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Bonucci

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Quando l’avanzamento della trattativa Bonucci-Milan ha iniziato a circolare tra le notizie principali del calciomercato estivo, in pochi credevano che alla fine sarebbe andata davvero in porto.  Andare via da Torino per giocare in una delle rivali principali della Juventus, senza la Champions, pareva davvero uno scenario impraticabile. Alla fine però i dissapori con Allegri e la voglia di Leonardo di essere ancora al centro di un progetto, e non più uno fra tanti, ha prevalso su tutto, e in pochi giorni si è concretizzata una trattativa che sembrava davvero quasi impossibile.

Sul momento entrambe le parti avevano motivi per ritenersi più che soddisfatte: la Juventus ha incassato più di 40 milioni per un difensore di 30 anni, scontento della sua situazione, mantenendo però in rosa tutti gli altri protagonisti principali della retroguardia delle ultime stagioni (e acquistando anche il tedesco Howedes come ulteriore rinforzo nel ruolo), Bonucci è andato in una squadra che ha riconosciuto lo status da difensore top che si è guadagnato negli anni con un contratto faraonico, che lo ha subito eletto capitano e guida di un gruppo che punta fin da subito ad essere protagonista, sia in Italia che in Europa.  A distanza di qualche mese, paradossalmente, le cose non sono andate proprio come le due parti avrebbero sperato, o almeno non per ora.

La Juventus, dopo 8 giornate, ha già 5 punti di ritardo dalla vetta e ad ogni partita mostra lacune difensive che nei 6 anni precedenti non aveva mai fatto intravedere.  Sono già 13 i gol subiti in 11 partite ufficiali tra Supercoppa, campionato e Champions, un numero inusuale per una squadra che ha sempre fatto della tenuta difensiva il suo principale punto di forza. Barzagli a 36 anni viene impiegato con parsimonia per sfruttare le sue doti su meno partite, Rugani non ha ancora fatto quel salto di qualità a livello mentale che gli permetterebbe di essere titolare fisso, Benatia va a fasi alterne e Howedes non si è ancora visto causa infortunio. L’unica certezza si chiama Giorgio Chiellini, ma da solo non può reggere un intero reparto, soprattutto in una squadra che gioca 2 competizioni.

Bonucci di quella difesa era la guida, e a sua volta veniva “protetto” da Chiellini e Barzagli. La loro intesa straordinaria, forgiata da Antonio Conte e rinsaldatasi negli anni successivi, ha fatto la fortuna loro e della Juve. Senza Leonardo al centro la squadra ha perso un riferimento importante e le precarie condizioni fisiche di diversi elementi della retroguardia hanno fatto pesare ancor di più la sua assenza.

Bonucci è sempre stato bravissimo a impostare il gioco e a dirigere il reparto, lasciando ai suoi due compagni le marcature più insidiose. Nel caso della Juventus degli anni passati poi, con una squadra intera a fare una fase difensiva di alto livello per un difensore la vita è più semplice. In quel contesto sono venute fuori le qualità che lo hanno portato ad essere considerato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo, ma al Milan le cose sono molto diverse.

Una squadra in rifondazione, all’anno zero dopo l’arrivo della proprietà cinese che ha portato tantissimi calciatori nuovi, in cerca di equilibri che non è facile trovare immediatamente; un contesto totalmente diverso da quello in cui si è trovato fino a pochi mesi prima. Le responsabilità sulle sue spalle, con la fascia di capitano al braccio, sono molto maggiori, ma questo è uno dei motivi principali per i quali ha chiesto la cessione alla dirigenza bianconera.

I primi mesi in rossonero di Bonucci sono da dimenticare, tanto da aver suscitato l’ironia della rete in merito ai famosi equilibri che avrebbe dovuto spostare con il suo arrivo a Milano. Il fatto che il Milan sia ancora una squadra in fase di assestamento non può giustificare alcuni errori di posizione e di concetto che un difensore di alto livello non dovrebbe commettere. Il derby in questo senso è la partita che riassume al meglio il primo Bonucci rossonero: in ritardo sul cross di Candreva che ha portato al primo gol di Icardi, completamente fuori posizione sul cross di Perisic con lo stesso Icardi libero di colpire al volo in area di rigore.

Qualche mese fa Walter Sabatini, interpellato a proposito del quasi certo sbarco del difensore in rossonero, fu quasi profetico nell’affermare che “Bonucci al Milan indebolirà entrambe le squadre. È un trasferimento che toglierà certezze ad ognuna delle parti chiamate in causa”. 

Se ci si riferisce solo al periodo che va da agosto ad ora il dirigente dell’Inter ha avuto pienamente ragione: il paradosso di Bonucci è nell’aver indebolito contemporaneamente la squadra che lo ha ceduto e quella che lo ha acquistato. Due mesi però sono ancora pochi per dare sentenze definitive e nel calcio le situazioni possono cambiare molto velocemente. Starà alla società bianconera dimostrare di poter reggere dietro, anche senza il giocatore che ha guidato la difesa degli ultimi 6 scudetti, e allo stesso Bonucci dimostrare di poter essere un difensore di livello mondiale anche in una squadra che non si chiama Juventus.

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Il day after l’eliminazione dell’Italia è di quelli amari, in cui ripensi a quel che sarebbe potuto cambiare se i pezzi si fossero incastrati in maniera leggermente diversa. I tragicomici rigori di Zaza e Pellè, quello di un Darmian costretto a presentarsi sul dischetto perché ormai avevano già tirato quasi tutti, la quasi parata di Gigi Buffon su Hector, tutto contribuisce ad alimentare il rimpianto per quella che fino a un mese fa sarebbe stata una quasi impresa, ma che oggi sembra proprio una bella occasione persa.

Anche Bonucci ha sbagliato un rigore, forse l’unico tirato bene tra quelli non realizzati dagli azzurri, ma un altro lo aveva segnato in modo principesco nei tempi regolamentari. Quando c’è stato bisogno di prendersi la responsabilità di pareggiare i conti in una partita che sembrava compromessa, Leonardo non ha avuto esitazioni e si è presentato al cospetto del grande Neuer con lo sguardo di chi quel rigore lo avrebbe segnato a tutti i costi. In quella rincorsa con rallentamento prima della battuta è sembrato quasi di rivedere lo stile del miglior Balotelli, uno che almeno sui rigori ha ben poco da imparare. Andate a riguardarvi il rigore che Bonucci ha tirato tre anni fa, in una semifinale di Confederation Cup contro la Spagna, e guardate le differenze con quello segnato contro la Germania. Anzi, anche con quello sbagliato.

Anche da particolari come questi si capisce che giocatore sia diventato Bonucci, uno che non ha mai smesso di lavorare per migliorare quei difetti per cui è stato spesso oggetto di scherno in un passato nemmeno tanto lontano. Oggi non è più quel difensore che spesso perdeva l’uomo e sbagliava cose elementari, ma il leader tecnico ed emotivo di un trio difensivo quasi perfetto, quello che ha fatto le fortune della Juventus e che ha contribuito in modo determinante a fare dell’Italia una delle sorprese di questi Europei. Un trio, quello con Barzagli e Chiellini, in cui Bonucci è collante e leader. Uno scudo che è già entrato di diritto nell’Olimpo difensivo del calcio italiano, capace di ribattere tutto ciò che gli si para contro senza quasi mai scalfirsi.

Alla luce di ciò si può dire una volta per tutte, senza essere tacciati di essere incompetenti o juventini, che Bonucci è uno dei migliori difensori in circolazione in questo momento? O è sempre quello scarso, che ha successo per merito di Barzagli e Chiellini che gli coprono le spalle? Il giudizio sul suo reale valore è troppo spesso influenzato dagli atteggiamenti a volte sopra le righe del ragazzo di Viterbo. Per una volta però lasciamo perdere l’aspetto caratteriale, le sue proteste esagerate con gli arbitri, la sua “antipatia”. Guardiamo a ciò che è Bonucci come calciatore. Quanti sono capaci di essere allo stesso tempo difensori quasi insuperabili e playmaker capaci di lanci millimetrici che mettono in condizione gli attaccanti di segnare, oltre a lui? Pochi, di sicuro. È questo mix che fa del difensore azzurro un giocatore speciale, diverso dagli altri. Pique, Ramos, Boateng e altri dei top del ruolo al loro meglio sono superiori fisicamente, sono più veloci, saltano di più, ma nessuno di loro (a parte forse il miglior Thiago Silva) riesce ad essere allo stesso tempo un fine ricamatore di gioco, un marcatore efficace e un leader di reparto.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando retrocesse in Lega Pro col Pisa. Quel Pisa allenato nei primi due mesi da Giampiero Ventura, che nonostante il poco tempo concessogli aveva intravisto le qualità di Bonucci e che poi lo portò a Bari assieme a un altro giovane e promettente difensore lanciato da Antonio Conte nell’Arezzo: Andrea Ranocchia. Conte, Ranocchia, Bonucci, Ventura, storie che si intrecciano e che continuano a intrecciarsi ancora, come in un grande romanzo storico. Ranocchia, considerato il migliore tra i due, sembra aver perso la bussola, dopo annate buttate e una continua perdita di fiducia. Bonucci invece, quello considerato meno bravo, con il prossimo Ct della Nazionale è diventato grande e con il mister leccese (prima a Torino, poi in maglia azzurra) ha spiccato il volo definitivo, migliorando di anno in anno.

La sua personalità e le sue prestazioni a questi Europei hanno fatto ricredere parecchie persone, anche molti di quelli che non lo hanno mai apprezzato. Basta leggere i commenti di napoletani, interisti e sostenitori di altre squadre ad uno dei suoi ultimi post su Facebook per capire che Bonucci ha creato una breccia nei cuori di tanti tifosi, anche non juventini, per il suo modo di essere leader e difensore con pochi eguali. Chiamatelo scarso ora, se avete coraggio.

 

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Uno ha il fuoco dentro, e la sicurezza di chi ha vinto cinque scudetti di fila. I baffi di chi può permettersi anche un look alternativo e l’atteggiamento da ambizioso, a volte quasi presuntuoso. L’altro sembra averla persa la sicurezza di un tempo (perché c’è stato, un tempo). Troppi errori, troppi fischi, perché San Siro non perdona e la fascia di capitano dell’Inter può essere un fardello pesantissimo.

Bonucci e Ranocchia, due storie così simili, eppure così diverse. Questioni di scelte, di fortuna, di percorsi imprevedibili. Quelli del pallone. Eppure la loro storia era iniziata assieme, a San Siro, contro l’Inter che avrebbe poi vinto il triplete. Giampiero Ventura, alla sua prima in A sulla panchina del Bari, sta decidendo la formazione. In avanti, per i nerazzurri, ci sono Milito ed Eto’o, non esattamente gli ultimi arrivati.

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Ventura sceglie una coppia di centrali nati entrambi alla fine degli anni ’80, poco più che ventenni, alla loro prima esperienza in Serie A. Andrea Ranocchia ha disputato un grande finale di stagione con Antonio Conte, in B. Di lui si parla benissimo, ma certo bisogna vederlo in campo, alla prova del nove. E il nove lo indossa un giocatore che ha appena vinto la Champions League, segnando uno dei due gol. Il Barcellona lo ha ceduto all’Inter in cambio di Ibrahimovic e soldi, e lui ha voglia di rivincite. L’altro centrale scelto da Ventura è Leo Bonucci. A Bari si parla con insistenza di un rinforzo, un centrale di esperienza e il nome più gettonato è quello di Andreolli. Bonucci ha una chance, e gode della fiducia del mister, anche se nel pre-campionato ha commesso qualche errore di troppo.

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La partita inizia e i due sembrano patire un po’ l’emozione. Come potrebbe essere il contrario? San Siro, tutti quei campioni di fronte, Milito ed Eto’o, il caldo. Le gambe che tremano, e gli sguardi persi nel vuoto. Ma quella sensazione dura pochi minuti. Il tempo di anticipare l’avversario di testa. O di un tackle riuscito. Interventi puliti, anticipi, confidenza. Allora la bestia non è poi così feroce. Bonucci prende così tanta confidenza che nel secondo tempo si avventa su un pallone in aerea ma colpisce Milito, provocando un calcio di rigore. Eccesso di foga e irruenza, Eto’o non perdona e porta in vantaggio i nerazzurri. Ma il Bari pareggerà e i due centrali non sbaglieranno più un intervento in tutta la partita. Strepitoso sarà il campionato di Leo Bonucci, uno che l’anno prima, a Pisa, era retrocesso in Lega Pro. A Bari gioca da centrale di lusso, imposta, come fa oggi alla Juventus, segna gol pesantissimi.

Ranocchia gioca meravigliosamente fino alla fine del girone d’andata, quando si infortunia in maniera grave e deve, di fatto, chiudere anzitempo la stagione. Di lui, a Bari, resta una maglia che Barreto mostra dopo un gol, proprio contro l’Inter, nella partita di ritorno. L’anno dopo le strade si separano. Leo va alla Juve e Ranocchia al Genoa. Con Del Neri la Juventus gioca un campionato mediocre e Bonucci delude. Finisce sul banco degli imputati, come gran parte dei giocatori, e sembra destinato a fare le valigie. Ranocchia gioca una grande girone di andata al Genoa, e Leonardo (questa volta l’allenatore) chiede a Moratti di riscattarlo. A gennaio arriva all’Inter dove gioca subito da titolare, visti gli acciacchi di Samuel, Cordoba e Materazzi, ormai avviati verso il tramonto.

È un’ottima stagione (condita anche da qualche gol decisivo) la sua, quella che vale la riconferma. Dall’altra parte è arrivato Antonio Conte, che non ha mai allenato Bonucci a Bari, ma sceglie di puntare su di lui. Lo fa in maniera decisa e decisiva, anche quando la critica inizia ad individuare in lui l’unico punto debole della Juventus. In pochi anni ne diventa un punto di forza, non solo in difesa ma anche in impostazione. Spesso è lui a sostituirsi a Pirlo quando c’è da lanciare gli attaccanti. Con Allegri torna ad essere più difensore, ma diventa ancora più leader nello spogliatoio. Uomo simbolo della Juventus e dell’orgoglio di chi ha fame e non vuole fermarsi. Nel frattempo Ranocchia inizia la sua parabola discendente. La fascia di capitano, che indossa in alcune partite, non gli giova. Mazzarri prima e Mancini poi gli danno una fiducia limitata, a tempo.

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Ogni errore corrisponde con una panchina, e presto la panchina diventa un’abitudine. A gennaio Ranocchia va alla Sampdoria, in cerca di un po’ di serenità, per giocare titolare e non perdere il treno degli europei. Domenica scorsa a Palermo gioca una partita da incubo. Mentre l’ex compagno di reparto festeggia l’ennesimo scudetto da protagonista, Ranocchia inguaia la Sampdoria e compromette la sua partecipazione a Euro 2016.

Se il talento non si discute, è altrettanto vero che questo non basta ad affermarsi. Il resto lo fanno gli allenatori che incontri, le società, l’ambiente e la motivazione. Tutti elementi a favore di Bonucci. Ranocchia, invece, non sembra più il giocatore che aveva stupito tutti a San Siro. Sembra passato un secolo da quel giorno. Il giorno in cui due ventenni stupirono l’Italia intera giocando uno affianco all’altro.

 

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“La difesa a 3 è il suo habitat: si sente più protetto e gli permette di fare il difensore alla Scirea. Esce dalla linea, ricama passaggi. Il gol è una fuga per la vittoria, gli avversari lo osservano increduli. BeckenBonucci”.

Sono parole di Sebastiano Vernazza, di Gazzetta dello Sport, scritte nel post partita di Juventus-Lazio. Partita nella quale Leonardo Bonucci ha dimostrato, ancora una volta, di essere tutto meno che un punto debole dello scacchiere bianconero, come qualcuno voleva far credere nei primi anni di Conte. E se nessuno arrossisce per la contemporanea presenza, nel giro di poche righe, delle parole “Scirea” e “Beckenbauer”, vuol dire che Leo di lavoro ne ha fatto tanto per arrivare dove è arrivato, superando le diffidenze della stampa e anche quelle di qualche tifoso.

Oggi Leonardo è un difensore di statura europea. Perché non solo sa difendere, ma sa anche giocare (e bene) il pallone. È un uomo in più quando si attacca, guida il reparto da leader, ha quel tanto di spocchia che lo rende antipatico a molti avversari, ma idolo dei suoi tifosi. Rispetto al suo compagno di reparto, Chiellini, Leo è un difensore che cerca la giocata per creare superiorità numerica già dal reparto arretrato. Certo, commette qualche errore, ma è un rischio calcolato che appartiene a questa categoria di centrali che non badano solo a contenere, ma anche a costruire. Figure sempre più ricercate dai top club europei, tanto da adattare qualche centrocampista (Carrick e Mascherano) all’occorrenza. O tanto da spendere una barca di soldi per David Luiz, ad esempio, che (ammettiamolo) dieci anni fa avrebbe giocato almeno 40 metri più avanti per evitare di fare danni. E con Mourinho pure. E in ogni caso, Bonucci sa farsi perdonare benissimo con gol decisivi e bellissimi, come quelli segnati alla Roma nel girone di andata e alla Lazio in quello di ritorno. In partite che di fatto assegnano lo scudetto alla Juventus.

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Quando un giocatore non è particolarmente simpatico alla stampa, si tende a trovargli un difetto. E così, siccome Leo non fa un errore decisivo da molto tempo (e poi chi non sbaglia? David Luiz? Sergio Ramos? Dante?), adesso è il momento di dire che è sì bravo, ma solo con la difesa a tre. Forse non tutti sanno che ha giocato uno dei suoi migliori campionati a Bari, con Giampiero Ventura, in una difesa a 4 nella quale lui e Ranocchia sono stati centrali invalicabili. Qualcosa cambiò con l’infortunio dell’attuale capitano dell’Inter, ma Leo disputò un campionato eccezionale che gli valse le attenzioni della Juventus. Forse Bonucci paga ancora, da questo punto di vista, l’annata sfortunatissima con Del Neri, la sua prima in bianconero. Quando i dirigenti bianconeri furono addirittura tentati di venderlo prima che Conte si opponesse con i fatti (e cioè facendolo giocare sempre) alla sua cessione. Evidentemente non si tiene conto che da quando è cambiata l’applicazione della regola del fuorigioco un difensore che sa affrontare con sicurezza la “giocata” è assolutamente necessario nelle squadre che ambiscono a vincere qualcosa.

Bonucci ha continuato a migliorare, dalla prima stagione di Conte all’attuale di Allegri, alternando molta difesa a 3 con poca a difesa a 4. Aiutato, per sua stessa ammissione, dal lavoro del motivatore Alberto Ferrarini, ha dimenticato di essere il difensore incerto che si era visto a Pisa ed è diventato uno dei centrali più forti del calcio europeo. L’affermazione farà storcere il naso ai puristi del pallone, ma tolto l’extraterrestre Thiago Silva (che anche quest’anno non a oltre i quarti di Champions League), quanti grandissimi difensori ci sono in circolazione? Magari si farà il nome del campione del mondo Hummels, che con il Borussia sta disputando una stagione disastrosa. O Boateng del Bayern Monaco che pure si concede più di qualche licenza, non sempre a buon fine. O Kompany del City, che ai Mondiali, con la maglia del Belgio non sembra aver impressionato o gli spagnoli Ramos e Piqué, sicuramente una spanna sopra i difensori italiani, almeno per i trofei alzati. Poi? Poi ci sono i fenomeni in prospettiva: Varane, De Vrij, Manolas (aveva iniziato benissimo, poi è calato), Shar del Basilea; e l’immortale Therry.

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E in questo contesto perché non potrebbe starci anche Leonardo Bonucci? Cosa gli manca per entrare a far parte di questo gruppo di centrali top class? Di certo non la tecnica, né tantomeno la grinta. Forse una semifinale di Champions League, che potrebbe arrivare stasera. Poi si vedrà, Bonucci è uno abituato ad alzare l’asta delle ambizioni. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe arrivato a questi livelli quando Ventura lo lanciò in serie A contro Eto’o e Milito? E perché dovrebbe fermarsi proprio ora? Di sicuro non per colpa di una difesa a 4 o a 3, per un modulo piuttosto che per un altro. E pazienza se al prossimo gol ci inviterà ancora una volta a sciacquarci la bocca. Avrà tempo per lavorare sul caratterino facilmente suscettibile il buon Bonucci. E poi chi lo dice che quello stesso carattere non sia poi uno dei punti di forza di Leonardo, finalmente al centro d’Europa calcistica.

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Mi sono rimaste alcune fotografie di questa 31ª giornata di Serie A. Comincio da Paulo Dybala che di fronte al CT Martino e in una partita in cui non ha segnato, si è confermato la solita straordinaria furia. Un giocatore completo che cresce giorno dopo giorno, si migliora ed è ormai pronto a volare in un top club. Zamparini già conta i soldi per un’operazione Pastore bis che arricchirà il Palermo e che manderà Dybala a confrontarsi in Champions League con i più grandi. Se lo merita questo campioncino, dotato di talento, di carattere, di forza fisica. Rivelazione stagionale al posto uno, secondo me. Anche per merito di chi gli gioca accanto e di chi lo ha allenato, uno Iachini da applausi: per aver fatto esplodere Dybala, per la classifica e per essere arrivato a fine stagione senza esonero con un presidente come Zamparini.

Il secondo flash è sul derby di Milano, che sembrava un derby capitolino qualunque degli anni 90. Le squadre ci provano ma manca la sostanza, la qualità e soprattutto la personalità. Un 1-1 all’andata e uno 0-0 al ritorno. Una pena. È un periodo di trasformazione con le dirigenze in movimento, ma la sensazione è che serva una rigenerazione totale a tutti i livelli. Le difficoltà sono (almeno) biennali e il divario con la Juve è abissale.

Nigel De Jong Milan Danilo D Ambrosio Inter Milano 19 04 2015 Stadio Giuseppe Meazza Football Cal

Eccolo il terzo flash: la Juve. Cambia modulo, interpreti, orari, competizioni. Questa squadra vince sempre e comunque. Contro chiunque. Con un Bonucci monumentale, un Vidal quasi tornato lui e un Tevez ormai serial killer sotto porta. Anche la super Lazio va al tappeto e ora è pari con la Roma di Garcia che sta diventando un caso per psicologi affermati. Non segna due gol in una singola partita dall’8 febbraio, il capocannoniere ha 40 anni, gli acquisti di gennaio sono impresentabili e l’allenatore dopo una stagione di intuizioni ne ha aggiunta una di errori in serie. In questo momento è a rischio pure il terzo posto perché il Napoli vola. Sette giorni di vittorie, 10 gol segnati, Hamšík tornato quello che conoscevamo e Callejon anche. Se Higuaín rientra dalle ferie che si è preso in Serie A, la corsa al terzo posto si fa seria.

L’ultimo ricordo di questa 31ª giornata va per una volta alla classe arbitrale: l’arbitro bravo non si nota in mezzo al campo. Quindi non serve attirare attenzione con fischi casuali. Tra rigori ed espulsioni inventate, si sta andando troppo in là. “Fate meno”, come direbbe Benvenuti a Ferrini in “Compagni di scuola”. Meno protagonismo e meno fischi. Perché dove abbonda la mediocrità è meglio non accendere attenzioni con un fischio. La differenza tra i fischietti bravi e gli altri sta diventando imbarazzante. Ma sempre meglio i nostri, basta guardarsi in giro…

Al prossimo (Bet)clic parliamo di Champions. Buona settimana!