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Assistere a partite come Benevento-Roma, in Serie A, ormai è una consuetudine sempre più diffusa. Una delle prime 4-5 in classifica gioca contro una delle ultime e porta a casa i 3 punti con una facilità quasi disarmante, quasi come se fosse un allenamento con la primavera. Neanche il fattore campo riesce ad incidere più di tanto su questo trend, che negli ultimi anni ha reso il campionato Italiano molto meno sfidante e molto più disequilibrato. Ovviamente la squadra di Baroni (che risulta essere la peggiore di quelle che giocano nei 5 campionati più importanti d’Europa) è solo l’ultima delle formazioni che, dopo essere arrivate in Serie A, mostrano difficoltà a confrontarsi con un livello superiore a quello a cui sono state abituate.

La differenza tra le prime e le ultime sembra una voragine che ogni anno diventa più larga e profonda. Nel campionato 2016/2017 a fine anno la differenza tra i punti conquistati da Juve, Napoli e Roma (le prime 3) e Palermo, Empoli e Pescara (le ultime 3) è stata di 188 punti, la più alta da quando esistono i 3 punti. Quest’anno, visto l’andamento delle prime 6 giornata, il primato in negativo della scorsa stagione è già in bilico. La differenza ora è di 48 punti (Juve, Napoli e Inter hanno totalizzato 52 punti, Genoa, Verona e Benevento solo 4), mentre nella scorsa stagione dopo 6 giornate era di 32 punti (Juve, Napoli e Inter avevano totalizzato 40 punti, Empoli, Atalanta e Crotone ne avevano totalizzati 8).

 

Niente più sorprese insomma, con le possibilità delle “piccole” di far risultato contro le prime della fila sempre più ridotte al lumicino. Negli altri principali campionati europei la situazione è migliore, ma non di tanto, per non parlare della Champions League, che durante la prima fase vede sempre più squadre-materasso che vanno a influenzare l’andamento dei gironi.

Gli ultimi, insomma, sono sempre più ultimi. Aumentare il numero delle partite per riempire il calendario ha portato a un abbassamento del livello generale del calcio, un problema che neanche il Fair Play Finanziario attuato dalla Uefa riesce a risolvere.  Rimanendo nel nostro “orticello“, ultimamente si sta parlando molto del ritorno della Serie A a 18 squadre, una soluzione che andrebbe di sicuro a migliorare il livello dei club che partecipano al campionato.

Lo stesso Tavecchio ne ha parlato qualche giorno fa (spiegando di aver sempre detto “che i campionati professionistici vanno ridotti. E con questo intendo la Serie A, la B e soprattutto la Lega di C. Finché abbiamo le normative per cui la decisione di ridurre i campionati compete ai soggetti partecipanti sarà difficile portare a compimento la questione. I fatti sono questi. La volontà c’è, ma quelli della parte destra della classifica non votano per quelli della parte sinistra. E per ridurre i campionati ci vogliono maggioranze qualificate.  Con l’inizio dell’anno apriremo un tavolo molto chiaro esponendo i risultati che potrebbero far capire com’è la situazione. Io mi auguro che si possa arrivare a una soluzione ragionevole nell’arco di 3-4 anni.”)

Alzare il livello qualitativo significa anche avere maggior potere nel momento della vendita dei diritti televisivi, fondamentali per i bilanci di tutti i club. Il famoso sfogo telefonico di Lotito di due anni e mezzo fa (“fra tre anni se c’abbiamo Latina, Frosinone, chi c… li compra i diritti? Non sanno manco che esiste, Frosinone. Il Carpi… E questi non se lo pongono il problema!”), per quanto sbagliato nei modi e nei termini utilizzati, nella sostanza metteva in evidenza un problema reale, che in qualche modo deve essere affrontato. Così come dovrà essere affrontato in seguito anche il problema della redistribuzione dei proventi dei diritti, finora troppo a vantaggio dei grandi club.

Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili, cantava qualche anno fa Frankie Hi-NRG. Una frase che riassume meglio di tutte la situazione del nostro calcio (anche se la canzone parlava di altro). Se non si agisce in tempi brevi per cercare di migliorare la situazione attuale della Serie A il rischio è quello di continuare a vedere sempre più partite come Benevento-Roma, già decise molto prima del calcio d’inizio.

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Immagina di esordire, a meno di 24 anni, in serie A con la maglia numero 10 di una squadra che la massima serie fino alla sera del 20 agosto l’aveva vista solo in televisione. Siamo sul punteggio di 0-0. Immagina di ricevere palla, all’alba del match d’esordio, sulla tua mattonella preferita, quella che congiunge le linee dell’area di rigore sul vertice destro. Immagina di controllare la sfera, eseguire una finta di corpo e armare il mancino. Un tocco preciso, beffardo, a giro e la palla che si insacca nell’angolo opposto, alle spalle del portiere avversario. 0-1, gioia infinita. Immagina di iniziare a correre verso la tua panchina, raccogliere l’abbraccio dei compagni e il buffetto del tuo allenatore: nella tua mente scorreranno le occasioni mancate, le volte in cui hai temuto di non riuscire nel grande salto, la tua sete di riscatto e gli orizzonti che il palcoscenico della serie A possono offrirti. Fatto? Ecco, hai ottenuto l’esordio nel calcio che conta di Amato Ciciretti, numero 10 del Benevento. E pazienza se la doppietta di una vecchia volpe dell’area di rigore come Fabio Quagliarella ha impedito che la gemma del talento del Trullo portasse in cassa anche tre storici punti, consegnandoli invece alla Sampdoria.

Un 10 giallorosso a Marassi: scena già vista

È stato semplicemente un gol alla Ciciretti

Didascalia dell’autore a margine di una rete che in tanti avevano paragonato a quella realizzata quasi 11 anni prima, nell’altra porta del “Ferraris” e sempre contro la Sampdoria, da un “certo” Francesco Totti. 26 novembre 2006, 73′ di Sampdoria-Roma, punteggio di 1-3 per gli ospiti: il resto è storia.

Storie in giallorosso, storie di numeri 10. Così, il sapore già speciale della prima gioia in Serie A ha rischiato di diventare inebriante: per gli amanti delle statistiche e per i nostalgici, ma non per Amato. Che quasi con deferenza ha respinto il paragone. Non semplice per chi, all’alba dell’avventura nel settore giovanile della Roma, era affiancato proprio allo storico capitano. Piede diverso, il mancino, ma movimenti simili quando si trattava di calciare: partenza da destra, dribbling a rientrare e tiro in porta. O assist, la sua giocata prediletta. Sin da quando nella periferia Ovest della Capitale, dove il quartiere della Magliana si trasforma nel Trullo, palleggiava con una bottiglietta di plastica per strada davanti agli occhi di mamma Daniela. Che non poteva immaginare che il suo Amato avrebbe fatto così tanti chilometri prima di approdare alla fermata della massima serie.

Pronti, ripartenza, via

Eppure la carriera di Amato non è stata certo quella di un predestinato. Il suo utilizzo privilegiato del fioretto a dispetto della sciabola lo aveva portato a non “addentare” con la fame necessaria le occasioni che la carriera gli aveva presentato dopo tutta la trafila nel settore giovanile della Roma, certo non un’arena qualsiasi nella quale crescere. Da ragazzo, era considerato un probabile fuoriclasse del nostro calcio, salvo perdersi nelle categorie minori fino a che il club giallorosso non lo ha mollato. A L’Aquila, Pistoia e Messina, in Lega Pro, non aveva incantato: a rilanciarlo è stato Salvatore (di nome e di fatto, per Ciciretti) Di Somma, che lo ha portato a Benevento nell’estate 2015: prima 6 reti e 8 assist nel 3-4-3 di Auteri, con il salto in B, poi la conferma nel mondo dei cadetti, con 6 centri, altrettanti assist e una serie di prestazioni di altissimo livello nel 4-4-2 fluido di Baroni.  La colpa di questa esplosione a scoppio ritardato? La spiega lo stesso numero 10.

Non posso dare agli altri la colpa di essere arrivato relativamente tardi nel grande calcio. La colpa è solo mia. Per troppo tempo ho preso il calcio solo come un gioco, ora lo vivo come una professione

Il sogno

Tornare a Roma. Non potrebbe essere altrimenti, quando si parla della squadra del cuore. Vale per tanti, anche per Ciciretti, che in camera nella sua casa nella Capitale ha le mura tappezzate di poster dei suoi idoli di gioventù. E pensare che gli inizi sono stati con la maglia…della Lazio. Anche se papà Giancarlo l’avrebbe voluto accanto sul posto di lavoro, nella sua azienda edile. Per fortuna dello sport, Amato ha preferito i calci al pallone alla…calce. E ora anzichè mettere su palazzi, edifica il sogno-salvezza della matricola Benevento. Già in estate, dopo la doppia promozione con i sanniti, gli occhi della serie A si erano posati su questo calciatore biondo, che ama indossare scarpe appariscenti e confezionare giocate che non possono sfuggire all’occhio: il Napoli aveva chiesto informazioni, così come hanno fatto altri club dopo la gemma messa a segno domenica sera a Genova. La risposta? “Incedibile”. Almeno fino a giugno 2018, quando il suo contratto andrà in scadenza e Ciciretti sarà artefice del proprio destino. Come gli avviene da due anni a questa parte. Finalmente. Da quando da semplice innamorato del pallone, si è sentito…Amato.

Tatoo, che passione: il prossimo sarà azzurro?

Sul corpo di Amato ci sono circa 40 tatuaggi: impossibile non notarlo. Non serve neppure che si tolga la maglia per esultare, visti gli evidenti disegni che ne coronano collo e braccia. Di certo, c’è spazio anche per uno dedicato alla Nazionale: il Ct Ventura, uno che di esterni se ne intende, lo ha già precettato per uno stage nella scorsa stagione e apprezza i numeri d questo funambolo, al quale manca solo una qualità. La continuità. Magari la troverà scommettendo un nuovo tatoo con i suoi follower su Twitter, come già avvenuto in passato, o semplicemente lavorando sulla crescita mentale, come fatto quando ha deciso di affidarsi a una nutrizionista per curare la propria alimentazione e bandendo la Coca Cola dalla dieta. È tempo di smettere di essere uno dei tanti “nuovi Totti” e diventare “semplicemente” Amato Ciciretti.  La ricetta? Ripartire, sempre. Che sia con il pallone tra i piedi, avviando la corsa da destra per cercare il cuore del campo, o con la mente. Quella che a volte Amato aveva messo in stand-by, rallentando una corsa che sembrava già disegnata.

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Per la squadra della città delle streghe, i cui calciatori sono soprannominati di conseguenza gli “Stregoni“, essere vittima di una maledizione è davvero il colmo. Eppure il Benevento, fino allo scorso anno, sembrava condannato a non vincere mai i playoff, anche se ci arrivava quasi ogni anno con i favori del pronostico. Investimenti di una proprietà a cui non mancavano di certo i fondi, il calore di un pubblico appassionato, giocatori top di categoria, ma al momento di salire l’ultimo scalino c’era sempre qualcosa che non andava.

Dal 1991 il bilancio giallorosso nei playoff recitava ben 12 sconfitte su 14 partecipazioni: quattro finali perse (Turris, Potenza e due volte Crotone) e sei semifinali da dimenticare in Serie C, l’ultima delle quali con il Como aveva portato alle dimissioni del Presidente Oreste Vigorito.  Troppe delusioni, unite poi alla morte del fratello Ciro (che tra i due è quello che più si interessava di calcio) avevano portato all’addio della proprietà, ma proprio quando nessuno avrebbe scommesso più sugli Stregoni qualcosa è cambiato.

Sulla panchina arriva Auteri, mago delle promozioni (nel 2011 aveva trascinato la sorprendente Nocerina, altra gloriosa squadra campana, al salto di categoria, dopo un campionato dominato il Lega Pro), e il Male-ventum diventa Bene-ventum: niente playoff, promozione in B diretta dopo una vittoria schiacciante sul Lecce.

87 anni a rincorrerla e alla fine la Serie B è arrivata, proprio nell’anno in cui la città è stata colpita dalla rovinosa alluvione causata dall’esondazione del fiume Calore. Era l’ottobre del 2015 e la città si è ritrovata in ginocchio, ma proprio quel tragico evento ha segnato una specie di spartiacque. Capitan Lucioni e gli altri calciatori si danno da fare e aiutano la popolazione in difficoltà, andando anche a spalare il fango insieme alla gente comune. Tra la città e la squadra nasce un legame fortissimo, con i calciatori che si sono sentiti in dovere di ripagare chi li ha sostenuti nonostante tutto.

La ventata di positività post-promozione ha portato Vigorito al ripensamento, e questo probabilmente è stato il preludio alla miracolosa stagione di quest’anno, quella che ha portato il Benevento ad essere l’unica squadra nella storia ad essere promossa in Serie A da esordiente in B. Il re dell’eolico è un uomo ambizioso e, dopo qualche anno nel calcio, ha imparato come si vince, cosa che non è riuscita neanche a suo fratello. “Con la sua competenza avremmo tagliato questo traguardo pure prima, io ho avuto bisogno di più tempo per imparare“, ha detto subito dopo la promozione, dimostrando ancora una volta quanto profondo fosse il legame con lui.

La prima mossa è stata quella di scegliere gli uomini da cui ripartire. Sulla panchina, in sostituzione di Auteri, è arrivato Marco Baroni, uno che in Campania ricordano bene per il gol che regalò il secondo scudetto al Napoli e che da allenatore cercava la squadra che gli facesse fare il salto di qualità (dopo le vittorie con la primavera della Juventus). Come direttore sportivo è stato scelto Salvatore Di Somma, nemmeno a farlo a posta ex capitano dell’Avellino che battagliava con il Napoli nelle ultime annate con due squadre campane in Serie A. Pian piano è stata costruita anche la squadra, con le conferme di alcuni dei protagonisti della promozione e gli arrivi di giocatori importanti. Tutti hanno contribuito, ma a brillare sono stati in particolare Ciciretti (12 assist, il migliore in B), Ceravolo e i suoi 21 gol (secondo nella classifica marcatori dietro Pazzini) e Cragno (portiere dal futuro assicurato).

E poi Puscas, arrivato dopo un’annata negativa a Bari e diventato alla fine l’uomo della provvidenza nel finale di stagione, con gol pesanti come macigni.

Puscas

In poco meno di due anni la città è passata dal dolore di un evento tragico alla gioia per una promozione nella massima categoria. Una sorta di risarcimento morale per la gente di Benevento, che nel momento più difficile ha saputo rialzarsi da sola, e per una squadra che in tutta la sua storia non è mai stata assistita dalla fortuna. Adesso la situazione è cambiata, gli Stregoni sono in Serie A e lotteranno con tutte le forze per rimanerci. La maledizione è finita, ora è tempo di volare.