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Manchester City's Argentinian defender Nicolas Otamendi (R) celebrates scoring their second goal during the English Premier League football match between Manchester United and Manchester City at Old Trafford in Manchester, north west England, on December 10, 2017. / AFP PHOTO / Oli SCARFF / RESTRICTED TO EDITORIAL USE. No use with unauthorized audio, video, data, fixture lists, club/league logos or 'live' services. Online in-match use limited to 75 images, no video emulation. No use in betting, games or single club/league/player publications. / (Photo credit should read OLI SCARFF/AFP/Getty Images)

Boring, boring Serie A? L’adagio spesso accompagnato oltremanica negli ultimi anni al massimo campionato italiano, vinto nelle ultime sei stagioni dalla Juventus, rischia concretamente di accompagnarsi alla Premier League edizione 2017/2018. Il “mandante” sull’assassinio del campionato a due turni dal giro di boa è Pep Guardiola, gli esecutori giocano a Manchester e vestono la maglia del City.

Dica 15

Il numero 15, nella smorfia, tanto in voga in quella Napoli calcistica gradita all’allenatore catalano (chi non ricorda i complimenti smielati rivolti a Sarri e la sua truppa in tempi recenti, in particolare a cavallo dei successi su Mertens e compagni in Champions League?) indica “o’guaglione“. Appunto, il ragazzo: già, perchè i Citizens, oltre ad avere qualità, hanno dalla loro un’età media relativamente bassa, 27 anni, che passa per i 20 anni di Sanè e i 21 di Gabriel Jesus, stelline di qualità internazionale che affiancano il già elevato tasso tecnico di De Bruyne, Sterling, David Silva e Aguero. 15 sono però anche le vittorie consecutive infilate dal 26 agosto ad oggi dal team di Guardiola: non accadeva dai tempi dell’Arsenal, detentore di 14 successi di fila a cavallo tra le stagioni 2001/2002 e 2002/2003. In Premier League solo l’Everton (1-1 al City of Manchester Stadium) è riuscito a rosicchiargli punti, mentre in Europa l’unica squadra che ha avuto ragione degli inglesi è stato lo Shaktar Donetsk in quel di Kharkiv. Sconfitta indolore, con Otamendi e compagni saldamente in vetta al girone.

L’estate dei 200 milioni

Che per il Manchester City, oggi primo con 49 punti dopo 17 partite, non sarebbe stata una stagione come le altre lo si era inteso dagli investimenti in sede di calciomercato estivo: quasi 250 milioni di euro per comprare Walker, Mendy, Danilo, Ederson Moraes e Bernardo Silva. Nessuna stella, e più di qualcuno aveva storto il naso: “Ma che combina Pep?”. Ecco, cosa sta combinando. Il suo City gioca con un 4-1-4-1 in  grado di schierare almeno cinque calciatori offensivi contemporaneamente. Il terzino sinistro è Delph, di professione mediano. Un film visto con Kimmich al Bayern Monaco e con Mascherano, diventato un centrale difensivo, al Barcellona in passato. Due difensori centrali di ruolo, un mediano come Fernandinho e libero spazio alla fantasia. Così è nata la squadra nella quale segnano tutti, e tanto: Aguero (10 gol) e poi Sterling e Gabriel Jesus (9 e 8 reti).

Migliora con il tempo: Pep come il vino

La prima parte di stagione sta confermando una tendenza già denotata nelle precedenti esperienze da allenatore di Pep Guardiola: la seconda stagione è sempre meglio della prima in quanto a trofei sollevati. Così, dopo aver chiuso i suoi primi 12 mesi in Premier League con una bacheca vuota e le risate dei detrattori all’orizzonte, ora il suo City ha già 49 punti in classifica, che lo scorso anno avrebbero garantito l’ottavo posto a fine campionato. I suoi uomini vincono da più di 100 giorni e forse sono anche autori del miglior calcio europeo. Sicuramente il più efficace.

Al Barcellona Pep era diventato allenatore nel 2008, a 37 anni, scelto da Joan Laporta come allenatore della prima squadra. L’annata si chiuse con la vittoria di Coppa del Re, Liga e Champions League (ricordate la vittoria sul Chelsea nella semifinale che rese “celebre” l’arbitro Ovrebo?). Avvio sprint? E non avevate visto il resto. Secondo anno avviato con Supercoppa di Spagna e Supercoppa europea,  proseguito con il Mondiale per club e concluso con la vittoria della Liga. Una serie proseguita fino al 2012, anno dei saluti da allenatore più vincente della storia blaugrana con quattordici trofei in quattro anni.

Stesso film l’anno successivo al Bayern Monaco: cede al Borussia Dortmund in Supecoppa di Lega, ma vince la Supercoppa Europea contro il Chelsea e la Coppa del Mondo per Club, laureandosi per tre anni di fila campione di Germania. Senza però mai sollevare la Champions in Baviera. Una progressione incompleta, dal retrogusto amaro assaporato nel primo anno di Premier.

Corsa finita?

Quarantanove gol fatti e 10 subiti nelle ultime 15 gare. In Premier League i numeri del Manchester City spaventano tutti: basti pensare che negli ultimi cinque anni nessuna vincitrice del titolo ha avuto un vantaggio pari o superiore a quello detenuto oggi dai Citizens sulla seconda classificata, lo United di Mourinho. +7 per il Chelsea dello scorso anno, e risalendo alla stagione 2012/2013 si registrano il +10 del Leicester, il +8 del Chelsea, addirittura un +2 del City (2013/2014, allenava Mancini) e un +9 dello United. Gli avversari di oggi giurano di credere ancora alla vittoria finale, anche se le parole di un assertore dell’ottimismo come Mou riecheggiano nell’aria:

“Undici punti sono undici punti anche in un campionato ultracompetitivo come la Premier: è una distanza importante”

Se non è un’ammissione di inferiorità, poco ci manca: la sensazione è che l’ultimo treno per riaprire la Premier League possa arrivare già prima di Natale. Anzi, tra poche ore: in casa City arriva il Tottenham, quinto tra le squadre più odiate d’Inghilterra in sondaggi di un anno fa. Scommettiamo che in tanti tiferanno Spurs per un giorno?

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L’ultimo inglese accolto con tanto calore all’ombra della Mole, seppure post mortem, era stato Roald Dahl, celebrato nel Salone del Libro 2016 nel centenario dalla sua nascita: non sappiamo se Joe Hart abbia mai letto alcune opere dello sceneggiatore e scrittore originario di Llandaff come “Il grande ascensore di cristallo” o  “Le streghe”. Di certo in tanti a Torino attendono di vedere nelle parate del 29enne di Shrewsbury quel “dito magico”, per restare nella bibliografia di Dahl, che spesso negli ultimi anni è mancato, in particolare sotto la guida dell’attuale Ct della Nazionale Giampiero Ventura.

Nel podio delle operazioni dal maggior impatto mediatico del calciomercato italiano nell’estate 2016, il portiere della Nazionale dei Tre Leoni, scartato da Guardiola, che gli ha preferito Caballero prima di acquistare Bravo dal Barcellona, perché “poco adatto per impostare l’azione con i piedi”, viene appena dopo Pogba e Higuain: Torino caput mundi per una stagione. Così, ai colpi bianconeri, il duo Cairo-Petrachi ha replicato con questo acquisto last minute: prestito con stipendio milionario (ma gli altri tre milioni li pagheranno i Citizens) e Hart ha rifatto le valigie per l’Italia, destinazione molto gradita se si pensa che ha scelto Firenze per le sue nozze.

Joe Hart con l'Inghilterra

Le porte del Belpaese dopo otto stagioni al Manchester City, condite da due Premier League vinte, un Community Shield, due Coppe di Lega e una Coppa d’Inghilterra sollevate e la trafila in prestito tra Tranmere, Blackpool e Birmingham. Uno scenario inimmaginabile, fino a qualche giorno prima che Guardiola si insediasse sulla lussuosa panchina dell’Etihad Stadium. 302 partite in Premier League, 39 in Champions League, e 63 in Nazionale racconterebbero di un portiere di statura internazionale: condizionale d’obbligo, se pensiamo che, eccezion fatta per Peter Shilton, Gordon Banks e David Seaman, raramente l’Inghilterra è stata patria di grandi portieri.

Con Hart i problemi sembravano risolti. Sembravano. Perché dopo aver fatto vedere grandi cose ha iniziato ad inanellare una lunga serie di errori, fino a perdere il posto tre stagioni fa in favore di Pantilimon. Lui non si è scomposto e quando è ritornato a difendere la porta dei Blues di Manchester non ha più dato adito a polemiche. Impeccabile, deciso e decisivo. “Una persona molto solare, un amicone, sempre pronto a scherzare con tutti”. Unico difetto? In ferie, ama alzare un po’ il gomito, come raccontano i gestori dei locali notturni di Manchester.

Joe Hart

Plastico tra i pali, meno abile nelle uscite alte, spauracchio per gli avversari dagli 11 metri. Su 42 rigori, Hart ne ha parati 13: questo significa che una volta su tre l’estremo difensore ora del Toro neutralizza il penalty avversario. Una “vittima” famosa? Leo Messi, respinto sul dischetto nel febbraio 2015, gara di andata degli ottavi di Champions League tra Barcellona e Manchester City. La sua fama, però, presenta anche un rovescio della medaglia: celebri sono su Youtube i video che raccolgono alcune papere di questo gigante biondo, tra cui una che lo “canzona” sull’eco di Benny Hill. Intanto un primo record l’ha collezionato senza mettere piede in campo: lui forse non lo sa, ma Hart sarà il primo portiere inglese a giocare nel nostro massimo campionato.

Nonostante l’Inghilterra sia la culla del football e gli inglesi siano stati i fondatori del calcio in Italia, sono pochi i connazionali di Hart ad aver militato nei nostri club: appena 25 inglesi in più di 100 anni e, prima del classe 1987, solamente due portieri britannici hanno cercato fortuna in Italia, ma si giocava la serie A pre-girone unico. Si tratta di James Spensley, che ha militato nelle fila del Genoa a fine Ottocento, e Hoberlin Hood, suo coevo milanista.  Una rarità, così come sono stati rari i calciatori inglesi che hanno ben figurato in Italia. Ci penserà l’ex City a ‘vendicare’ i suoi connazionali. Almeno così si augurano dalle parti di Torino, sponda granata.

Joe Hart con il City

Quella di Hart appare una scelta romantica. La scelta di un guascone inglese arrivato forse troppo presto in cima al calcio continentale e con una voglia matta di rimettersi in gioco dopo aver vinto tanto: per farlo ha scelto una società che, al netto del blasone e della storia, non vince un trofeo dal 1993 (Coppa Italia) e negli ultimi 30 anni ha fatto la spola tra serie A e serie B. Aveva offerte da mezza Europa: avrebbe potuto restare in patria, al Sunderland, o giocarsi una maglia con l’Atletico Madrid. No. Joe ha scelto una squadra di media serie A che non gioca nemmeno le coppe europee, che di solito i top player li cede – da Immobile a Darmian fino a Bruno Peres e Glik – ma che quest’anno ha in panchina un leader come Sinisa Mihajlovic. Un leone per il portiere dei Tre Leoni.

Ha scelto la foschia torinese, Hart, tanto simile allo smog industriale di Manchester, permettendo al Toro di mettere in bacheca un colpo prestigioso su scala internazionale che mancava dai tempi di Rafael Martin Vazquez, il castigliano triste del quale calcisticamente si invaghì anche l’avvocato Gianni Agnelli.

Joe Hart al Torino

Il periodo nero vissuto da Hart è però un potenziale turning point della carriera. In Italia, intanto, i suoi estimatori non mancano: uno è sull’altra sponda del Po e risponde al nome di Gigi Buffon, che prima della doppia sfida di Champions League tra la Juventus e il Manchester City, nell’autunno 2015, lo ha omaggiato collocandolo tra i migliori portieri del mondo. Dell’incrocio tra Italia e Inghilterra in Euro 2012, invece, ricordiamo la parata decisiva su una girata da posizione ravvicinata dell’allora compagno di squadra Balotelli, ma anche le parole di Andrea Pirlo, che spiegò di aver optato per il cucchiaio dal dischetto per punirne l’atteggiamento irriverente.

Scorrendo però l’almanacco mentale dell’ultimo decennio di Premier, scopriamo che spesso e volentieri l’ultima linea di difesa è stata assegnata alla legione straniera: da Schmeichel a Van Der Sar fino a Čech, De Gea e Curtois, passando per Barthez e Lehmann. Una vera e propria “maledizione del portiere inglese”: come non scegliere la città che secondo la tradizione esoterica si troverebbe al vertice del triangolo di magia bianca e di magia nera per riscattarsi? Il cuore Toro è pronto a battere per un portiere inglese. Ah, “cuore” in inglese si scrive “heart”, ma si legge “Hart”. Più di una semplice coincidenza.

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Nell’economia europea, ma possiamo tranquillamente parlare di quella mondiale, ci sono due aziende che stupiscono per la gestione delle proprie risorse. Perché sono due esempi da tenere bene a mente, non necessariamente da imitare o seguire, di certo da esportare in altri contesti che non siano solo quello calcistico. Il Manchester City e, soprattutto, il Bayern Monaco hanno già scelto e presentato l’allenatore per la prossima stagione, eppure hanno ben in mente quali sono gli obiettivi di quella in corso. Immaginate che nell’azienda dove lavorate l’amministratore delegato, o il direttore finanziario, abbia già annunciato che a giugno andrà via. Cosa succederebbe? La risposta giusta è: dipende. Dipende soprattutto dai valori dell’azienda, dalla programmazione, da come ogni singolo dipendente percepisce, o meglio è portato a percepire, quella realtà.

Bayern-Guardiola

Si è sentito spesso, in questi giorni, dire che “in Italia non sarebbe possibile“. Probabilmente è vero, soprattutto nel mondo del calcio dove l’allenatore, sempre sulla graticola, ha al contempo una forte necessità di sentirsi continuamente legittimato dalla società e dagli stessi tifosi. In questo City e Bayern rappresentano un’eccellenza europea, e non solo perché scelgono il meglio (si dirà “semplice, con un budget illimitato“) ma perché pur lasciando carta bianca agli allenatori, chiedono agli stessi di sposare la filosofia del club. Che viene sempre e comunque prima. José Mourinho è un grandissimo allenatore, di sicuro un vincente, che ha messo però sempre sé stesso avanti al club. In molti casi lasciando dietro di sé squadre da rifondare, o spogliatoi pericolosi come polveriere. Inter, Real Madrid e Chelsea su tutti, e nel calcio moderno questo inizia ad essere un particolare non di poco conto.

Al Barcellona tutto questo non accade, e Guardiola è figlio di questa mentalità. Quella che ha lasciato in eredità Johann Cruijff, e che rappresenta la stella polare della società catalana. L’hanno inseguita Guardiola, Vilanova, Luis Enrique, lo stesso Rijkaard in tempi non sospetti. Chi ha provato a rivoluzionarla, facendo di testa sua, come Antic e Robson, non è stato amato, ed ha vinto meno di quanto avrebbe potuto (l’inglese aveva il miglior Ronaldo).

Al Bayern è diverso: non c’è stato un allenatore a tracciare la strada, anche se l’impronta di Van Gaal, ad un certo punto della storia del club, è stata molto più importante di quanto non dicano gli almanacchi. Ma questo Bayern è il prodotto dell’aziendalismo procedurale di Rummenigge e Beckenbauer, di una schiera di saggi del pallone che però hanno maturato, chissà dove (sarebbe materia di studio), competenze manageriali di altissimo livello. Tanto da essere venerati dalle banche, che solitamente quando sentono il parlare di squadre di calcio, scappano.

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Nessuna paura quindi ad annunciare un nuovo allenatore (Ancelotti) a novembre, il vecchio saprà comunque cosa fare. D’altronde la bravura di chi si occupa di risorse umane è anche capire cosa, in una negoziazione, conviene ad entrambe le parti. È il metodo Getting More di Stuart Diamond, quello utilizzato da Google: se a fine stagione ci separiamo e se lo vogliamo entrambi, potremo raggiungere risultati migliori: win-win. Questa riflessione, e non la banale scaramanzia, ha portato il Bayern sul tetto d’Europa nel 2013 con Heynckes. Questo linguaggio, che non piacerebbe ad altri allenatori, piace tantissimo a Pep Guardiola che è un inquieto e vive di cambiamenti, e attraverso i cambiamenti matura. Ha lasciato il Barcellona per la Germania, lascerà il Bayern per l’Inghilterra, non mi meraviglierebbe vederlo un giorno Presidente della Catalunya, perché questo è il suo DNA. Questo è Guardiola, un allenatore ancora giovanissimo, un uomo dai mille interessi, eppure straordinariamente focalizzato sul presente.

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Il suo futuro è al City. Altra storia, più recente, certamente affascinante. Roberto Mancini è stato il primo a portare un certo tipo di mentalità. Lui che qualche mese prima (era Marzo) aveva detto in conferenza stampa “penso sarà la mia ultima stagione all’Inter” e si era giocato il posto. Pellegrini ha ereditato una squadra forgiata e cresciuta, che certamente non vorrà perdere l’opportunità di rendere ancora una volta la vita difficile a Guardiola. Perché se dovesse ricominciare ancora da una Champions vinta, allora sì che la strada sarebbe in salita. Ma non è scaramanzia, è programmazione.

Carlo Ancelotti

E City e Bayern lo sanno così bene che tracceranno la strada. Anche perché potranno contare su risorse pronte e preparate. È finita l’epoca in cui un allenatore deve allenare. Da uomini così ci si aspetta leadership, impatto immediato sull’ambiente, una comunicazione dirompente. Guardiola avrà 6 mesi per affinare il suo già ottimo inglese, Ancelotti lo stesso tempo per studiare il tedesco, fare lezioni private, adattarsi ad uno stile di vita molto impegnativo per un italiano. Non è più tempo di improvvisare. Le società moderne vivono il presente programmando il futuro. Benvenuti nel 2016, in Germania e Inghilterra.