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Chi ben comincia è a metà dell’opera; chi comincia male, invece, come finisce? Dubbi e pensieri di Antonio Conte, dopo un avvio di campionato da incubo contro il Burnley. I campioni in carica, infatti, hanno inaugurato la nuova stagione con una pesante sconfitta casalinga, che ha lasciato strascichi, paure e polemiche.

Antonio Conte Chelsea

La squadra è incompleta? Il mercato oneroso ma insufficiente? Le domande in casa Blues sono soprattutto queste, mentre ancora si fatica a digerire il 2-3 allo Stamford Bridge. La modesta avversaria del Chelsea nell’esordio in Premier lo scorso anno aveva chiuso addirittura in 16esima posizione, eppure è uscita col bottino pieno dal tempio di Conte&Co.

La gara è stata un crescendo negativo per i Blues, ridotti in nove uomini per le espulsioni di Cahill e Fabregas. Qualche segnale positivo è arrivato solo da Morata, entrato nella ripresa, che però non è riuscito a scongiurare l’amaro risultato finale.

La sconfitta in Premier è arrivata una settimana dopo l’altro pesante KO, quello ai rigori con l’Arsenal nel Community Shield, rafforzando la convinzione di dover sistemare una rosa che attualmente appare incapace di bissare il successo dello scorso anno.

Il cash investito dai Blues, infatti, non corrisponde alla funzionalità ed efficienza degli acquisti: 140 milioni non sono pochi, ma i soli Rudiger, Bakayoko e Morata non bastano a colmare le insicurezze della squadra e del suo tecnico. A questo si aggiunge una condizione fisica ancora approssimativa, che non riesce a reggere il gioco scoppiettante del tecnico.

A risentire dei risultati negativi è sopratutto lo spogliatoio, dove il clima si è surriscaldato: nel post della gara col Burnley, Conte ha puntato il dito contro l’arbitraggio riservato ai Blues nelle ultime tre partite (“tutte queste espulsioni sono strane”, ha detto l’ex Juve), ed è stato a sua volta attaccato da Diego Costa, messo ai margini della rosa.

Diego Costa, attaccante del Chelsea.

L’attaccante ispano-brasiliano, infatti, ha parlato dello strappo con il club inglese, prendendosela proprio con Conte: “Ho visto che tipo di persona è: ha le proprie opinioni e non le cambia. Come allenatore lo rispetto, perché ha fatto un buon lavoro, ma come persona no”.

Insomma, è vero che è solo calcio d’agosto, ma è pur sempre calcio che conta. Il Chelsea lo sa e sta già pensando di correre ai ripari: si cercano almeno altri tre giocatori, tra cui anche un attaccante di peso. Che sia Belotti?

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La sensazione, al 10 di agosto, è che a tutti manchi un soldo per fare una lira. Eppure lo “start” è dietro l’angolo. Domani sera, venerdì 11 agosto, sarà l’Emirates Stadium di Londra a ospitare il calcio d’inizio della Premier League 2017/2018: di fronte Arsenal e Leicester, l’eterna incompiuta e la sorpresa dell’edizione 2015/2016. Nel mirino di chi ambisce al titolo, però, c’è un solo nome: Antonio Conte.  Jamie Carragher ha previsto il suo addio a fine stagione, lui vorrebbe fare di tutto per smentirlo. O almeno provare a salutare da vincente.

Prima fermata, Londra

Non poteva che essere la Capitale la sede della prima partita ufficiale di stagione: è lì che il titolo è tornato a casa dopo due anni, sponda Chelsea. Merito dell’allenatore italiano, ormai un veterano quando si tratta di rilanciare nobili decadute, che si tratti di squadre di club o di rappresentative nazionali.  Confermarsi, però, è sempre più complicato, soprattutto se in ballo ci sono anche le coppe europee, come avverrà con i Blues nella Champions League al via tra un mese. La strategia applicata dal club di Roman Abramovich ha una definizione: oculatezza. Via Begovic? Arriva Caballero, affidabile secondo. Addio a Terry e Diego Costa? Dentro Rüdiger e Alvaro Morata. Matic saluta per ritrovare Mourinho nello United? C’è Bakayoko dal Monaco. Dietro, vista la partenza di Zouma, occorre un altro centrale affidabile, così come Moses, a destra, non potrà tirare la carretta per tutta la stagione, come già avvenuto nello scorso anno. Gli altri assalti alla Serie A (Candreva dall’Inter e Alex Sandro dalla Juventus) sono stati respinti, per ora, così il vero top player potrebbe dover essere ancora lui, Antonio Conte. Che ha già alzato l’asticella della tensione:

“Per essere competitivi e puntare di nuovo al titolo, servono nuovi acquisti: la società sa quali sono le mie priorità”

Ti tengo d’occhio

Storia infinita, quella tra Josè Mourinho e Antonio Conte. Avviata anni fa in Italia con una vittoria a sorpresa dell’Atalanta, allora guidata dall’allenatore italiano, sull’Inter dello Special One, e proseguita nel Regno Unito. La scorsa annata ha visto un vincitore, inequivocabile, del duello diretto e del campionato. Così Josè ha dato vita a una campagna di rafforzamento mirata: dentro il secondo miglior marcatore della scorsa Premier, Romelu Lukaku, per un “certo” Zlatan Ibrahimovic, e un granatiere della mediana quale Nemanja Matic.

A ballare, come dimostrato anche in finale di Supercoppa Europea contro il Real Madrid, è la difesa: Lindelof non è un nome in grado di cambiare il volto a un reparto. Occorre leadership, la stessa persa nello spogliatoio dopo l’addio di Wayne Rooney, tornato all’ovile dell’Everton. Ma la seconda stagione di Mourinho in un club, si sa, è sempre la più redditizia per trofei. Saprà confermarsi?

Riscatto è invece la parola d’ordine per Pep Guardiola sull’altra sponda di Manchester. Dopo un’annata chiusa senza trofei all’attivo, per l’allenatore catalano è tempo di risposte. La prima è arrivata dal calciomercato: gli Sky Blues hanno acquistato Mendy per 57 milioni, Walker per 51, Bernardo Silva per 50, il portiere Ederson per 40, Danilo a 30, Douglas Luiz per 12. Con un altro arrivo supererebbe il Real Madrid dei record del 2009 per volume di spesa. Basterà?

Fix you

“Riparare”, un verbo che non solo ha dato vita a uno dei maggiori successi dei Coldplay (non a caso formatisi a Londra), ma che per Arsene Wenger sulla panchina dell’Arsenal è ormai una specie di mantra da un ventennio a questa parte. La conferma dell’allenatore francese alla guida dei Gunners si è chiusa con un lieto fine, sgradito a parte della tifoseria. In campo, tutto ruota intorno ad Alexis Sanchez:  se parte, l’arrivo di Lacazette (costato 58 milioni) da affiancare a Giroud resta un palliativo. Lo stesso dicasi per il Liverpool: Klopp in estate ha accolto Momo Salah ad Anfield Road, prelevato dalla Roma, ma rischia di perdere Emre Can (seguito dalla Juventus) e deve resistere alle sirene del Barcellona per Coutinho, per il quale si rischia di dover valutare offerte superiori ai 100 milioni di euro.

I bookmakers credono invece al Tottenham di Pochettino: ha cambiato poco, ma è garanzia di continuità dopo una stagione in cui è stata la principale rivale del titolo per il Chelsea: i segnali offerti nel precampionato da Kane e compagni, come la sonora vittoria sulla Juventus, ne sono conferma.  Per gli scommettitori d’Oltremanica, maestri in materia, la favorita di stagione non coincide con il campione uscente: il Chelsea di Antonio Conte è infatti quotato a meno di Manchester City e Manchester United. La ragione? Il bis non si vede da 10 anni sulla vetta della Premier League, ovvero dal biennio 2007-2008. Manco a dirlo, allora furono i Red Devils a realizzarlo.

Money, money, money

Una certezza c’è: quello inglese resta il campionato più ricco d’Europa. Per conferme chiedere al Liverpool, fresco di annuncio di un accordo con la Western Union, azienda fornitrice di servizi finanziari, per una cifra pari a 28 milioni di sterline. Per trovarsi dove? Sulla manica sinistra della maglia. E lo stesso accade per le altre “big”. Si spiega così un torneo in cui una potenziale outsider come l’Everton può permettersi di spendere 35 milioni per un portiere, Pickford. Il volume di spesa nei soli affari interni, sin qui, è di circa 150 milioni di sterline. E potrebbe non essere finita qui. Se il calcio europeo si scandalizza per le spese folli del Paris Saint Germain, la regina del mercato resta ancora la Premier League.

Breaking news

Le curiosità da tener d’occhio, infine. Non poche:  Frank de Boer, che i tifosi interisti hanno dimenticato volentieri, è alla guida del Crystal Palace; Rafa Benitez guida un Newcastle tornato in Premier dopo un anno di calvario, mentre il piccolo Huddersfield ha festeggiato il ritorno nella prima serie del calcio inglese dopo 45 anni dall’ultima volta.

Le novità “contagiano” anche le divise da gioco: ai club sarà data la possibilità di scegliere tra cinque differenti combinazioni (bianco con dettagli neri, e nero, blu notte, rosso e giallo, tutti con dettagli bianchi) per il nome e le modalità di stampa dei numeri sulle divise da gioco. Una scelta finalizzata ad omologare i club sotto l’egida della Football Association con quanto avviene in Europa League e Champions League.

Addio anche alle “pettinature” inedite sul campo:  la FA ha anche annunciato il divieto di disegnare sui terreni di gioco patch inedite e di pettinare il campo secondo modalità diverse da quelle tradizionali, orizzontali e bianche. Poche regole, ma chiare: in pieno stile “british”. Buon calcio!

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Premessa importante per chi leggerà questo post: chi lo scrive crede che oggi, eccezion fatta per un’icona ultragenerazionale come Gianluigi Buffon, Lorenzo Insigne sia il miglior calciatore italiano. Se siete d’accordo con questa tesi o credete che ci possano essere basi solide per sostenerle, siete invitati a procedere nella lettura. Se vi va di confutarla, anche. Perché quella di Lorenzino il Magnifico, come a Napoli lo conoscono sin dai primi passi, è la storia di una stagione di consacrazione: da calciatore importante a leader tecnico, da funambolo a mente. Nove mesi per un salto in avanti che sa di elezione.

Lorenzo Insigne Napoli

Ago della bilancia

Eppure, la stagione 2016/2017 per Lorenzo non era partita sotto i migliori auspici: partito Higuain, il Napoli si era affidato a Milik per rinvigorire l’attacco e supportare un Gabbiadini troppo discontinuo per puntare ai piani alti. Così, nel tridente ideato da Maurizio Sarri, l’attaccante di Frattamaggiore si era trovato a duellare con Dries Mertens per un posto al sole sulla corsia di sinistra: lo stato di grazia del belga, già denotato nel primo turno di campionato nel 2-2 di Pescara, era un’ombra lunga sull’attualità di Insigne. Ma, come spesso succede nel calcio, il paradossale aiuto è arrivato dal crack al ginocchio di Milik in ottobre, quando Lorenzino era ancora a quota 0 (!) marcature e 3 assist stagionali. È allora che Insigne è tornato ad essere un titolare, elemento essenziale di un tridente leggero capace di siglare 60 reti in campionato: corsa, qualità e leadership, quella che al San Paolo i suoi tifosi gli chiedevano da tempo.  Le prime reti in A sono maturate il 19 novembre, con la doppietta di Udine: da quel giorno il numero 24 non si è più fermato: 19 gol e 12 assist in serie A, una sola rete, quella dell’illusione nell’andata degli Ottavi di Finale al “Bernabeu” contro il Real Madrid, in Champions League. Numeri da stella, finalmente luminosa con costanza e non a intermittenza.

Insigne con Callejon e Mertens

Rinnovo e sorrisi

Una stagione da top player, valsa un rinnovo del contratto da primattore, nelle cifre e nelle modalità: il 22 aprile Insigne si è legato al Napoli fino al 2022, con una firma proiettata in diretta televisiva, con lo stesso cerimoniale d’onore che Aurelio De Laurentiis aveva riservato in passato solo a Edinson Cavani. Una vera e propria investitura a bandiera, sulle spalle di chi veste la maglia del Napoli sin dai primi passi e ha imparato a maturare anche lontano da casa in esperienze importanti come quelle di Foggia e Pescara.

Le cifre ballano sui 4.5 milioni netti a stagione, e l’assenza di clausole rescissorie, come era invece stato fatto per il Matador oggi al Psg e poi per Gonzalo Higuain, ha un solo significato: nei piani societari, si tratta di un legame destinato a rinvigorirsi giorno per giorno. Lorenzo, però, non ha mai nascosto le proprie ambizioni:

“Indossare per sempre la maglietta del mio Napoli è già un traguardo fantastico, vincere qualche trofeo importante con la squadra della mia città lo sarà ancora di più”

Vincere: ciò che sin qui, eccezion fatta per Coppa Italia e Supercoppa Italiana, gli è mancato. A quota 214 partite e 49 reti – di cui ben 33 nell’ultimo biennio – con la maglia del Napoli, è tempo di sollevare trofei. I numeri ottenuti nell’ultima Serie A – 86 punti in 38 partite, frutto di 26 vittorie, 8 pareggi e 4 sconfitte – non sono stati sufficienti: allora, dirsi quanto si è belli non basta più. Insigne ha capito la lezione, ha abbassato i calzettoni e si è messo a correre: ora serve che lo faccia tutta la squadra.

Lorenzo Insigne e Aurelio De Laurentiis al rinnovo del contratto

Insidia Blues

Il blu e le sue sfumature sono nel destino di Lorenzino da Frattamaggiore. Quello tenue del Napoli è nel cuore, quello intenso del Chelsea si profila all’orizzonte, almeno nei sogni dei dirigenti di Stamford Bridge. Non si spiegherebbe in altro modo la notizia di mercato per la quale per Insigne sarebbero pronti 45 milioni di sterline, pari a circa 51 milioni di euro, con annesso ngaggio raddoppiato, in caso di partenza di Eden Hazard direzione Real Madrid. Un’idea suggestiva, quella di Antonio Conte, che si scontra frontalmente con le intenzioni del club e dello stesso calciatore, che vorrebbe chiudere la carriera a Napoli.

I Blues sembrano determinati a non desistere, ma gli ostacoli del cuore e delle opportunità (Insigne è l’unico prodotto del settore giovanile del Napoli capace di imporsi al grande calcio in 13 anni di attività post fallimento) sono troppo importanti al momento. Molto complicato, se non impossibile, che quell’atto di amore siglato nero su bianco appena due mesi fa possa essere cancellato da un volo per Londra.

Lorenzo Insigne Italia

Lorenzo, ora prenditi l’Azzurro

Non saranno 50 come quelle a tinte erotiche e di colore grigio della scrittrice inglese E. L. James, ma le sfumature azzurre nel viaggio calcistico di Insigne sono già considerevoli: a Napoli e Chelsea, inevitabile aggiungere l’Italia. Prossima tappa, non per frequentazione degli ambienti di Coverciano (ha giocato con la Nazionale “A” già 16 partite, realizzando 3 reti in cinque anni) ma per il necessario bisogno di dimostrare che il calcio italiano può avere un altro numero 10 al quale affidarsi, dopo simboli come Baggio, Totti e Del Piero e passaggi a vuoto come quelli rappresentati da Cassano, Di Natale e Giovinco, incapaci di imporsi su scala internazionale.

Ventura lo vede come esponente della “classe operaia”, largo a sinistra nel 4-4-2, ma la rete contro il Lichtenstein ha dimostrato che il genio non si può imprigionare: l’investitura di capitan Buffon è solo l’ultimo step di una crescita esponenziale dell’attaccante napoletano, esploso definitivamente in questa stagione grazie anche alla cura Sarri.

Durante l’Europeo francese era rimasto ai margini del gruppo, allenato proprio da Conte, oggi appare sicuramente l’unico a poter sopportare la pesante investitura di “salvatore della Patria”. O lui, insomma, o nessuno. E se saprà sopportare il 10 dell’Italia sulle spalle, chissà che un giorno a Napoli non cambino idea sull’assegnazione di quella maglia…

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Hull, Leicester, Manchester United, Southampton, Everton, Middlesbrough, Tottenham, Man City, West Bromwich, Sunderland, Crystal Palace, Bournemouth e Stoke City. Stop. La corsa del Chelsea di Conte si è arrestata al White Hart Lane, dove ha lasciato 3 punti e un record a causa di un doppio Dele Alli. Si ferma a 13 successi di fila la cavalcata dei Blues, che così eguagliano ma non superano l’Arsenal nel calcolo delle vittorie consecutive conquistate in un campionato.

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Il record, comunque, sarebbe stato solo “nazionale”, perché in testa a questa speciale classifica, contando Liga, Bundesliga, Premier e Serie A, c’è il Bayern Monaco, con diciannove vittorie consecutive, stagione 2013-14. A seguire l’Inter, con 17 successi nel 2006-07, il Barcellona con 16 nel 2010-11, il Real con 15 nel 1960-61 e, sempre a quota 15, la Juve nella scorsa stagione.

Alla vigilia della gara con gli Spurs, Conte aveva predicato concentrazione e calma, ma solo per i tre punti: “Tredici vittorie di fila sono un risultato fantastico, ma preferisco che i miei giocatori pensino che sia importante vincere per i tre punti e non per continuare la striscia vincente”. In realtà, un po’ di sano narcisismo lo hanno tutti i grandi, quindi immaginiamo il suo gongolare nell’aver immaginato di entrare nell’almanacco del calcio inglese.

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Ma, almeno per questa volta, il record è rimandato. Il cammino dei Blues, comunque, resta straordinario: 49 punti in Premier e primo posto (anche se il Liverpool tallona): se continuasse su questa scia, a fine stagione potrebbe chiudere a più di 90 punti. Un risultato da pelle d’oca solo a pensarci.

Una grande stagione che conferma (dopo il miracolo di Ranieri con il suo Leicester) il buon rapporto tra il campionato inglese e i nostri tecnici.

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Diego Costa

Nel Chelsea capolista in Premier League spicca la differenza di rendimento di tanti giocatori già in rosa nella scorsa stagione, molto negativa sia dal punto di vista dei risultati sia dalla qualità delle partite. Antonio Conte è riuscito a rivitalizzare tanti elementi della rosa dei Blues che avevano sottoperformato, da Eden Hazard miglior giocatore del 2014-2015 e oggetto misterioso del 2015-2016 fino a Victor Moses e Pedro Rodríguez, due che in estate non sembravano avere futuro a Londra (specialmente il primo, ora invece un punto fermo). La metamorfosi più visibile riguarda però Diego Costa: decisivo nella sua stagione d’esordio in Premier League con venti gol, molto in calo l’anno scorso (dodici reti alla fine, quasi tutte da Natale a inizio marzo) e ora di nuovo principale referente offensivo. È lui ora il vero trascinatore.

Diego Costa, attaccante del Chelsea.

UN PALLONE ED È GOL

Diego Costa ha già quasi eguagliato le statistiche dell’anno scorso alla voce gol segnati, undici in quattordici giornate. Si è quasi dimezzata la media in rapporto ai minuti giocati, una rete ogni 112′ rispetto a una ogni 198′ del 2015-2016, ora è praticamente tornato ai fasti della prima stagione inglese e dell’ultima all’Atlético Madrid (in gol rispettivamente ogni 104′ e ogni 109′). Come unico attaccante d’area nel nuovo 3-4-3 di Conte (ai lati ha due esterni offensivi, non certo centravanti come lui) sta facendo reparto da solo: segna, fa assist, apre spazi per i compagni, regge l’urto contro i difensori avversari e trasforma in oro quasi tutti i palloni che transitano nei sedici metri finali. Col Manchester City ha spaccato la partita segnando l’1-1 e lanciando Willian per l’1-2, così come aveva fatto con Moses per il decisivo 2-1 sul Tottenham, sfida nella quale era rimasto a secco ma aveva comunque messo la sua impronta. Fin qui non ha segnato solo in quattro giornate su quattordici, tuttavia ciò che sorprende di più è la sua trasformazione dal punto di vista caratteriale.

Diego Costa e Oscar al Chelsea nella stagione 2015-2016

BASTA GUERRA CON IL MONDO

Che l’ispano-brasiliano fosse un bomber implacabile lo si sapeva già dai tempi di Madrid, quando portò i colchoneros a vincere la Liga e giocare la finale di Champions League col Real Madrid, dove giocò solo pochi minuti per infortunio. Il rovescio della medaglia del suo tipo di gioco era però rappresentato da eccessi caratteriali che spesso si tramutavano in veri e propri sfoghi sul campo, sia con gli avversari sia a volte con i compagni di squadra. L’anno scorso è stato squalificato più volte e si è fatto espellere in FA Cup contro l’Everton, litigando di fatto con chiunque e mostrando insofferenza ogni volta che scendeva in campo.

La stagione in corso era partita allo stesso modo, con quattro ammonizioni nelle prime sei giornate, poi qualcosa è cambiato: in corrispondenza con la svolta del Chelsea è arrivata anche la sua, non ha più preso cartellini e non si è più fatto notare per comportamenti sopra le righe. Possibile che Conte sia stato capace di toccare le corde giuste, la differenza è evidente e la rissa scoppiata nel recupero una settimana fa col Manchester City lo dimostra, perché lui è corso dalla panchina per vedere cosa stava accadendo ma non ha preso parte al litigio. Sembra un altro: al Chelsea è questo il tipo di giocatore che serve per tornare ai vertici.

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Le idee sono la base del nostro lavoro, ma poi bisogna tenere conto delle caratteristiche dei calciatori

Un manifesto programmatico, un credo calcistico, una ricetta (quasi) infallibile. Parole e musica di Antonio Conte, nuovo re di Londra con il suo Chelsea, ultima tappa di una carriera che, in una sorta di risiko calcistico, lo ha condotto a piazzare bandierine a Bari, Siena, quindi Torino sponda Juventus e infine su un’intera Nazione, portata a un passo dall’exploit agli ultimi Europei. Dall’azzurro Italia al blu Chelsea il passo è stato breve. Cromaticamente forse, ma non sul piano sportivo. Le difficoltà infatti non si sono fatte attendere, particolare – non da poco – che Conte ricorda spesso a quanti adesso lo incensano ed esaltano, come se l’approccio con la Premier League fosse stato una passeggiata di salute.

Non dobbiamo dimenticare che un mese e mezzo fa, dopo le sconfitte con Liverpool e Arsenal, il clima era cupo“, ha ribadito più volte in una recente intervista, ammiccando anche a chi gli ricordava che i bookmaker a ottobre avevano persino sospeso le quote relative a un suo possibile esonero. Proprio dall’orlo del baratro, però, è cominciata la grande risalita. Una crescita impressionante, favorita dal cambio di modulo e dalla scoperta di talenti sconosciuti, e in parte inattesi, a cominciare da quel Moses sottovalutato e ignorato persino da Mourinho. Il Chelsea lo aveva messo sotto contratto nel 2012, salvo poi mandarlo sempre in prestito – prima al Liverpool, poi allo Stoke City e infine al West Ham – senza dargli mai un’occasione. E adesso, invece, guai a toccarglielo. “Ha qualità importanti – se lo mangia con gli occhi Conte –Tecnica, forza fisica, capacità di coprire settanta metri di campo. Mi pare incredibile che uno come lui sia stato sottovalutato“.

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Proprio lui, insieme all’ex fiorentino Alonso, è stato una delle principali armi tattiche della transizione verso un modulo più congeniale. “La mia scelta di partenza era il 4-2-4 – ha raccontato ancora il tecnico salentino – Volevo riproporre lo stesso copione di Bari, Siena e dei primi tempi alla Juve. Poi siamo passati al 3-5-2 e alla fine siamo approdati al 3-4-3, perché è lo spartito migliore per questa squadra“. E le similitudini con la prima Juventus non finiscono qui. Anche con i bianconeri, dopo alcuni esperimenti poco convincenti, giunse alla difesa a tre; anche quella squadra era reduce da un settimo posto, non disputava le coppe, era disponibile per lavorare tutta la settimana e sul mercato non raccolse troppo, ripartendo da elementi da rivalutare, rilanciare e magari piazzare in zone di campo più adatte alle loro caratteristiche.

E i capolavori di Conte rispondono in particolare ai nomi di Hazard e Diego Costa. Il belga, trequartista dal talento sconfinato, non si è mai visto così determinato e determinante. Largo nel tridente d’attacco, con Pedro sulla corsia opposta (“Perfetto per il 3-4-3” è la definizione dello spagnolo fornita dall’allenatore), ha già realizzato sette gol in dodici presenze e distribuito assist come se piovesse, molti dei quali hanno armato il piede proprio di Costa, tornato sui livelli della prima stagione a Londra (20 reti) o di quella prima all’Atletico (27). Una rivalutazione incredibile che è anche nei numeri di squadra.

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Il Chelsea ha infilato 6 vittorie consecutive in quaranta giorni (11 complessive in campionato), ha realizzato 17 gol e non ne ha incassato nessuno, è sua la seconda migliore difesa del torneo dietro al Tottenham (9 gol al passivo contro 8) e anche l’attacco occupa la seconda piazza con 27 centri, alle spalle del Liverpool (quota 30). Numeri d’avanguardia che avvicinano nuovamente la squadra alla creatura bianconera del tecnico, che vinse lo scudetto in difesa e senza fenomeni in attacco. E se andasse allo stesso modo anche Oltremanica?