnico. Quasi una metafora della carriera di Verdi: talento purissimo nelle giovanili del Milan -dove lo chiamavano Magic Box- devastante in B a Empoli nella stagione della promozione, 2013/2014, con 40 presenze e 5 reti sotto la guida di un maestro di calcio come Maurizio Sarri, prima di scivolare in direzione Liga: impalpabile o quasi con l’Eibar, sei mesi per capire che il ritorno in Italia si rendeva necessario.

A Carpi Castori lo ha rimesso sulla retta via, l’Emilia. Nel 2016 la chiamata del Bologna: un milione e mezzo di euro nelle casse del Milan e trasferimento in fresco. Un po’ esterno, un po’ trequartista, sulle spalle ha il numero 9: mix ideale per raccontare il faro di Donadoni, uno che di estro se ne intende. Al Dall’Ara, Verdi ha trovato la giusta dimensione per far esplodere il suo talento. D’altronde, l’elenco dei predecessori rigenerati dalle due Torri era fitto: da Giuseppe Signori a Roberto Baggio, fino a Marco Di Vaio, in grado di ritrovare in tempi diversi la propria identità calcistica a Bologna. Lui ci ha messo la cultura del lavoro, spendendo tanto tempo sul campo e poco sui social, dove limita le “incursioni” a qualche scatto con la sua fidanzata e gli amici. Proprio con alcuni di loro si è formata quella che dalle parti di Bologna chiamano la “balotta”, di cui fanno parte Adam Masina e Federico Di Francesco, ragazzi che anche per età sono tra i più vicini a Simone.

Dalle due Torri al San Paolo?

E ora? Bella domanda. Con 25 anni sulla carta d’identità, per Verdi sembra essere davvero arrivata l’ora della definitiva consacrazione. Quello che salta immediatamente all’occhio vedendolo giocare è la sua innata capacità di trattare il pallone con entrambi i piedi. Come…Dries Mertens, tanto per citare un altro “piccoletto terribile” della nostra Serie A. Accostamento non casuale, tanto è vero che radiomercato da qualche tempo affianca il numero 9 del Bologna al Napoli, dove Sarri lo tiene sempre d’occhio. E si sa quanto all’allenatore toscano piacciano i brevilinei che sanno trattare la palla e calciare all’improvviso. La sensazione, con un contratto in scadenza nel 2021, è che il ds partenopeo Giuntoli possa provarci con decisione nell’estate 2018. In questi mesi, però, Verdi sarà chiamato a migliorare lo score attuale (13 presenze, tre reti e un assist) per meritarsi l’azzurro. Da intendersi come Italia. Certo, segnando con entrambi i piedi sarà ancora più semplice.

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Assistere a partite come Benevento-Roma, in Serie A, ormai è una consuetudine sempre più diffusa. Una delle prime 4-5 in classifica gioca contro una delle ultime e porta a casa i 3 punti con una facilità quasi disarmante, quasi come se fosse un allenamento con la primavera. Neanche il fattore campo riesce ad incidere più di tanto su questo trend, che negli ultimi anni ha reso il campionato Italiano molto meno sfidante e molto più disequilibrato. Ovviamente la squadra di Baroni (che risulta essere la peggiore di quelle che giocano nei 5 campionati più importanti d’Europa) è solo l’ultima delle formazioni che, dopo essere arrivate in Serie A, mostrano difficoltà a confrontarsi con un livello superiore a quello a cui sono state abituate.

La differenza tra le prime e le ultime sembra una voragine che ogni anno diventa più larga e profonda. Nel campionato 2016/2017 a fine anno la differenza tra i punti conquistati da Juve, Napoli e Roma (le prime 3) e Palermo, Empoli e Pescara (le ultime 3) è stata di 188 punti, la più alta da quando esistono i 3 punti. Quest’anno, visto l’andamento delle prime 6 giornata, il primato in negativo della scorsa stagione è già in bilico. La differenza ora è di 48 punti (Juve, Napoli e Inter hanno totalizzato 52 punti, Genoa, Verona e Benevento solo 4), mentre nella scorsa stagione dopo 6 giornate era di 32 punti (Juve, Napoli e Inter avevano totalizzato 40 punti, Empoli, Atalanta e Crotone ne avevano totalizzati 8).

 

Niente più sorprese insomma, con le possibilità delle “piccole” di far risultato contro le prime della fila sempre più ridotte al lumicino. Negli altri principali campionati europei la situazione è migliore, ma non di tanto, per non parlare della Champions League, che durante la prima fase vede sempre più squadre-materasso che vanno a influenzare l’andamento dei gironi.

Gli ultimi, insomma, sono sempre più ultimi. Aumentare il numero delle partite per riempire il calendario ha portato a un abbassamento del livello generale del calcio, un problema che neanche il Fair Play Finanziario attuato dalla Uefa riesce a risolvere.  Rimanendo nel nostro “orticello“, ultimamente si sta parlando molto del ritorno della Serie A a 18 squadre, una soluzione che andrebbe di sicuro a migliorare il livello dei club che partecipano al campionato.

Lo stesso Tavecchio ne ha parlato qualche giorno fa (spiegando di aver sempre detto “che i campionati professionistici vanno ridotti. E con questo intendo la Serie A, la B e soprattutto la Lega di C. Finché abbiamo le normative per cui la decisione di ridurre i campionati compete ai soggetti partecipanti sarà difficile portare a compimento la questione. I fatti sono questi. La volontà c’è, ma quelli della parte destra della classifica non votano per quelli della parte sinistra. E per ridurre i campionati ci vogliono maggioranze qualificate.  Con l’inizio dell’anno apriremo un tavolo molto chiaro esponendo i risultati che potrebbero far capire com’è la situazione. Io mi auguro che si possa arrivare a una soluzione ragionevole nell’arco di 3-4 anni.”)

Alzare il livello qualitativo significa anche avere maggior potere nel momento della vendita dei diritti televisivi, fondamentali per i bilanci di tutti i club. Il famoso sfogo telefonico di Lotito di due anni e mezzo fa (“fra tre anni se c’abbiamo Latina, Frosinone, chi c… li compra i diritti? Non sanno manco che esiste, Frosinone. Il Carpi… E questi non se lo pongono il problema!”), per quanto sbagliato nei modi e nei termini utilizzati, nella sostanza metteva in evidenza un problema reale, che in qualche modo deve essere affrontato. Così come dovrà essere affrontato in seguito anche il problema della redistribuzione dei proventi dei diritti, finora troppo a vantaggio dei grandi club.

Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili, cantava qualche anno fa Frankie Hi-NRG. Una frase che riassume meglio di tutte la situazione del nostro calcio (anche se la canzone parlava di altro). Se non si agisce in tempi brevi per cercare di migliorare la situazione attuale della Serie A il rischio è quello di continuare a vedere sempre più partite come Benevento-Roma, già decise molto prima del calcio d’inizio.

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Diego Falcinelli Crotone-Inter

Prendendo in considerazione la classifica di Serie A che riguarda solo le sei giornate disputate dopo la sosta per le nazionali di marzo (dalla trentesima in poi, quindi) emerge un dato particolare: in testa, con quattordici punti su diciotto disponibili, non c’è la Juventus che domenica potrebbe vincere il suo sesto scudetto consecutivo, bensì la coppia formata da Napoli e… Crotone. I calabresi nell’ultimo mese e mezzo hanno tenuto un ritmo impressionante, eppure nonostante questo rendimento eccezionale nemmeno un filotto di vittorie negli ultimi tre turni di campionato potrebbe bastare per mantenere la categoria.

Falcinelli Chievo-Crotone

GERARCHIE RIBALTATE

Il gol di Diego Falcinelli all’82’ della partita giocata il 2 aprile in casa del Chievo non è servito soltanto a dare la prima vittoria in trasferta in Serie A al Crotone, ma anche a far scattare la scintilla in un ambiente che sembrava rassegnato alla retrocessione nel suo campionato d’esordio. Da lì è iniziata una risalita prepotente: fino a quella giornata i calabresi erano penultimi, dietro al Palermo ora retrocesso e due punti davanti al Pescara fanalino di coda, ma poi sono arrivati lo storico successo contro l’Inter per 2-1 (ancora Falcinelli protagonista con una doppietta), il pareggio per 1-1 in casa del Torino, la vittoria a Genova con la Sampdoria per 1-2 (in entrambe a segno Simy, che prima aveva fatto solamente un gol), l’1-1 con qualche rammarico col Milan e il successo 0-1 domenica scorsa a Pescara. In queste sei giornate, con quattro vittorie e due pareggi, i pitagorici hanno conseguito lo stesso numero di punti delle precedenti ventinove, ossia quattordici: uno score notevole, peccato però che sia servito soltanto a dimezzare lo svantaggio dal quartultimo posto.

Falcinelli Crotone-Empoli

270′ PER SPERARE

La buona notizia per Davide Nicola è che in caso di arrivo a pari punti con l’Empoli andrebbero giù i toscani per gli scontri diretti sfavorevoli (2-1 all’andata e 4-1 al ritorno), ma gli azzurri sono ancora quattro punti avanti e con un calendario non certo ostico (Cagliari, Atalanta e Palermo, con i nerazzurri che potrebbero presentarsi al Castellani già sicuri della qualificazione alla fase a gironi di Europa League). Il Crotone deve invece sfidare l’Udinese in casa, la Juventus a Torino (probabilmente già campione) e la Lazio allo Scida: pensare a nove punti non è impossibile viste le quasi nulle necessità degli avversari, ma non basta. Serve una mano dagli altri campi e non è necessario fare la corsa solo sull’Empoli: a quota trentatré c’è anche il Genoa, che domenica ha vinto per la seconda volta nel 2017, contro la disastrata Inter, e chiude con Palermo, Torino e Roma. I liguri, però, con quattro punti sono salvi: scontri diretti favorevoli con entrambe e miglior classifica avulsa in caso di arrivo a tre, che farebbe andare in Serie B l’Empoli per la peggior differenza reti.

Trotta Crotone-Milan

Comunque vada il Crotone potrà dire di aver onorato il suo debutto nel massimo campionato, lottando fino alla fine per cercare di conquistare una salvezza a oggi ancora difficile nonostante gli ultimi splendidi quaranta giorni. Dovesse essere immediata retrocessione il rammarico sarebbe soprattutto per i tantissimi punti persi nei finali di gara, una costante iniziata alla prima giornata (sconfitta 1-0 a Bologna, gol di Mattia Destro all’86’) e proseguita fino a quello che a oggi resta l’ultimo KO (0-1 in casa contro la Fiorentina, a segno Nikola Kalinić al 92′). Con un po’ di attenzione in più allo scadere la rincorsa sarebbe stata più facile.

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C’è un‘immagine che più di tutte ha contraddistinto l’ultimo week end della Serie A, quella di un allenatore in camicia bianca che va avanti e indietro lungo la tribuna dello stadio di casa come se avesse il fuoco addosso. Incita i suoi giocatori, cerca di comunicare istruzioni come se non fosse ancora stato allontanato dall’arbitro e si muove come un ossesso, tra i tifosi che lo osservano e lo sostengono, perché è vicino a ottenere uno dei risultati più importanti della carriera. Davide Nicola è così, un passionale, uno che in panchina finisce spesso senza voce e che da giocatore, dopo aver segnato il primo gol con la maglia del Genoa, andò a baciare una poliziotta senza stare a pensarci più di tanto (l’aveva scambiata per un’altra persona), facendo ingelosire non poco la moglie.

Il Crotone, che fino a un mese prima veniva dato per già retrocesso in Serie B, è avanti 2-1 a pochi minuti dalla fine contro l’Inter di Pioli, e la vittoria lo porterebbe a soli 3 punti da una salvezza che sembrava un miraggio irraggiungibile. Un risultato incredibile, inaspettato, che può essere la svolta di una stagione. L’energia di Nicola è contagiosa anche dagli spalti e il merito della risalita del Crotone è soprattutto suo, oltre che di una società che ha deciso di credere in lui anche quando le sconfitte si accumulavano di domenica in domenica.

“Perseverare è il piacere della sfida. Non bisogna arrendersi mai, ma continuare e perseverare nel lavoro. Per raggiungere gli obiettivi bisogna essere umili ed al contempo ambiziosi. Può sembrare contraddittorio, ma sono i lati della stessa medaglia. Darsi una meta e capire che da soli è difficile raggiungerla perché serve il gioco di squadra“. La filosofia di Nicola è questa. Mai abbandonare la lotta, mantenendo un equilibrio tra l’ambizione di voler migliorare sempre e l’atteggiamento umile che deriva dalla voglia di aiutarsi l’un l’altro, con la consapevolezza di poter colmare il gap tecnico con gli avversari solo restando tutti uniti e lottando su ogni pallone.

Mai abbattersi

Di motivi per abbattersi Davide Nicola ne avrebbe avuti diversi. Gli esoneri di Livorno (dopo aver portato la squadra in A) e di Bari hanno segnato un rallentamento nella sua carriera da allenatore. Il rapporto con la piazza pugliese, in particolare, è stato abbastanza travagliato. Gran parte della stampa e dei tifosi non ha apprezzato il suo lavoro, perché si pensava che con la rosa a disposizione si potesse fare molto di più. Dopo le 3 sconfitte consecutive nel periodo natalizio del 2015 c’è stata la rottura definitiva, ma alla luce dei risultati successivi (Camplone fece 33 punti nel girone di ritorno, due in meno di Nicola, Stellone è stato mandato via e Colantuno sta trovando comunque molte difficoltà a far decollare la squadra) i suoi risultati dovrebbero essere rivalutati in positivo.

Ma la botta più grande è stata la morte improvvisa del figlio quattordicenne Alessandro in un incidente con la bici. Un dolore enorme, un colpo che avrebbe potuto stendere chiunque. ma Nicola è riuscito a venirne fuori grazie all’amore per la sua famiglia e per il suo lavoro. In quei giorni ha ricevuto manifestazioni d’affetto da tante persone e la città di Livorno, nonostante fosse stato mandato via dalla panchina, gli ha mostrato un affetto che va oltre l’aspetto sportivo. Perché lui è uno che non può allenare in una città senza viverla. “Non puoi allenare una città che non conosci – ripeteva spesso -. Per quanto possibile ci devi entrare dentro, ascoltando cosa pensa la gente e cosa si attende”.

alessandro nicola

Se però oggi si scrivono status a suo favore è perché in un campionato scritto, brutto e senza sussulti, il Crotone rischia di regalarci l’unica favola da tramandare. Il merito dei calabresi è quello di non aver ceduto al cambio facile di allenatore, che va molto di moda dalle nostre parti, e il merito di Nicola quello di non aver mai buttato la spugna, ma nel vero senso della parola, non parlando per aforismi. Vedendolo correre da una parte all’altra della tribuna, con la camicia sbottonata e la cravatta allentata, tutti hanno capito che lui non mollerà fino alla fine. E se retrocederà lo farà comunque tra gli applausi, perché il Crotone è una “squadraccia“, fatta per la maggior parte di ragazzi che prima di quest’anno non hanno mai calcato un campo di Serie A, ma corre e prova a giocarsela. Il Crotone ha la fame che tutte le squadre che stanno là dietro (Empoli e Genoa comprese) non hanno, la fame e la voglia che gli ha trasmesso uno come Davide Nicola, uno che non sa cosa significa arrendersi.