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19 novembre 1995: stadio “Ennio Tardini” di Parma,  arriva il Milan. Nevio Scala, allenatore dei ducali in quella stagione, ha un dubbio da risolvere. Luca Bucci, portiere titolare, si è infortunato all’alba della settimana in allenamento. La sua riserva naturale è l’esperto Alessandro Nista, ma un ragazzino delle giovanili dal cognome noto e dal rendimento monstre con i suoi coetanei si sta mettendo in luce con i “senior”. Para tutto al mercoledì: stesso film nei due allenamenti successivi. Fino alla scelta di Scala, presa in accordo con il preparatore dei portieri Enzo Di Palma. Contro i rossoneri tocca a lui, Gianluigi Buffon. Neppure maggiorenne, il ragazzino sbarra la strada a Roberto Baggio e George Weah, meritando la palma di migliore in campo. In pochi sanno che sarà l’avvio di una carriera da record, fino a diventare il primo al mondo.

L’ultimo Capodanno tra i pali

Il cognome di quel 17enne, d’altronde, parlava chiaro. Il riferimento è a Lorenzo Buffon, classe 1929, cugino del nonno di Gigi e storico portiere degli anni ’50 e ’60, cinque volte campione d’Italia (4 con il Milan, una con l’Inter) e considerato uno dei più grandi estremi difensori della storia del nostro calcio. Gigi, non ce ne voglia il suo avo, è diventato però il più famoso, e anche il più forte, in famiglia: oggi, 1033 partite ufficiali dopo tra Parma, Juventus e Nazionale, il numero 1 bianconero è alla soglia dei 40 anni (li celebrerà il 28 gennaio) e ha preso una decisione, probabilmente irremovibile: a fine stagione addio al calcio giocato e guantoni appesi al chiodo.

“Molto probabilmente smetterò. Ho quasi 40 anni, sento il dovere di dar spazio agli altri. Sono comunque a disposizione della Juve e della Nazionale, mi sento come un soldato al servizio della mia squadra e del mio Paese”

Parole rilasciate in Germania al Der Spiegel, che hanno la sensazione di una respinta sicura, di quelle che Buffon ha fatto a migliaia in carriera, alle voci di un clamoroso ripensamento del gigante di Carrara: così, l’anno solare che ha avuto il via da pochi giorni potrebbe – anzi, dovrebbe – essere l’ultimo con il Gigi nazionale tra i pali.

Chi dopo Buffon?

L’interrogativo vien quasi naturale, per gli addetti ai lavori che per tre lustri hanno compilato la formazione della Juventus ponendo quasi in automatico tra i pali quel numero 1 accompagnato da 6 lettere – BUFFON – o che in venti anni di Nazionale italiana hanno visto Gigi come la regola e gli altri colleghi come l’eccezione. Le lacrime versate davanti alle telecamere Rai dopo la clamorosa eliminazione dell’Italia dalla corsa ai Mondiali per mano della Svezia resteranno le ultime di Buffon in Azzurro, dove è primatista di presenze (175) e titolare di una Coppa del Mondo conquistata senza mai incassare reti da avversari su azione.

La risposta all’interrogativo sul suo successore è quasi scritta tra le pieghe degli scorsi mesi: Gianluigi Donnarumma, che oltre a condividere con Buffon il nome di battesimo, ne ricorda la precocità. Titolare addirittura a 16 anni con il Milan, spesso difeso a mezzo stampa dal capitano della Juventus.  Già, perchè, Buffon dixit, “quello che fa la differenza è ciò che ti vibra dentro l’anima”. Una sensazione trasmessa come consiglio al giovane collega.

A Torino porta chiusa

Se Buffon ha suggerito a Donnarumma la Juventus, nella Torino bianconera sembrano aver selezionato già il successore: già, perchè l’erede designato di Buffon è Wojciech Szczęsny. Il portiere polacco classe 1990, arrivato dall’Arsenal in estate dopo il biennio alla Roma, sta confermando il proprio profilo internazionale anche tra i pali della Vecchia Signora. Così, anche quando Buffon deve fermarsi per infortunio – vedi nell’ultimo mese, dopo la sfida vinta a Napoli – Massimiliano Allegri può dormire sonni tranquilli, come la sola rete incassata nelle ultime sei uscite ufficiali tra serie A, Champions League e Coppa Italia confermano. Il polacco si è dimostrato quindi pronto a raccogliere la pesante eredità del suo capitano. Con le spalle coperte, a Buffon non resta che concentrarsi su quella che potrebbe essere l’ultima delle sue 17 stagioni con la Juventus, in cerca del settimo successo consecutivo in Serie A e della tanto agognata Champions League, unico grande trofeo che manca nella sua bacheca.

Il Mondiale per Club, l’eccezione alla regola

Allora, quello che ha appena avuto il via sarà l’ultimo anno con Gigi Buffon tra i pali della Juventus: alla sua serie di vittorie, fatta di 8 campionati di Serie A – record per un portiere –, 1 di Serie B, 6 Supercoppe italiane, 4 Coppe Italia e una Coppa UEFA, manca però un trofeo. La Champions League. L’immagine di Buffon che sfila accanto alla coppa con le orecchie a Cardiff il 3 giugno è stata una delle più ripetute nel 2017. Il ko contro il Real Madrid, sommato a quelli con Barcellona (2015) e Milan (2003) è nel cassetto dei brutti ricordi del portiere maremmano. A febbraio si ripartirà, con il Tottenham quale avversario per gli ottavi di finale e il trofeo nel mirino. L’unica chance per vederlo ancora in campo è vincerlo: già, perchè come lo stesso Buffon ha assicurato alla Gazzetta dello Sport, “voler giocare il Mondiale per Club sarebbe l’unico motivo per giocare anche nella prossima stagione”. Un monito a sè stesso e ai compagni, all’alba dell’ultima stagione tra i pali. O forse no.

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“Quanto ci eri mancato, Sami”

Sarà stato il pensiero unanime di milioni di tifosi della Juventus alle 20 di domenica scorsa, fischio finale del match del “Friuli” nel quale la Vecchia Signora ha superato in rimonta con un rotondo 6-2 l’Udinese, elaborando nuove certezze e minando la solidità della panchina di Gigi Delneri, ex che dalle parti di Torino non ricordano per i brillanti risultati. Se un altro Gigi, Buffon, al fischio finale, ha spiegato candidamente che non è con i risultati tennistici che si vincono gli scudetti, possiamo immaginare che Khedira –il Sami in questione- si stesse godendo il ritorno alla vittoria in campionato e una tripletta inedita. O quasi.

Tre volte, la prima volta: o quasi

Già, perchè al fischio finale di Udinese-Juventus 2-6 in tanti si sono scatenati alla ricerca della statistica definitiva: per Khedira, centrocampista con il vizietto del gol si trattava di una prima quanto storica tripletta? Stando a sentire il diretto interessato, sì.

Per me è una giornata speciale perché non avevo mai fatto una tripletta in carriera, ma lo è soprattutto per la squadra e per come ha reagito dopo essere rimasta in dieci: puntiamo a vincere ancora lo scudetto, ma la stagione è lunga e dobbiamo essere sempre molto concentrati

Dichiarazioni da leader, certo, ma non assolutamente esatte dal punto di vista degli amanti di almanacchi: già, perchè Khedira una tripletta l’aveva già messa a segno. 25 marzo 2008, maglia dell’Under 21 tedesca, 6-0 al Lussemburgo: Sami segnò le reti dell’1-0, del 2-0 e del 5-0, in una nazionale completata da nomi del calibro di Ozil e Hummels, oltre all’attuale compagno di squadra Benedikt Höwedes. Il bianconero, evidentemente, porta bene a questo calciatore nato in Germania da padre tunisino emigrato per amore, che in campo così come nella vita ha sempre anteposto la conoscenza ai pregiudizi. Gli stessi che avevano accolto le sue qualità in campo al momento dell’arrivo in Italia: arrivato a Torino a costo zero per sostituire Vidal, partito in direzione Monaco, il suo primo anno in bianconero è stato condizionato molto da infortuni di natura muscolare. Khedira, da buon diesel, ha risposto a lungo termine.

Da “lavatrice” a uomo in più

Ai primi passi in maglia bianconera, nell’estate 2015, Khedira non era stato gradito da tifosi e critici: il suo acume tattico era stato scambiato per lentezza, la sua saggezza nel dosare gli inserimenti per assenza di dinamismo. I dati dicono altro: Sami è uno dei centrocampisti europei che in campo percorre il maggior numero di chilometri per partita. Tanta corsa orizzontale a coprire i buchi della mediana, altrettanti spunti verticali per far sentire il proprio contributo in zona gol. Così alla prima stagione in Italia ha messo a segno comunque ben 5 reti in campionato, mentre nella sua seconda stagione è stato un autentico trascinatore: ha giocato quasi tutte le partite senza nessun problema fisico e ha dato contribuito alla squadra a suon di assist e gol. Lo stop accusato all’alba dell’annata 2017/2018 e l’ottimo inserimento di Matuidi avevano sollevato dubbi circa l’insostituibilità del numero 6, presto fugati dal tris di Udine.

Leader silenzioso

71 presenze con la Nazionale tedesca, un Mondiale vinto, tre terzi posti tra Coppa del Mondo e Europei, un campionato tedesco (2007), un campionato spagnolo (2012), 2 Coppe del Re (2011 e 2014), una Supercoppa di Spagna (2012), 2 campionati italiani (2016 e 2017), 2 Coppe Italia (2016 e 2017), una Supercoppa italiana (2015), la Champions League 2013-2014, la Supercoppa UEFA 2014 e il Mondiale per club 2014. La bacheca dei trofei conquistati dal 30enne Khedira parla da sè: oggi Sami è un centrocampista completo in grado di comandare il centrocampo sia in fase offensiva che in fase di copertura e anche in fase di realizzazione.

Lui e Mandzukic sono state le architravi sulle quali Allegri ha fondato il passaggio della Juventus al 4-2-3-1 a trazione anteriore nello scorso gennaio. Corsa, quantità, centimetri e qualità, oltre alla capacità di tollerare elevate pressioni: non a caso in due anni con lui in rosa, la Vecchia Signora ha raggiunto la finale di Cardiff, interrompendo il cammino nella Champions 2015/2016 nella sfortunata notte di Monaco di Baviera. Da 2-0 a 2-4, con un crollo acuito dalla sostituzione del centrocampista quando Morata e compagni erano avanti di una rete. Sami assapora il momento e lancia la rincorsa, in un italiano timido che lascia il posto a un convinto inglese:

Amazing feelings

Futuro negli Usa?

Domenica si è portato a casa il pallone nel modo migliore: contribuendo in maniera decisiva alla goleada bianconera, in rimonta, in una partita difficile come quella di Udine. L’infortunio è ormai alle spalle, la condizione (mancata contro la Lazio) sta tornando quella ideale. Verso una stagione nella quale Khedira si vede protagonista, che il compagno di reparto si chiami Pjanic, Matuidi, Marchisio o Bentancur. Troppo allettante l’idea di poter vincere la Champions e difendere il titolo mondiale con la Germania: tutto questo non sarebbe stato possibile andando in Usa o in Cina, sirene che avevano suonato alle sue porte nella scorsa estate. Il suo contratto con la Juventus scadrà nell’estate 2019: uno dei nomi sui quali si punterà forte per affiancarlo o fargli da successore è certamente quello di Emre Can. Progetti per un futuro troppo lontano, nel quale Sami si vede “in viaggio”. Verso gli Stati Uniti? Chissà. Per pensarci ci sarà tempo: ora è il momento di confermarsi leader 2.0, capace anche di segnare triplette. Ma non fateci l’abitudine.

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Sabato 23 settembre, minuti finali di Juventus-Torino: con il derby della Mole sul punteggio di 3-0 (terminerà in poker per il centro di Dybala nel recupero) e i granata in 10 uomini per l’espulsione di Baselli nella prima frazione, i bianconeri giocano con un solo obiettivo: far segnare il loro centravanti, fresco di ingresso in campo al posto di Mario Mandzukic. Una “non-notizia”, tanti e tali sono i casi simili nel calcio. Il bomber in difficoltà o agli esordi, supportato dalla squadra, consapevole a sua volta dell’importanza della rete per un attaccante. Una notizia, se pensiamo che quel centravanti indossa la maglia numero 9 e ha un nome e cognome discretamente ingombranti: Gonzalo Higuain.

Pipita d’oro opaco

Già, perchè la situazione del Pipita in questa prima parte della seconda stagione con la maglia della Juventus sulle spalle è ben nota a tutti: meno esplosivo e più nervoso del solito, con sole (è il caso di dirlo, quando si parla di attaccanti di questa classe) 2 reti all’attivo in 8 partite stagionali tra serie A, Champions League e Supercoppa Italiana. Come se il filo rosso con la finale di Cardiff, dove era stato annullato da Sergio Ramos e compagni, fosse rimasto ancora vivo: al Real Madrid si sono sostituite nell’ordine Lazio, Cagliari, Genoa, Chievo Verona, Barcellona, Sassuolo, Fiorentina e appunto Torino, ma l’esito non è mutato. Opaco, poco dinamico e immalinconito. L'”onta” della panchina per scelta tecnica è quasi una novità per lui a queste latitudini: l’aveva conosciuta all’arrivo nell’estate 2016, contro Fiorentina -con rete decisiva per il 2-1- e Lazio.

E ora?

Questa sera, allo Stadium contro l’Olympiacos, la scelta di Massimiliano Allegri potrebbe ripetersi: ancora Mandzukic al centro dell’attacco, per dare maggiore ampiezzza alla manovra e favorire la vena di Paulo Dybala, praticamente una sentenza negli ultimi 25 metri. Il rischio, concreto, è quello di “deprimere” Higuain: lo sforzo, calcolato, è quello di stimolare le corde di uno squalo dell’area di rigore, capace di realizzare 34 reti stagionali nella prima annata a Torino. D’altronde, il conte Max ha spesso ribadito un concetto: la squadra al centro di tutto. Soprattutto in una partita che la Juventus dovrà assolutamente vincere, complice il ko del Camp Nou nel match di esordio della fase a gironi. Diciamocelo chiaro, Higuain è un problema che il 99 per cento dei club europei vorrebbe avere.

Albiceleste, un dolce ricordo

Nell’uno per cento, allargando lo sguardo agli altri continenti, oggi si posiziona il Ct dell’Argentina Jorge Sampaoli. Lo stesso che nel ruolo di centravanti gli antepone Mauro Icardi e che dall’alba dell’estate non sta considerando Gonzalo per il cuore di un attacco atomico, che annovera Messi, Dybala e Aguero: l’ha escluso sia dalla lista dei convocati per le partite contro Uruguay e Venezuela della prima sosta, sia da quella per gli scontri decisivi contro Perù ed Ecuador del prossimo 5 e 10 ottobre.  Peccato che a volte gli sia passato davanti anche…Pratto, non proprio la reincarnazione di Batistuta. La storia di Higuain parla da sola. 121 reti in 264 partite nel Real Madrid. 91 in 146 nel Napoli. 31 in 69 con l’Argentina (5 in Coppa del Mondo). 34 in 63 nella Juventus. Andando oltre la copertina, però, emergono dei dati che raccontano di un centravanti meno decisivo man mano che l’asticella si alza: anche in Champions, nella scorsa stagione, ha messo a segno 5 reti, di cui solo due realmente “pesanti”, contro Lione e Monaco.

Bomber diesel, Allegri lo aspetta

“Più cerca di segnare, più i compagni lo spingono a fare gol e meno lo fa. Il gol non deve diventare un ossessione”

Parola di Massimiliano Allegri, allenatore del Pipita. Lo stesso che sa che Higuain non può essere un problema. È vero, si innervosisce quando le cose non girano e impiega più tempo degli altri a entrare in forma, ma per la Juventus resta un elemento centrale. Non più della squadra, però, un concetto che dalle parti della Torino bianconera è valso per tutti, Alessandro Del Piero e Roberto Baggio inclusi. Due numeri 10, stessi galloni sulle spalle di Paulo Dybala, che in quest’avvio di stagione sta realizzando un centro ogni 37 minuti, sopperendo all’astinenza del connazionale. Chissà che proprio dalla Joya non possano arrivare gli assist per sbloccare Higuain. Che di certo non ha dimenticato come si fa gol. La Juventus può fare a meno di Higuain? Domani, no. Questa sera, chissà.

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Torino. 29 Settembre 2015. Conferenza Stampa - Juventus vs Siviglia Nella foto:Gigi Buffon Photo:© Salvatore Giglio/GiglioStudios snc Agency

“Ho un anno di contratto e mi pare che la Juve sia qualificata. La rigiocherò, riparto da qui”

Parole e musica, malinconiche, a firma di Gianluigi Buffon. Dichiarazioni rilasciate dal capitano della Juventus e della Nazionale alla mezzanotte tra sabato 3 e domenica 4 giugno nella pancia del Millennium Stadium di Cardiff: note amare, che risuonavano nei cieli del Galles pochi minuti dopo i quattro ceffoni piombati sul volto della Vecchia Signora per mano del Real Madrid. Una grande opportunità, quella di tornare a vincere la Champions League a 21 anni dall’ultima volta nella Torino bianconera, sfumata dopo un buon primo tempo. Per un vincente di natura come Buffon, però, il nastro è già riavvolto.

Gianluigi Buffon, dispiacere con Bonucci

“Tradito” dalla BBC

Tre reti incassate nelle 12 partite che avevano condotto la Juventus in finale, quattro centri realizzati da Cristiano Ronaldo e compagni a Cardiff. La metamorfosi bianconera è (anche) in questi numeri: a tradire Buffon, l’uomo per il quale tifavano anche tanti italiani non proprio di fede juventina, sono stati proprio gli alfieri che avevano contribuito alla creazione del mito.

Da demiurghi a complici, ovviamente involontari, di un inatteso collasso: Andrea Barzagli, Leonardo Bonucci e Giorgio Chiellini non hanno rappresentato il consueto muraglione di fronte agli attacchi degli uomini allenati da Zinedine Zidane. Quasi un segnale, al pari degli episodi, anche quelli sfavorevoli: dal tocco di Bonucci sul centro del vantaggio realizzato da CR7, al tacco di Khedira che ha reso viscida la traiettoria della conclusione di Casemiro, presto valsa il 2-1 del Real. È su quella rete che la Juventus ha spento la luce. Perdere alla BBC, però, non è mai piaciuto: chi è a Coverciano con la Nazionale, dove i quattro (più Marchisio) sono arrivati a inizio settimana per preparare le sfide a Uruguay e Lichtenstein, assicura di aver visto nei loro occhi la stessa rabbia, un’immutata sete di riscatto.

Buffon e Claudio Marchisio

Voce del verbo sbracare

La sconfitta di Cardiff ha lasciato in dote una certezza: questa Juventus ha un peso specifico ancora inferiore ai club più forti del mondo, soprattutto se si parla di tenuta mentale.  “Sbracare” è stato il verbo utilizzato da Buffon: lui che non ha mai lesinato uscite decise, determinate, a costo di usare parole dure, come avvenuto nell’ottobre 2015, nel post-partita di Sassuolo-Juventus 1-0. Un discorso severo, tenuto dal numero  1 e da Patrice Evra, che in tanti avevano identificato nel momento della svolta nella scorsa stagione, quando la Vecchia Signora veleggiava a metà classifica e il quinto titolo consecutivo in Italia sembrava un lontano miraggio. Il post-it di capitan Buffon sullo spogliatoio bianconero è di quelli eloquenti:

“Eravamo certi di giocarcela alla pari: invece abbiamo svalvolato alla prima difficoltà, questo non possiamo permettercelo”

Buffon passa Champions

Triste, solitario y final

Leggere i numeri di Buffon fa una certa impressione: in bacheca ci sono 8 scudetti, 6 Supercoppe, 4 Coppe Italia, una Coppa Uefa e un Mondiale, ha all’attivo  842 presenze fra Parma e Juventus, 168 con la maglia della Nazionale italiana, il record di imbattibilità in Serie A (974 minuti senza centri al passivo), ma in Galles ha incassato il terzo ko in Champions su altrettanti tentativi.

Una maledizione avviata nel 2003, quando il rigore di Shevchenko decise in direzione Milano rossonera la finale tutta italiana dell’Old Trafford, proseguita nel 2015, quando alla Juventus non riuscì il colpo da outsider contro il Barcellona a Berlino e arrivata al terzo atto appunto a Cardiff.

La grande vittoria di Gigi, per ora, resta platonica: l’aver riunito sotto il tifo per un professionista prossimo ai 40 anni (li festeggerà il prossimo 28 gennaio) tanti tifosi di altre fedi. Premio morale, che supplisce solo in parte l’amarezza per la mancata Champions, che nel caso di Buffon sarebbe probabilmente valsa anche il Pallone d’Oro, ipotecato nello “spareggio” di Cardiff da Cristiano Ronaldo.

Buffon riscaldamento

Lacrime da cancellare

Chi conosce bene Buffon, però, è pronto a giurarci: il tempo di riaccendere i motori è già arrivato. Le lacrime, quelle versate al fischio finale e al ritorno a Torino, sono pronte ad essere cancellate. Il 2018 sarà per Gigi l’anno decisivo: paradossale, a maturità sportiva ben oltrepassata. “O la va o la spacca” riflette chi guarda il calendario: 10 anni fa festeggiava la vittoria della serie B, dove aveva accettato di sprofondare con la Juventus, e sabato scorso sognava di chiudere il cerchio a Cardiff, dopo aver festeggiato scudetti e coppe nazionali.

Non sarà così, ma grazie all’approdo in finale per la Juventus sarà più facile riprovarci. Dal mercato arriveranno investimenti importanti, grazie anche al tesoretto di oltre 120 milioni di euro incassati proprio dalla Champions: un concetto ribadito a chiare lettere dal presidente Andrea Agnelli.

Gigi, invece, non ha alcuna intenzione di abdicare: non a caso per i suoi successori si paventa ancora e solo il ruolo di “vice”. Per Buffon sarà decisivo il vento dell’Est: a Kiev si giocherà la finale della Champions League 2017/2018, dove sogna di approdare in bianconero, mentre a poche centinaia di chilometri dalla capitale ucraina, in Russia, si giocheranno i Mondiali 2018. Nel 1982, a 40 anni, Dino Zoff sollevò la coppa del mondo al Santiago Bernabeu: la casa del Real Madrid, appunto. E se è vero che la storia toglie e da, allora per Buffon è possibile sperare che quello che verrà sia l’anno della restituzione. Con interessi.

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La coppa della Champions League.

Domani la partita più importante della stagione. In quel di Cardiff, Juventus e Real Madrid si contenderanno il trono di regina d’Europa. Entrambe le squadre vengono da una stagione già importante, ma sognano di renderla indimenticabile conquistando la coppa dalle grandi orecchie.

Cristiano Ronaldo Real Madrid-Bayern Monaco

I bianconeri hanno disputato un’annata incredibile: in bacheca sono già stati sistemati il sesto scudetto e la terza Coppa Italia consecutivi e, qualora dovessero imporsi anche a Cardiff, sarebbe triplete.

Dall’altra parte gli uomini di Zidane, che hanno vinto la Liga spagnola, e cercano a loro volta il successo in Galles, che li consacrerebbe per la seconda volta di fila, e per la dodicesima volta nella loro storia, campioni d’Europa.

Non c’è una favorita, ma il Real Madrid può contare su una maggiore “concretezza” nelle finali disputate, avendo trionfato undici volte sulle quattordici già giocate, e sulla voglia di conservare il titolo di campioni in carica, oltre che su un organico abituato a giocare questo tipo di partite.

Juventus Crotone 3-0

Meno cinica invece la Juventus, che ha vinto solo due volte su otto tentativi. La Vecchia Signora, però, può fare affidamento sulla voglia d’invertire la tendenza e su un gruppo compatto e pronto a fare un salto di qualità anche in campo internazionale.

Interessantissimo il confronto tra le due “BBC”. Da un lato la difesa meno battuta della competizione, guidata da Barzagli, Bonucci e Chiellini, dall’altro lato uno degli attacchi più temibili in circolazione, che ha realizzato il maggior numero di reti nel torneo, composto da Bale, Benzema e, ovviamente, Cristiano Ronaldo.

Massimiliano Allegri

A livello tattico, pur avendo un gioco molto diverso, le due squadre hanno alcuni punti in comune. Innanzitutto, un ritmo cadenzato e quasi mai esasperato. Sì al pressing ma solo se consente di gestire le forze, senza esagerare. Cura del possesso palla finalizzata alle verticalizzazioni.

Grande “ex” della partita sarà l’allenatore blancos Zinedine Zidane, che nel 1998, da calciatore della Juventus, perse la finale proprio contro il Real Madrid.

zidane

Le due squadre stanno attraversando uno splendido momento di forma e sono entrambe determinate ad alzare la coppa. Chi la spunterà? Lo saprà presto il cielo di Cardiff…

Questi dovrebbero essere i 22 che scenderanno in campo dal primo minuto:

Juventus (3-4-3): Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Dani Alves, Pjanic, Khedira, Alex Sandro, Dybala, Higuain, Mandzukic. All. Allegri.

Real Madrid (4-3-1-2): Navas; Danilo, Varane, Ramos, Marcelo, Kroos, Casemiro, Modric, Bale (o Isco), Benzema, Ronaldo. All. Zidane.

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Per la Torino bianconera “Vincere non è importante, ma è l’unica cosa che conta”, per dirla alla bonipertiana maniera. Al Camp Nou raccontano il Barcellona come “Mes que un club”. Perché se la Juventus fa rima da sempre con pragmatismo, il Barcellona è uno stile di vita, ottimizzazione del risultato contro filosofia ed estetica, accomunati da fatturati inclusi nella Top 10 della Football Money League. Questa sera Juventus-Barcellona non sarà solo una partita di calcio, valevole per l’andata degli ottavi di finale di Champions League: sarà anche una prova per il dio pallone d’Italia, che vuole dimostrare che i quattro posti che le saranno “restituiti” nell’Olimpo dall’estate 2018 non sono solo figli di meriti storici. E allora, alla Vecchia Signora può tornare utile anche guardarsi le spalle e studiare cinque perle del passato calcistico italiano che hanno colpito la porta blaugrana in epoche diverse:

2/11/99: Mauro Bressan in Fiorentina-Barcellona 3-3

Champions League 1999/2000, all’Artemio Franchi si sfidano due formazioni già qualificate alla fase successiva. Ma chi si aspettava una partita spenta, senza spettacolo, era rimasto deluso: perché al 13esimo minuto del primo tempo Mauro Bressan, onesta ala con trascorsi tra Como, Foggia, Cagliari e Bari, si inventa una rete che l’Uefa inserirà 10 anni dopo nella top ten dei gol più belli nella storia delle competizioni europee. Su una palla vagante sui 30 metri, si inventa una rovesciata. Sembra un tentativo di rinviare, diventa una traiettoria beffarda per Arnau e che si infila sotto la traversa. Lui, gregario in una squadra infarcita di classe, stenta a crederci e poi esulta roteando le mani, quasi a voler dire “mamma mia, cosa ho fatto?”. Il tutto davanti a Figo e Rivaldo. Un gol che a Firenze ancora ricordano, maturato in una serata con ben sei reti. A referto andarono due volte a testa Abel Balbo e Rivaldo, con Figo a completare lo score. Ma se dici Fiorentina-Barcellona 3-3, tutti pensano a Mauro Bressan. Working class hero.

18/5/94: Dejan Savicevic in Milan-Barcellona 4-0

Da un’ala nota per chilometri percorsi e ripiegamenti  difensivi, al genio che faceva della pigrizia in fase di rientro uno dei suoi dogmi romantici. Anzi, al Genio. Identikit di Dejan Savicevic, l’uomo che nella notte di Atene del 18 maggio 1994 contribuì a riportare sulla terra il Barcellona di Romario, Stoichkov, Koeman e Guardiola. Con i Blaugrana partiti con il favore del pronostico, grazie anche alle squalifiche di Baresi e Costacurta, coppia centrale della difesa rossonera, i rossoneri andarono avanti con Massaro due volte. Sul 2-0, ecco il “Genio” che si aziona: parte da destra e con un lob imprendibile beffa un’icona della porta come Zubizarreta, portando il punteggio sul 3-0 a inizio ripresa e quindi abbattendo definitivamente le ambizioni catalane prima della rete finale di Desailly. Ecco perché quando il sorteggio della Champions League ha abbinato la Juventus di Allegri al Barcellona schiacciasassi di Messi, Suarez e Neymar, a molti addetti ai lavori è venuto automatico ripensare a lui.

16/9/2015: Alessandro Florenzi in Roma-Barcellona 1-1

Da un pallonetto a un altro, più complicato quanto recente. Primo turno della fase a gironi. In un “Olimpico” caratterizzato dallo sciopero del tifo organizzato e da una Roma blindatissima in un 4-1-4-1, Luis Suarez gela l’aria ancora calda di fine estate dopo 21 minuti, partendo in posizione dubbia alle spalle di Manolas. Sembra l’avvio di una serata dura per la lupa giallorossa, anche perché Kuipers non vede un fallo netto da rigore di Szczesny sullo stesso Suarez. Ma non è così: a riportare il risultato in parità è il “bello de nonna” (copyright di Carlo Zampa, telecronista vicino alle sorti della Roma da anni) Alessandro Florenzi. Riceve palla nella propria metà campo a pochi passi dalla linea laterale, accelera e all’altezza della linea di centrocampo estrae dal cilindro un lob che sa di colpo da biliardo. Ter Stegen uccellato da una prodezza cercata e voluta, valsa un punto d’oro e l’accesso nella speciale classifica dei gol impossibili.

23/11/2011: Kevin Prince Boateng in Milan-Barcellona 2-3

Di nuovo il Milan, penserà qualcuno? Beh, ma se il Diavolo è sul podio delle formazioni più titolate al mondo su scala europea, non sarà certo un caso. Di certo, è invece merito di Kevin Prince Boateng se, pur dopo una sconfitta, i tifosi rossoneri hanno potuto incastonare un centro da urlo poco più di cinque anni fa. In un San Siro d’altri tempi, con una parata di stelle in campo, i padroni di casa e il Barcellona diedero vita a una sfida da incorniciare nella fase a gironi. Blaugrana davanti al 14′ per un autogol di Van Bommel, pari dell’ex Ibrahimovic al 20′ e 2-1 degli ospiti al 30′ su rigore siglato da Messi. Al nono minuto della ripresa sale in cattedra Kevin Prince Boateng, che estrae dal cilindro della sua imprevedibilità un gol da antologia. Controllo in spaccata aerea al limite dell’area, dribbling di tacco ad aggirare Abidal, legnata imparabile sul primo palo: è un 2-2 fantastico, quasi insperato che il Milan, però, non riesce a capitalizzare. Poco più tardi, arriverà il tris di Xavi. Ma poco conta: quella rete resterà indelebile.

22/4/2003: Marcelo Zalayeta in Barcellona-Juventus 1-2

Non poteva mancare la Vecchia Signora, visto che si parla di Juventus. E per Marcelo Danubio Zalayeta, onesto centravanti uruguaiano transitato a Torino per sette stagioni con 103 presenze e 16 reti, Barcellona-Juventus sarà sempre la partita della vita. 22 aprile 2003: dopo l’1-1 del “Delle Alpi” con centri di Montero e Saviola, i bianconeri approdarono in Catalogna con due imperativi. Fare gol e non perdere. Pavel Nedved esegue, portando in vantaggio gli ospiti in avvio di ripresa, ma Xavi risponde per il pareggio. L’espulsione di Edgar Davids sembra il preludio all’eliminazione juventina, ma in 10 contro 11 la truppa allenata da Marcello Lippi raggiunge i tempi supplementari: il 114 è il minuto buono sulla ruota di Barcellona. Cross da destra di Birindelli, zampata del “Panteron” e popolo juventino in estasi. È la quintessenza del gregariato, in un cammino concluso dalla Juventus con la finale persa ai rigori a Manchester contro il Milan. Come si fa gol al Barcellona? Questa sera Gonzalo Higuain potrebbe chiederlo a Marcelo Zalayeta. Lui lo sa.