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Neanche Simone sa se è destro o sinistro.

Parole di Verdi Sr, padre di Simone, centrocampista offensivo nato a Broni, provincia di Pavia, il 12 luglio 1992. Veste la maglia del Bologna e sabato pomeriggio, nel ko per 2-3 dei felsinei al Dall’Ara contro il Crotone, ha stabilito un piccolo, grande record: due reti messe a segno su calcio di punizione nella stessa partita. “Nulla di nuovo” si potrebbe obiettare: il dato è già stato registrato da Dirceu, Platini, Zola, Recoba, Lodi e Paulinho. Per tacere di Mihajlović, autore di una tripletta su calcio piazzato nella stagione 1998/1999 in Lazio-Sampdoria 5-2. No, la vera differenza è nei piedi: intesi non (solo) come qualità, ma anche e soprattutto come quantità. Un gol di destro e uno di sinistro, su punizione: mai nessuno in Serie A aveva messo a referto una doppietta così “particolare”. Non stupisce che sia successo a Verdi, uno che in carriera non segna tanto (18 reti sin qui), ma difficilmente fa gol brutti: storia di un falso ‘9’ con la sagoma da esterno di fascia, baricentro basso e scattante. Il voto alle marcature? 10 e lode, per bellezza.

Solo gol belli, citofonare Verdi

Calcio dell’1-0 di sinistro lasciando immobile Cordaz, poi il temporaneo 2-1 di destro con una punizione simile: simmetrie perfette. Scorrendo gli almanacchi, si scopre che l’impresa di mettere a segno reti su punizione calciando con entrambi i piedi era già riuscita a Hernanes: stagione 2014/2015, maglia dell’Inter sulle spalle e doppio centro, ma contro Atalanta e Lazio. Due incontri differenti, non due gemme racchiuse in 90 minuti come riuscito a Verdi. Che qualche indizio delle sue capacità da ambidestro lo ha sempre offerto. Basti guardare al modo di battere i calci d’angolo, sempre toccando le due opzioni.  Busto in avanti, caviglia e ginocchia bloccate, anca che “balla” in linea con il piede appena dopo la conclusione in porta. Ricorda Sneijder, senza scomodare un totem come Paolo Maldini, destro naturale che gran parte della sua strepitosa carriera l’ha vissuta a sinistra. Angelo Antenucci, allenatore che punta molto sulla tecnica e che al Bologna fu il vice di Mihajlovic, ha raccontato a Repubblica:

Verdi è sempre equilibrato sulle due gambe, appoggia sempre sulla bisettrice della palla, blocca perfettamente anca, ginocchia e caviglia. Insomma, meccanicamente è perfetto.

Altri 3 punti! Grandissima vittoria. #weareone @bfc1909_official

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L’Azzurro nel mirino

Curioso che la doppia marcatura contro il Crotone sia arrivata nelle ore in cui il ct Giampiero Ventura lo escludeva dalla lista dei 27 convocati dell’Italia per il decisivo spareggio-playoff contro la Russia. Non certo una bocciatura, viste le due presenze da titolare collezionate in Azzurro nel 2017, ma di certo una frenata nel percorso di fiducia instaurato con il commissario tecnico. Quasi una metafora della carriera di Verdi: talento purissimo nelle giovanili del Milan -dove lo chiamavano Magic Box- devastante in B a Empoli nella stagione della promozione, 2013/2014, con 40 presenze e 5 reti sotto la guida di un maestro di calcio come Maurizio Sarri, prima di scivolare in direzione Liga: impalpabile o quasi con l’Eibar, sei mesi per capire che il ritorno in Italia si rendeva necessario.

A Carpi Castori lo ha rimesso sulla retta via, l’Emilia. Nel 2016 la chiamata del Bologna: un milione e mezzo di euro nelle casse del Milan e trasferimento in fresco. Un po’ esterno, un po’ trequartista, sulle spalle ha il numero 9: mix ideale per raccontare il faro di Donadoni, uno che di estro se ne intende. Al Dall’Ara, Verdi ha trovato la giusta dimensione per far esplodere il suo talento. D’altronde, l’elenco dei predecessori rigenerati dalle due Torri era fitto: da Giuseppe Signori a Roberto Baggio, fino a Marco Di Vaio, in grado di ritrovare in tempi diversi la propria identità calcistica a Bologna. Lui ci ha messo la cultura del lavoro, spendendo tanto tempo sul campo e poco sui social, dove limita le “incursioni” a qualche scatto con la sua fidanzata e gli amici. Proprio con alcuni di loro si è formata quella che dalle parti di Bologna chiamano la “balotta”, di cui fanno parte Adam Masina e Federico Di Francesco, ragazzi che anche per età sono tra i più vicini a Simone.

Dalle due Torri al San Paolo?

E ora? Bella domanda. Con 25 anni sulla carta d’identità, per Verdi sembra essere davvero arrivata l’ora della definitiva consacrazione. Quello che salta immediatamente all’occhio vedendolo giocare è la sua innata capacità di trattare il pallone con entrambi i piedi. Come…Dries Mertens, tanto per citare un altro “piccoletto terribile” della nostra Serie A. Accostamento non casuale, tanto è vero che radiomercato da qualche tempo affianca il numero 9 del Bologna al Napoli, dove Sarri lo tiene sempre d’occhio. E si sa quanto all’allenatore toscano piacciano i brevilinei che sanno trattare la palla e calciare all’improvviso. La sensazione, con un contratto in scadenza nel 2021, è che il ds partenopeo Giuntoli possa provarci con decisione nell’estate 2018. In questi mesi, però, Verdi sarà chiamato a migliorare lo score attuale (13 presenze, tre reti e un assist) per meritarsi l’azzurro. Da intendersi come Italia. Certo, segnando con entrambi i piedi sarà ancora più semplice.

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Ci sono uomini che, fin dai primi anni della loro vita, sembrano nati per non rimanere mai fermi, con una valigia perennemente pronta e l’animo di chi trova la propria ragione d’esistere nel cambiamento. Blerim Dzemaili rientra in pieno in questa macro categoria umana, sin dalle origini: cresciuto in Macedonia, si è trasferito con i genitori emigranti prima in Albania e poi in Svizzera, il paese in cui è diventato uomo e calciatore e che insieme alla famiglia rappresenta uno dei pochi punti fermi della sua vita. Il legame con la Nazionale (con cui ha disputato gli ultimi Europei e il Mondiale brasiliano) infatti è fortissimo: “La Svizzera rappresenta l’occasione per restituire qualcosa a questo paese. Io non sono al 100% svizzero, però mi ha dato tanto. La possibilità di diventare un calciatore e di condurre una buona vita”.

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Questa specie di imprinting da girovagio si è manifestato anche quando ha capito che il pallone era la sua vocazione:  Zurigo, Bolton, Torino, Parma, Napoli, Instanbul, Genova e ora Bologna le tappe del suo viaggio calcistico. Non sempre la scelta di spostarsi è stata frutto di un mero desiderio di cambiare, anche le circostanze hanno fatto di tutto per far sì che andasse così. A Bolton, nella sua prima esperienza calcistica importante dopo quella con lo Zurigo, non ha avuto modo di dimostrare il suo valore a causa di un infortunio ai legamenti, e quando è tornato a disposizione è stato messo ai margini della rosa senza troppe spiegazioni.

Un anno difficile quello in Inghilterra, ma Dzemaili non è uno che molla, nemmeno dopo una situazione del genere. In famiglia già suo fratello, a suo dire molto più talentuoso di lui, ha lasciato il calcio dopo un brutto infortunio. Un carattere fragile, al contrario di Blerim, che l’anno dopo sbarca al Torino per riprendere il filo di una carriera che sembrava già in fase calante. Come prima di arrivare al Genoa nel 2015, dopo un anno negativo al Galatasaray, ma in Italia sembra sempre ritrovare il vero se stesso. Oggi, a 30 anni, è tornato quello dei giorni migliori: 6 gol segnati in stagione, 4 nelle ultime 4 partite (2 dei quali proprio al Torino), lo rendono il miglior marcatore della squadra di Donadoni, anche se per ruolo non è deputato a scardinare le difese avversarie.

Per la facilità ad andare in rete, lui che è nato come mediano puro, deve ringraziare soprattutto Mazzarri, che ai tempi di Napoli gli ha fatto capire come sfruttare al meglio il suo micidiale destro e la sua prepotenza fisica. Oltre ad essere determinante e decisivo sul campo Dzemaili è un’arma in più anche fuori dal rettangolo di gioco. Tutti riconoscono le sue doti di leader, la sua grinta e la voglia di vincere che trasmette. Ci ha messo sempre la faccia, anche quando il Bologna era in crisi, ed è riuscito a proteggere e motivare i compagni più giovani, che sono tornati a giocare al massimo.

Erjona-Sulejmani

Fuori dal campo è famoso anche per il matrimonio con Erjona Sulejmani, star delle copertine e dei social che ai Mondiali in Brasile ha folgorato i tifosi di tutto il mondo.  Anzi, la fama della sua signora ha rischiato di mettere un po’ in ombra le sue prestazioni, ma con le ultime partite sta ricordando a tutti, se ancora ce ne fosse bisogno, che prima di essere il marito di una bellissima modella è un calciatore di livello assoluto.

A dicembre scorso il patron del Bologna Joey Saputo ha parlato del suo futuro, annunciando il trasferimento di Dzemaili alla fine del campionato nell’altra sua squadra di proprietà, il Montreal Impact. Alla luce della situazione dei rossoblu però rinunciare così a cuor leggero alle prestazioni dello svizzero sembra difficile. Di sicuro tifosi, compagni e allenatore faranno di tutto per trattenerlo ancora con loro. La valigia però, come al solito, è già pronta. Uno come lui, nato girovago, non può proprio fare a meno di cambiare.

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Se da quando Baggio non gioca più non è più domenica, a Bologna devi sempre trovare un motivo. Per discutere, parlare e andare allo stadio a vedere lo squadrone che tremare il mondo fa. Perché, come dice Luca Carboni, Bologna è una regola, e la regola è chiara: devi avere i piedi buoni per illuminare le domeniche dei tifosi rossoblu. Gente semplice, ma dal palato fine, come i suoi tifosi vip. Come lo era Lucio Dalla, come lo sono Mingardi e Carboni, gente che il calcio lo canta e una maglia rossoblu, tra una strofa e un ritornello, la infila sempre. Cesare Cremonini è uno di questi. Ce lo ricordiamo ancora, trasfigurato accanto a Gianni Morandi, nella notte della finale play off contro il Pescara. Incredulo, mentre guarda l’orologio ogni 2 minuti e si gira verso Gianni per cercare un conforto.

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Ed ecco che il tifosissimo Cesare ha invitato Francesco Totti a giocare nel Bologna, scherzando ma non troppo. A Bologna, in fondo, c’è spazio per divertirsi ancora, l’ambiente ideale per vivere una stagione universitaria a 40 anni, e lasciare il calcio dopo aver ricevuto almeno una stagione di quell’affetto a cui sei stato abituato, quasi viziato. Non tutti i calciatori amano uscire di scena in punta di piedi. E potete giurarci che a Francesco non è piaciuto affatto non disputare l’ultimo derby della carriera. Allora, se non hai mai lasciato Roma, e se non c’è l’idea di andare all’estero con una famiglia così numerosa e poca voglia di metterti a imparare le lingue, Bologna potrebbe essere la soluzione ideale.

Sotto le due torri è già rinato Roberto Baggio, in un momento della carriera in cui in pochi sarebbero stati disposti a dargli una possibilità. Dopo le ultime stagioni con la Juventus e quelle a corrente alternata con il Milan. Lui voleva solo giocare. Sempre e comunque.  Roberto aveva bisogno di fiducia, di spazio e di un pallone. Al resto ci ha pensato lui, conquistando il Mondiale e la Francia. Se solo quel tiro fosse finito in porta, anziché spaventare Barthez! Fuori, di tanto così. Roberto non aveva 40 anni, aveva ancora un paio di annate all’Inter e la sua migliore stagione a Brescia ancora davanti, ma Cremonini, gli anni di Bologna non se li è dimenticati mai. Tanto da farci una canzone. Un’altra. Tanto da dire che senza di lui in campo, non è più domenica.

Per Totti è diverso, perché in più di un’occasione Garcia e Spalletti non hanno perso occasione di ricordare che il suo stato di forma non è lo stesso degli altri compagni. Ma in un contesto come quello di Bologna, con dieci compagni a correre per lui, cosa potrebbe succedere? E quanto può essere decisiva la voglia di dimostrare che sei ancora un giocatore vero, uno che decide le partite, e non solo il tifossissimo che sostiene i compagni dalla panchina, o quello che non vuole rassegnarsi al fatto che gli anni passano? Forse alla fine finirà tutto con un tweet, e basta. Una suggestiva ipotesi di fantacalcio, ma chissà che Francesco non ci abbia pensato davvero. Chissà che la sua voglia di giocare ancora non lo porti a considerare un’ipotesi come questa.

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Ha fatto lo stesso tragitto anche Beppe Signori, quando ha deciso di allungarsi la carriera passando proprio da Bologna ad ereditare quella maglia numero 10 che da queste parti porta fortuna e gloria, fa emozionare bambini e cantanti e da troppi anni non è sulle spalle di un giocatore dotato di quel talento sublime, quello per cui, come si dice in gergo, paghi il biglietto e aspetti un lampo, una giocata, uno spunto decisivo. Quella di Totti è un’agonia sempre più dolorosa: nulla a che vedere con la passerella che accompagna quasi tutte le partite di Kobe Bryant, stella Nba anche lei al tramonto agonistico che ha dichiarato, già a inizio stagione, che questa sarà la sua ultima da cestista dopo aver conquistato cinque titoli.  “Il mio fisico non me lo consente”, ha sentenziato Kobe. Ma per Francesco è un’altra storia. Non c’è la consapevolezza (o almeno non è resa pubblica) che “il fisico non consente più”, c’è anzi il desiderio – un po’ infantile, ma il bello è proprio questo – di essere ancora protagonista pur sapendo di non poterlo essere. Non a Roma, almeno. Non nella città che ama.

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In fondo Roma e Bologna non sono così distanti, e con la maglia rossoblu ci si potrebbe divertire ancora. Daje Francesco, vieni a vedere perché.

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Ho portato in quattro giorni, quello che è possibile portare in quattro giorni; è chiaro che adesso bisogna capire e comprendere il più velocemente possibile quello che è tutto l’ambiente, tutta una situazione di spogliatoio e quindi più si è bravi a far questo più si guadagna tempo perché abbiamo bisogno di crescere in fretta”.

Parla così Roberto Donadoni dopo il ritorno in panchina. Gli è mancato il campo, eppure non avrebbe meritato di restare a spasso in questi mesi. Giorni duri, durante i quali ha dovuto mandare giù bocconi amari: aspettava il suo Milan, ma evidentemente non è bastato ciò che ha fatto a Parma, dove ha guidato con grande dignità una squadra fallita, fino all’ultimo giornata di campionato, senza scappare, senza dimissioni, senza la tentazione di lasciar perdere per salvare la faccia. Mai. La sua storia poteva essere molto simile a quella di André Breitenreiter, retrocesso dalla Bundesliga con il Paderborn 07 eppure scelto da una delle società più prestigiose del calcio tedesco: lo Shalke04. Ma l’Italia è diversa dalla Germania, qui i risultati hanno un valore assoluto, e non sempre conducono le società a fare le scelte migliori.

Roberto Donadoni ha aspettato, conquistando una panchina ambita, una piazza importantissima. Forse una delle più prestigiose della sua carriera di allenatore. È arrivato con la consueta umiltà, croce e delizia della sua carriera di giocatore prima, e di allenatore poi. Senza umiltà non sarebbe diventato uno dei giocatori più forti al mondo, nel suo ruolo. Nel calcio di oggi Donadoni sarebbe conteso da Real Madrid, Manchester United e Paris Saint Germain. Ai suoi tempi giocava già nella squadra più forte, ma prima di Sacchi era un’ottima ala, un funambolo in grado di saltare l’uomo e creare superiorità numerica: con Arrigo diventerà molto di più, imparerà le sovrapposizioni, i movimenti senza palla e l’importanza dei cross dal fondo. La sua partita perfetta? La semifinale di Coppa dei Campioni 1988/89: Milan – Real Madrid 5 a 0.

Come allenatore Roberto Donadoni ha dovuto mandare giù diversi bocconi amari. Ma sempre con la professionalità che lo contraddistingue. Su tutti la Nazionale, dove è rimasto in carico solo per un biennio, conclusosi tra l’altro ai rigori contro quella che sarebbe diventata per i successivi 6 anni la squadra più forte del mondo. Il tutto per un capriccio di Lippi, deciso a tornare sui suoi passi per disputare un altro Mondiale (questa volta disastroso), negando di fatto a Roberto la possibilità di coronare il suo ciclo con la manifestazione più ambita. E si sa, certe occasioni non sempre ricapitano.

A Livorno Donadoni ha fatto benissimo, esaltando le potenzialità della coppia d’attacco Protti-Lucarelli e di Parma abbiamo già parlato, puntando le luci sulla gestione del fallimento. Eppure ci sono altre imprese da raccontare, compresa una qualificazione in Europa mai goduta, per colpe non sue, e il rilancio (l’ennesimo) di Cassano, uno che ha più di un debito nei confronti di un allenatore che con Antonio aveva in comune il talento, e poco altro. Perché la stoffa devi saperla tessere e Roberto ci è riuscito. Non altrettanto si può dire di Cassano.

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È mancato l’acuto da allenatore, e se gli chiedete qual è il suo grande rimpianto vi dirà certamente “Napoli”. Perché probabilmente a Napoli è arrivato prima dell’avvio di un ciclo, perché il tempo a sua disposizione è stato poco e perché Napoli è la piazza che più di altre si è inchinata al suo talento da giocatore: il primo maggio del 1988, quando Maradona non avrebbe voluto vedere nessuna bandiera rossonera al San Paolo. Per tutta la notte l’albergo del Milan fu fatto oggetto di cori ed urla per cercare di “intimorire” o deconcentrare la squadra, ma il risultato fu una partita stratosferica, tanto che, al termine, il pubblico applaudì lungamente i vincitori, cosa che fu immediatamente sottolineata da Arrigo Sacchi, intervistato a bordo campo da Giampiero Galeazzi. Donadoni avrebbe pagato di tasca sua per incantare il San Paolo anche come allenatore, ma spesso conta l’ambiente e lui, allenatore discreto e uomo del nord, non ha avuto il tempo per capire Napoli e i napoletani.

Ora c’è Bologna e la possibilità di creare un feeling con una tifoseria passionale e una città di primissimo piano, finalmente. Con una squadra giovane che deve tirarsi fuori da una classifica complessa: “Adesso sono convinto che si possa ancora crescere, si deve crescere, perché come ho già detto questa è una squadra che merita di stare in questo campionato, ma dipenderà molto da noi. Questa è una squadra giovane, e come tutti i giovani vanno incoraggiati e soprattutto resi coscienti delle proprie possibilità; qui ci sono delle possibilità importanti, ci sono delle capacità importanti, che però non dipendono esclusivamente dai piedi, ma anche da un fattore mentale, che chiaramente questa classifica non aiuta e quindi bisogna essere bravi a gestire questi momenti. Questa unione di giovani e meno giovani aiuterà tutto l’ambiente. Mi auguro che questo sia solo il preludio di quello che ci aspetta da qui in avanti. Quello che ho compreso abbastanza in fretta è che questo è uno spogliatoio sano, buono, unito. È normale che quando si vince 3-0 tutto sembra tutto facile, ma la strada è ancora lunga e difficile”. 

Di certo, è arrivato il momento di dare una svolta alla sua carriera da allenatore: sarebbe auspicabile e dovuto, oltre che un momento atteso con ansia adesso a Bologna.
Magari Donadoni potrebbe ricordarsi di quando sgroppava sulla fascia di San Siro e faceva girare la testa agli avversari. Perché un giocatore superbo non può trasformarsi in un allenatore umile. Nemmeno per scherzo.

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Avreste dovuto vederle le facce di Gianni Morandi, Cesare Cremonini, Alberto Tomba e persino quella apparentemente impassibile di Luca Cordero di Montezemolo, negli ultimi 20 minuti di Bologna – Pescara. Avrei voluto una telecamera esclusivamente sui loro volti e su quello di Joe Tacopina, Presidente tifoso poco incline alle formalità, per spiegare ad un marziano cos’è il calcio qui da noi, in Italia, tra la provincia e la metropoli, all’altezza di Bologna. Quando le ultime speranze di bellissimo Pescara si sono adagiate sulla traversa della porta di Da Costa, quasi sullo stesso angolo dove vi si erano adagiate quelle dell’Avellino, allo stesso minuto e con la stessa incredulità nel volto del centravanti di turno (prima Castaldo, poi Melchiorri) si è capito che il Bologna doveva andare in Serie A, perché così aveva deciso il destino.

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Ma il destino va aiutato e alimentato. E allora è bene ricordare sì gli episodi fortunati di questi playoff, ma anche il fatto che il Bologna si è piazzato meglio degli altri, ed ha potuto contare (giustamente) sui due risultati su tre e sul fattore campo. Fuori dai ragionamenti puramente regolamentari, va sottolineato anche che i rossoblu hanno potuto contare su un pubblico meraviglioso che nel momento della sofferenza si è stretto attorno ai propri giocatori incitandoli fino alla fine, nonostante la paura che attanagliava il Dall’Ara e i tanti illustri tifosi bolognesi. Enrico Brizzi, grande scrittore bolognese, ha mutuato il motto “Lo squadrone che tremare il mondo fa” in “Lo squadrone che tremare i suoi tifosi fa”, e mai come questa volta si è trattata di una sofferenza sportiva pura, indelebile, di quelle che non vorresti rivivere mai. Ma che si scioglie e ti accarezza nel momento in cui l’arbitro fischia la fine e puoi gridare al mondo tutta la tua felicità.

Il Bologna ha conquistato la Serie A strappandola con la forza, in una stagione in cui ci si aspettava le grandi, che invece non ci sono state. Non il Bari, piazzatosi lontano dai playoff, non il Catania che a stento è riuscito a salvare la stagione. In questo contesto nulla era dovuto a nessuno. Tantomeno ad una squadra partita con mille problemi e che solo a settembre ha trovato la sua stabilità societaria. La bravura di Tacopina è stata quella di creare il giusto entusiasmo, di puntare fin da subito, su un gruppo di giovani bolognesi da far crescere a grandi livelli (Casarini su tutti) accanto a senatori come Cacia, Matuzalem, Maietta e l’ultimo arrivato Gastaldello. Tacopina ha forse sbagliato la scelta dell’allenatore, ma non abbiamo la controprova dal momento che lo stesso Delio Rossi, con grande onestà intellettuale, ha riconosciuto il merito di chi c’era prima, Lopez, e che magari avrebbe ugualmente raggiunto il risultato. Non lo sapremo mai.

Aktuell Fußball Italien Serie B Playoffs FC Bologna gelingt Wiederaufstieg in die Serie A Bologna

Di certo sappiamo che la Serie A ritrova una grande protagonista, una piazza che sposta di molto gli equilibri geo-politici dell’intero campionato. Da Bologna sono passati scudetti e grandi campioni come Baggio, Signori, il mitico Villa, che forse non avrà i piedi dei due di cui sopra, ma chiedete ad un bolognese se non è stato amato quanto loro. Da Bologna passano (e restano) tifosi di grande prestigio intellettuale: scrittori, cantanti, attori, sportivi famosi: è un parterre molto bohémien quello rossoblu, sono immagini da esportare all’estero, tifosi veri di una squadra che sta tra le grandi e le piccole: una squadra che non vince da tanto ma che non smette di far batter il cuore. È il senso del calcio. Da Bologna, con tutto il rispetto per altre piazze, passano incassi importanti e bagni di entusiasmo e di folla come quello di ieri. Da Bologna passa anche il futuro, visto che l’intenzione dell’ambizioso presidente americano è quello di riportare i rossoblu in Europa. E se un giorno tutto questo dovesse accadere ci ricorderemo delle due traverse che hanno salvato i rossoblu ai playoff come ci ricordiamo della nebbia di Belgrado per il Milan di Sacchi, del gol annullato a Bojan per l’Inter di Mourinho, di tanti piccoli episodi che avrebbero potuto cambiare la storia ma che non l’hanno fatto, perché quello era il corso naturale delle cose.

Complimenti al Pescara, intanto, perché davvero aveva tutto per raggiungere Carpi e Frosinone in Serie A. Un grande centravanti, Federico Melchiorri, esploso tardi ma che ancora più fare benissimo a grandi livelli. Un centrale di prospettiva come Salamon, un centrocampista che unisce qualità e quantità: Memushaj. E certo è stato un peccato vedere questa finale senza uno dei protagonisti principali del campionato di serie B: quel Bjarnason (ieri impegnato con l’Islanda) che magari, con il Bologna in 10, stanco e in difficoltà, avrebbe potuto alzare i ritmi a modo suo e sfruttare meglio tutti quei palloni aerei transitati dalle parti dell’area rossoblu negli ultimi dieci minuti. Ma questo è il senno di poi. Resta il grande il merito e la base per fare un grande campionato da protagonisti con il bravissimo Massimo Oddo. In bocca a lupo.