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Brasile

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Agli inizi degli anni 2000, se avessero chiesto a qualsiasi appassionato di calcio il nome di un grande portiere brasiliano, forse gli unici nomi fatti sarebbero stati quelli di Claudio Taffarel (visto anche dalle nostre parti e protagonista della vittoria dei verdeoro a Usa ’94) e di Gilmar (leggendario portiere del Brasile bicampione del mondo nel ’58 e nel ’62). Poi però qualcosa è cambiato e dal paese del futebol bailado sono arrivati alcuni dei portieri che hanno scritto la storia del calcio contemporaneo, italiano e internazionale.

Prima Nelson Dida, grande protagonista delle vittorie in Champions del Milan di Ancelotti, poi Julio Cesar, che sulla sponda nerazzurra dei navigli per diversi anni ha giganteggiato e ha rappresentato un baluardo quasi insuperabile per gli avversari. Anche a Roma si sono visti portieri brasiliani: Doni e Julio Sergio Bertagnoli (passato da terzo a primo portiere e diventato idolo dei tifosi romanisti grazie ad alcune prestazioni super nei diversi derby giocati contro la Lazio) hanno protetto i pali all’Olimpico, con fortune più o meno alterne. Oggi però, grazie all’intuizione avuta lo scorso anno da Walter Sabatini, la Roma può schierare un portiere che ha le stimmate del predestinato e che, per le qualità che sta mostrando, può ripercorrere la storia dei suoi migliori predecessori.

Alisson Becker è speciale, basta assistere a una partita qualsiasi della Roma per rendersene conto. Quella di domenica, proprio nello stadio che ha consacrato Julio Cesar, è stata probabilmente la serata della definitiva consacrazione del classe ’92 di Novo Hamburgo, una serata in cui ha mostrato tutte le qualità che rendono grande un portiere. Plasticità nei pali (il volo sul tiro di Icardi, toccato con la punta delle dita prima di finire sul palo, grazie a un tuffo esplosivo), sicurezza nelle uscite e anche capacità di gestire le situazioni più complicate senza mai dare l’impressione di essere in affanno (a pochi minuti dalla fine, su retropassaggio non perfetto di un compagno, salta Icardi che va in pressione con un dribbling degno di un grande libero).

Nella freddezza, nella capacità di non andare in difficoltà, Alisson mostra tutta la freddezza della sua parte tedesca (il cognome Becker non è casuale), che unita all’estro tipico di un brasiliano (con i piedi ci sa fare, eccome!) lo rendono un numero 1 con pochi eguali. Nei 2340 minuti giocati ha subito appena 21 reti, mantenendo la porta inviolata per ben 12 volte. La difesa della Roma è la migliore in Serie A dopo quella del Napoli, a pari merito con la Juventus, e lui è uno degli artefici principali di questo eccellente rendimento. I giallorossi, che lo scorso hanno ha mostrato più di una crepa nelle retrovie, quest’anno stanno dimostrando di aver ritrovato la compattezza difensiva, nonostante la cessione di Rudiger (e grazie alla difesa sono in zona Champions, visto che i numeri della fase offensiva sono notevolmente peggiorati) e il ruolo del portiere verdeoro in questo processo di miglioramento è stato fondamentale.

Se oggi Alisson è il portiere che tutti ammirano lo deve soprattutto a una testa da grande campione, prima che ai suoi pur notevoli mezzi. Dopo essere arrivato a luglio del 2016, anche un po’ in sordina, è rimasto tranquillo in panchina per tutta la stagione, accettando il ruolo di vice Szczesny in campionato e giocando solamente in Europa League e in Coppa Italia. Mai una polemica, mai un atteggiamento sbagliato o una parola fuori posto nei confronti di Spalletti, solo tanto lavoro e studio per imparare al meglio la nostra lingua (per guidare una difesa è importante saper comunicare, e lui lo ha capito presto).

Una specie di periodo di apprendistato (in questo la sua storia somiglia un po’ a quella di Julio Cesar, “parcheggiato” 6 mesi al Chievo per iniziare a prendere confidenza con il ruolo di portiere in Italia e mai sceso in campo con i gialloblu), in cui ha cercato di sfruttare al meglio la presenza in giallorosso di un preparatore top come Marco Savorani. L’ex Internacional è una spugna, cerca di apprendere al meglio. E pensare che, per sua stessa ammissione, da adolescente era piuttosto immaturo e con qualche chilo di troppo. Per diventare un professionista ha dovuto sudare, in tutti i sensi: “Sapevo che avrei dovuto lavorare sodo e perdere peso. Su una scala da 1 a 5, il mio livello di maturità era 1, e altri erano già 5, evoluti. Ho sofferto molto per la differenza fisica, gli altri portieri erano più forti. Ma sono cresciuto di 17 centimetri l’anno, ho perso molto peso, questo mi ha portato a guadagnare rispetto come portiere“.

A inizio stagone l’addio di Szczesny aveva creato qualche dubbio nei sostenitori giallorossi, visto il rendimento eccellente del portiere polacco nelle stagioni precedenti. Dubbi che poi sono scomparsi col passare dei mesi. Il punto di svolta per Alisson è stata probabilmente la partita dell’Olimpico contro l’Atletico Madrid del Cholo Simeone, nella quale è riuscito a parare qualsiasi cosa passasse dalle sue parti. Da lì in poi il portiere brasiliano ha sbagliato praticamente nulla, dimostrando di essere tra i numeri uno più affidabili in circolazione.

Le sue prestazioni stanno attirando l’interesse di tutti i grandi club europei, in particolare di PSG e Liverpool, ma per ora Monchi e la dirigenza giallorossa non hanno alcuna intenzione di cedere un giocatore con le sue qualità, ancora giovane e con ulteriori margini di miglioramento.

La Roma con lui è in buone mani, questo è certo.

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Calcio e violenza: un binomio che purtroppo torna sempre. In tutto il mondo. Se di mezzo c’è un pallone e due squadre con maglie differenti, ci scappa pure il morto. In particolare in Sud America. Ma in Italia, pur non dovendo parlare questa volta di una tragedia così grande, ci sono comunque da segnalare auto bruciate e un’aggressione ai danni di due dirigenti.

Partiamo dal Brasile, dove il derby tra Botafogo e Flamengo è stato funestato da incidenti prima della partita. Un uomo ha ucciso il 28enne Diego Silva dos Santos con un colpo di pistola, ferendo altri tre supporter. In una rissa, altri cinque tifosi sono rimasti feriti. A Rio de Janeiro, tra i due club, c’è una fortissima rivalità. Il centrocampista del Flamengo, Diego, ha così commentato: “Sono molto triste, questo non è il calcio. Sono preoccupato per i nostri tifosi e le nostre famiglie quando vengono allo stadio. Dobbiamo rispettare i nostri avversari, il calcio e la vita”.

Quante volte abbiamo parlato del calcio come un gioco dove è impensabile che qualcuno ci rimetta la vita? Eppure continua ad accadere. Nel football si sfogano spesso le frustrazioni di una settimana difficile. Nel caso del Brasile, proprio a Rio, la situazione economica è terribile e il governo centrale è già intervenuto per evitare la bancarotta del Comune. Ma comunque nulla giustifica la violenza.

Le auto bruciate: intimidazione o contestazione

auto Sebastiani

In Italia, un’amara sorpresa per il presidente del Pescara Daniele Sebastiani quando, tra lunedì a martedì della settimana scorsa, un attentato incendiario ha preso di mira due auto del numero uno abruzzese. Gli autori dell’assalto sono arrivati fin sotto la finestra di casa di Sebastiani, appiccando poi un incendio che avrebbe potuto avere conseguenze più gravi. Intimidazione o contestazione per i risultati pessimi della squadra?

Sebastiani stesso pare propendere per la prima opzione. Come se qualcuno volesse far scendere a patti il presidente nella cessione della Società, magari a personaggi non raccomandabili. La situazione del campo è comunque molto caotica: dopo il 3-5 di Torino, l’allenatore biancoazzurro Massimo Oddo ha presentato le sue dimissioni, ma la Società ha deciso di continuare con lui.

E pure in questo caso, comunque, gli atti intimidatori non sono ammessi, come la violenza; la contestazione ci può stare, ma sempre nei limiti. Sperare che una squadra che retrocede riceva gli applausi del suo pubblico – come succede sempre in Inghilterra – è utopia, ma sognare di vedere la teppaglia lontana dal mondo calcistico deve essere l’obiettivo del movimento calcistico italiano, altrimenti sempre ostaggio degli ultras, pure lontano dagli stadi.

L’aggressione a Toni e Setti

Luca Toni

Neanche il tempo di raccontare di Pescara che prima di Avellino-Verona la violenza ha colpito ancora. Il presidente scaligero Maurizio Setti e Luca Toni, diventato dirigente gialloblù dopo aver appeso le scarpe al chiodo, sono state vittime di una vera e propria aggressione prima che iniziasse il match nello scorso fine settimana.

Secondo i due dirigenti, l’auto su cui viaggiavano a un certo punto è stata circondata da una quindicina di ultras irpini, che hanno iniziato a rompere i vetri a calci e pugni, lanciando poi una bottiglia di birra dentro l’auto, prendendo il presidente sullo stomaco. Toni, in TV, ha detto che c’erano agenti della Municipale che, però, hanno fatto finta di niente. La ricostruzione è stata parzialmente smentita dal comandante dei vigili urbani di Avellino, Michele Arvonio: “La ricostruzione dei fatti da parte di Luca Toni è totalmente infondata”. Aggiungendo: “L’auto a bordo della quale erano i dirigenti del Verona si è trovata bloccata in colonna con altre auto nei pressi di una rotatoria, presidiata da due vigili, che consentivano il passaggio solo ad auto dirette al vicino ospedale”. Quindi, “l’aggressione è durata meno di un minuto” e non sotto gli occhi degli agenti, ma ad alcune decine di metri dalla postazione in cui si trovavano. “Il presunto mancato intervento è una notizia infondata. La rapidità con cui è stata commessa l’aggressione e la rapidità con cui l’autista ha guadagnato la fuga tra auto e tifosi a piedi smentirebbero la denuncia”.

L’aggressione, in ogni caso, c’è stata. Lo stesso Toni dice che probabilmente lui e gli altri non sono stati riconosciuti come dirigenti, ma sarebbero stati scambiati per tifosi del Verona. Cambia qualcosa? No, parleremmo comunque di aggressione tra tifosi. Anche questa, una triste consuetudine.

L’inquietante rapporto dell’Aic

aggressioni calcio

L’ultimo rapporto dell’Associazione italiana calciatori non invita all’ottimismo. Tutt’altro. Minacce, intimidazioni e aggressioni fisiche contro giocatori e squadre sono aumentati del 125 per cento, con il Lazio regione più colpita. Proprio la serie A è il campionato dove si registra il maggior numero di episodi di violenza (24%), al secondo posto c’è la Lega Pro (19%), quindi la serie B e la serie D (12%). Ma non sono immuni neanche i tornei minori: Promozione (10%), Campionati giovanili (8%), Eccellenza (7%), Prima Categoria (4%), Seconda Categoria (3%).

Nella stagione 2015/2016, l’Osservatorio Aic ha individuato 117 azioni di intimidazione, minaccia e violenza nei confronti dei calciatori, maturate in 83 eventi, nel 61 per cento dei casi fuori dagli stadi. In serie B, le situazioni più critiche ad Ascoli (dove, nel 2013, vennero piantate delle croci sul terreno di gioco), proprio ad Avellino, Bari, Latina e Modena.

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Lo stadio Mineirão di Belo Horizonte.

Il Brasile-Argentina di stanotte (fischio d’inizio a mezzanotte e 45 ora italiana) non sarà soltanto la sfida tra due delle principali rivali del calcio mondiale. È Neymar contro Messi, nemici per una notte, ma i tre punti in palio contano molto di più: si gioca un posto fra le partecipanti a Russia 2018, perché le due avversarie non sono certe della qualificazione e non possono più lasciar punti per strada.

A rischiare è soprattutto la Selección, perché un paio di settimane fa al Cile è stata assegnata a tavolino per 3-0 la partita contro la Bolivia (sul campo finita 0-0, ma con un giocatore boliviano senza i requisiti per essere naturalizzato) e la Roja ha raggiunto gli argentini al quinto posto, quello che garantisce lo spareggio contro la vincente del gruppo dell’Oceania. Non c’è margine d’errore per l’albiceleste ma nemmeno il Brasile può dormire sonni tranquilli poiché, pur avendo preso il primo posto, ha l’Uruguay alle spalle e le altre non troppo staccate. Vincere stanotte, oltre che mettere in crisi i rivali, darebbe una forte spinta verso la Russia.

Venezuela-Brasile dell'11 ottobre 2016

FIDUCIA RITROVATA

Solo quattro mesi fa il Brasile era una nazionale allo sbando. L’eliminazione prematura dalla Copa América, ultimo fallimento in ordine di tempo di una generazione da cui ci si aspettava molto di più, aveva lasciato la nazionale nel caos, col CT Carlos Dunga rimosso subito dopo la disfatta col Perù. Al suo posto è arrivato Tite, tecnico del Corinthians campione di Copa Libertadores e Mondiale per club nel 2012, e le cose sono svoltate in breve tempo.

La Seleção, sesta a marzo, è risalita fino al primo posto vincendo quattro partite di fila e non dà segni di cedimento, soprattutto perché assieme a Neymar (nel frattempo decisivo ai Giochi Olimpici con il rigore decisivo in finale sulla Germania) è esploso Gabriel Jesus, talento classe 1997 già prenotato dal Manchester City e autore di quattro gol nel nuovo ciclo. A loro due verrà chiesto di trovare le giocate giuste per mandare al tappeto i rivali, assieme a Philippe Coutinho diventato ormai leader in maglia Liverpool. Il merito principale di Tite, comunque, è aver ricompattato il gruppo sia in campo sia fuori: i favoriti stanotte sono loro.

Lionel Messi in finale di Copa América Centenario

AGGRAPPATI A LEO

Di contro l’Argentina è una polveriera. Rispetto al Brasile il cambio in panchina non ha sortito grandi effetti, con Edgardo Bauza che ha ottenuto solo cinque punti su dodici disponibili ed è crollato in casa contro il Paraguay nell’ultima uscita, sconfitta che ha mandato nel caos una nazionale devastata dai disastri commessi dalla federazione, senza una vera guida dalla morte di Julio Grondona avvenuta nel 2014. Sembra di rivedere il film del 2009, quando con Diego Armando Maradona CT alla Selección in crisi servì un miracolo, quello di Martín Palermo nel recupero dell’agonica partita col Perù, per non rischiare di mancare la qualificazione ai Mondiali sudafricani. Oggi se possibile la situazione è pure peggiore: Lionel Messi è rientrato in nazionale dopo il ritiro annunciato a seguito della finale di Copa América, ma senza di lui l’Argentina ha vinto una volta su sette nelle qualificazioni (contro tre successi su tre quando era in campo). Con Sergio Agüero e Gonzalo Higuaín ai minimi storici di fiducia (un rigore fallito col Paraguay dal Kun) servirà il guizzo del campione.

Si gioca al Mineirão di Belo Horizonte, stadio della disfatta del Brasile in semifinale ai Mondiali contro la Germania, e forse la scelta è un modo per esorcizzare e mettere definitivamente alle spalle quell’1-7 ancora vivo nella mente di tutto il paese. All’andata è finita 1-1, col vantaggio di Ezequiel Lavezzi (convocato a sorpresa cinque mesi dopo essersi fratturato il gomito, sarà in panchina) ripreso da Lucas Lima, ma erano due squadre molto diverse da quelle che scenderanno in campo stanotte, e quel match fu rinviato di un giorno per via di un nubifragio. Il nuovo capitolo di una delle partite più sentite della storia del calcio, con una rivalità che dura tutto l’anno, è pronto a essere scritto, e oggi più che mai vale la pena fare le ore piccole per seguire la partita fino al triplice fischio dell’arbitro Julio Bascuñán (cileno e quindi contestato dagli argentini).

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È finalmente giunta l’ora dell’appuntamento più atteso dell’anno per quanto riguarda lo sport in generale: poco dopo la mezzanotte italiana fra venerdì e sabato al Maracanã di Rio de Janeiro prenderà il via la cerimonia d’apertura dei Giochi della XXXI Olimpiade (la ventottesima realmente disputata, le edizioni 1916, 1940 e 1944 sono saltate a causa della guerra), con le gare che andranno avanti fino al 21 agosto.

Prima dell’avvio ufficiale dei Giochi c’è però una disciplina che inaugura l’evento brasiliano: è il calcio, che oggi fa il suo debutto con la prima giornata del torneo femminile e domani vedrà in campo le squadre maschili. Rispetto a quanto accade di solito il calcio non è lo sport dominante: storicamente alle Olimpiadi sono altre le discipline che interessano maggiormente, ma nonostante ciò la corsa alla medaglia d’oro sarà senz’altro avvincente, come accaduto quattro anni fa a Londra dove a sorpresa il Messico superò proprio il Brasile nella finale di Wembley. Tempo di una rivincita o di un’altra delusione per la Seleção?

Neymar.

ULTIMA CHIAMATA PER IL RISCATTO

Dopo il fragoroso fallimento alla Copa América Centenario il Brasile ha un’occasione più unica che rara per rifarsi: vincere l’oro olimpico in casa e al Maracanã sarebbe il modo migliore per riprendersi dopo le tante (troppe) batoste degli ultimi anni, nonché una prima assoluta visto che la Seleção non ha mai conquistato l’oro, con tre argenti e due bronzi come migliori risultati a cinque cerchi. Saltato inevitabilmente Carlos Dunga il Brasile non riparte dal nuovo CT Tite bensì da Rogério Micale, tecnico dell’Under-20 finita seconda ai Mondiali in Nuova Zelanda un anno fa: toccherà quindi a lui cercare di sfatare una tradizione negativa, riportare i verdeoro ai fasti di un tempo e rilanciare il movimento calcistico del paese, ai suoi minimi storici.

Per non fallire pure quest’appuntamento l’unica vera grande stella di questa generazione brasiliana, Neymar, ha rinunciato alla Copa América con la nazionale maggiore per essere ancora una volta il leader del gruppo olimpico, com’era accaduto quattro anni fa in Inghilterra: assieme a lui nel tridente ci saranno i due prospetti più interessanti del paese, Gabriel Jesus (nuovo acquisto del Manchester City) e Gabigol (conteso da Inter e Juventus).

Dire che la nazionale olimpica sia più forte di quella vista due mesi fa negli Stati Uniti non è poi così sbagliato: oltre all’attacco invidiabile, la rosa è completa più o meno in tutti i reparti, dalla difesa (dove spicca l’ex Roma Marquinhos) al centrocampo con il più esperto Renato Augusto (uno dei tre fuoriquota, con Neymar e il portiere Weverton) e Walace del Grêmio, senza dimenticare Felipe Anderson (che ha fortemente voluto la convocazione rischiando lo scontro con Lotito) e Rafinha Alcántara, figlio di Mazinho. Basterà?

Oribe Peralta nella finale delle Olimpiadi 2012 Messico-Brasile.

LE AVVERSARIE PIÙ ACCREDITATE

Può essere l’Argentina l’ostacolo principale verso l’oro brasiliano? Per tradizione sì, per come la Selección si è avvicinata ai Giochi un po’ meno. Si è arrivati al rischio di un vergognoso ritiro, perché fino a inizio luglio non c’era né un CT (dopo le dimissioni di Gerardo Martino è stato nominato lunedì Edgardo Bauza, ma in Brasile ci sarà Julio Olarticoechea, campione del mondo in Messico nel 1986) né una squadra, perché molti giocatori non hanno avuto il permesso dai rispettivi club e c’era la possibilità di non raggiungere il numero minimo. Alla fine la situazione è rientrata a fatica e nei diciotto sono rientrati alcuni talenti di assoluto valore, come Ángel Correa dell’Atlético Madrid, Giovanni Simeone (figlio del Cholo) e Jonathan Calleri chiamato in extremis, più il nuovo acquisto del PSG Giovani Lo Celso in mezzo al campo e il portiere Gerónimo Rulli.

Anche il Messico campione in carica ha molte carte in regola per confermarsi. Della squadra che superò 2-1 il Brasile a Wembley ne è rimasto solo uno ma si tratta del fuoriquota Oribe Peralta, colui che realizzò i due gol della finale. Fra i più giovani c’è l’imbarazzo della scelta in quanto a qualità, perché il duo del Pachuca composto da Erick Gutiérrez e soprattutto Hirving Lozano, campioni della Liga MX, è destinato a una grande carriera e il possente difensore centrale César Montes si è messo in luce con il Monterrey, non solo perché fino a giugno vestiva l’insolita (almeno per chi non segue il calcio messicano) maglia numero 286.

Fra le sudamericane la Colombia vuol sfruttare il calo delle due big già visto a livello di club (l’Independiente Santa Fe ha vinto la Copa Sudamericana, l’Atlético Nacional si è aggiudicato la settimana scorsa la Copa Libertadores e ha mandato in Nazionale il bomber di semifinali e finali Miguel Borja, ex Livorno, e il pilastro di centrocampo Sebastián Pérez) per diventare una rivelazione, ma non avrà il talentissimo Marlos Moreno per via del suo passaggio al City, tra le europee la Germania ha un campione del mondo (Matthias Ginter), i gemelli Lars e Sven Bender, la coppia dello Schalke 04 Leon Goretzka e Max Meyer e l’altro grande talento Julian Brandt.

Un gradino sotto la Svezia campione degli Europei Under-21 (c’è Robin Quaison del Palermo e non molto altro), mentre il Portogallo si presenta senza nessun trionfatore in Francia ma con un gruppo già rodato da anni di Under-20 e Under-21. Vedere una delle altre nazioni in fondo sarebbe un grosso exploit.

Jonathan Calleri, attaccante dell'Argentina.

Si parte alle 18 di giovedì con Iraq-Danimarca, poi il calendario prevede gare fino alla sera del 20 agosto, quando al Maracanã si chiuderà il sipario con la finalissima. Non avrà l’appeal di Mondiali ed Europei, visto che ci partecipano formazioni Under-23 con i fuoriquota, e non essendo competizione FIFA non c’è l’obbligo di rilascio da parte delle squadre di club, però vincere l’oro ai Giochi olimpici ha un valore inestimabile.

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Il gol con la mano di Raúl Ruidíaz che ha eliminato il Brasile dalla Copa América.

Con Argentina-Bolivia 3-0 si è chiusa la prima fase di Copa América Centenario, da stanotte (ore 3.30) si riparte con il primo quarto di finale fra gli Stati Uniti padroni di casa e l’Ecuador. Non sono mancate le sorprese, visto che due pezzi grossissimi del calibro di Brasile e Uruguay hanno già preso l’aereo per tornare a casa, e la Seleção (alla pari del Paraguay) ha annunciato il cambio della guida tecnica. Delle sedici nazionali partecipanti ne sono rimaste otto, che da adesso si sfideranno per coronare il campione dell’edizione che festeggia il centenario sia del torneo sia della CONMEBOL: per arrivare preparati alla fase a eliminazione diretta ecco i giudizi su quanto visto nella fase a gironi.

Il Messico festeggia uno dei tre gol contro l'Uruguay.

PROMOSSE

Come gioco espresso il nome che spicca su tutti è quello del Messico, squadra che ha mostrato di avere le carte in regola per vincere il trofeo. Due vittorie e un pareggio per El Tri, che ha convinto soprattutto contro Uruguay (pur vincendo alla fine) e Giamaica, mentre col Venezuela ha ripreso il primo posto grazie a una magia di Jesús Manuel Corona, uno dei grandi giocatori a disposizione di Juan Carlos Osorio assieme a Héctor Herrera, Miguel Layún e (anche se ancora leggermente in ombra) Javier Hernández. Nei messicani c’è ancora qualcosa da registrare, tipo il portiere (una gara a testa per tutti e tre), ma contro il Cile il ruolo di favorito è d’obbligo e non mancano i ricambi a gara in corso, su tutti Hirving Lozano.

L’Argentina è l’unica che ha fatto punteggio pieno: nove punti e dieci gol segnati per la Selección pur potendo contare su Lionel Messi a mezzo servizio (ma è bastato per una tripletta contro Panama in mezz’ora), Ángel Di María di nuovo infortunato e Gonzalo Higuaín ancora a secco, ma il rendimento dei vari Éver Banega e Javier Mascherano è stato molto alto e l’impressione è che, dopo tante finali perse, quest’anno possa finire il digiuno che dura dal 1993.

Promosse con un minimo di riserva le due qualificate dal Gruppo A: gli Stati Uniti padroni di casa sono partiti male battuti dalla Colombia ma poi si sono ripresi guidati dal solito leader Clint Dempsey; i Cafeteros invece hanno buttato via il primo posto perdendo 2-3 contro la Costa Rica già eliminata ma avevano fatto vedere le migliori cose nella prima parte, soprattutto grazie al genio di James Rodríguez e ai gol milanisti di Cristián Zapata e Carlos Bacca.

Bene anche l’Ecuador, che si basa su una manovra tutta in velocità con gli esterni Jefferson Montero e Luis Antonio Valencia che innescano le punte Miller Bolaños ed Enner Valencia, infine il Venezuela, andato ben oltre le aspettative: niente stelle per la Vinotinto ma una difesa insuperabile con i titolari Wilker Ángel e Oswaldo Vizcarrondo (l’unico gol subito è arrivato a dieci minuti dalla fine e con le riserve in campo), Alejandro Guerra sulla fascia ha fatto grandi cose e in avanti José Salomón Rondón si è confermato spietato in area eliminando l’Uruguay. Pochi gol e tanto sacrificio, ma ora c’è l’Argentina.

Errore di Claudio Bravo in Cile-Panama.

RIMANDATE

I campioni in carica del Cile vanno avanti ma non convincono del tutto. Il brutto esordio contro l’Argentina è stato parzialmente riscattato contro la Bolivia, ma è servito il 100′ di gioco per trovare il 2-1 con un rigore regalato dall’arbitro, una sorta di compensazione diciotto anni dopo per la mano cercatissima di Roberto Baggio ai Mondiali del 1998 (la dinamica del “fallo” è incredibilmente uguale). Contro Panama sono arrivati quattro gol ma ancora critiche soprattutto per gli errori di Claudio Bravo, colpevole in entrambe le reti subite e non certo perfetto nelle altre due partite, in più si nota che nel gioco di Juan Antonio Pizzi manca un uomo chiave, com’era Jorge Valdivia nelle precedenti versioni della Roja. Si salvano invece Arturo Vidal ed Eduardo Vargas, mentre Alexis Sánchez si è ripreso all’ultimo con una doppietta.

Ha vinto il girone il Perù, non tanto per il gioco espresso (spesso rivedibile) quanto per i risultati: Ricardo Gareca, partito fra tante polemiche per aver lasciato a casa tanti big, ha puntato sulla solidità e la Blanquirroja, senza entusiasmare, ha fatto fuori il Brasile (di mano) e con l’Ecuador Christian Cueva ha segnato uno dei gol più belli della prima fase, stile Dennis Bergkamp al Newcastle nel 2002. L’impressione, però, è che la squadra non sia così solida, come dimostrano i rischi patiti contro Haiti, la rimonta da 0-2 a 2-2 con la Tricolor e il primo tempo col Brasile. Fuori invece Panama, ma comunque può essere soddisfatta dell’esordio vincente contro la Bolivia e dei due gol rifilati al Cile.

Cavani dopo un gol fallito in Uruguay-Venezuela.

BOCCIATE

Un disastro annunciato. Non si può definire altrimenti l’ennesimo crollo del Brasile, squadra in crisi d’identità distrutta da una federazione incompetente e da un’infinità di scelte sbagliate mai corrette dal 2010 a oggi. Vero, la Seleção è uscita per un evidente errore arbitrale, ma era già stata graziata contro l’Ecuador (autogol di Alisson annullato perché il pallone era uscito, cosa non vera) e nel primo tempo col Perù (rigore negato), quindi le colpe vanno date a un movimento che da anni si è fermato e continua a scavare il fondo del barile. Carlos Dunga paga per tutti, al suo posto arriva con due anni di ritardo Tite e dovrà ripartire da zero, perché a zero sta il calcio brasiliano in questo momento, con il Brasileirão ai minimi storici e i (pochi) giovani talenti saccheggiati dai fondi d’investimento, che li portano a scelte sbagliate per la loro carriera arrestandone la crescita. Anche Gabigol e Lucas Lima, due dei pochi a salvarsi nella disastrosa spedizione verdeoro, sono sotto Doyen quindi il futuro non sembra roseo e il solo Neymar non può bastare per rimettere in sesto una squadra obbligata a vincere l’oro alle Olimpiadi, ma proprio per questo a rischio di un’altra grossa figuraccia.

Non se la passa meglio l’Uruguay: i segnali che il grande ciclo vincente charrúa 2010-2015 sia arrivato alla fine sono tanti e il Maestro Óscar Washington Tabárez per una volta sembra avere sbagliato strategia, non inserendo nuova linfa a un gruppo stremato da tanti anni di ottimi risultati e continuando con gli stessi uomini di sempre che hanno tradito, su tutti Edinson Cavani disastroso contro Messico e Venezuela. Anche la Celeste ha un minimo alibi, rappresentato dalla casella zero dei minuti giocati da Luis Suárez (clamoroso l’errore nella distinta contro il Venezuela, quando sarebbe dovuto entrare), ma fin dalla prima partita non c’è stata la sensazione che quest’Uruguay potesse andare fino in fondo, anche se è chiaro che doveva e poteva fare molto di più.

Fra le altre bocciate non destano sorprese le eliminazioni di Costa Rica (soprattutto dopo l’infortunio di Keylor Navas), Giamaica (tre partite perse e zero gol fatti), Haiti e Bolivia (nazionale in subbuglio e destinata a fallire da prima che iniziasse il torneo); un po’ più clamore ha suscitato il flop del Paraguay, con Ramón Díaz che ha rassegnato le dimissioni dopo il KO con gli Stati Uniti. All’Albirroja è mancato Ortigoza e nessuno si è preso la squadra sulle spalle, vero che il gruppo era tosto ma ci si aspettava molto di più.

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Il triennio orribile del Brasile. La figuraccia in casa, ai Mondiali nel 2014, l’uscita ai quarti di finale nella Coppa America del 2015, l’eliminazione nei gironi all’edizione del Centenario. Per gli amanti del calcio, il ‘futbol bailado’ è solo un ricordo sbiadito. Le figurine di Zico, Socrates e Falcao o, ancora prima, il divertimento assicurato con Garrincha e Pelè. Per non parlare poi di ‘Subbuteo’ che, negli anni ’80, rendeva la squadra verdeoro il sogno di ogni bambino e ragazzino.

Quel Brasile non c’è più. La generazione di talenti, anche da quelle parti dove si comincia a palleggiare in fasce sulle spiagge, non ne sforna più a ripetizione. Colpa pure della crisi economica che ha colpito il Paese sudamericano. Perché il calcio, alla fine, è strettamente legato alle condizioni di vita di un popolo. Analizziamo nel dettaglio la debacle della selezione di Carlos Dunga, ricordando però che negli Stati Uniti ci è andata una Nazionale sperimentale, senza tanti big, e che l’eliminazione è avvenuta per un colpo di mano peruviano. Non la ‘mano de Dios’, questa volta, ma la ‘mano de Adios’.

Mano de Adios

DAL SETTEBELLO AL KO

E pensare che i tifosi della Selecao si erano divertiti, qualche giorno prima, seppellendo sotto sette reti (a una) Haiti. Non certo una corazzata, d’accordo, ma grazie a quel successo a Coutinho e compagni sarebbe bastato il pari nell’ultima. Senza andare a scomodare illustri (e dolorosi) precedenti, quando ai carioca bastava una ‘X’ per diventare campioni del mondo, e invece persero contro l’Uruguay, questa volta l’eliminazione è dolorosa perché conferma che in questo momento il Brasile non è una delle migliori nazionali al mondo. E neanche a livello continentale.

La mano di Ruidiaz è stato una specie di segno dal cielo. Gli dei del calcio non amano più i brasiliani. E li mandano spesso e volentieri all’inferno. Non siete d’accordo? E allora come ha fatto Elias a mangiarsi il gol del pareggio in uno degli ultimi assalti? La Coppa America del Centenario ha sbattuto fuori ai gironi Brasile e Uruguay. Teoricamente, l’Argentina di Leo Messi dovrebbe ora passeggiare.

DUNGA E GLI ESPERIMENTI

Dunga non pensava che la Nazionale sperimentale potesse uscire già ai gironi. E, comunque, non gli passava proprio per la testa che potesse essere messo in discussione dopo questa competizione. E invece, ora tutti vogliono la sua, di testa. Non c’era Neymar, risparmiato per le Olimpiadi di casa, mancavano Thiago Silva, Marcelo, Alex Sandro, Oscar e David Luiz. Coutinho è stato il trascinatore (e verrebbe da dire: ecco perché il flop). Jonas, 32 anni, fa fatica a trovare un posto da titolare nel Benfica; Renato Augusto fa il regista ed è ottavo in classifica con il suo Pechino Gouan. Questo il Brasile che si è presentato negli States, magari snobbando la competizione, ma sicuramente convinta di andare ancora un po’ avanti. Lo doveva ai tifosi, dopo le cocenti delusione con Scolari nel 2014.

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SETTE E NON PIÙ SETTE

Tornando al 7-1 ad Haiti, a qualcuno ne verrà in mente un altro di score simile. Solo che quella volta, a subirne sette, fu proprio la Selecao, al Maracanà contro i futuri campioni del mondo della Germania. Da allora, sono passati due anni e il Brasile pare aver fatto ancora dei passi indietro. Ha un unico fuoriclasse, lui sì cresciuto a dismisura rispetto al 2014, e si chiama Neymar jr. Una bella differenza dall’abbondanza di una selezione che metteva insieme Junior, Falcao, Socrates, Zico. A costo di ripetersi. Certo, ci son stati anni in cui il Brasile ha primeggiato pure più recentemente, vedi il 2002 in Corea e Giappone, ma allora davanti c’era un Fenomeno di nome Ronaldo. E dietro c’era comunque una squadra. Che ora manca.

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I FUORICLASSE SENZA ‘DIFESA’

La storia del calcio brasiliano è infarcita di personaggi. Le cinque Coppe del mondo sono state vinte con uomini del genere. Quei giocatori che non hanno neanche bisogno di un ct, che da soli ti fanno vincere le partite. Al commissario tecnico è sufficiente affiancare calciatori discreti per primeggiare. E anche quando le vittorie non sono arrivate, vedi proprio il 1982, il Brasile divertiva. Eccome.

Per tanto tempo ai sudamericani si è imputato il troppo spettacolo offensivo a scapito della difesa. Loro ci hanno provato a migliorare, finendo per snaturarsi. Abbandonato il ‘futbol bailado’, gli allenatori hanno tentato di seguire l’esempio europeo, i calciatori che andavano a cercare fortune nel Vecchio Continente riportavano la filosofia europea. Ma le basi continuavano a non esserci. Così, sono scomparsi i fuoriclasse e i medianacci e difensori hanno iniziato a invadere la Nazionale più bella del mondo. Pure il commissario tecnico è stato scelto tra i centrocampisti di sostanza e non di fantasia. E così il Brasile man mano ha perso la sua creatività, dimostrando di non avere conoscenze tattiche sufficienti per imbastire difese di razza (pur avendone, di difensori all’altezza in questa generazione).

IL TRIENNIO DELLE STREGHE

In Brasile c’è chi è convinto che abbiano fatto il malocchio al Paese. Crisi politica ed economica, calcio mai così in basso. Forse qualche stregone argentino si è divertito con la macumba? Fatto sta che la Nazionale è naufragata in casa, finendo al quarto posto in quello che doveva diventare il sesto Mondiale della storia; ha perso ai quarti di finale di Coppa America 2015 contro il Paraguay ai rigori; sta balbettando nelle qualificazioni ai Mondiali 2018 (al momento sarebbe clamorosamente esclusa) e ora si è presa quest’altra sberla negli States.

Di pari passo con la debolezza della moneta, l’impeachment di Dilma Rousseff, proprio negli anni in cui il Paese ha deciso di ospitare due eventi come la Coppa del mondo e le Olimpiadi, il Brasile ha dimostrato la sua debolezza. Per risalire ci vorrà molta, molta pazienza.

LE SPERANZE

Per non essere totalmente negativi, bisogna sempre guardare al futuro. Ricambiando mentalità, fin dalla tenera infanzia, in Brasile torneranno i fuoriclasse: questo è poco, ma sicuro. Nel frattempo, in questa fase di transizione, bisogna far legna con ciò che si ha in magazzino. E non è tutto legno ormai marcio. Ripartire, dunque, da Neymar. E fin qui ci siamo. Nel Barcellona è diventato anche lui un trascinatore, non più solo l’uomo sempre per terra o che cerca di irridere l’avversario. A 24 anni, è già a quota 46 reti con la Selecao.

In difesa, David Luiz e Thiago Silva continuano a essere i migliori. E sono affiatati, giocando entrambi nel Psg. Gil, Marquinhos e Miranda non si sono dimostrati all’altezza. In porta, Dunga (e la Roma) pensavano finalmente di aver trovato un ‘fuoriclasse’, tale Alisson. In Coppa America ha stentato parecchio, ma non dimentichiamo che ha 24 anni e la carta d’identità è sua alleata. Dani Alves, futuro sposo della Juventus, non è giovane, tutt’altro. Ma sulla fascia fa ancora il bello e cattivo tempo: almeno ai Mondiali russi ci può arrivare ancora integro. Sfiora le 100 presenze, ha 33 anni e tanta voglia di non smettere di vincere (dopo i tanti trionfi con il Barcellona). Dall’altra parte, invece, Alex Sandro può essere il titolare per molti anni.

Pure a centrocampo c’è un punto fermo: Casemiro. Mediano tenace, dà copertura e nel Real Madrid che ha vinto la Champions si è ritagliato un posto da titolare. E poi, ancora: Lucas Lima, classe 1990, trequartista del Santos che in Coppa America ha segnato un gol di testa. Voci di mercato lo vogliono vicino allo sbarco in Europa.
Detto di Coutinho, che comunque merita la riconferma, se non altro nel gruppo, non si può lasciare a casa Douglas Costa, freccia del Bayern Monaco. Neymar, al suo fianco, potrebbe ritrovarsi il 19enne Gabriel Barbosa, già soprannominato ‘Gabigol’. Esordiente a fine maggio con la Selecao, ha già firmato due reti in quattro presenze.

Anche su di loro dovrà puntare Dunga o chi gli succederà al comando di una Nazionale dove la cosa importante è divertire.