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Conte

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La vittoria contro il Manchester United del “nemico” Mourinho non è bastata a rasserenare il clima teso che si è creato intorno al Chelsea allenato da Antonio Conte. Anzi, la vittoria della squadra londinese contro una diretta rivale è passata quasi sottotraccia rispetto alla mancata stretta di mano tra il tecnico leccese e quello portoghese. Questa situazione è paradigmatica della situazione dell’ex Ct della nazionale azzurra, che in questo inizio di stagione è stato messo costantemente in discussione per i risultati non sempre in linea con le attese.

E proprio queste ultime forse sono il problema principale: il Chelsea lo scorso hanno ha vinto il titolo in modo netto ribaltando anche le previsioni di inizio stagione che non lo vedevano di certo favorito visto il disastroso campionato disputato due stagioni fa. Quest’anno invece la situazione è molto diversa, con le due squadre di Manchester rinforzate da un mercato faraonico: il City di Guardiola ha iniziato triturando qualsiasi avversario affrontato e sembra non potersi più fermare; lo United è molto più solido e continuo (e manca ancora Ibra). Senza dimenticare il Tottenham capace di battere in modo netto i Campioni d’Europa del Real in Champions e l’ambizioso (ma discontinuo) Liverpool di Klopp.

Vincere in questo campionato è difficilissimo, quindi dobbiamo cercare di fare il miglior lavoro possibile. Negli altri campionati ci sono delle partite in cui puoi anche rilassarti un po’, qui no”

Antonio Conte


Il carico di aspettative per questa stagione ha portato ad una situazione di nervosismo generale all’interno della società, con Abramovich scontento delle sconfitte rimediate finora e la stampa sempre pronta a mettere in discussione la posizione del tecnico (prima della vittoria con lo United qualcuno parlava di esonero in caso di sconfitta). Conte invece ha sottolineato diverse volte il fatto di avere a disposizione una rosa numericamente non sufficiente a sostenere tutte le competizioni a cui il Chelsea partecipa: gli acquisti di Zappacosta, Bakayoko, Rudiger, Drinkwater e Morata non possono bastare a rinforzare una squadra orfana di due elementi fondamentali come Matic e Diego Costa.

La gestione del bomber brasiliano/spagnolo ha contribuito in modo fondamentale a incrinare il rapporto tra Conte e Abramovich. Il fatto che uno dei protagonisti principali della scorsa stagione sia stato scaricato con un sms non è andato giù al proprietario russo, tanto che ad agosto si era parlato di Tuchel come possibile candidato a sostituire il mister leccese.

Questo continuo sentirsi in bilico infastidisce il tecnico, che dopo il titolo dello scorso anno probabilmente si aspettava maggior considerazione da parte della società e maggior fiducia. Abramovich invece si fida esclusivamente di Marina Granovskaia, suo braccio destro fin dai tempi della Sibneft (ex compagnia petrolifera russa di cui era socio, dalla cui cessione delle sue quote a Gazprom ha guadagnato 13 miliardi di dollari). Un sodalizio inscindibile, con Conte tagliato praticamente fuori dalle decisione riguardanti acquisti e cessioni di calciatori.

In estate il tecnico ha chiesto diversi calciatori, in primis Alex Sandro e Lukaku, che alla fine non sono arrivati. I nuovi, tra problemi fisici e di adattamento (escluso Morata, che finora si è dimostrato all’altezza, anche se gli 80 milioni spesi per lui non sono proprio pochi) non hanno inciso più di tanto, e con alcuni dei “senatori” i rapporti non sembrano essere più così buoni.

Oltre ai 3 gol subiti a Roma nella partita di Stamford Bridge contro i giallorossi c’è stata la polemica sollevata da David Luiz. Il difensore ha reagito molto male alla sostituzione e, dopo la prestazione negativa dell’Olimpico, è stato escluso dalla partita con lo United. Questo è solo l’ultimo episodio che ha coinvolto l’ex Ct della nazionale e uno dei suoi giocatori: dopo la partita con la Roma anche Gary Cahill e Cesc Fabregas hanno avuto un confronto con Conte, ma non sono stati puniti come David Luiz. Per molti sulla decisione hanno pesato anche i buoni rapporti tra Diego Costa e Luiz, con quest’ultimo che ha sempre sostenuto l’attaccante.

La situazione attuale di Conte non è per nulla semplice, ma il campionato per il Chelsea è ancora aperto (è a 1 punto dallo United secondo e il City potrebbe accusare un calo fisiologico, dopo la partenza a razzo) così come la qualificazione agli ottavi di Champions.

L’impressione però è che, anche di fronte a risultati positivi, a fine stagione le strade tra Conte e il club londinese si separeranno. Per un passionale come lui i rapporti con la società e i calciatori sono fondamentali e al Chelsea la situazione non è certo di suo gradimento (il corteggiamento dell’Inter, in estate, lo aveva già fatto vacillare parecchio). L’Italia lo aspetta e lui sente la mancanza del suo paese. Rivederlo su una panchina di Serie A, nella prossima stagione, è un’ipotesi sempre più credibile.

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Chi ben comincia è a metà dell’opera; chi comincia male, invece, come finisce? Dubbi e pensieri di Antonio Conte, dopo un avvio di campionato da incubo contro il Burnley. I campioni in carica, infatti, hanno inaugurato la nuova stagione con una pesante sconfitta casalinga, che ha lasciato strascichi, paure e polemiche.

Antonio Conte Chelsea

La squadra è incompleta? Il mercato oneroso ma insufficiente? Le domande in casa Blues sono soprattutto queste, mentre ancora si fatica a digerire il 2-3 allo Stamford Bridge. La modesta avversaria del Chelsea nell’esordio in Premier lo scorso anno aveva chiuso addirittura in 16esima posizione, eppure è uscita col bottino pieno dal tempio di Conte&Co.

La gara è stata un crescendo negativo per i Blues, ridotti in nove uomini per le espulsioni di Cahill e Fabregas. Qualche segnale positivo è arrivato solo da Morata, entrato nella ripresa, che però non è riuscito a scongiurare l’amaro risultato finale.

La sconfitta in Premier è arrivata una settimana dopo l’altro pesante KO, quello ai rigori con l’Arsenal nel Community Shield, rafforzando la convinzione di dover sistemare una rosa che attualmente appare incapace di bissare il successo dello scorso anno.

Il cash investito dai Blues, infatti, non corrisponde alla funzionalità ed efficienza degli acquisti: 140 milioni non sono pochi, ma i soli Rudiger, Bakayoko e Morata non bastano a colmare le insicurezze della squadra e del suo tecnico. A questo si aggiunge una condizione fisica ancora approssimativa, che non riesce a reggere il gioco scoppiettante del tecnico.

A risentire dei risultati negativi è sopratutto lo spogliatoio, dove il clima si è surriscaldato: nel post della gara col Burnley, Conte ha puntato il dito contro l’arbitraggio riservato ai Blues nelle ultime tre partite (“tutte queste espulsioni sono strane”, ha detto l’ex Juve), ed è stato a sua volta attaccato da Diego Costa, messo ai margini della rosa.

Diego Costa, attaccante del Chelsea.

L’attaccante ispano-brasiliano, infatti, ha parlato dello strappo con il club inglese, prendendosela proprio con Conte: “Ho visto che tipo di persona è: ha le proprie opinioni e non le cambia. Come allenatore lo rispetto, perché ha fatto un buon lavoro, ma come persona no”.

Insomma, è vero che è solo calcio d’agosto, ma è pur sempre calcio che conta. Il Chelsea lo sa e sta già pensando di correre ai ripari: si cercano almeno altri tre giocatori, tra cui anche un attaccante di peso. Che sia Belotti?

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Pochi giorni fa, in Russia, una squadra che da 16 anni non vinceva un titolo si è laureata Campione con 3 giornate d’anticipo, sovvertendo i pronostici iniziali che non la vedevano di certo favorita. L’allenatore di quella squadra, lo Spartak Mosca, è un italiano, e molti forse non lo sapevano nemmeno. Massimo Carrera è arrivato in punta di piedi nel calcio russo, da allenatore in seconda di un club che, nonostante il passato glorioso e i tanti titoli in bacheca, ormai non conosceva più il significato della parola vittoria. Ci hanno provato anche nomi illustri a rivincere un titolo con la “squadra del Popolo“, dall’altro nostro connazionale Nevio Scala a Brian Laudrup, fino ad arrivare a Unai Emery, Marat Yakin e Stanislav Chercessov (l’attuale allenatore della Nazionale russa), fallendo miseramente. Alla fine però ci è riuscito lui, dopo una cavalcata inarrestabile che ha visto lo Spartak demolire tutti gli avversari, anche quelli decisamente più quotati (le vittorie in casa di Cska e Zenit San Pietroburgo sono forse le singole partite più significative della stagione).

Un’impresa quasi miracolosa, che ricorda un po’ quella della prima Juventus di Conte, l’uomo a cui Carrera è legato a doppio filo. Bari (dove Carrera ha giocato e Conte ha allenato), Atalanta (idem), poi la Juve (la squadra che da calciatori li ha lanciati nel calcio che conta, dove lo ha anche sostituito in panchina per 10 partite mentre era squalificato per i fatti del calcioscommesse, con un bilancio ragguardevole di 7 vittorie e 3 pareggi) e la parentesi Nazionale. Un rapporto solido, grazie al quale l’attuale tecnico dello Spartak ha avuto modo di stare fianco a fianco di quello che forse è il miglior allenatore in circolazione e di carpirne i metodi, l’approccio con i calciatori e tutte quelle cose che lo rendono un vincente. Conte, che lo stima tantissimo, lo avrebbe portato volentieri al Chelsea. A un certo punto però arriva il momento di distaccarsi dal proprio mentore per seguire la propria strada, e il tecnico di Sesto San Giovanni decide di declinare l’offerta per andare in Russia. Di sicuro non la scelta più comoda, vista la scarsa appetibilità della Premier russa, ma quella che poi gli ha cambiato la vita.

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Cronologia di un miracolo

Ad agosto 2016 Carrera è in ritiro con la squadra, come secondo di un’altra vecchia conoscenza del nostro calcio, quel Dmitri Alenichev che per qualche anno ha calcato il prato dell’Olimpico con la maglia della Roma, senza lasciare grandi ricordi. Un italiano per curare la fase difensiva, d’altronde, è sempre una buona idea. La situazione però cambia in fretta: le dimissioni lampo dell’allenatore russo, dopo l’imbarazzante sconfitta rimediata in Europa League contro gli sconosciuti ciprioti dell’AEK Larnaca, costringono quasi la dirigenza a promuoverlo ad allenatore in capo. Sembra impensabile che Carrera possa rimanere più di due o tre partite, anche la società è stata chiara.Mi è stato chiesto se me la sentissi di allenare la squadra per due partite ed ho risposto sì, prendendomi questa responsabilità“, afferma lo stesso allenatore. La poca esperienza e la scarsa conoscenza della Premier russa non pendono di certo a suo favore, è soltanto un tecnico ad interim in attesa della firma di Kurban Berdiyev, vate delle panchine russe e allenatore del sorprendente Rostov, campione l’anno precedente.

Tutti credevano che sarebbe andata così tranne forse lo stesso Carrera, che fin dal primo giorno nel suo nuovo ruolo ha iniziato a dedicarsi al proprio lavoro a testa bassa, trasmettendo alla squadra la sua voglia di fare e la sua mentalità. Niente più complessi di inferiorità verso le rivali e niente più cali di intensità per iniziare, oltre a qualche accorgimento tattico (il passaggio dal 3-5-2 al 4-2-3-1 che può diventare anche 4-3-3). Sono bastate poche giornate per far cambiare idea a tutti sul suo conto. Con giocatori non voluti da lui, senza svolgere in prima persona la preparazione, Massimo Carrera ha forgiato un gruppo granitico, che si è cementato dopo le prime difficoltà (l’eliminazione dalla Coppa di Russia per mano di una squadra di Serie B) e non ha più mollato la vetta.

Tanti i volti di questo miracolo: Bocchetti, nonostante qualche errore di posizione, è il leader della difesa, il giovane Zobnin il jolly fondamentale a centrocampo, reparto in cui l’esperto Glushakov e l’ex Samp Fernando hanno fornito un contributo significativo. In attacco poi Carrera ha lanciato talenti come Popov e Ananidze, mai valorizzati a dovere fino al suo arrivo, esaltato il fortissimo esterno olandese Promes e dato spazio all’esuberanza del capoverdiano Ze Luis.

Alla fine però il vero protagonista è Massimo Carrera, l’uomo arrivato in sordina che poi ha ribaltato tutti gli schemi, fino a riportare lo Spartak dove da troppo tempo mancava. Anche Conte ha ormai in tasca il titolo di Premier, così come la Juve è ormai prossima a festeggiare lo scudetto. E chissà che nella prossima Champions gli inglesi e i bianconeri non possano trovare proprio lo Spartak sul proprio percorso. Sarebbe l’occasione giusta per Carrera di dimostrare alla squadra a cui è più legato e al suo maestro che quello di quest’anno non è stato solo un miracolo, ma l’inizio della carriera di un grande allenatore.

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José Mourinho Antonio Conte

Pasqua con la Premier League. La Serie A gioca tutto il suo turno domani ma il resto dei campionati europei si disputerà regolarmente anche nel giorno di festa, e in Inghilterra c’è una sfida da non perdere: si tratta di Manchester United-Chelsea, di fatto l’ultimo vero ostacolo tra i Blues e la vittoria del campionato, al primo anno con Antonio Conte in panchina. All’Old Trafford fischio d’inizio alle ore 17.

Antonio Conte Chelsea

STRADA IN DISCESA

Southampton in casa, Everton in trasferta, Middlesbrough in casa, West Bromwich in trasferta, Watford e Sunderland in casa. Queste le restanti partite del Chelsea dopo il big match di domenica, e a parte la sfida di Goodison Park contro i Toffees non si tratta certo di avversari impossibili. Ai Blues servono quindici punti su ventuno disponibili per avere la certezza di vincere il titolo, a patto che il Tottenham (secondo a -7) le vinca tutte e non è nemmeno così scontato, visto che gli Spurs dopo aver sfidato il Bournemouth domani e lo scontro diretto in FA Cup a Wembley (sabato 22) avranno tre derby londinesi consecutivi, tra cui quello sentitissimo con l’Arsenal, e il match casalingo col Manchester United.

Antonio Conte ha superato indenne lo scoglio della sconfitta a sorpresa contro il Crystal Palace dopo la sosta, battendo quattro giorni dopo il Manchester City per 2-1 e ripetendosi domenica scorsa a Bournemouth. Dopo un campionato pressoché dominato sarebbe strano non vedere il manager italiano alzare il trofeo di campione d’Inghilterra, e l’ultimo vero avversario di un certo livello è rappresentato da chi sulla sua panchina ha scritto più volte la storia.

José Mourinho Manchester United

SGAMBETTO AL PASSATO?

La prima stagione di José Mourinho alla guida del Manchester United non è certo stata come si aspettava. Arrivato per prendere idealmente l’eredità di Sir Alex Ferguson, dopo tre stagioni con alti e bassi fra David Moyes, l’interregno di Ryan Giggs e Louis van Gaal, il portoghese non è riuscito a risollevare le sorti dei Red Devils, che ora si trovano quinti a -4 dai rivali cittadini del City (ma con una partita in meno) e rischiano per il secondo anno consecutivo di non andare in Champions League. Pur avendo vinto il Community Shield ad agosto e la EFL Cup a febbraio, con l’Europa League ancora possibile, il rendimento dello United è stato ben al di sotto degli standard richiesti, con una serie lunghissima di pareggi che hanno fatto passare in secondo piano l’imbattibilità di ventuno giornate (ultima sconfitta proprio dal Chelsea, 4-0 il 23 ottobre).

L’incrocio coi Blues, portati al titolo nel 2005, 2006 e 2015, è per Mourinho una delle ultime occasioni per ridare lustro alla stagione, che passerà necessariamente dal derby di giovedì 27, con Zlatan Ibrahimović che sta tirando la volata senza trovare troppi seguaci, in primis Paul Pogba, criticatissimo dai media per diverse prove opache.

Old Trafford

Gli ingredienti per un match caldissimo ci sono tutti: Antonio Conte cerca l’ultimo passo per laurearsi campione, José Mourinho proverà a fermarlo più per le necessità della sua classifica che per una sorta di vendetta nei confronti di Roman Abramovich, con cui ha chiuso il rapporto di lavoro per la seconda volta il 15 dicembre 2015. È una sfida con tantissimi significati, il meglio possibile da seguire in una giornata festiva.

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Hull, Leicester, Manchester United, Southampton, Everton, Middlesbrough, Tottenham, Man City, West Bromwich, Sunderland, Crystal Palace, Bournemouth e Stoke City. Stop. La corsa del Chelsea di Conte si è arrestata al White Hart Lane, dove ha lasciato 3 punti e un record a causa di un doppio Dele Alli. Si ferma a 13 successi di fila la cavalcata dei Blues, che così eguagliano ma non superano l’Arsenal nel calcolo delle vittorie consecutive conquistate in un campionato.

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Il record, comunque, sarebbe stato solo “nazionale”, perché in testa a questa speciale classifica, contando Liga, Bundesliga, Premier e Serie A, c’è il Bayern Monaco, con diciannove vittorie consecutive, stagione 2013-14. A seguire l’Inter, con 17 successi nel 2006-07, il Barcellona con 16 nel 2010-11, il Real con 15 nel 1960-61 e, sempre a quota 15, la Juve nella scorsa stagione.

Alla vigilia della gara con gli Spurs, Conte aveva predicato concentrazione e calma, ma solo per i tre punti: “Tredici vittorie di fila sono un risultato fantastico, ma preferisco che i miei giocatori pensino che sia importante vincere per i tre punti e non per continuare la striscia vincente”. In realtà, un po’ di sano narcisismo lo hanno tutti i grandi, quindi immaginiamo il suo gongolare nell’aver immaginato di entrare nell’almanacco del calcio inglese.

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Ma, almeno per questa volta, il record è rimandato. Il cammino dei Blues, comunque, resta straordinario: 49 punti in Premier e primo posto (anche se il Liverpool tallona): se continuasse su questa scia, a fine stagione potrebbe chiudere a più di 90 punti. Un risultato da pelle d’oca solo a pensarci.

Una grande stagione che conferma (dopo il miracolo di Ranieri con il suo Leicester) il buon rapporto tra il campionato inglese e i nostri tecnici.

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Diego Costa

Nel Chelsea capolista in Premier League spicca la differenza di rendimento di tanti giocatori già in rosa nella scorsa stagione, molto negativa sia dal punto di vista dei risultati sia dalla qualità delle partite. Antonio Conte è riuscito a rivitalizzare tanti elementi della rosa dei Blues che avevano sottoperformato, da Eden Hazard miglior giocatore del 2014-2015 e oggetto misterioso del 2015-2016 fino a Victor Moses e Pedro Rodríguez, due che in estate non sembravano avere futuro a Londra (specialmente il primo, ora invece un punto fermo). La metamorfosi più visibile riguarda però Diego Costa: decisivo nella sua stagione d’esordio in Premier League con venti gol, molto in calo l’anno scorso (dodici reti alla fine, quasi tutte da Natale a inizio marzo) e ora di nuovo principale referente offensivo. È lui ora il vero trascinatore.

Diego Costa, attaccante del Chelsea.

UN PALLONE ED È GOL

Diego Costa ha già quasi eguagliato le statistiche dell’anno scorso alla voce gol segnati, undici in quattordici giornate. Si è quasi dimezzata la media in rapporto ai minuti giocati, una rete ogni 112′ rispetto a una ogni 198′ del 2015-2016, ora è praticamente tornato ai fasti della prima stagione inglese e dell’ultima all’Atlético Madrid (in gol rispettivamente ogni 104′ e ogni 109′). Come unico attaccante d’area nel nuovo 3-4-3 di Conte (ai lati ha due esterni offensivi, non certo centravanti come lui) sta facendo reparto da solo: segna, fa assist, apre spazi per i compagni, regge l’urto contro i difensori avversari e trasforma in oro quasi tutti i palloni che transitano nei sedici metri finali. Col Manchester City ha spaccato la partita segnando l’1-1 e lanciando Willian per l’1-2, così come aveva fatto con Moses per il decisivo 2-1 sul Tottenham, sfida nella quale era rimasto a secco ma aveva comunque messo la sua impronta. Fin qui non ha segnato solo in quattro giornate su quattordici, tuttavia ciò che sorprende di più è la sua trasformazione dal punto di vista caratteriale.

Diego Costa e Oscar al Chelsea nella stagione 2015-2016

BASTA GUERRA CON IL MONDO

Che l’ispano-brasiliano fosse un bomber implacabile lo si sapeva già dai tempi di Madrid, quando portò i colchoneros a vincere la Liga e giocare la finale di Champions League col Real Madrid, dove giocò solo pochi minuti per infortunio. Il rovescio della medaglia del suo tipo di gioco era però rappresentato da eccessi caratteriali che spesso si tramutavano in veri e propri sfoghi sul campo, sia con gli avversari sia a volte con i compagni di squadra. L’anno scorso è stato squalificato più volte e si è fatto espellere in FA Cup contro l’Everton, litigando di fatto con chiunque e mostrando insofferenza ogni volta che scendeva in campo.

La stagione in corso era partita allo stesso modo, con quattro ammonizioni nelle prime sei giornate, poi qualcosa è cambiato: in corrispondenza con la svolta del Chelsea è arrivata anche la sua, non ha più preso cartellini e non si è più fatto notare per comportamenti sopra le righe. Possibile che Conte sia stato capace di toccare le corde giuste, la differenza è evidente e la rissa scoppiata nel recupero una settimana fa col Manchester City lo dimostra, perché lui è corso dalla panchina per vedere cosa stava accadendo ma non ha preso parte al litigio. Sembra un altro: al Chelsea è questo il tipo di giocatore che serve per tornare ai vertici.