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Peter Stöger Borussia Dortmund

L’urna di Nyon lunedì ha accoppiato Atalanta e Borussia Dortmund per i sedicesimi di finale di Europa League. Si fosse giocato in questo periodo non ci sarebbero stati dubbi: i nerazzurri avrebbero potuto avere addirittura i favori del pronostico visto il momento disastroso dei gialloneri, ma a metà febbraio la situazione dovrebbe essere differente perché nel frattempo è stato appena cambiato l’allenatore e ci sarà tempo di correggere i tantissimi errori commessi in questa prima parte di stagione.

Borussia Dortmund-Werder Brema

RIBALTONE NECESSARIO

Domenica 10 dicembre può essere la data in cui la stagione del Borussia Dortmund ha iniziato a svoltare dopo un picco lungo oltre due mesi. All’indomani dell’ennesima sconfitta, 1-2 contro il Werder Brema, la dirigenza ha preso la decisione più inevitabile di tutte: esonerare l’allenatore Peter Bosz. Il tecnico olandese, sostituto di Thomas Tuchel dopo aver raggiunto la finale di Europa League con l’Ajax, era entrato in un vortice di scelte sbagliate e risultati negativi: alla settima giornata di Bundesliga, dopo la vittoria per 1-2 sul campo dell’Augsburg il 30 settembre, il BVB era primo con cinque punti di vantaggio sulle seconde, ossia Bayern Monaco e Hoffenheim. Quella è rimasta l’ultima vittoria di Bosz in campionato, perché nelle otto giornate successive sono arrivati appena tre punti, tutti pareggi, fra cui l’umiliante derby con lo Schalke 04 in cui gli ospiti hanno rimontato da 4-0 al 60′ a 4-4 nel recupero. In aggiunta c’è stato il pessimo girone di Champions League, chiuso senza mai vincere con il minimo storico di punti per una terza (due, alla pari dell’APOEL ultimo solo per una peggiore differenza reti), e una vittoria in DFB-Pokal. Difficile spiegare come una squadra in fuga si sia bloccata di colpo, crollando fino al settimo posto a tredici punti dalla vetta.

Borussia Dortmund-Schalke 04

DEBUTTO INCORAGGIANTE

Al posto di Bosz è stato scelto Peter Stöger, che appena sei giorni prima aveva lasciato il Colonia ultimo in classifica con soli tre punti in quattordici giornate, l’ultimo proprio nella partita d’addio (2-2 in casa dello Schalke 04). Il tecnico austriaco, che l’anno scorso si era qualificato in Europa League, col Borussia Dortmund aveva subito la peggior sconfitta stagionale, 5-0 il 17 settembre, ma al suo esordio in giallonero ha convinto: 0-2 al Mainz e ritorno alla vittoria dopo due mesi e mezzo, un timido segnale di ripresa da confermare domani alle 18.30 contro l’Hoffenheim, prima della sosta invernale che quest’anno durerà meno perché si tornerà a giocare dal 12 gennaio. Stöger, ex centrocampista in campo contro l’Italia ai Mondiali del 1998, avrà qualche settimana per sistemare le cose e ridare un po’ di ordine a una squadra fragilissima in difesa (una marea di errori tra retroguardia e soprattutto Roman Bürki, autore di diverse papere) e non più così dilagante in attacco, con Pierre-Emerick Aubameyang rimasto oltre un mese a secco. Non sarà un compito facile, anche perché qualche infortunio di troppo ha portato alla luce una preparazione fatta non benissimo, ma l’Atalanta deve tenere alta l’attenzione perché fra due mesi non sfiderà certo una squadra vulnerabile come ora.

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Si può passare in due settimane dagli applausi di buona parte dei calciofili italiani per l’orgoglio mostrato nel corso dello scialbo pareggio a reti bianche dell’Italia contro la Svezia, costata la partecipazione ai Mondiali 2018, con quel “Che mi fai entrare a fare? Metti un attaccante” rivolto all’ex ct azzurro Giampiero Ventura in piena partita, alla gogna mediatica per uno schiaffo in pieno volto rifilato a un avversario? La risposta è sì, se ti chiami Daniele De Rossi e la tua carriera è fatta di (tanti) onori e (pochi) momenti da dimenticare.

Vedo rosso

Schiaffone in faccia a un avversario a palla lontana, rigore ed espulsione. Il cartellino rosso incassato a Marassi, con conseguente calcio di rigore trasformato dal numero 10 del Genoa e due punti persi dalla formazione di Eusebio Di Francesco, è stata la quindicesima espulsione in carriera per De Rossi (in Serie A solo Ledesma e Paolo Cannavaro hanno fatto peggio): 12 di questi allontanamenti in partita sono arrivati con la maglia della Roma, due sono invece arrivati in Nazionale. A stupire, nel post-partita di Genoa-Roma 1-1, sono state però le modalità scelte da DDR per scusarsi:

L’episodio mi lascia dispiaciutissimo. Ci stavamo strattonando, poco da dire. Ho sbagliato e ho trovato quello che si è buttato: è andata così. Contro la Lazio, con Parolo e Bastos ce le eravamo date di santa ragione sui corner, sempre, ma non era accaduto niente. Chiedo scusa a mister, compagni e tifosi.

Un’ammissione di colpa netta, ma incrinata dal tentativo di individuare un colpevole: quel Gianluca Lapadula che si “è buttato”. Già, l’attaccante del Grifone è andato giù, vero, ma dopo aver incassato uno schiaffo. Lo stesso che molti tifosi della Roma hanno sentito in pieno volto nel vedere il loro capitano gettare al vento un successo che avrebbe rappresentato per i giallorossi la quattordicesima vittoria esterna consecutiva in Serie A. Salterà quindi le partite contro Spal e Chievo Verona, ma i numeri della carriera sono preoccupanti: il regista ha già accumulato 37 turni di stop per espulsioni o prove video. Quasi un intero campionato.

Da McBride a Lapadula, braccia alte e testa bassa

Della rassegna di colpi proibiti rifilati da De Rossi agli avversari di turno si potrebbe stilare una mini-classifica: a guidare l’elenco resta sempre il gomito alto su Brian McBride, attaccante degli USA, costato un profondo taglio all’altezza dello zigomo per l’americano e quattro turni di squalifica nei Mondiali 2006, chiusi con il ritorno in campo in finale e il calcio di rigore realizzato nella vittoria sulla Francia.

Altri casi in cui Daniele De Rossi ha visto rosso? Pugno a Srna dello Shaktar Donetsk in Champions League nel 2011, ceffone a Mauri nel derby d’andata della stagione 2011/2012, entrata a forbice su Chiellini in Juventus-Roma e il gancio in pieno mento a Icardi nell’annata 2013/2014. Fino all’espulsione che forse ha fatto più male in giallorosso: match di ritorno dei preliminari di accesso alla Champions League 2016/2017, piede a martello su Maxi Pereira in occasione di Roma-Porto con espulsione diretta e rovinosa eliminazione dei giallorossi. Daniele, però, si è sempre rialzato: testa bassa per ricevere il perdono della sua gente e prestazioni gagliarde in campo.

Dal Genoa a Genova

Eppure proprio contro il Genoa, nell’ultima domenica di maggio 2017, Daniele De Rossi aveva vissuto una delle domeniche più esaltanti ed emozionanti degli ultimi tempi in giallorosso: vittoria al fotofinish, accesso diretto ai gironi della Champions League in corso e rete. Il tutto nel giorno dell’addio al calcio di Francesco Totti.

Francesco e Daniele: due volti della stessa medaglia, la Capitale, uniti dalla carriera con una sola maglia sul petto, dall’amore viscerale per la Roma e dalla capacità di dimenticare in fretta gli errori. Così, al momento dell’avvicendamento nel ruolo di capitano giallorosso e del passaggio da “Capitan Futuro” a “Capitan Presente”, da De Rossi ci si attendeva una definitiva maturazione, a 34 anni compiuti.  Mai più colpi di testa. Purtroppo l’agonismo, la sua caratteristica maggiore che spesso e volentieri si è rivelata un pregio, lo ha tradito a Genova.

Che futuro?

Anche Eusebio Di Francesco, il suo allenatore, gli ha spiegato che non è più un ragazzino e che è il capitano della Roma. Tecnologia Var o no, il cartellino rosso è stata una costante negativa in una carriera di livello comunque molto elevato per uno degli interpreti più moderni nel ruolo di “volante”. Il gladiatore di Ostia avrebbe avuto tutti i numeri per diventare il più forte centrocampista difensivo del mondo,  ma nonostante 117 presenze in Nazionale e 574 caps con la Roma (è il calciatore giallorosso che conta più presenze e gol in nazionale) la sensazione è rimasta quella di un potenziale non sfruttato al 100%.

Il suo contratto con la Roma scadrà nel 2019 e forse sarà allora che De Rossi, dopo l’addio alla Nazionale, potrebbe lasciare il calcio, almeno quello italiano: ormai a fine carriera, è difficile pensare che il suo carattere possa cambiare. Più facile pensare, almeno dopo il “rosso” di Marassi, che a cambiare sia l’idea di calcio del numero 16: i gesti vigliacchi, che speravi potessero sfuggire all’arbitro, non sono più ammessi. Questo Daniele lo ha imparato sulla sua pelle.

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La sfida fra prima e seconda della scorsa stagione di Ligue 1 è un crocevia fondamentale del campionato francese. Al Louis II domenica sera (ore 21) si sfidano Monaco e PSG in quello che, oltre a essere lo scontro diretto più interessante del girone d’andata, è anche un test per capire quanto il torneo possa ancora essere aperto o destinato a un dominio parigino, visti gli attuali sei punti di distacco.

Neymar Cavani PSG-Nantes

GERARCHIE CAPOVOLTE

L’anno scorso era stato il Monaco, assieme al sorprendente Nizza (ora invece ai bordi della zona retrocessione) a fare l’andatura. Adesso invece la Ligue 1 è tornata a essere un monopolio pressoché totale del PSG, che su tredici giornate ne ha vinte undici, pareggiandone due. Ruolino di marcia parigino quasi perfetto: unica squadra ancora imbattuta, miglior attacco (quarantatré gol segnati) e miglior difesa (nove al passivo), solo una gara a secco (il 23 settembre in casa del Montpellier, senza Neymar) ed Edinson Cavani capocannoniere con quindici gol. L’uruguayano, dopo la celebre diatriba sui rigori con l’acquisto più costoso di sempre, si è preso il ruolo di trascinatore del club, con tre doppiette consecutive per dimostrare di poter essere lui il numero uno dell’attacco e non Neymar o Kylian Mbappé, l’altro volto nuovo del tridente che ha segnato meno (quattro gol) ma giocando otto partite su tredici. Dopo il fallimento della scorsa stagione Unai Emery è costretto non solo a vincere ma a stravincere (e ad arrivare in fondo in Champions League, vero pallino dello sceicco): al momento ci sta riuscendo perché ben otto volte sono arrivate vittorie con tre o più gol di scarto, e in coppa dopo cinque giornate è sicuro il primo posto con ventiquattro reti segnate e una sola subita.

Glik Falcao Monaco-Marsiglia

ULTIMA SPIAGGIA O QUASI

Che la stagione del Monaco potesse essere inferiore a quella dell’anno scorso era per certi versi prevedibile, perché l’exploit quasi impossibile da ripetere. La cessione di Mbappé ai rivali nazionali e le partenze di altri elementi chiave come Tiemoué Bakayoko, Benjamin Mendy e Bernardo Silva non potevano non peggiorare il rendimento, che comunque si sta attestando su livelli medio-alti. Certo, Stevan Jovetić e Baldé Diao Keita stanno facendo rimpiangere Mbappé, ma Radamel Falcao si è confermato (tredici gol, secondo in classifica marcatori) e al Louis II solo il Montpellier è riuscito a uscire con un punto, mentre Guingamp e Marsiglia ne hanno presi sei. L’eliminazione di martedì dalle coppe (aritmetico l’ultimo posto del girone dopo l’1-4 col RB Lipsia) è un campanello d’allarme da non sottovalutare, ma non avere più impegni europei potrà servire a Leonardo Jardim per far focalizzare il gruppo solo sul campionato e sulla rincorsa alla vetta. Di certo, però, tutti questi discorsi passano da un risultato positivo domenica sera, perché sprofondare a -9 dal Paris Saint-Germain dopo quattordici giornate metterebbe di fatto la parola fine ai sogni di gloria monegaschi. Per questo motivo la supersfida ha forse un po’ di valore in più per il Monaco: deve dimostrare di esserci ancora.

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Le coreografie di Lazio e Roma per il derby d'andata della Serie A 2014-2015.

Roma-Lazio quest’anno non è solo derby capitale, ma è anche derby scudetto. Quella di sabato alle 18 sarà una stracittadina di altissima classifica. Non varrà solo per la supremazia cittadina, come tante volte è accaduto quanto a confrontarsi sono state le squadre del Cupolone, ma è sufficiente guardare la classifica per accorgersi che il derby sarà forse meno ‘spensierato’ di altri, pur essendo appena alla 13ª giornata, perché un pensiero non potrà non andare alla graduatoria.

La Roma e la Lazio sono rispettivamente a 27 e 28 punti, ed entrambe hanno una partita in meno di chi le precede. Come a dire che i biancocelesti di Simone Inzaghi potrebbero essere a braccetto con la Juventus al secondo posto, a -1 dal Napoli; i giallorossi a quota 30, comunque a tiro di sorpasso dei partenopei.

Ci si gioca tanto, e mai come questa volta non c’è una favorita d’obbligo. La Roma ha infilato un filotto di successi che l’ha proiettata direttamente nell’Olimpo del pallone, dopo che una partenza con il freno a mano tirato aveva fatto storcere un po’ il naso a più di qualcuno. Già erano saliti alti al cielo i mugugni per un Eusebio Di Francesco non ancora pronto per il salto in una grande, ma il ruolino di marcia di Dzeko e compagni, da quel momento, è stato impressionante: il 14 ottobre il Napoli passava per 1-0 all’Olimpico, poi ecco il 3-3 di Londra contro il Chelsea, in Champions, con tanto di rimonta romanista; quindi, tre 1-0 consecutivi prima dell’illustre scalpo di Antonio Conte in Europa e il 4-2 del Franchi contro la Fiorentina.

La Lazio non è stata da meno. Se escludiamo l’1-4 con il Napoli, dopo lo 0-0 della prima con la Spal, Immobile (capocannoniere) e compagni le hanno date a tutti. Compresa la Juventus sul suo campo.

Sarà il derby degli attaccanti, Immobile (che pare ad oggi poter essere del match) contro Dzeko, ma anche di qualche assente di troppo, con Felipe Anderson e Radja Nainggolan che cercano disperatamente di recuperare ed essere presenti. Perché è troppo importante. Il primo però difficilmente ce la farà. Roma e Lazio hanno già dimostrato e dimostrano di poter sopperire anche alle assenze.

E che dire poi di Simone Inzaghi ed Eusebio Di Francesco? Proprio mentre si mette in croce Gian Piero Ventura, ecco che due giovani allenatori ci fanno sperare in un futuro migliore. Entrambi per la prima volta a guerreggiare anche per lo scudetto. Per tutti e due la stracittadina – da giocatori e in panchina – non è sinonimo di gioia, ma per uno dei due potrebbe diventarlo sabato intorno alle 20. Di Francesco, tra l’altro, ha rivelato recentemente che proprio il derby era l’unica partita in cui gli tremavano le gambe. Adesso, dovesse capitargli ancora, potrà farsi aiutare dalla panchina, sedendocisi sopra.

Abbiamo lasciato per ultimo il grande assente della partita. Sarà il primo derby, dopo più di 20 anni, senza Francesco Totti in campo. Il simbolo della Roma, ma anche un po’ di tutta Roma. L’uomo del selfie sotto la curva, della maglietta e degli sfottò ai cugini. Guarderà la sfida dalla tribuna e sembrerà molto strano anche a lui.

Nonostante l’addio dell’ex Pupone, sarà proprio Di Francesco a schierare i veterani. Tutti hanno alle spalle almeno un derby: Kolarov l’ha vissuto sull’altra sponda, Alisson nelle semifinali di Coppa Italia. Solo in caso di forfait del Ninja, al suo posto giocherebbe un debuttante.

Inzaghino, invece, si affiderà ai soliti 11, gli stessi dell’impresa dell’Allianz Stadium. Qualche forfait potrebbe scaturire dagli impegni con le Nazionali, con in particolare Parolo e Immobile tornati delusi e spompati, ma in questo caso saremmo 2-2, perché pure Florenzi e De Rossi hanno vissuto l’amara notte di San Siro, chi in campo, chi dalla panchina. Una stracittadina, però, dovrebbe ricaricare presto le pile a tutti e quattro. De Rossi, poi, già sentiva questa partita più delle altre quando c’era il paravento Totti, adesso si sente ancora più responsabilizzato.

Se non l’aveste capito, insomma, sarà un derby diverso questo. Per la classifica, per gli uomini in campo, per chi li guida dalla panchina. Tutte variabili che concorrono a trasformare Roma-Lazio in una partita ancora meno uguale alle altre: dove fare un pronostico è impossibile, dove sarà anche il contorno dello stadio Olimpico a entrare in campo con i 22.

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Una tra Perù e Nuova Zelanda andrà ai Mondiali e l’Italia no. Il dato è deprimente ma è realtà: stanotte va in scena l’ultimo play-off delle qualificazioni a Russia 2018, dopo il passaggio del turno dell’Australia sull’Honduras rimane solo una partita per definire la trentaduesima nazionale, se lo giocheranno due formazioni che non hanno certo una grande esperienza a livello di fase finale. Se però la Nuova Zelanda ha una partecipazione recente (2010, fuori con tre pareggi fra cui quello con gli Azzurri) il Perù punta a tornarci ben trentacinque anni dopo l’ultimo accesso, nell’edizione di Spagna ’82.

Gareca Solano Perù

UN PAESE INTERO IN ATTESA

Se stanotte (fischio d’inizio alle 3.15 ora italiana) il Perù dovesse vincere (lo 0-0 dell’andata dà un solo risultato, ogni pareggio con gol qualificherebbe la Nuova Zelanda) è già decisa la festa nazionale per domani, questo per capire come la nazione si stia preparando a un evento storico. Nel 1982 c’era Teófilo Cubillas, il miglior giocatore della storia blanquirroja, e due che grazie a quei Mondiali si guadagnarono la Serie A: Gerónimo Barbadillo, passato all’Avellino, e Julio César Uribe, finito al Cagliari. Fuori al primo girone, il Perù pareggiò con gli Azzurri per 1-1 a Vigo, prima di farsi travolgere dalla Polonia (5-1), senza ripetere l’exploit del 1970 quando arrivò fino ai quarti.

Ora ci riprova dopo un girone in cui ha fatto una rimonta sensazionale, perché a settembre 2016 dopo la sconfitta in Bolivia era penultimo con soli quattro punti. Da lì è però partita la risalita, perché la presenza di Nelson Cabrera è stata giudicata irregolare (ne aveva una col Paraguay prima di essere naturalizzato) e la CONMEBOL ha dato lo 0-3 a tavolino: nel 2017 è rimasto imbattuto, salendo dall’ottavo al quinto posto grazie a tre vittorie di fila e agli ultimi due pareggi, lo 0-0 in Argentina e l’1-1 “cercato” con la Colombia (negli ultimi minuti non si è giocato, con il KO del Cile il pari bastava a entrambe).

José Paolo Guerrero Peru-Colombia

SENZA STELLE MA CON IDEE

Ora nella rosa del Perù di campioni non ce ne sono. Claudio Pizarro ha lasciato la nazionale e la stella José Paolo Guerrero non è a disposizione per i play-off, perché con l’Argentina è risultato positivo all’antidoping per cocaina. La federazione le ha provate tutte, dicendo che si è trattato di una bevanda contaminata, ma la FIFA non l’ha riabilitato e perciò stanotte toccherà al veterano Jefferson Farfán, all’ex promessa André Carrillo e a elementi come Christian Cueva, Yordy Reyna e Raúl Ruidíaz cercare i gol qualificazione.

La garanzia sta in panchina: Ricardo Gareca è un ottimo CT, reduce da un terzo posto in Copa América (2015) e da altre esperienze positive con i club, soprattutto alla guida del Vélez dal 2009 al 2013, portato alla vittoria del campionato argentino e a un passo dalla finale di Copa Libertadores 2011 con una delle squadre migliori degli ultimi anni di calcio sudamericano, anche per gioco. El Tigre da giocatore aveva estromesso il Perù da Messico ’86, segnando il definitivo 2-2 nel finale che fece avanzare l’Argentina all’ultimo turno, ma poi non era stato convocato per il torneo: adesso ha l’opportunità di conquistarlo dalla parte opposta, in tal caso nessuno potrà togliergli la Russia e farlo diventare eroe nazionale peruviano. Il paese aspetta solo questo.

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Spesso si dice che a un calciatore straniero proveniente da un altro campionato servano almeno sei mesi per adattarsi alla nuova realtà. Questo è certamente vero a livello generale, ma l’eccezione che conferma la regola è rappresentata dall’esterno messicano classe ’95 Hirving Lozano, al quale probabilmente sono serviti appena sei giorni per capire il calcio olandese visto che è di gran lunga il miglior giocatore di questa prima parte di Eredivisie, che il PSV Eindhoven sta dominando anche grazie ai suoi gol.

Hirving Lozano

INSERIMENTO PERFETTO

Nove gol in altrettante partite giocate nelle undici giornate fin qui disputate di Eredivisie: un rendimento clamoroso se si pensa che non è un centravanti ma un esterno d’attacco (gioca largo a sinistra nel 4-3-3 di Phillip Cocu, ma può agire anche sull’altra fascia). Lozano ha avuto un ruolo fondamentale quasi ogni volta che è sceso in campo, visto che non ha segnato solo nell’ultima giornata (4-3 al Twente) e nella gara contro l’Heerenveen persa 2-0, dov’è stato espulso. Ha già trovato la via della rete di destro (suo piede preferito), di sinistro e pure di testa pur essendo alto solo 175 centimetri, ma oltre a fare gol fa anche segnare i compagni perché crea un’infinità di azioni nitide, essendo letale quando entra in possesso di palla data la sua rapidità e la sua capacità di saltare avversari in dribbling. È stato l’acquisto più costoso dell’Eredivisie quest’estate, otto milioni di euro, ma il valore del suo cartellino rappresenta un affare clamoroso che frutterà non poco quando, in un futuro non troppo lontano, le big del calcio mondiale si accorgeranno del suo enorme valore.

Lozano vs Akinfeev Messico-Russia

PREDESTINATO GIÀ IN PATRIA

El Chucky, questo il suo soprannome, ha iniziato a giocare in Messico con il Pachuca, dove ha esordito l’8 febbraio del 2014 all’Estadio Azteca di Città del Messico, subentrando a Jürgen Damm all’83’ e facendo gol cinque minuti dopo con una progressione palla al piede per saltare la difesa del Club América e un sinistro rasoterra per mostrare subito la sua freddezza davanti alla porta. È stato un fattore nelle vittorie recenti dei Tuzos, (Liga MX Clausura del 2016 e CONCACAF Champions League del 2017), ma si è fatto valere anche con la maglia del Messico: gol al Panama due mesi fa che ha qualificato El Tri ai Mondiali del 2018, ma anche uno in Confederations Cup, di testa alla Russia, sfruttando la solita papera di Igor Akinfeev.

Dalla CONCACAF Under-20 ai Giochi Olimpici non c’è stato torneo in cui non abbia avuto un ruolo da protagonista: ora sta conquistando anche l’Europa a suon di gol, migliorandosi rispetto ai già notevoli numeri in patria, perché l’alto livello del campionato messicano l’ha reso subito molto efficace nelle giocate.

Al PSV è ovviamente già l’idolo dei tifosi e non potrebbe essere altrimenti, visto che sta trascinando il club di Eindhoven partito con dieci vittorie su undici e un +8 sulle seconde in campionato. La coppia di esterni che sta distruggendo l’Eredivisie è di altissimo livello, con Lozano a sinistra e Gastón Pereiro a destra (altro ’95, nato trequartista in Uruguay con il mito di Álvaro Recoba) che in ogni partita fanno vedere cose memorabili. Chi aveva già visto giocare Lozano in Messico non aveva dubbi sul fatto che potesse inserirsi al meglio anche in Europa, ma il suo inizio di stagione è stato da fenomeno assoluto, da uno dei migliori al mondo nel ruolo.