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Cristiano Ronaldo

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Lionel Messi e Cristiano Ronaldo in Barcellona-Real Madrid.

La rincorsa è stata lunga e faticosa, ma alla fine Cristiano Ronaldo è riuscito a raggiungere Leo Messi: 5 Palloni d’oro contro 5. Loro, nell’ultimo decennio, non hanno lasciato che le briciole ai rivali. Loro, i due super giocatori della Liga spagnola, simboli di Real Madrid e Barcellona. Uno portoghese, l’altro argentino. Uno forte fisicamente, l’altro agile e veloce come nessuno negli spazi stretti. Mai amici: sempre rivali, su barricate opposte.

Mentre Leo Messi costruiva e rilanciava l’epopea del Barcellona, CR7 iniziava a far parlare di sé nel Manchester United prima che il Real Madrid se lo portasse a casa per rispondere al lusso blaugrana e interrompere l’egemonia del club allenato in quel periodo da Pep Guardiola. I due – Cristiano e Leo – hanno illuminato il calcio iberico e quello europeo. Portando a casa non solo campionati e coppe nazionali, ma anche Champions League e Mondiali per club. Le ultime due sono finite nella bacheca del portoghese, probabilmente all’apice della sua carriera dopo aver vinto anche gli Europei con la maglia del Portogallo.

Quest’anno, però, i destini dei due fuoriclasse paiono quanto mai diversi e lontani. Il Barcellona vola in Liga, forse imprendibile per l’Atletico Madrid, lontano ormai dai radar di un Real Madrid in crisi. Messi comanda la classifica del Pichichi, con 17 gol, e una magica punizione a siglare il 4-2 contro la Real Sociedad. Una rete che è entrata nella storia in quanto è stata la numero 366 con la maglia del Barça, un gol più di un certo Gerd Muller, tedescone che con il Bayern Monaco si fermò a 365. Nessuno mai aveva fatto così tanti gol la stessa casacca in uno dei cinque maggiori tornei europei (Spagna, Francia, Italia, Germania e Inghilterra).

Lionel Messi

Messi è la follia, la genialità applicata al calcio. Se ultimamente sembrava un po’ essersi nascosto, con la partenza di Neymar è tornato a essere lui il Barcellona. Non che prima sonnecchiasse la Pulce, come segnalato dai suoi 100 gol in 125 presenze nelle competizioni Uefa, ovvero togliendo dalla lista campionati e coppe delle federazioni nazionali, laddove Muller ne aveva siglati 62 in 71 apparizioni. Ma siccome Messi è famelico e prolifico, ha ora un altro obiettivo da avvicinare e poi superare: Josef Bican, attaccante austriaco naturalizzato cecoslovacco, tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso segnò 410 gol in campionato indossando solo la maglia dello Slavia Praga. Leo ha i numeri per fare ancora meglio, intanto guida una spaventosa macchina da guerra che quest’anno non vuole fare prigionieri, ma vincere tutto. Il Barcellona è l’unico club imbattuto nei cinque tornei maggiori d’Europa: 16 vittorie e tre pareggi. Gli altri sono lontani.

Cristiano Ronaldo in estate pareva intristito dalla questione fisco. E addirittura pronto a fare le valigie secondo i giornali portoghesi, ma Florentino Perez l’aveva convinto a restare, prospettandogli un ricco rinnovo di contratto. Le nuvole erano parse allontanarsi: bene, benissimo in Europa, con 9 gol su 6 presenze in Champions League, due tanto per gradire nel Mondiale per club vinto dalle merengues. Una rete pure in Supercoppa spagnola, ma in campionato è un’altra storia: CR7 ha messo a segno appena 4 marcature in 14 incontri, roba da attaccante mediocre.

Sempre più intristito, contro il Villarreal al Bernabeu, ha fallito più di un’occasione solo davanti al portiere avversario. La sua astinenza è l’astinenza di tutto il Real, che ha perso e che ormai vede il Barcellona con il binocolo. Zinedine Zidane rischia l’esonero, il pubblico è sconcertato. E in una situazione simile, non potevano non fioccare le voci di un trasferimento del portoghese, a breve. L’uomo dei record (anche lui, sì), a febbraio farà 33 anni e Florentino Perez pare aver detto al suo agente, il potente Jorge Mendes, che il suo assistito può andarsene. Bisogna naturalmente trovare l’offerta giusta.

Il motivo del nervosismo, dei pochi gol, della rottura con la Società madridista? La promessa non mantenuta dopo il bis in Champions League, ossia il rinnovo del contratto. Si è sparsa addirittura la voce di un CR7 utilizzato come pedina di scambio per arrivare a Neymar che, dopo solo un anno, tornerebbe in Liga, ma con la maglia dei nemici storici del Barcellona: un affare da 400 milioni di euro tra Real e Psg. Più praticabile la strada che riporterebbe Cristiano Ronaldo dove ha spiccato il volo, ossia in un Manchester United dove ritroverebbe José Mourinho e dove le difese meno ferree che in Spagna gli darebbero la possibilità di essere ancora leader.

“Ronaldo si è sentito ingannato”: filtra questo virgolettato. Proprio nell’anno in cui CR7 ha preso Messi, la coppia rischia di separarsi definitivamente. Del resto, uno è lucidato a nuovo, l’altro appare appassito. Uno si sente di Barcellona, non solo del Barcellona; l’altro è stato adottato da Madrid. Di mezzo, oltre che tutta la seconda parte della stagione – la canzoncina della Champions potrebbe riportare il portoghese ai suoi livelli – c’è un Mondiale in Russia. I due saranno rivali. Come sempre. Come la storia ha imposto dal principio ai simboli dell’ultimo decennio del calcio mondiale. Anche se CR7 dovesse emigrare in UK, facendo il percorso inverso di quanti per la Brexit faranno le valigie. Anche se la Spagna perdesse, prima del tempo, il duello della settimana. Di ogni maledetto weekend. Perché una cosa è sicura: Cristiano Ronaldo non è ancora arrivato all’ultimo atto della sua carriera. E se Leo Messi dovesse andare a prendersi il sesto Pallone d’oro, state certi che l’altro non mollerà prima di aver provato a riprenderlo. Sapete che chi parte di rincorsa…

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Può una squadra che annovera in rosa Cristiano Ronaldo e Karim Benzema avere da ridire sul rendimento del proprio attacco? La risposta è affermativa, se si parla di quel covo di campioni e trofei come il Real Madrid allenato da Zinedine Zidane. Ancor più paradossale il fatto che a salire sul banco degli imputati siano due calciatori che insieme totalizzano con i blancos 600 reti: 416 per l’attaccante portoghese, 184 per il 29enne francese, che condividono l’area di rigore dal 2009 e in coppia hanno sollevato 2 Liga (2012 e 2017), due Coppe del Re (2011 e 2014), due Supercoppe spagnole (2012, 2017), 3 Champions League (2014, 2016 e 2017), 3 Supercoppe UEFA (2014, 2016 e 2017) e 2 Mondiali per club (2014 e 2016).

Corrente alternata

A stupire è il rendimento diametralmente opposto che i due attaccanti hanno messo in luce nei primi tre mesi di stagione. Tra Champions League e Liga vengono fuori due volti dello stesso calciatore. Una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hyde in salsa madrilena: già, perché se nel massimo campionato spagnolo Benzema e CR7 hanno accumulato la miseria di due centri -uno a testa- giocando complessivamente 16 partite, equamente suddivise, mentre durante la settimana in Coppa hanno messo in luce la loro versione più brillante. Otto reti per Cristiano, due per Karim, che anche a Cipro contro l’Apoel Nicosia hanno concesso il personale bis, mettendo le proprie firme sul secco 6-0 che ha consegnato al Real Madrid il secondo posto nel girone. Come se la musichetta di Champions gli ricordasse i campioni che sono, sono stati e saranno.

Pancia piena vs Operazione remuntada

Certo, non può esserci solo la condizione psicologica a spiegare questa differenza di rendimento: bisogna anche tenere conto del fatto che il fuoriclasse portoghese ha dovuto saltare le prime quattro di Liga a causa della squalifica e Benzema altrettante giornate per un infortunio alla coscia. Un avvio ad handicap che ha avuto un peso specifico elevato sulla classifica del Real, ora distante ben 10 (!) punti dalla vetta occupata dal Barcellona e chiamato a rincorrere, con all’attivo soltanto 22 reti, 12 in meno rispetto alla passata stagione. Una crisi di gol che si acuisce se paragonata alle principali coppie d’attacco del calcio europeo: Cavani e Neymar del PSG sono già a 22 gol, Fekir e Mariano del Lione a 20, Messi e Suarez a 17, Lewandowski e Muller del Bayern Monaco a 14.

Lo scorso anno, di questi tempi, CR7 e Benzema erano già a quota 12: otto per il portoghese, quattro per il francese. Oggi la vetta si è ribaltata: guardando alle 98 squadre dei 5 maggiori campionati europei (Liga, Premier, Bundesliga, Serie A e Ligue 1), i due occupano l’ultimo gradino della classifica insieme a coppie come Iemmello-Armenteros (2 gol con il Benevento) e Depoitre-Kachunga (2 gol con l’Huddersfield).  Basta questo per capire che qualcosa non va.

AAA, cercasi BBC

Sindrome da pancia piena dopo aver riportato alla Casa Blanca la storica accoppiata Liga-Champions nello scorso giugno o semplice congiuntura negativa dopo anni di successi? Agli interrogativi sul presente e sul futuro della coppia d’attacco di Zinedine Zidane vanno sommate le precarie condizioni di Gareth Bale, freccia praticamente mai a disposizione dell’arco di ZZ in stagione.  Il numero 11 gallese non scende in campo con le Merengues dal 26 settembre in Champions League contro il Dortmund e complice una rottura fibrillare dell’adduttore della gamba sinistra accusata con il Galles, starà fermo fino a fine anno. Una costante, nel quadriennio madrileno: 8 stop fra il 2013 e il 2015, 11 dopo, quasi sempre per problemi muscolari, con il 36% dei match a disposizione vissuti in infermeria. Un’assenza che sta pesando sul rendimento dei compagni di reparto, abituati a viaggiare negli spazi aperti da Bale e firmare reti sugli assist dell’ex Tottenham.

Per fortuna c’è Isco

Paradosso dei paradossi, più di qualcuno in Spagna ha “addebitato” le polveri bagnate di CR7 e Benzema alla presenza in campo di…Isco. Già, la stella emergente del calcio spagnolo e del Real Madrid, che a 25 anni sta vivendo la piena consacrazione su scala europea. Ci ha messo un po’ di tempo il malagueño, ma finalmente è riuscito a diventare imprescindibile per le Merengues. Se con Benzema l’ipotesi “oscuramento” può reggere, con Cristiano Ronaldo non sta in piedi. Per personalità, curriculum e attitudine alla concorrenza, in campo e sulle copertine. Anzi, qualità chiama qualità: o almeno, dovrebbe. Quindi, ben vengano Isco e i suoi fratelli. La statistica, invece, è dolente per Cristiano e Karim: dopo aver stabilito il record di gol della storia del Real Madrid nelle prime 12 giornate di Liga (27 gol nella stagione 2014-15) , ora hanno toccato quello negativo. E a rialzarsi possono essere solo loro. Come? A suon di gol, la compagnia di una vita.

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Confederations Cup 2017

Confederations Cup alle battute finali con le semifinali in programma oggi e domani. La decima edizione (potrebbe anche essere l’ultima) del torneo FIFA che precede di un anno i Mondiali di Russia 2018 avrà sicuramente un nuovo padrone, visto che il Brasile tre volte campione di fila questa volta non ha partecipato. Portogallo-Cile e Germania-Messico stabiliranno chi domenica andrà a San Pietroburgo per la finalissima e chi invece dovrà giocare la sfida per il terzo posto a Mosca.

Cristiano Ronaldo Russia-Portogallo

PORTOGALLO – CILE

Kazan, mercoledì 28 giugno ore 20

La fame di trofei di Cristiano Ronaldo non conosce limiti e dopo essersi preso la Champions League per il secondo anno di fila vuole ovviamente anche la Confederations Cup. Il capitano del Portogallo ha segnato due gol in tre partite (a secco nel debutto con il Messico, poi una rete a testa con Russia e Nuova Zelanda) e cerca il tris contro il sempre insidioso Cile. Sarà Gary Medel, recuperato dopo la contrattura accusata contro la Germania, a marcare CR7 in un duello che si preannuncia senza esclusione di colpi: chissà che non possa favorire il terzo incomodo cioè André Silva, nuovo attaccante del Milan e autore di un bel gol nello 0-4 alla Nuova Zelanda. La Roja, dopo aver vinto la Copa América per due anni di fila, alza l’asticella uscendo fuori dai confini sudamericani: Alexis Sánchez anche in Russia sta dimostrando di essere un giocatore di livello mondiale e come lui fin qui hanno fatto bene Arturo Vidal ed Eduardo Vargas, come al solito molto più incisivo in nazionale che nei club. Partita molto equilibrata in cui può succedere qualsiasi cosa.

Timo Werner Germania

GERMANIA – MESSICO

Sochi, giovedì 29 giugno ore 20

Il Messico è l’unica delle partecipanti a questa Confederations Cup ad averla già vinta, nel 1999 quando era anche paese ospitante. Il commissario tecnico Juan Carlos Osorio ha chiamato i migliori in Russia portando una squadra alternativa per la Gold Cup che si giocherà negli Stati Uniti a luglio, dimostrando di tenere alla competizione e di voler far bene. El Tricolor ha messo in mostra diverse individualità interessanti, dal nuovo acquisto della Roma Héctor Moreno a Hirving Lozano passando per i più noti Héctor Herrera e Oribe Peralta, ora è chiamata a una prova di maturità contro la rinnovata Germania, squadra sperimentale ma pur sempre temibile. Il volto nuovo dei tedeschi si chiama Timo Werner: reduce da una strepitosa stagione al RB Lipsia l’attaccante ha fatto doppietta al Camerun sbloccandosi e dovrebbe essersi guadagnato un posto da titolare nell’undici di Joachim Löw, che fin qui ha cambiato molto fra una partita e l’altra senza avere delle certezze (a parte Julian Draxler e Lars Stindl). Difese non proprio ermetiche e attacchi prolifici: possibili tanti gol.

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La Liga spagnola oggi è probabilmente il campionato di calcio più interessante d’Europa, un concentrato unico di partite spettacolari e di fuoriclasse in grado di far divertire gli spettatori con numeri da spellarsi le mani. Tra una progressione palla al piede di Messi o Griezmann e una cannonata di CR7 c’è però un calciatore che sta facendo registrare numeri ai limiti di ogni umana comprensione. Diego Alves gioca in porta, precisamente nel Valencia, e da qualche anno è diventato l’incubo dei rigoristi, che ormai ogni qual volta si presentano al tiro dal dischetto sembrano quasi rassegnati a dover sbagliare, ipnotizzati dalla sua presenza e prede del suo incredibile intuito. “È bello sapere che i giocatori hanno paura di tirare un rigore contro di me – ha ammesso -. Provo sempre a temporeggiare il più possibile prima di tuffarmi e cerco di far venire qualche dubbio a chi tira

Con lui in porta segnare un rigore diventa un’impresa, e i numeri parlano da soli: con il penalty parato a Fajr nello scorso match contro il Deportivo, il portiere brasiliano è arrivato a 21 rigori parati su 46 (5 in questa stagione, tra cui 2 in una sola partita contro l’Atletico Madrid, e 6 degli ultimi 10 che sono stati assegnati contro il suo Valencia), e altri 2 sono stati sbagliati dagli avversari. In percentuale significa che Diego Alves para quasi il 50% dei rigori. Senza senso, letteralmente. Nemmeno i fenomeni citati in precedenza sono immuni dalla sua straordinaria capacità: Alves ha neutralizzato rigori a Messi, Cristiano Ronaldo e Griezmann. Nessun altro ci è riuscito prima.

diego-alves

I suoi numeri già ora dicono che è il miglior pararigori della storia della Liga, di gran lunga, e forse il migliore in assoluto nella storia del calcio. Fino a poco tempo divideva il primato con Andoni Zubizarreta, ex portiere del Barcellona e dello stesso Valencia. Tanto per far capire quanto siano incredibili i numeri di Diego Alves, basti pensare che nella sua lunghissima carriera il leggendario portiere iberico è arrivato a 16 rigori parati su 102 (una percentuale del 15,68%). Il Valencia da un paio di anni naviga nel mare della mediocrità, nelle mani del discusso Presidente Peter Ling e ha svenduto alcuni dei migliori calciatori della rosa e mandato via diversi allenatori (tra cui il nostro Cesare Prandelli oltre a Gary Neville, la cui gestione rappresenta forse il punto più basso toccato dalla squadra negli anni 2000). In una situazione così difficile, con i tifosi delusi per un progetto vincente di cui finora non si vede l’ombra, Alves è una delle poche scintille in grado di accendere la passione del Mestalla.

Alla luce di tutto ciò sembra strano che non venga considerato uno dei migliori portieri attualmente in Europa e che la nazionale brasiliana non lo abbia quasi mai convocato. Nel suo palmares con i verdeoro figurano solo una medaglia di bronzo vinta a Pechino 2008 da portiere di riserva e qualche sporadica presenza in gare amichevoli, ma se una volta c’era Julio Cesar a proteggere la porta, in questi anni non si sono visti grandi fenomeni. La situazione è ancor più strana se si considera che Alves è uno che riceve complimenti dai suoi stessi colleghi e gode di grandissima stima da parte di Buffon, che lo considera da tempo il miglior portiere brasiliano. Stima ricambiata, dato che Alves vede in Gigi un idolo assoluto. Ah, il ragazzo avrebbe anche la nazionalità italiana, ma non ha mai pensato di “tradire” il Brasile candidandosi per un posto nella nazionale azzurra e mettersi in competizione col suo mito (competizione che, nonostante le sue qualità, forse non avrebbe potuto sostenere).

Il dono

Nel 2007, anno in cui vinceva il Campionato Mineiro con l’Atletico, le sue qualità erano già in evidenza anche se non era ancora conosciuto come pararigori, ma in Europa arriva da una porta di ingresso secondaria. Una porta di nome Almeria. Quando arriva nel club andaluso è il primo portiere brasiliano della Liga e non gode di grandi aspettative. All’inizio è la riserva di David Cobeno e gli fanno capire che quello è il posto che gli spetta, senza troppi giri di parole. La buona sorte, però, lo aiuta quando Cobeno, per via di una clausola, non può giocare contro il Siviglia (sua squadra precedente): un esordio casuale, inaspettato, una possibilità da sfruttare al massimo. Da lì in poi diventa titolare inamovibile e inizia a mettersi in mostra in ciò che gli riesce meglio: parare i rigori.

La sua capacità di carpire le intenzioni degli avversari e di andare loro sottopelle è un dono innato, ma guai a pensare che Alves non sia uno che si applica. “Prima delle partite guardo sempre i video dei giocatori che potrebbero calciare i rigori – ha spiegato il portiere in una dichiarazione di qualche anno fa – Anche se non sempre basta, perché l’attaccante può decidere di cambiare modo di calciare. Devi affidarti all’intuito e seguire il movimento del tiratore“. E proprio nell’intuire i movimenti degli attaccanti sta uno dei segreti del suo successo: “Gli attaccanti fanno piccoli movimenti indicatori, il mio segreto è stare tanto tranquillo da poterli vedere. Non succede sempre ma se un indizio sfugge io lo scopro. E lo uso“.  Un po’ come il protagonista della famosa serie “Lie to me”, che capisce dai micro-movimenti degli indiziati se dicono o meno la verità.

Nel corso dell’ultima sessione estiva di calciomercato è stato a un passo dal Barcellona, che aveva infatti individuato in lui l’alternativa ideale a Claudio Bravo, finito al Manchester City di Pep Guardiola. I blaugrana alla fine hanno preso Jasper Cillessen e lui è rimasto a Valencia, a vivere un’altra annata da eroe quasi solitario in una squadra mediocre. Uno che ha parato rigori a Messi, Ronaldo e Griezmann e merita decisamente di meglio.

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Sabato scorso è andato in scena al Vicente Calderón uno dei derby più importanti ed attesi di tutto il panorama calcistico mondiale, quello di Madrid tra il Real e l’Atletico. Già le premesse che preannunciavano il big match erano a dir poco suggestive: i padroni di casa, i Colchoneros, avrebbero giocato per l’ultima volta la stracittadina nel loro storico stadio, visto che dal prossimo anno,  infatti, Griezmann e compagnia cambieranno casa.

Svolta certamente significativa, ma nessuno avrebbe mai pensato che in quella stessa sera il destino avrebbe avuto un altro sussulto e si sarebbe scritta un’altra pagina di storia altrettanto memorabile. Già dal fischio d’inizio si era capito che il Real, col suo atteggiamento propositivo, avrebbe messo la partita sui binari giusti. Il risultato infatti non lascia adito a repliche e suona come una sentenza: un netto 0 a 3 per i Blancos che proietta sempre di più la squadra di Zidane in testa alla Liga. C’è un uomo che però in queste occasioni è solito rubare i riflettori ed anche in questa occasione non si è smentito: stiamo parlando di Cristiano Ronaldo.

Cristiano Ronaldo e Gareth Bale

L’asso portoghese è andato in rete per tre volte: al 23’, al 71’ e al 77’, rendendosi protagonista di una prestazione strepitosa che non solo funge da coronamento di un’annata perfetta, ma lo proietta verso il quarto pallone d’oro. Le liete notizie però, per il fenomeno di Funchal, non sono finite qui. La tripletta messa a segno sabato sera, lo ha consacrato come miglior marcatore di tutti i tempi del derby di Madrid. Sono 18, infatti, le sue reti in questa speciale classifica, grazie alle quali ha superato un’altra grandissima divinità del pantheon calcistico delle Merengues: il grandissimo Alfredo Di Stefano che ha punito i rivali dell’Atletico “solamente” per 17 volte.

di stefano

Per un calciatore come Cristiano Ronaldo che ha vinto 3 palloni d’oro, 3 Champions League, un europeo con la sua nazionale, 4 scarpe d’oro e tanto altro ancora, erano davvero pochi i limiti ancora da superare e le barriere da abbattere. Il “duello” con un titano del passato come Di Stefano rappresentava uno dei pochi record che il portoghese non aveva ancora frantumato. Il suo talento e la sua determinazione sono risultati decisivi per realizzare l’ennesimo capolavoro.

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Cristiano Ronaldo alza al cielo la coppa.

La vittoria del Portogallo agli Europei è riuscita nella non semplice impresa di cancellare uno dei principali luoghi comuni sul calcio. Fino a domenica sera, peraltro non senza una punta di verità, i portoghesi venivano definiti degli incompiuti, incapaci di essere concreti al momento decisivo e spesso battuti in finale anche in circostanze a loro favorevoli. Poi, nella più difficile delle situazioni, la Seleção ha dimostrato che non è proprio così: il Portogallo sa come vincere e come riscrivere l’ultimo capitolo di una storia che in pochi avrebbero previsto con un finale uguale a quello visto allo Stade de France.

Il gol di Charisteas nella finale di EURO 2004.

TROPPE VOLTE A UN PASSO DALLA GLORIA

L’emblema dell’incapacità portoghese di affermarsi nelle grandi competizioni è EURO 2004, torneo giocato in casa dove il Portogallo ci arriva con una delle migliori generazioni post-Eusébio, un mix fra grandi campioni affermati (Luís Figo e Rui Costa su tutti) e nuove giovani leve pronte a consacrarsi (Cristiano Ronaldo e il gruppo del Porto vincitore della Champions League con José Mourinho). La coppa è pronta per loro, ma ci pensa l’imprevedibile Grecia a sconvolgere tutto: il gol di Angelos Charisteas vale il primo titolo per gli ellenici e le lacrime dell’Estádio da Luz. Come nazionale spesso il Portogallo ha avuto momenti buoni, soprattutto agli Europei, salvo poi non riuscire a fare l’ultimo passo per diventare una potenza del calcio mondiale: nel 1984 riesce a perdere in semifinale con la Francia dopo essere stata avanti fino a sette minuti dal termine dei tempi supplementari, nel 2000 stesso avversario e stesso esito col golden gol di Zinédine Zidane al 117′ su rigore per un fallo di mano molto contestato di Abel Xavier, nel 2012 invece sono i rigori a condannare i portoghesi ancora in semifinale con la Spagna. Un marchio di fabbrica difficile da cancellare.

Il gol di Ricardo Quaresma in Croazia-Portogallo.

UNA RIVINCITA INASPETTATA

Non si può certo dire che il Portogallo fosse una delle grandi favorite della vigilia. La squadra di Fernando Santos, subentrato a Paulo Bento dopo la sconfitta all’esordio nelle qualificazioni contro l’Albania e capace di vincere le sette successive partite tutte di misura senza incantare, era poco considerata rispetto alle varie Francia, Germania e Spagna, e nemmeno la prima parte degli Europei aveva cambiato questi giudizi. Tre pareggi, solo 19′ complessivi in posizione di vantaggio e il rischio di uscire contro l’Ungheria. Proprio la partita con i magiari è diventata la sliding door del torneo: nel recupero le due squadre fanno melina in attesa del fischio finale, ma in contemporanea sull’altro campo l’islandese Arnór Ingvi Traustason segna il 2-1 sull’Austria, che vale il sorpasso al Portogallo, finito fra le migliori terze e quindi nella parte “facile” del tabellone.

Col ritmo lento che contraddistingue il paese la Nazionale sfrutta la svolta fortunata ed elimina la Croazia al 117′, in una partita brutta decisa dall’unica vera azione in due ore di gioco, il palo di Ivan Perišić e il contropiede finalizzato da Ricardo Quaresma. Anche ai quarti le sofferenze sono tante, perché la Polonia segna il gol più veloce del torneo con Robert Lewandowski, poi Renato Sanches fa 1-1 e i rigori stavolta non premiano i polacchi. Solo in semifinale arriva l’unica vittoria al 90′: Galles steso 2-0, comincia un’altra storia.

L'esultanza del Portogallo per il gol di Éder nella finale contro la Francia.

Della finale si è già detto tutto, dall’infortunio di Cristiano Ronaldo al pullman scoperto già pronto per la Francia e adesso destinato a chissà quale altro scopo. L’ha decisa un insospettabile, Éderzito António Macedo Lopes, meglio noto come Éder, attaccante classe 1987 andato in doppia cifra solo due volte in carriera e ceduto dallo Swansea a metà stagione perché non segnava mai. Ironia del destino si è ripreso in Ligue 1, al Lille, dove ha segnato sei gol in tredici partite, ma è stata la rete al 109′ a renderlo un eroe per caso, come Dustin Hoffman in un film di oltre vent’anni fa. Dopo anni di delusioni (anche con i club: impossibile non citare la maledizione di Béla Guttmann al Benfica) il Portogallo ha trovato nel suo momento più complicato la forza di non andare incontro alla solita disfatta, e mai come domenica è stato il trionfo del gruppo, perché l’uscita di scena di CR7 ha compattato la squadra. Parabéns, Portugal, ora sei nella storia dalla parte giusta.