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Se non avete avuto la possibilità di vedere gli highlights di Lazio-Chievo di sabato cercate pure su Youtube. Una partita a senso unico, dominata dalla squadra di Simone Inzaghi ma vinta dagli ospiti grazie a un gol di Inglese. Non ce ne voglia però l’ottimo attaccante di Lucera, ma se il Chievo è riuscito in qualche modo a portare a casa i 3 punti lo deve soprattutto alle parate di un fenomeno di 37 anni di nome Stefano Sorrentino. Colpi di testa, tiri da fuori e dentro l’area di rigore, nulla è riuscito a scalfire l’inviolabilità della porta del numero uno gialloblu.

Il pallone sembrava quasi legato a un elastico: ogni qual volta uno tra Parolo, Felipe Anderson e Milinkovic-Savic ha provato a indirizzarlo verso la porta avversaria lo ha visto tornare indietro senza troppi compimenti. Una giornata di grazia, di quelle che ogni tanto capitano a tutti i portieri? No, non in questo caso. Anzi, per Sorrentino l’anormalità (in senso positivo) delle prestazioni è quasi diventata una regola. Anche a Milano contro l’Inter, qualche giornata fa, ha respinto l’impossibile e solo negli ultimi minuti è crollato sotto i colpi dell’attacco nerazzurro.

A Palermo, nella disastrata annata 2015/2016, le sue parate sono state decisive per arrivare a una salvezza che sembrava quasi impossibile vista la situazione societaria e gli allenatori defenestrati continuamente da Zamparini. Le medie voto parlano per lui: 6.48 nelle 35 partite giocate nella stagione scorsa, 6.44 (e ancora nessuna insufficienza) nella stagione attuale. Nonostante i 38 anni da compiere a fine marzo non ha perso un briciolo della reattività, del senso della posizione e della carica che mette in campo (quella che esplode quando lo si vede esultare dopo una parata decisiva), che forse è il segreto che gli permette di tenere alta la concentrazione per tutti i 90 minuti.

sorrentino perisic

Sono anni che ormai va così, ma nessuno sembra farci caso più di tanto. Si è dato quasi per scontato il fatto che il portiere nativo di Cava dei Tirreni dovesse essere quasi infallibile e che, nonostante tutto, non potesse essere adatto a giocare in una squadra in lotta per qualcosa in più della salvezza o di un posto a centro classifica. O che non potesse essere un ottimo rincalzo di Buffon in Nazionale, visto che dietro l’immortale Gigi in questi anni non si sono visti grossi fenomeni (a parte Donnarumma, che però è diventato quello che è da poco più di un anno). Una specie di maledizione che lo ha visto relegato nel girone dei portieri di provincia, in lotta ogni anno per guadagnarsi un altro anno nella massima categoria, senza possibilità di un salto di qualità o di un’affermazione a livelli superiori. Ma come è possibile che nessuno abbia voluto puntare su Sorrentino? C’è qualcosa che va oltre l’aspetto sportivo che non gli ha permesso di arrivare in alto?

sorrentino

Forse quella voglia di sentirsi sempre protagonista e mai gregario, a differenza di altri colleghi bravi che hanno accettato la panchina di una grande pur di far parte di una squadra top. Sorrentino non è uno che si è accontentato o si accontenta di partecipare, ha la competizione nel sangue e vuole essere il numero uno della sua squadra, l’ultimo baluardo. “Non faccio la chioccia a nessuno. Ma non perchè mi sento più forte, ma perché caratterialmente sono un competitivo ed il fatto di allenarmi tutti i giorni è una sfida quotidiana, per dimostrare che tutte le domeniche devo essere presente e soprattutto protagonista. Non ho mai fatto questione di soldi o di categorie”, ha affermato in un’intervista dello scorso anno. Un carattere poco incline al compromesso, difficile da addomesticare. Sorrentino è un portiere istintivo e spettacolare in campo e un leader capace di essere anche pungente nelle dichiarazioni rilasciate. Forse troppo per essere parte di un top team, perché in certe piazze la forma conta quanto la sostanza.

sorrentino huelva

Qualche soddisfazione professionale, come quella di essere il primo portiere italiano della storia del Recreativo Huelva (la squadra più antica di Spagna) o di giocare in Europa con l‘Aek Atene, l’attuale portiere del Chievo se l’è tolta. Con un po’ più di lungimiranza da parte di qualche dirigente e un carattere diverso forse ora staremmo parlando di una carriera di altro livello, di qualche riconoscimento personale.

Ma a lui forse i titoli e la carriera che poteva avere non interessano neanche così tanto: basta giocare in un ambiente che ne riconosca le qualità, sentirsi protagonista, essere in tutto e per tutto Stefano Sorrentino, senza troppi compromessi.

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Marco è nato nel 1994, ha 22 anni e da piccolo andava allo stadio Bentegodi a vedere il Chievo, in serie A. Marco è un ragazzo di Verona che ha scelto di tifare per la seconda squadra della città, perché per la maggior parte dei veronesi non contano i risultati del campo, c’è una sola squadra ed è l’Hellas; il Chievo è una simpatica alternativa. Già, peccato che negli ultimi 20 anni l’alternativa abbia ottenuto risultati prestigiosi, a fronte delle ondivaghe stagioni del Verona, che è transitato dalla Serie C, dalla B, ha vissuto due bellissime stagioni in A (una con Prandelli, l’altra con il primo Mandorlini) e poco altro.

Marco è uno dei 7.500 abbonati del Chievo, un dato che ha poco a che vedere con la classifica degli uomini di Maran, ma che da queste parti considerano molto soddisfacente, anche perché il record è quello del secondo anno di serie A, quando con Gigi Del Neri si arrivò a 10.000 unità. Quella squadra aveva stupito l’Italia vincendo persino in casa dell’Inter di Vieri e Ronaldo. Giocavano Perrotta, Eriberto-Luciano, Marazzina e Corradi, qualcuno lo chiamò miracolo, ma era un progetto ben ragionato a tavolino, iniziato da Malesani e completato, splendidamente, da Del Neri.

Proprio Malesani ha rappresentato il massimo momento tra le due squadre di Verona. È impossibile dimenticare la sua esultanza al termine del primo storico derby in serie A tra Verona e Chievo, vinto dai primi 3-2 in rimonta. Malesani, all’epoca tecnico dell’Hellas, reagì alla vittoria in un modo tutto suo, rappresentando probabilmente lo spirito dei tifosi dell’Hellas, in quel momento stufi dell’operazione simpatia che per dieci anni aveva portato molti veronesi a seguire con interesse e trasporto anche il Chievo, la seconda squadra di Verona.

Perché se è vero che Chievo resta un quartiere di 4000 anime, è altrettanto vero che, come Marco, sono cresciuti tantissimi ragazzi nati tra gli anni ’90 e gli anni 2000. Ragazzi che oggi hanno dai 15 ai 25 anni, e che potrebbero riempire una curva. Il Chievo ha lavorato molto su progetti legati alle scuole o affilandosi a società di calcio giovanili, ma i dati sono chiari. Gli abbonati sono sempre 7.500, nonostante i risultati, nonostante la retrocessione del Verona ed il consolidarsi di un “modello Chievo“, distante dall’Hellas.

Indubbiamente la tradizione cittadina è troppo forte, il Verona è una passione che si tramanda da padre in figlio, e che non dipende dai risultati del campo. Un argomento sul quale riflettere è sicuramente il marketing, la politica che il Chievo ha attuato per costruirsi una propria identità, un proprio brand e quindi una sua community di tifosi, anche in città. Vale la pena fare una considerazione: in qualunque rivalità cittadina, anche le meno “equilibrate” (pensiamo a Barcellona ed Espanyol o al Bayern Monaco conto il Monaco 1860) spiccano colori diversi, simboli anche in contrasto tra di loro, nomi molto significativi: l’Espanyol ad esempio si contrappone al catalanismo del Barca.

I tifosi del Monaco 1860

Senza scomodare Partizan e Stella Rossa, è evidente che qualunque rivalità che si rispetti nasce anche dai simboli. Il Chievo gioca dagli anni ’60 in maglia gialloblu, ha adottato il simbolo del Cangrande, che è lo stesso del Verona, e questa scelta ha creato non poche polemiche in città. In un derby, i tifosi dell’Hellas non le hanno certamente mandate a dire ai cugini, rei di aver “tradito” la loro squadra, l’unica della città. Lo striscione recitava: “Per sentirti accettato, le tue origini hai rinnegato. La scala bisogna averla nel cuore, non sopra una maglia dello stesso colore“. Eppure negli anni ’30, agli albori dell’avventura clivense, il Chievo utilizzava il bianco-blu. Imitare il Verona è stata una scelta (che risale agli anni ’60) dettata dal fatto che i tifosi dell’Hellas seguivano con simpatia la scalata dei cugini. Ma nessuno poteva immaginare che questa rivalità sarebbe sfociata un giorno nella corsa di Malesani sotto la Sud.

Simone Antolini, giornalista de L’Arena e grande conoscitore del mondo Chievo, ci racconta: “Quello era il prima derby, si respirava un’atmosfera frizzante ma sempre molto corretta. Fu forse il maggior picco di rivalità, se così la vogliamo definire, anche se più enfatizzata fuori città, che non a Verona. Gli ultimi derby sono stati tranquillissimi, la polemica sui colori comuni e sul simbolo del Cangrande si è affievolita diventando quasi inesistente. Il Chievo ha una sua identità precisa, e la dimostra in campo“.

Gli chiedo se a livello di marketing non sarebbe stato più sensato fare altre scelte, magari tornare al bianco-blu, o utilizzare un simbolo di forte contrasto come l’asino volante, proprio in contrasto con una delle profezie meno riuscite del calcio moderno: e quando i mussi i volarà faremo el derby in serie A!

Il Presidente Campedelli – spiega Antolini – si occupa personalmente di disegnare le maglie del Chievo: è vero che il gialloblu resta il colore principale, ma negli ultimi anni c’è stato un ritorno al bianco-blu, così come sono state realizzate bellissime maglie in grigio antracite o le edizioni natalizie in rosso o in verde. Chissà che nel futuro del Chievo non ci sia una differenziazione ancora più marcata, ma per il momento le attenzioni della società mi sembrano giustamente rivolte verso il campo“.

Il campo, lì dove Maran sta guidando una squadra validissima, a modo suo. Aziendalista ma non troppo, il tecnico porta sul terreno di gioco lo stesso equilibrio che gli ha permesso di gestire al meglio due piazze profondamente diverse tra loro, come Catania e Verona. Poi c’è Campedelli, l’uomo che tiene unito tutto il gruppo, il Presidente che dopo aver raggiunto l’Europa è retrocesso ma ha saputo subito ricostruire, in un anno, ed era complicatissimo. E infine il giocatore simbolo, che non può che essere Sergio Pellissier, l’uomo che non si arrende mai.

Per il marketing c’è tempo, per crescere nuovi tifosi evidentemente pure. Marco, 22 anni, continuerà a condividere i suoi discorsi sul calcio con amici tifosi dell’Hellas. Evidentemente non bastano 20 anni di grande calcio per costruire uno zoccolo duro di tifosi. Non bastano in un contesto fedele all’Hellas, al di là dei risultati del campo. Ma è chiaro a tutti, che il Chievo non è più l’alternativa. Il Chievo è l’altra metà del cielo. Un cielo bellissimo, come un pomeriggio a Verona.

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La recente intercettazione tra il Presidente della Lazio Lotito e il DG dell’Ischia Iodice ha lasciato il segno, soprattutto in provincia. Lotito ha tirato in ballo il Carpi, primo in classifica in serie B, dicendosi preoccupato per un’eventuale promozione degli emiliani. Un altro miracolo in provincia di Modena (anche se i tifosi del Carpi ribadiscono con uno striscione ben visibile allo stadio che “Carpi è provincia di… Carpi”) dopo quello del Sassuolo. Nell’intercettazione si fa riferimento anche al Frosinone e ad altre compagini che rischierebbero di svalutare il campionato italiano agli occhi degli spettatori del resto del mondo. Eppure la storia, anche recente, del campionato italiano è ricca di belle storie costruite proprio in provincia.

Abbiamo analizzato solo gli ultimi 30 anni, pertanto non troverete in questa gallery il Perugia di Castagner (fine anni ’70) arrivato secondo senza mai perdere una partita o l’Ascoli di Mazzone (e Rozzi, inizio anni ’80) che realizzò il record di punti in serie B. Allo stesso modo non abbiamo considerato le imprese fin troppo recenti del Sassuolo e dell’Empoli che già aveva stupito tra 1984 e il 1986 con Salvemini, a metà anni ’90 con Spalletti e nel 2005/06 con Cagni. Una provincia rampante, non più una sorpresa. E se vi chiederete perché Bologna, Bari, Venezia, Cagliari e Palermo non rientrano in questa carrellata, la risposta è una sola: queste città non possono essere considerate province.

L’Atalanta di Mondonico

A Bergamo di Europa se ne intendono, almeno quanto di giovani talenti. Dalle parti di Zingonia infatti sono cresciuti giocatori come Morfeo, Tacchinardi, Zenoni e Orlandini. Nessun fenomeno, perché la forza dell’Atalanta è quella di formare giocatori da serie A, non campioni. Parola di Mino Favini. Ma nel 1988 molti di questi ragazzi sono bambini e a trascinare la Dea alla semifinale di Coppa delle Coppe furono il bomber Garlini e lo svedese Glenn Peter Strömberg, un vikingo con la barba ruvida e i capelli lunghi e biondi. L’Atalanta elimina lo Sporting Lisbona ai quarti di finale ma deve arrendersi di fronte ad una delle più belle realtà europee di fine anni ’80: il Malines (o Mechelen) di Preud’homme. Una squadra belga. Di provincia, tanto per restare in tema.

Il Pescara di Galeone

Prima del Pescara di Zeman c’è stato il Pescara di Galeone. Uno che a Pescara è più di un re, è un’istituzione. Se Sacchi sdoganò il socialismo calcistico Galeone lo sublimò portando i quattro difensori a giocare all’altezza della linea mediana. La sua squadra era un mix di palleggiatori di grande qualità, Junior su tutti (sì, quel Junior) e mestieranti del pallone come il centravanti Tita. Nel Pescara prima versione gioca Gasperini, che oggi è l’allenatore del Genoa, nel secondo mandato del Gale si fa largo un tale Max Allegri, fantasista troppo talentuoso per rientrare, troppo moderno per risolvere le partite da solo. Lui e Massara furono comunque gli artefici di un fantastico primo tempo, probabilmente il più bello mai visto all’Adriatico, contro il Milan di Capello. Con gli abbruzzesi in vantaggio per 3 a 1, Finirà 4 a 5, perché il Pescara di Galeone non sapeva cosa volesse dire difendere, e la leggenda narra che una volta in vantaggio continuasse ad attaccare per accontentare il suo mentore.

Il Parma di Scala

Ebbene sì, Parma è una provincia. Per la precisione la più vincente della storia del calcio italiano. A Parma ha iniziato a predicare Arrigo Sacchi, prima di far innamorare Berlusconi. Ma soprattutto, a Parma, ha regnato Nevio Scala. Quella squadra giocava con uno schema fisso, il 5-3-2. Due terzini di spinta che diventavano ali, Gambero e Di Chiara prima, Benarrivo e Mussi poi, tre centrali con licenza di attaccare. Minotti (il libero, numero 4) e Apolloni, con Grun uno dei primi numeri 6 che non giocavano da ultimo uomo. Centrocampo da corsa con Zoratto, Brolin, Cuoghi e il sindaco Osio, Melli davanti. Con questi interpreti Scala vinse una storica Coppa delle Coppe, eliminando l’Atletico Madrid in semi-finale. Da quel giorno il Parma non abbandonerà l’Europa per 10 anni, trionferà ancora con lo stesso Scala (Coppa Uefa, nel 1995) e poi con Malesani nel 1999. Ad oggi quella del Parma è l’ultima Coppa Uefa (oggi Europa League) conquistata da una squadra italiana.

Il Foggia di Zeman

Per i foggiani Zeman è semplicemente il boemo. Precursore della zona e del 4-3-3 offensivo, Zeman aveva fatto bene anche in altre piazze, ma mai in serie A. Casillo gli affidò un progetto ambizioso che andò oltre ogni previsione. Dopo la promozione il Foggia si presentò nella massima serie con il tridente composto da RambaudiBaianoSignori (tutto attaccato) e comprò due russi poco più che sconosciuti come Shalimov e Kolyvanov che si riveleranno utilissimi. Manon ci sarebbe stata Zemanlandia senza i fedelissimi: il portiere Franco Mancini, il terzino List, il centrocampista Manicone. Dopo l’exploit del primo anno, non si sa se dopo un accordo con la proprietà o meno, Zeman ricominciò con una squadra tutta nuova. Non fece una piega davanti alle innumerevoli cessioni e alle pesantissime contestazioni e ricominciò con Bresciani, Mandelli e Medford. Riuscì persino a farsi comprare Bryan Roy dall’Ajax. Non solo quel Foggia si salvò, ma rischiò anche di approdare in Europa. Fu una sconfitta all’ultima giornata contro il Napoli di Lippi a vanificare il sogno.

Il Vicenza di Guidolin

Il Vicenza in Europa ci è arrivato, eccome. Lo ha fatto conquistando la Coppa Italia con un gruppo storico formato da giocatori come Lopez, Dal Canto, Otero, Mimmo Di Carlo, il bomber Murgita e Jimmy Maini, alcuni dei quali avevano inziato con Ulivieri un percorso che aveva portato la vecchia Lanerossi dalla serie C alla serie A. Fu Guidolin a mettere la ciliegina sulla torta creando una squadra umile, operaia, concreta come poche. Un certo Zidane, in una sua biografia, racconterà di non essere mai stato messo tanto in difficoltà in vita sua come da quel mediano pelato con il codino. Quel mediano era Mimmo Di Carlo interprete dei dettami di Guidolin in campo. Il Vicenza non stupì solo in campionato. Entusiasmò in Coppa delle Coppe arrivando fino alla semifinale. A Stamford Bridge il Chelsea di Gianluca Vialli deve sudare sette camice per avere la meglio sui biancorossi. Luiso, il Toro di Sora, si prende addirittura la briga di portare in vantaggio i veneti e zittire i tifosi blues. La regia internazionale scrive Chelsea 0-1 ViNcenza, sbagliando persino il nome della squadra italiana. Il sogno sfumerà nel secondo tempo, a causa delle magie di Zola che porterà i padroni di casa alla finale contro lo Stoccarda.

Il Piacenza di Cagni

È vero, il Piacenza non raggiungerà l’Europa come il Parma o il Vicenza, ma disputerà una serie di campionati entusiasmanti con una squadra tutta italiana. Con una sola macchia: una retrocessione avvenuta all’ultima giornata giocando non in contemporanea con la Reggiana che riuscirà a salvarsi battendo il Milan campione d’Italia a San Siro, a bocce ferme. Il Piacenza è una squadra che morde, come il suo allenatore. Durante gli anni cambiano i giocatori ma mai la fisionomia di una squadra votata alla difesa ma che riesce ad esaltare sempre le doti realizzative di un centravanti venuto dalle serie minori. È il caso proprio di Luiso, ma anche di Hubner successivamente. La differenza la fanno i centrocampisti: Angelo Carbone che avrebbe meritato di più (oltre ad un gol in Coppa dei Campioni col Milan) nella sua carriera, ma soprattutto Eusebio Di Francesco, polmoni d’acciaio e cervello sopraffino. Nonché futuro allenatore di un’altra provinciale terribile: il Sassuolo.

L’Udinese di Zaccheroni

Altro giro, altro tridente. Se Zeman amava cambiare gli interpreti per dimostrare che il modulo viene prima di tutto, Zaccheroni ha una fiducia cieca nei suoi tre moschettieri: il centravanti Oliver Bierhoff, gran colpitore di testa, giocatore intelligente in campo e fuori, difensore aggiunto al bisogno. Paolo Poggi, già suo giocatore al Venezia, in serie C, classica seconda punta, abile a rientrare sul destro partendo da sinistra. E Marcio Amoroso, brasiliano un po’ sacrificato dalla presenza del cannoniere tedesco, che in seguito diventerà fondamentale. Nel campionato 1997/1998, quello dello scontro tra Juve e Inter o tra Iuliano e Ronaldo, a seconda dei punti di vista, l’Udinese di Zac reciterà un ruolo importantissimo arrivando terza. Sarà anche la prima squadra a battere l’Inter di Simoni  (1 a 0, gol di Bierhoff al novantesimo) che fino a quel momento, poco prima di Natale, sembrava addirittura imbattibile. L’Udinese di Zac è una squadra molto concreta: gioca bene ma non rinuncia a difendere, sebbene lo faccia con tre uomini. I giocatori chiave sono il centrale Calori, il centrocampista Ametrano e l’esterno Helveg, un terzino che si prenderà anche la soddisfazione di vincere uno scudetto nel Milan e ritrovare Zaccheroni all’Inter. Da queste parti ha giocato Zico, ma questa è una squadra diversa, un meccanismo perfetto che esalta il singolo all’interno di un concetto di gruppo. L’attuale Udinese, ormai una realtà del calcio italiano inizia il suo percorso a fine anni ’90, con Zaccheroni.

Il Chievo di Del Neri

E quando i mussi i volarà, faremo el derby in Serie A“, dicevano i tifosi dell’Hellas Verona. I Mussi sono gli asini, simboli della seconda squadra di Verona. Precisamente di un quartiere di Verona, artefice di una vera e propria scalata dai dilettanti alla serie A. Gran parte del merito di questa prodezza sportiva è in realtà da attribuire ad un altro allenatore: Alberto Malesani che lavorava alla Canon e nel tempo libero si dilettava ad allenare il Chievo. Fu Gigi Del Neri, che qualche anno prima non si era sentito pronto per affrontare la serie A con l’Empoli, a trasformare questa matricola in una bellissima realtà. Del Neri gioca con un 4-4-2 talmente dispendioso per le ali, che ne alterna 4 a partita. Luciano Eriberto trova la sua annata di grazia, Marazzina e Corradi, davanti si integrano alla perfezione. Dopo qualche esperienza non proprio edificante in giro per l’Italia Simone Perrotta trova la propria dimensione: quella di centrocampista di livello internazionale. Dirige Eugenio Corini. Il Chievo stupisce e va a predicare il calcio in tutti gli stadi d’Italia, compreso San Siro dove batte l’Inter di Cuper. Al ritorno la ferma sul pareggio costringendola praticamente a vincere l’ultima partita con la Lazio. Il resto della storia lo conoscete sicuramente.

Il Brescia di Mazzone

Basterebbe un nome a raccontare questa storia: Roberto Baggio. Non che Carlo Mazzone non abbia importanza, o peso, nella bella favola della provincia lombarda. Ha anzi il merito di mettere insieme gente come Baggio, Toni, Guardiola, un giovane Pirlo e farli giocare con lo spirito giusto: quello da provinciale. Il suo Brescia è classe, ma anche e soprattutto corsa. È lo spunto di Baggio, ma anche la tenacia di Tare, è Pirlo arretrato per la prima volta davanti alla difesa, proprio per dare massima libertà al divin codino. Che ritrova una seconda giovinezza portando il Brescia in Europa attraverso l’Intertoto.  A correre ci pensano i gemelli Filippini, anima e cuore della squadra. Il ricordo indelebile è un derby con l’Atalanta: il Brescia perde 3 a 1 e Mazzone ne sente di tutti i colori dalla curva bergamasca. Sul 3 a 2 sbraccia e promette di andare sotto quella curva in caso di gol del pareggio. Che arriva due minuti dopo: Mazzone urla, si dimena, arriva ad un metro dai nemici storici dopo una corsa da centometrista. Lo portano via ma conoscendolo lo rifarebbe altre cento volte.

La Reggina di Mazzarri

La Reggina è forse la squadra (dopo la Juve) più penalizzata dalle vicende di Calciopoli. Quando Mazzarri però viene a sapere che la sua squadra partirà da una penalizzazione di 14 punti capisce che quella è l’occasione per compiere la più bella delle imprese. Lo scudetto di Reggio Calabria, così verrà celebrato sullo stretto, è frutto di un campionato stupendo, sempre sul filo del rasoio. Mazzarri riesce a compattare il gruppo, a tirar fuori il meglio dai suoi giocatori, a creare il clima che piace a lui: quello della battaglia all’ultimo respiro. Poi trova un grandissimo Taibi che disputa la più bella delle stagioni, segnando addirittura una rete, ma soprattutto una coppia d’attacco strepitosa: Nick Amoruso e Rolando Bianchi. In realtà giocano un campionato a livelli altissimi anche Mesto e Paredes. Ma la differenza la fa lui: Walter Mazzarri, che lascia Reggio per entrare nel giro dei grandi club.

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Alle ore 15 di domenica 18 gennaio si gioca Chievo-Fiorentina. Quella che sulla carta sembrerebbe una partita facile per la Fiorentina, mette la parola “fine” al girone d’andata di questa stagione. I viola vorrebbero chiudere in bellezza con 3 punti fondamentali per rimanere sul treno che porta all’Europa. La bella, anche se sofferta, vittoria contro il Palermo e l’arrivo di Alessandro Diamanti hanno caricato la squadra, che sembra sempre più determinata ad arrotondare i punti in classifica.

Oltre al risultato, l’ultima gara casalinga ha dimostrato che alcuni punti fermi della rosa sono in piena forma: Borja Valero e capitan Pasqual hanno fornito una grandissima prova, arricchita dalle prestazioni altrettanto ottime di Joaquin e Cuadrado. La formazione sarà quindi, molto probabilmente, la stessa. L’unico cambiamento sicuro avverrà in difesa, dove tornerà il titolarissimo Gonzalo Rodriguez. Non ci sarà invece Stefan Savic, che deve ancora scontare tre delle quattro giornate di squalifica arrivate in seguito alla doppia espulsione nella partita di Parma.  A questo proposito, la Fiorentina ha presentato un ricorso, nel tentativo di ridurre la sanzione a tre giornate. I precedenti in casa dei gialloblù sono buoni: un pareggio e una vittoria con una bella doppietta di Cuadrado. Gli aspetti positivi sono quindi numerosi, ma le difficoltà non mancheranno.

La condizione di Mario Gomez continua a lasciare delle perplessità. L’ex Bayern Monaco sembra essere stato colpito da un enorme carico di sfortuna, che non riesce a togliersi di dosso.  Eppure il tedesco era riuscito finalmente a sbloccarsi con un bel gol a Cagliari, ma a quanto pare non è bastato a ridargli fiducia nelle proprie capacità.  Dopo il rigore fallito a Parma e il gol mancato a (quasi) porta vuota contro il Palermo, questa partita potrebbe essere decisiva per il suo morale e per le decisioni di mister Montella. Il posto da centravanti titolare, che sembrava assicurato, inizia a traballare. E con il ritorno di Babacar potrebbe cedere del tutto. Attenzione anche ai diffidati: difficilmente Tomovic e Aquilani rischieranno, rimanendo in panchina ma Alonso e soprattutto Pizarro, dovranno essere molto cauti in vista della partita del 25 gennaio contro la Roma.

Per quanto riguarda la squadra allenata da Maran, questa sarà una partita importantissima. Infatti, i clivensi si trovano a soli 3 punti dalla zona retrocessione con una media di un solo punto a partita (18 punti in 18 partite).  Il Chievo viene da tre risultati utili consecutivi. Dopo la vittoria nel derby, hanno messo a segno due pareggi e sperano di poter continuare su questa striscia sapendo che l’Empoli,  ugualmente a 18 punti, dovrà affrontare un’Inter che si è nettamente rinforzata durante l’ultima sessione di mercato. Il morale è sotto pressione, ma la carica non manca. L’ultima partita, che sembrava ormai persa, ma che poi è stata pareggiata allo scadere dei 90 minuti, è servita alla squadra per tenere viva la speranza di risalire sullo scalino della zona salvezza.

Il Bentegodi sarà quindi l’arma in più del Chievo, anche se i tifosi fiorentini accorrono sempre numerosi alle trasferte e si faranno certamente sentire. Sui lati opposti della classifica, entrambe le squadre lottano per obiettivi importanti. Si preannuncia dunque una partita carica di emozioni e del tutto imprevedibile. Ci sarà, questo è certo, da divertirsi.


Articolo scritto da Katherine Butazzi per la rubrica #giornalistaviola.

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