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L’uscita dal girone della Confederations Cup della Russia, dopo la sconfitta col Messico, è solo l’ultima delle magre figure che il grande paese dell’Est ha raccolto negli ultimi 9 anni. Una situazione sconfortante, sportivamente e non solo, a un anno dal Mondiale che ha fatto molto discutere già dalla sua assegnazione. Quasi un decennio di insuccessi, eliminazioni premature e forti difficoltà economiche di molte delle società che militano nella Prem’er-Liga, oltre che una mancanza cronica di grandi talenti da lanciare nel calcio che conta, hanno ridotto la Russia a una Nazionale marginale, che non riesce a essere protagonista a grandi livelli. A complicare il tutto ci si mettono anche la situazione dei club, con 26 delle 36 società di prima e seconda divisione in serie difficoltà economiche (molti sono controllati da società statali, che hanno risentito della crisi petrolifera del 2014) e un’indagine della Fifa sul doping che riguarda la Nazionale che ha partecipato ai Mondiali in Brasile (allenata da Fabio Capello).

Eppure nel 2008, dopo la semifinale degli Europei con la Spagna, le cose sembravano dover prendere una piega decisamente diversa: la squadra allenata dal santone Gus Hiddink, guidata dai talenti Arshavin e Pavliuchenko, aveva fatto un figurone e perso contro una delle migliori versioni delle “Furie Rosse“, giocandosela però alla pari per lunghi tratti della gara. La Nazionale sembrava riflettere al meglio il grande momento delle squadre di club, con l’ambizioso Zenit San Pietroburgo che 3 anni dopo il Cska Mosca si era portato a casa l’Europa League, battendo in finale i Rangers di Glasgow (e avrebbe vinto la Supercoppa Europea battendo il Manchester United qualche mese dopo).

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Proprio quello che sembrava l’inizio di un rinascimento calcistico si è rivelato solo un fuoco di paglia, perché in soli due anni la Russia ha dilapidato tutto ciò che di buono era stato fatto negli anni precedenti mancando clamorosamente la qualificazione ai Mondiali del 2010, dopo la sconfitta negli spareggi di qualificazione con la piccola Slovenia. Neanche l’arrivo di Fabio Capello ha invertito la tendenza, con una squadra che a Euro 2012 e Brasile 2014 non è mai riuscita ad invertire il trend negativo. Il punto più basso probabilmente è stato toccato agli ultimi Europei: una Nazionale svuotata, abulica, indegna di un paese come la Russia, che Slutsky aveva miracolosamente ripreso per guidarla alla qualificazione e che poi si è squagliata già nella fase ai gironi (in cui è stata surclassata da Galles e Slovacchia). Euro 2016 doveva essere un primo banco di prova prima del Mondiale, assieme alla Confederation Cup, ma se le premesse sono quelle viste in queste due competizioni difficilmente la situazione potrà essere positiva.

La Nazionale è il riflesso di un movimento allo sbando, che ha visto ridimensionarsi o crollare squadre che pochi anni prima avevano speso fior di milioni per comprare calciatori dall’estero. La Dinamo Mosca e l’Anzhi sono i due esempi più chiari di cattiva gestione, con proprietà spregiudicate capaci di gonfiare le sponsorizzazioni per nascondere le perdite (il caso della banca VFB con la Dinamo) o di investire centinaia di milioni per poi disinvestire all’improvviso e lasciare le macerie (ciò che ha fatto il miliardario Kerimov con l’Anzhi, la squadra che pagò a Eto’o un ingaggio di 20 milioni l’anno). Come scritto in precedenza poi la crisi del prezzo del petrolio del 2014 ha avuto effetti devastanti, visto che tante società sono legate ancora ad enti statali e para statali. Anche le squadre che in precedenza avevano ottenuto i migliori risultati in campo europeo e che sono economicamente più solide, il Cska e lo Zenit, non hanno mai fatto il salto di qualità. Dal 2010 ad oggi solo 4 volte in 7 anni una squadra russa ha raggiunto la fase a gironi della Champions League (lo Zenit 3 volte ed una volta il CSKA). In Europa League, negli ultimi 7 anni, solo tre volte la Russia è stata rappresentata ai quarti di finale della competizione.

Questa situazione non favorisce neanche il ricambio generazionale: età media alta, pochi i giocatori di livello internazionale emersi, nessun leader carismatico dello spogliatoio e i migliori giocatori spesso fermi per infortunio. Dzagoev, probabilmente il miglior calciatore russo degli ultimi anni, ha saltato Europei 2016 e Confederations Cup per infortunio, e all’infermeria si sono aggiunti altri elementi fondamentali come Mário Fernandes, Zobnin e Dzyuba. Insomma, piove sul bagnato. A completare il quadro negativo c’è una difesa di burro, di scarsa esperienza e orfana dei ritiri dei super veterani Ignashevich e Berezutski. Un reparto da ricostruire, con il povero Akinfeev a dover difendere i pali dagli assalti continui degli avversari (come se già non bastassero le papere che il portiere del Cska colleziona da anni).

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L’uscita senza senso di Akinfeev, che colpisce Lozano con un calcione ma non gli impedisce di segnare

Il possibile vantaggio di giocare in casa, per una Nazionale del genere, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, viste la pressione che avranno i calciatori anche a causa di dirigenti come Vitaly Mutko, il discusso presidente della federazione russa di calcio, che ha specificato come obiettivo minimo per i Mondiali 2018 quello di arrivare tra le prime 4. Viste le condizioni attuali e le prospettive future, sembra più facile che i russi arrivino su Marte nel 2018. 

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Da un italiano (Capello) a un altro (Mancini, per i media nazionali prossima guida)? L’interrogativo regna a Mosca e dintorni. Come recita un antico proverbio “Non si possono insegnare trucchi nuovi a un vecchio gatto”, ma in Russia per traghettare la nazionale verso Euro 2016 hanno scelto tutta l’esperienza di Leonid Slutsky, come allenatore ad interim quando nel luglio 2015 -con la squadra al terzo posto nel girone di qualificazione a Francia 2016 con 8 punti, dietro a Svezia (12 punti) e Austria (16)- le lotte intestine in seno agli oligarchi, tra chi non lo voleva più a Mosca e chi tirava fuori i soldi di tasca propria per tenercelo, avevano spinto al saluto “dorato” (buonuscita da circa 25 milioni di euro) per Don Fabio.

Un Ct fatto in casa, che da allenatore del Cska Mosca ha avuto la possibilità di visionare in ogni turno di campionato elementi che facessero al caso della nazionale: sintomo di un calcio dal quale sono lontani ormai anni luce i tempi in cui l’Anzhi comprava Eto’o, Diarra, Willian e Jucilei e le altre inseguivano con roboanti colpi, spesso attingendo dai binari azzurri (Criscito, Bocchetti, Spalletti e i loro fratelli).

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Leonid Slutsky Ct della Russia e allenatore del Cska Mosca

Chiamato a ritemprare i suoi soldati dopo un anno di frizioni interne, nate nel disastroso mondiale di Brasile 2014, con l’eliminazione al girone eliminatorio dopo due pareggi con Corea del Sud e Algeria e la sconfitta con il Belgio, Slutsky si è affidato a veterani come Akinfeev, Berezutski, Shirokov, Dzagoev e Zhirkov, affiancati da giovani certezze come il centravanti Smolov e il 20enne mediano Aleksandr Golovin, tre sole presenze con la “Sbornaya” ma i galloni da titolare fisso cuciti nel futuro. Approdato sulla panchina di una nazionale che dopo sei partite  (2 vittorie, 2 pareggi e 2 sconfitte) occupava la terza posizione del girone con 8 punti, 4 in meno della Svezia ed otto in meno rispetto alla capolista Austria, il Ct ad interim ha ottenuto l’obiettivo con una difesa solida e un’acuta spallata alla Svezia di Ibra, caduta nelle sabbie mobili dei playoff.

Fabio Capello, Ct della Russia fino a luglio 2016
Fabio Capello, Ct della Russia fino a luglio 2016

Un’assenza pesante c’è, e non è in panchina ma sulla corsia mancina: non farà parte dei 23 Denis Cheryshev. L’attaccante di proprietà del Real Madrid, ma che da gennaio gioca con il Valencia, si è sottoposto a un’operazione per risolvere una tendinite cronica alla coscia sinistra e rivedrà il campo dopo l’estate. La sicurezza di Slutsky, invece, si chiama Igor Akinfeev, 32 anni e portiere titolare del CSKA Mosca praticamente dall’inizio della sua carriera: dalle giovanili del CSKA è passato in prima squadra 13 anni fa e attualmente ne è anche il capitano. Un anno fa, durante le qualificazioni, era stato protagonista anche fuori dai pali, quando a Pogdorica, nella sfida contro Montenegro, era stato colpito alla spalla da un fumogeno lanciato dagli spalti e costretto a lasciare il campo in barella.

Festeggiamenti dei giocatori russi a qualificazione ottenuta
Festeggiamenti dei giocatori russi a qualificazione ottenuta

L’obiettivo, in un raggruppamento livellato verso l’alto come il girone B, è quello di ricomporre un biglietto da visita dignitoso verso il Mondiale 2018, che si disputerà proprio oltre gli Urali. Il campionato nazionale, nato nel 1992 in seguito alla dissoluzione dell’URSS e alla nascita di diverse nazioni e delle rispettive leghe, dagli anni 2000 prova a inserirsi tra i migliori per competere su scala europea, senza gli esiti attesi sin qui. La semifinale continentale (0-3) di otto anni fa contro la Spagna appare distante, ma i russi nel calcio sono come i gatti: delle mine vaganti, ma con schemi vintage, perché, è bene ricordarlo, “non si possono insegnare trucchi nuovi a un vecchio gatto”.

Calendario della Russia ad Euro 2016

1^ giornata
Inghilterra-Russia (sabato 11 giugno, ore 21) Stade Velodrome di Marsiglia

2^ giornata
mercoledì 15 giugno 2016: Slovacchia-Russia (Lille, ore 15:00)

3^ giornata
Galles-Russia (lunedì 20 giugno, ore 21.00) Stadium Municipal, Tolosa

Un manager non deve essere simpatico a tutti i costi. Di solito, i manager si chiamano in azienda per raggiungere degli obiettivi e per farlo devono prendere decisioni. C’era una volta uno yuppie che è diventato un manager. Fabio Capello non è mai stato il classico allenatore da tuta. Al massimo è uno che si arrotola le maniche della camicia. Come 17 giugno del 2001, quella volta in cui si è ritrovato, da solo a fronteggiare l’entusiasmo di una città intera. È stata quella, forse, la sua impresa più difficile. In un pomeriggio in cui i suoi giocatori sapevano benissimo cosa fare. Ma lui, il manager, non si fida di nessuno. Sbraita quando la squadra si rilassa, argina le invasioni di campo, chiede ad una città intera di aspettare il fischio finale per non rovinare tutto. Nessuno, tra i tifosi della Roma, si è dimenticato di quel giorno. E se chiedete ad un tifoso giallorosso cosa ne pensa di Capello, sotto sotto vi dirà semplicemente che è stato l’uomo dello scudetto der giubileo.

Il tempo cancella le ferite. Ha cancellato il tradimento di Baggio ai tifosi viola, quello di Ronaldo agli interisti, e un giorno cancellerà persino quello di Fabio Capello, reo di aver detto “Io alla Juventus? Mai“. Ma sapeva che mentiva, perché Capello alla Juve ci ha giocato, e soprattutto perché un manager non si ferma in un posto per una mera questione di cuore. Altrimenti avrebbe allenato solo il Milan, la squadra che gli ha dato la possibilità di sedersi in panchina, per la prima volta a certi livelli. Berlusconi capisce che il giovane yuppie, che ha già allenato ma solo per sei giornate, ha stoffa e decide di “formarlo” in azienda facendogli fare il dirigente della Polisportiva Mediolanum in varie discipline tra cui hockey, baseball, pallavolo e rubgy. Poi nel 1991 gli affida la patata bollente: sostituire Arrigo Sacchi.

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Il Presidente capisce che Sacchi è insostituibile e che l’errore più grande sarebbe affidare la squadra ad un altro zonista convinto. Uno come Maifredi o come il professor Scoglio. E così mentre l’Inter ingaggia Orrico, il Milan sceglie “il dirigente della Polisportiva Mediolanum“: Fabio Capello. Che vince più di Sacchi perché guida la squadra su un sentiero in pianura, mentre il vate di Fusignano conosce solo l’Everest e gli altipiani del Tibet. Il resto gli sembra una scelta di retroguardia. Se Sacchi è quello che ha scambiato le sue regole per tavole sacre, dimenticando che i Dieci Comandamenti non sono un capolavoro di morale, ma semplici regole di buona convivenza, Capello ha capito che non c’è mai una regola sola, che l’uomo, e il calciatore, è un progetto singolo, c’è sempre un’alternativa.

Silenziosamente Capello trasforma una squadra stupenda di notte ma molto distratta di giorno (non per niente, in Italia quella di Sacchi vince solo uno scudetto) in una corazzata capace di non perdere per anni e non subire mai gol, tanto da permettere a Sebastiano Rossi di stabilire il record di imbattibilità. E di vincere anche la Champions, seppur dopo due finali perse contro Marsiglia e Ajax, umilando il Barcellona e Crujiff che, la mattina della finale dichiara “Per rinforzarsi loro hanno comprato Desailly, noi Romario“. Per la cronaca sarà proprio il francese a segnare uno dei quattro gol. Sebbene resti negli occhi di tutti la perla di Savicevic, che quella sera decide di sfidare la gravità risucchiando Zubizarreta in un turbine di frustrazione.

Alla Juventus Capello guida una delle squadre italiane più forti degli ultimi 20 anni, a memoria. Buffon, Cannavaro, Nedved, Del Piero, Trezeguet, Ibra, Viera, Emerson. Calciopoli, Moggi, o chi per loro hanno oscurato quella che poteva essere una delle squadre più forti del mondo, guidata appunto da un grande condottiero che però, in Europa, non trova il bandolo della matassa ed esce per due anni di fila ai quarti di finale contro una squadra inglese. In campionato domina, ma Capello non deve più arrotolarsi le maniche della camicia. Alla Juventus sono abituati a vincere, non ci sono invasioni da fronteggiare, e forse la festa più calorosa e anche quella più beffarda è quella di Bari, dove il 14 maggio 2006 i bianconeri sollevano, davanti agli occhi di 60.000 persone talmente innamorate da negare l’evidenza di una festa insensata, quella Coppa più per rivendicarla, che per mostrarla. E infatti qualche settimana più tardi quel titolo verrà revocato e assegnato a tavolino all’Inter.

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Che forse rimane il grande rimpianto di Capello. Perché a Fabio, il manager, sarebbe piaciuto vincere anche lì dove il titolo sembrava una maledizione. E magari far rodere il fegato a qualcuno. Ci è andato vicino più volte, a quella panchina, ma alla fine Moratti gli preferiva Cuper, Mancini, Zaccheroni. Nella sua carriera ci sono panchine di grandissimo prestigio come quella del Real Madrid e della nazionale inglese, e ingaggi faraonici come quello che percepisce in Russia dove, sotto sotto, sta facendo un gran lavoro con un materiale umano non eccelso, comunque non ai livelli del passato. Dopo un Mondiale molto deludente e dopo la sconfitta in casa contro l’Austria alle qualificazioni europee, Capello ha rivoltato la nazionale come un calzino e l’ha portata in Francia. Dove non lo vedremo con le maniche arrotolate perché non più sulla panchina russa, ma sicuramente con tanta voglia di dimostrare a tutti in futuro che il Manager ha ancora fame di successi.