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La Milano del basket non c’è più. Eliminata in semifinale da Trento, alza bandiera bianca anche in campionato, dopo averlo fatto da tempo in Europa. La Milano del basket si adegua alla mediocrità della Milano del calcio, colorando la stagione sportiva della metropoli di nero nerissimo.

Il fallimento è di tutti, nella pallacanestro meneghina. L’ultimo posto nel girone di Eurolega e l’amara eliminazione nei play off scudetto fanno pendere la bilancia in negativo, nonostante i due trofei portati a casa, la Coppa Italia e la Supercoppa. La stagione era iniziata con ben altre prospettive per le scarpette rosse marchiate Armani.

Lo sport poi è crudele, quindi il primo a pagare sarà l’uomo della panchina, ossia Jasmin Repesa. Che avrebbe ancora un anno di contratto, ma che se ne andrà senza troppo strepitare (e pretendere). L’allenatore croato ha fallito, non è riuscito mai ad amalgamare il materiale umano di tutto rispetto che aveva. La crisi dell’Olimpia, però, va al di là del coach. E rischia di mangiarsi, come un tarlo, anche la Società stessa. I tifosi, al Forum, hanno chiesto la testa del presidente Livio Proli (secondo le ultime notizie, però, rimarrà), ma è chiaro che pure il proprietario Giorgio Armani potrebbe farsi prendere da malinconia e dubbi sul suo futuro (anche in questo caso, nei corridoi, si sussurra che l’amore per il basket e per Milano prevarranno).

Jasmin Repesa

Tornando a Repesa, non gli si può non riconoscere di essere l’allenatore più vincente degli ultimi 20 anni del basket Milano (in due stagioni uno scudetto, due Coppe Italia e una Supercoppa). Ma se ne andrà e il prossimo tecnico sarà italiano: si fanno i nomi di Trinchieri (che in Germania, alla guida del Bamberg, si sta giocando lo scudetto), Buscaglia (l’uomo di Trento, l’ammazza Milano), Simone Pianigiani (che ha un altro anno di contratto con Gerusalemme). Difficile che arrivi un altro straniero lungo i Navigli, anche se sono sotto osservazione Blatt, Plaza, Sito Alonso e Jasikevicius. Potrebbe abbandonare la nave pure il general manager Flavio Portaluppi, anche lui contestato dal pubblico.

Naturalmente cambierà il roster. Ma Milano vuole italianizzarsi, forse perché il blocco italiano può avere più a cuore le sorti di un club come quello lombardo. Non ci sarà Gentile (pur avendo un contratto fino al 2018 e a meno di colpi di scena), e questo si sa, ma rimarranno Awudu Abass, Simone Fontecchio, Andrea Cinciarini, Bruno Cerella e Davide Pascolo. Resteranno Simon e forse Kalnietis, si tratterà per prolungare l’accordo di Tarczewski. Via invece Raduljica e, uno dopo l’altro, pure Hickman, Sanders (verso il Fenerbahce). McLean ha ricevuto offerte economiche più alte. Al posto di Macvan dovrebbe arrivare da Brindisi M’Baye. Dragic ha un contratto con troppi zeri per poter rimanere e poi, con l’addio di Repesa, lo seguirà al 90 per cento. La soluzione interna, per la panchina, potrebbe promuovere il secondo Massimo Cancellieri.

Ale Gentile

Il progetto ambizioso di Milano è finito nel cestino. Si puntava a confermarsi in Italia, ma pure a fare strada in Eurolega. Un discorso a sé merita Alessandro Gentile. Dal primo luglio tornerò a essere a tutti gli effetti un giocatore Olimpia, ma per quanto? L’America è una tentazione troppo forte. A Milano Ale è amato ancora oggi, nonostante l’addio burrascoso e improvviso dell’ultima stagione. Il figlio d’arte potrebbe essere attratto da un big europea, oppure puntare sulla voglia di rilancio di una Società che, se non altro, non ha problemi di budget.

Certo, dopo gli anni di dominio di Siena, Milano aveva illuso riconquistando dopo 18 anni il titolo. Un nuovo ciclo? Perché no? Armani e gli altri ci hanno messo il cuore e il portafogli, ma qualcosa non ha funzionato. E invece, anche il patron ora è sotto accusa. Intendiamoci, senza di lui, Milano sarebbe scomparsa dal panorama cestistico italiano. I 27 titoli sarebbero rimasti un lontano ricordo. Ma, attenzione, da quando lo stilista entrò in Società – stagione 2004-2005 – i trofei vinti sono stati soltanto cinque. E qui i paragoni con il calcio si possono fare eccome, più con l’Inter che con il Milan. Armani si è circondato di persone probabilmente non così capaci – da Proli a Portaluppi – proprio come fece Massimo Moratti quando era presidente dell’Inter. La passione dei due – uno sempre al palazzetto, l’altro allo stadio – non è bastata. I soldi messi sul tavolo neanche. Anche se poi il petroliere i suoi successi li ha ottenuti, mentre lo stilista ha dovuto attendere tanti anni per veder di nuovo sollevare un trofeo. E, quando pensava ormai di poter riportare l’Olimpia pure in una dimensione europea di altissimo livello, si è ritrovato nudo. Senza l’Eurolega (con l’illusione del 2013/2014), senza il campionato.

Reyer Umana Venezia v Olimpia EA7 - Playoff Semifinal Game 6

Di potenziali crack ne sono arrivati al Forum: Drew Nicholas, Antonis Fotsis, Omar Cook, Lynn Greer, Stefano Mancinelli, Marijonas Petravicius, Jonas Maciulis, Richard Hendrix, Shawn James, Linas Kleiza, Miroslav Raduljica, Ricky Hickman, Zoran Dragic. Qualcuno ha dato spettacolo, qualcuno ha vinto qualcosa. Poco rispetto al budget e alle ambizioni. Ecco perché ci sarà una rivoluzione a Milano.

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Nella lunga storia del basket professionistico americano, la NBA ha salutato decine di stelle di prima grandezza che hanno contribuito a renderla la più importante e conosciuta Lega al mondo. Dal drammatico addio di Magic Johnson, che nei primi anni ’90 contrasse il virus dell’HIV, agli addii e ritorni di Michael Jordan (pre e post parentesi nel baseball), sino ai saluti più crepuscolari e inevitabili della generazione dei Big Man degli anni ’90: Patrick Ewing, Hakeem Olajuwom, Charles Barkley, Shawn Kemp, David Robinson e Shaquille O’Neal, solo per citarne alcuni. Nomi, volti e presenze sceniche che hanno fatto sognare milioni di fan in tutto il mondo e lasciato alle spalle vuoti malinconici e nostalgici, colmati solo in parte dal ricambio generazionale intervenuto. L’ultima stagione, però, è andata ben oltre. Il campionato che ha scritto l’importante pagina di storia rappresentata dalla vittoria di LeBron con i suoi Cleveland, in verità ne ha lasciate in scorta agli annuari molte di più. Altre pagine di addio, attese, ma non così. Non tutte insieme.

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Il primo è stato Kobe Bryant con il suo “Farewell Tour“, un’intera stagione per salutare a suo modo le altre 29 squadre della Lega. Uno stillicidio per cuori teneri. Ad ogni partita una celebrazione, un’ovazione, un tributo, lacrime, tante lacrime, versate peraltro da avversari tanto fieri e ostici, in campo e fuori, quanto onesti nel riconoscere la primaria grandezza del “nemico”. Una star capace di salutare come a nessuno era riuscito prima di lui: i suoi 60 punti con vittoria in rimonta contro i Boston Celtic, lo scorso 13 aprile, difficilmente saranno replicabili a breve da un altro giocatore, alla soglia dei 38 anni, capace un attimo dopo aver siglato gli ultimi canestri di pronunciare le parole più difficili in mondovisione: “Mamba out“.

Quindi è stata la volta di Kevin Garnett, un altro dei più grandi della sua generazione. Giocatore polivalente: ala piccola, ala grande, centro all’occorrenza. Ottimo difensore e trash talker come pochi (c’è anche questo a contraddistinguere la personalità di un big). 40 anni e spenderli ancora benissimo sul parquet con i suoi Minnesota Timberwolves. Poesia anche nel suo addio, sebbene pronunciato lontano dai riflettori. KG, infatti, ha deciso di tagliare il traguardo di una lunga carriera con la squadra che gli aveva permesso di arrivare in NBA e di segnare i suoi primi 19mila punti. Dopo i sei anni spesi a Boston con la conquista di un anello e il passaggio per i Brooklyn Nets, il ritorno con i Lupi. In tono minore forse, ma con la maglia che ha sempre amato.

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Infine, Tim Duncan. Non si sono ancora spente le luci della sua ultima notte di gloria all’all’AT&T Center di San Antonio, dopo la vittoria dei neroargento su New Orleans. Il numero 21 non era naturalmente in pantaloncini e maglietta, ma come ha scherzato durante la cerimonia di ritiro della sua maglia ha “vinto parecchie scommesse: non ho indossato un paio di jeans, ho addosso una giacca e ho parlato per più di 30 secondi“. Quasi una forzatura per un tipo schivo del suo calibro, che ha annunciato il ritiro con un breve comunicato, neanche di suo pugno, e lontano dai riflettori dei play off. Ha evitato di commuoversi anche quando coach Popovich lo ha sorpreso con le sue lacrime e la voce rotta: “Questo è il commento più importante che possa fare su Duncan. Dico una cosa ai suoi genitori, che se ne sono andati. Posso garantirvi una cosa, Tim è la stessa persona che si è presentata a me per la prima volta”. E ove servisse un’ulteriore conferma, è bastato il suo saluto ai tifosi del Texas che “mi hanno dato molto più di quanto io ho dato loro“.

Milano e Reggio Emilia sono le due sfidanti scudetto per la stagione 2015-2016 di basket. Per entrambe, è il momento della rivincita. L’Armani dopo una stagione con più ombre che luci (ma una Coppa Italia vinta), vuole il tricolore come due anni fa e ha i favori del pronostico (oltre che il fattore campo a favore), ma la Grissin Bon per il secondo anno consecutivo arriva all’ultimo atto. Sperando, questa volta, che l’esito sia diverso rispetto a dodici mesi fa quando, fu Sassari ad alzare il trofeo.

Rakim Sanders

SANDERS, DOPPIETTA NEL MIRINO

Uno dei motivi di principale interesse della finale – che può durare da un minimo di quattro a un massimo di sette match – è scoprire se Rakim Sanders farà bis. L’anno passato giocava infatti per la Dinamo di Meo Sacchetti e fu eletto Mvp; in questa stagione, invece, ha vestito la casacca Armani e ora sarà uno dei principali incubi per gli emiliani. La guardia di Rhode Island è stato uno dei trascinatori dei milanesi: inutile dire che non vuole fermarsi proprio adesso.

GRISSIN BON, LA BENZINA

Milano non ha dalla sua solo i favori e il fattore campo, ma anche giorni in più di riposo. L’Ea7, infatti, ha avuto la meglio sulla Reyer Venezia in sei incontri, mentre la Grissin Bon ha dovuto sudarsi la finale fino alla settima sfida, contro un orgoglioso Avellino. Peserà la differenza di benzina ancora nel serbatoio, ma difficilmente sarà una finale scontata: si affrontano infatti la prima e la seconda della regular season, che si sono divise le vittorie in questo 2015-2016, con Reggio Emilia capace di piegare Milano in casa per 74-72, Armani ok al Mediolanum Forum per 84-80.

VENERDÌ PRIMO MATCH A MILANO

L’Armani inizia in casa, venerdì 3 giugno, e spera di mettere subito in discesa la contesa, replicando ancora al Forum due giorni dopo. Poi la serie si sposta a Reggio Emilia (martedì 7 e giovedì 9). A questo punto, se nessuna delle due avrà fatto filotto (4 su 4), si giocherà ancora sabato 11, lunedì 13 e mercoledì 15. Ogni volta, appena 48 ore di tempo per ricaricarsi in quella che è una vera e propria maratona. Le prime quattro gare si giocheranno alle 20.45. Rai Sport e Sky Sport trasmetteranno tutta la serie.

VETERANI CONTRO MATRICOLE

Veterani contro matricole, ovvero le Scarpette Rosse titolatissime contro la Grissin Bon che mai ha vinto uno scudetto nella sua storia. Due anni fa, l’Olimpia superò la Mens Sana Siena per 4-3. Da una parte, una bacheca con 26 scudetti, 5 Coppe Italia, 3 Coppe dei Campioni, 3 Coppe delle Coppe, 2 Coppe Korac e una Coppa Intercontinentale. Dall’altra parte, una Supercoppa italiana, 1 EuroChallenge e due titoli di Lega A2. Ma questi numeri potrebbero non pesare in finale, soprattutto perché nella finale di Supercoppa italiana, gli uomini di Max Menetti hanno già ribaltato il pronostico contro l’Armani, vincendo 80-68.

LA ‘DOPPIA CIFRA’ EMILIANA

Attenti a quei …cinque. La Grissin Bon, nel 4-3 ad Avellino, ha dimostrato quanto sia importante il collettivo, mandando cinque uomini in doppia cifra proprio nella settima decisiva sfida. Su tutti Rimantas Kaukenas, 39enne che pare non voler mai smettere: 17 punti, cinque assist, 19 di valutazione e i cinque punti che hanno piegato definitivamente i campani. Gli altri? Aradori con 10 punti, Polonara con 13, Lavrinovic con 13 e Della Valle con 14. Attenzione a quei cinque e all’anima italiana della Reggiana Basket.

FOCUS SU KAUKENAS

Il lituano ha giocato nella sua storia 28 partite di finale, 21 con Siena e sette con Reggio Emilia, collezionando 731 minuti, 359 punti (12.8 di media a incontro) e 48 assist. In questa speciale classifica è sesto. Primo c’è Riccardo Pittis (38 finali), poi Ress (36), Carraretto (30), Dino Meneghin e Marconato (29). Nella classifica di punti nelle finali è quarto, preceduto da Danilovic (374), Premier (425) e Myers (604). È sesto come minuti giocati, preceduto da Gracis (741), Dino Meneghin (827), Pittis (953), Myers (955) e D’Antoni (1041). Il miglior bottino in una finale scudetto, per Kaukenas, sono i 25 punti segnati con Siena in gara 2 della finale scudetto 2006/2007 contro la Virtus Bologna.

CAPITAN GENTILE… MICA TANTO

L’Armani sarà guidata dal suo capitano, Gentile, l’uomo che mette sempre il cuore oltre l’ostacolo e che quando c’è da combattere, sa indossare la tuta da operaio. Ma il roster è da Eurolega: c’è Cerella, l’eroe della semifinale, ci sono i play Andrea Cinciarini e Oliver Lafayette, le guardie Charles Jenkins e Krunoslav Simon, le ali Robbie Hummel e Jamel McLean. E ancora: i centri Milan Macvan, Stanko Barac e Rakim Sanders, di cui abbiamo già parlato, arrivato a stagione in corso.

GENTILE MEGLIO DI MORSE E MCADOO

Alessandro Gentile, in gara 5 contro Venezia, ha superato un grande del basket, Bob Morse, nella classifica totale di punti nei play off: 831 con le maglie dell’Armani e di Treviso contro gli 813 dell’americano in 28 gare. Non si è fermato qui, naturalmente, Ale: in gara 6 ha messo a referto altri 11 punti e ora a -4 da Dan Gay, al 24esimo posto assoluto. Superato Bob McAdoo, altra leggenda per Milano, per punti segnati solo con la maglia lombarda: 736 in 55 match contro 732 in 29).

PERCORSI DELLE DUE BIG

Nella stagione regolare l’Ea7 ha chiuso al primo posto con 44 punti, 22 vittorie e otto sconfitte. Nei quarti di finale dei playoff, è arrivato il facile 3-0 contro l’Aquila Trento, in semifinale il sudato 4-2 a Venezia in rimonta. Reggio Emilia, che era stata campione d’inverno in regular season, ha chiuso seconda don 42 punti (21 successi e 9 sconfitte). Ai play off, ecco Sassari ai quarti, fatta fuori 3-0. Rivincita servita su un piatto d’argento, quindi le semifinali ben più dure contro Avellino (4-3).

SERIE A ‘BEKO’

Chi vince, porta a casa la serie A ‘Beko’, lo sponsor di oggi del campionato, che nella sua storia ha avuto molte denominazioni. Fino al 1955 si è chiamata semplicemente serie A, dal 1955 al 1965 è stata ‘Campionato Elette’; con la riforma del 1974, si è stabilita la divisione tra A1 e A2. Dal 1976-77, lo scudetto viene assegnato dopo i play off. Dalla stagione 2001-2002, dopo un’altra riforma, è stato riproposto il nome Serie A. Beko è un marchio turco di elettrodomestici, di proprietà del gruppo Arçelik.

MILANO, POI BOLOGNA

Detto di Milano, che con 26 titoli guarda tutti dall’alto, al secondo posto nell’albo d’oro c’è la Virtus Bologna con 15 scudetti. Sul podio anche i nemici storici delle Scarpette Rosse, la Pallacanestro Varese, con 10. Sono 17, in totale, i club che hanno vinto almeno una volta lo scudetto del campionato italiano di basket e Milano ne ha altre due di squadre che hanno assaporato questa gioia: Assi Milano con 5 e Internazionale con 1.

Si va tutti a Berlino. Ma questa volta, sfortunatamente, non ci saranno squadre italiane. La capitale tedesca ospita la Final Four di Eurolega maschile di basket dal 13 al 15 maggio. A contendersi il trofeo due squadre russe, Lokomotiv Kuban e Cska Mosca, che si affronteranno per prime alle 18 di venerdì 13, e poi i turchi del Fenerbahce e gli spagnoli del Laboral Kutxa Vitoria (fischio d’inizio alle 21).

Noi italiani possiamo ‘consolarci’ con Gigi Datome, in campo con la maglia del Fenerbahce che sogna di portare la prima Eurolega in terra turca. Esaminiamo una per una le protagoniste della tre giorni di Berlino.

Fenerbahce

FENERBAHCE, L’ANNO GIUSTO?

Tutti ci credono a Istanbul. Il Fenerbahce può davvero fare la storia a Berlino? L’allenatore Zelimir Obradovic conta pure sulla cabala, con il Galatasaray che ha portato a casa l’Eurocup. Per Istanbul sarebbe un ‘double’ che metterebbe la città al centro del mondo della pallacanestro.

L’anno scorso, il Fener perse in semifinale contro il Real Madrid (e poi la finale del terzo posto con il Cska Mosca) e dovrebbe aver imparato la lezione. Solo che dodici mesi fa si presentava da outsider, mentre questa volta almeno in semifinale gioca con la pressione di dover vincere. La speranza principale per i turchi arriva proprio da Datome, autore di una stagione straordinaria dopo l’avventura non molto positiva in Nba.

Il Fenerbahce arriva condividendo il record, 22 vittorie e 5 sconfitte, con la corazzata russa del Cska Mosca. In casa, 14 successi a fronte di nessun ko. L’impresa, però, è arrivata a Madrid, contro i detentori del Real, per il punto del 3-0 della serie nei quarti di finale. Obradovic ritrova Jan Vesely, fermo da marzo a fine aprile per un problema al tendine d’Achille.

L’arma in più è la difesa, con una media di punti subiti (72,2) superiore solo a quella del Kuban, ma con la percentuale di tiro reale concessa all’avversario (44,4%) più bassa di tutta l’Eurolega. Da vedere le stoppate di Bogdanovic e compagni (109 in tutto, quattro di media).

Il roster è di valore ottimo. Le stelle sono Ekpe Udoh, miglior marcatore con 12.4 punti di media, poi Datome (12.2), Nikola Kalinic, l’unico ad aver giocato tutti e 27 i match (54,4% da due, 45,6% da tre, 4,3 rimbalzi e 1,8 assist). Oltre al già citato Bogdanovic.

Bourousis

VITORIA, L’OUTSIDER

Dopo otto anni riecco Vitoria in Final Four. L’impresa nei quarti contro il Panathinaikos, dopo una prima parte di Eurolega a fari spenti. È l’outsider perfetta di una Spagna che, negli ultimi 12 anni, ha sempre mandato almeno un club alle Final Four. Il roster lungo potrebbe essere l’arma in più, ma un po’ di debolezza lontano da casa (5 vittorie su 13 gare giocate) e la poca esperienza, Iounis Bourousis a parte, potrebbero fare da zavorra.

È la squadra che ha preso più rimbalzi (37.9). Coach Velimir Perasovic sa di poter contare su una difesa di ferro (seconda, 45.1% tiri concessi agli aversari) e su nervi saldi in volata: (4 su 4 all’overtime).

Il trascinatore? Neanche a dirlo, Iounis Bourousis. L’anno scorso aveva vinto, è vero, l’Eurolega con il Real Madrid, ma da comprimario. A Vitoria ha triplicato punti e rimbalzi (14.6 e 8.9), secondo per valutazione solo a Nando De Colo, del Cska (21.5 contro 24). E non è mai partito nel quintetto base.

Kuban Krasnodar

KUBAN, NIENTE PRESSIONE

A Krasnodar essere arrivati qui è probabilmente già un traguardo. Il che vorrà dire che, a Berlino, scenderà in campo senza pressione alcuna. Certo, arrivare per la prima volta così in alto proprio nel 70esimo anniversario della nascita darà una spinta in più. Attenzione, però, ai russi del Kuban, nel 2012-2013 capaci di vincere l’Eurocup.

Il budget di poco meno di 15 milioni di euro non lasciava presagire una stagione simile. Ma il greco Georgios Bartzokas, campione d’Europa nel 2013 con l’Olympiakos, è stato l’uomo in più. Con Malcolm Delaney e Anthony Randolph.

Il momento chiave è nei quarti di finale: sotto 2-1 nella serie, i russi hanno rovesciato il destino contro il Barcellona. Hanno un record globale di 20 vittorie e 9 sconfitte (13-2 in casa, 7-7 fuori casa) e la miglior difesa dell’intero torneo (70.5 di media concessi). Il Kuban fa giocare male gli avversari e da tre segna tanto (28.8 tentativi, 11 segnati). Delaney è l’unico a giocare più di 30′ a partita.

Anthony Randolph, con 17.4 punti di media e 6.6 rimbalzi, ha guidato i suoi nei quarti contro il Barcellona. Ma è Malcolm Delaney l’uomo che può decidere (15.8 e 6.4 falli subiti a partita). Ventisei volte su 29 è andato in doppia cifra. Ha vinto ovunque è andato: Francia, Ucraina e Germania.

CSKA MOSCA, LA CORAZZATA

Negli ultimi 14 anni, ha disputato 13 volte le Final Four. È questo il Cska Mosca, costruito per vincere. Eppure il trofeo manca alla Russia dal 2008, quando in panchina c’era Ettore Messina. Con un budget di 37 milioni di euro, anche solo arrivare secondi sarebbe un fallimento. Milos Teodosic (16.3 punti di media, 42.4% da tre) è uno dei due terribili terminali offensivi. Dalle sue mani passa la possibilità di farcela.

I russi hanno vinto 22 delle 27 gare giocate. Mancherà, a Berlino, il lungo britannico Joel Freeland, ma coach Dimitris Itoudis avrà di nuovo a disposizione il capitano Viktor Khryapa e Pavel Korobkov. A livello offensivo, il Cska è la migliore di Eurolega e una delle migliori quattro degli ultimi 15 anni. Segna 90.7 punti di media a partita, il 42.3% dalla lunga distanza. Il playmaker francese Nando De Colo è la stella luminosa, miglior marcatore di Eurolega (473 punti), in doppia cifra in 24 delle 25 partite giocate. Lui e Teodosic sono praticamente immarcabili.

L’ALBO DORO È ‘REAL’

Il Real Madrid è il club che ha vinto più volte l’Eurolega, portando a casa nove trofei. Con 6 ci sono Maccabi Tel Aviv, Cska Mosca e Panathinaikos. A 5 c’è anche Varese, che precede di due Milano. Le altre italiane che hanno vinto l’Eurolega sono: Virtus Bologna (2), Pallacanestro Cantù (2), Virtus Roma (1). Siamo però a digiuno dal 2000-2001, quando la Kinder Bologna mise le mani sul trofeo, dopo una serie di finale tiratissima contro il Tau Ceramica (3-2) e, soprattutto, dopo aver estromesso in semifinale l’altra squadra bolognese, la Fortitudo. In quella Kinder c’era un certo Manu Ginobili, Mvp della finale. L’Italia è oggi solo quattordicesima nel ranking per nazioni di Eurolega.

L’EUROLEGA IN TV

Potremo vedere l’intera manifestazione su Fox Sports, canale 204 della piattaforma Sky. Le finali sono previste per domenica 15 maggio: alle 17 quella per il terzo posto, alle 20 quella per il primo.

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Kobe Bryant ha detto basta. Con il basket, con l’Nba, con le battaglie, con le vittorie. Un monumento della pallacanestro mondiale, a 37 anni, a fine stagione appenderà gli scarpini al chiodo. Definitivamente. La decisione era nell’aria da qualche tempo, da quando il fisico del gigante non rispondeva più come una volta agli stimoli.

Kobe ha scritto una lettera al basket, per congedarsi. Non ai tifosi, non alla sua squadra di sempre, i Lakers di Los Angeles, ma proprio allo sport che – da quando aveva 17 anni – ha amato, sulla scia del padre, giocatore che l’Italia ha potuto ammirare negli anni ’80. Ancora oggi, a distanza di tempo, c’è chi scrive: “Ditelo che Kobe ha imparato a giocare a pallacanestro a Reggio Emilia”. Una delle squadre del papà.

Kobe Bryant

Cara pallacanestro…

Inizia proprio così la lettera di Bryant, apparsa sul ‘Players Tribune’: “Il basket ha dato a un bambino di sei anni il sogno dei Lakers e lo amerò per sempre per questo. Ma se il mio cuore e la mia mente sono ancora pronti, il mio corpo sa che è ora di dire addio. Questa stagione è tutto quello che mi resta. Sono pronto a lasciarti andare, in modo che entrambi possiamo assaporare ogni momento trascorso insieme. Quelli belli e quelli brutti. Ci siamo dati tutto”.

E ancora: “Dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzini di mio padre e a lanciare immaginari tiri nel Great Western Forum ho saputo che una cosa era reale: mi ero innamorato di te. Un amore così profondo che ti ho dato tutto, dalla mia mente al mio corpo, dal mio spirito alla mia anima. Da bambino di 6 anni profondamente innamorato di te, non ho mai visto la fine del tunnel. Vedevo solo me stesso correre. E quindi ho corso. Su e giù per ogni parquet, dietro a ogni palla persa, per te. Hai chiesto il mio impegno, ti ho dato il mio cuore perché c’era tanto altro dietro. Ho giocato nonostante il sudore e il dolore non per vincere una sfida, ma perché TU mi avevi chiamato. Ho fatto tutto per TE perché è quello che fai quando qualcuno ti fa sentire vivo come tu mi hai fatto sentire. Sappiamo entrambi, indipendentemente da cosa farò, che rimarrò per sempre quel bambino con i calzini arrotolati. Ti amerò per sempre”.

Sarà un lungo tour d’addio per i palazzetti americani, fino al 13 aprile. Quando si giocherà l’ultimo match delle regoular season a Los Angeles, quello sarà il saluto alla sua gente, che ha amato la sua forza, il suo sapersi divertire ed essere decisivo; il suo carattere che gli ha permesso di affrontare a testa alta tutte le battaglie sportive. Quel pubblico che, prima di Lakers-Pacers, sul seggiolino dello Staples Center, ha trovato proprio la lettera del suo campione, sigillata, in un’elegante busta nera con il suo simbolo in colore nero. “Quando medito, la mia mente non è più focalizzata sul basket come era prima: è stato il primo segnale”.

Kobe Bryant

L’Italia nel sangue

L’Italia, Bryant. Nato nel 1978 a Filadelfia, sei anni dopo è nel nostro Paese con il papà, anche lui giocatore di basket – Joe ‘Jellybean’ Bryant – a Rieti, Reggio Calabria e Pistoia, e con la mamma Pamela Cox, sorella dell’ex cestista Chubby Cox. Chiamato Kobe ispirandosi alla carne giapponese (Pamela aveva annunciato a Joe di essere incinta in un ristorante giapponese di Filadelfia mentre mangiavano proprio questa carne). Cresce a latte e pallacanestro, si appassiona. Decide di intraprendere la stessa carriera del genitore. A 18 anni farà il suo esordio in Nba con la maglia dei Lakers. Che tuttora indossa. Una bandiera. Anche se negli ultimi cinque anni parzialmente ammainata a causa di numerosi infortuni. Solo due anni fa quello più grave, per via della lacerazione del tendine d’Achille che lo terrà lontano dai campi per otto mesi.

Ma l’Italia se la ricorda bene, Kobe, tanto da stupire ancora una volta in conferenza stampa: “Avevo promesso, da ragazzino, di concludere la carriera dove l’avevo iniziata. Mi piacerebbe tantissimo, l’Italia per me è tutto, ma purtroppo il mio corpo non me lo consente”. Già, anche se farebbe ancora sfracelli e riempirebbe i palazzi. Nella lettera, lo ha scritto chiaramente: “Palla nelle mie mani: 5…4…3…2…1”.

Pokerissimo di anelli

Con i Lakers, Kobe ha conquistato cinque anelli (l’ultimo nel 2010). Con la Nazionale americana ha vinto la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Pechino 2008 e di Londra 2012. Ha conquistato il primo posto pure ai FIBA Americas Championship 2007. È il terzo cestista più prolifico nella storia dell’Nba, dietro solo a Jabbar e a Karl Malone, ma quest’anno ha una media realizzativa di 15,7 punti a partita, con appena il 31,5 per cento dei tiri andati a segno: è il peggiore anno da quando è professionista, e i Lakers ne stanno risentendo.

Dal 1999 è sempre stato incluso in uno dei tre quintetti dell’All-Nba-Team ed è stato convocato per partecipare all’Nba All-Star Game. In 12 occasioni ha fatto parte di uno dei due Nba All-Defensive Team. Ha una media di circa 26 punti a partita, da aggiungere ai 4,7 assist e 5,3 rimbalzi, oltre e 1.800 palle rubate. A pari merito con Donyell Marshall detiene il record di triple realizzate in una sola partita, 12. Ha segnato oltre 32 mila punti in carriera. È al terzo posto per i migliori realizzatori nei play off, con 5.640 punti.

Secondo Forbes, è il decimo sportivo più pagato al mondo nel 2014, con 49,5 milioni di dollari all’attivo.

Di lui, Magic Johnson ha detto: “È stato la cosa più vicina a Michael Jordan”. Lo stesso MJ è stato il primo a telefonare a Kobe appena ha saputo del ritiro, l’estate scorsa. Sì, perché la decisione era già stata presa: “Magic mi ha detto di godermi ogni minuto in campo”. Oltre a lui, lo sapevano la moglie Vanessa e le figlie Gianna Maria e Natalia: “Se piangerò, non lo farò pubblicamente”.

Una piccola speranza olimpica

Qualcuno sogna che il Black Mamba possa partecipare alle Olimpiadi del 2016 a Rio. “Sarei onorato di andarci, ma non ne sono ossessionato” ha detto in conferenza stampa Kobe. Difficile, sarebbe più che altro un premio (meritato) alla carriera, vista la stagione che il giocatore sta vivendo.

Sarebbe comunque un modo splendido di uscire di scena: i cinque cerchi per chi ha vinto cinque anelli. Sarebbe magnifico per tutti quelli che l’hanno amato, e non parliamo soltanto di tifosi dei Lakers: quando un atleta è così forte e corretto, diventa icona anche per chi lo fischia durante le partite, più per paura che per poco rispetto.

La vita privata

È sposato dal 2001 con Vanessa Laine. Nel 2011 lei aveva chiesto il divorzio per una questione di tradimento, ma poi i due sono tornati insieme. Nel 2003, Black Mamba era finito sotto inchiesta con un’accusa di stupro, presentata da una 19enne dipendente di un hotel in Colorado. Bryant aveva ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con la giovane, ma consensualmente: fu arrestato e subito rilasciato dopo il pagamento di una cauzione. Nel 2004, i legali della dipendente avevano ritirato le accuse di violenza sessuale.

Kobe Bryant e Vanessa Laine

Il futuro

Olimpiadi a parte, Bryant ha detto di non sapere cosa fare del suo futuro: “Devo lavorare sodo per capire cosa fare. Finora ho pensato soltanto al basket”. Pare scontato che Hollywood sarà la sua prossima casa, con film e documentari sulla sua vita nel basket.

Del resto, nel 2011 è già apparso nella pubblicità di ‘Call of Duty: Black Ops’. Nel ‘commercial’, viene ripreso mentre impugna un fucile con sopra impressa la scritta ‘Mamba’, il suo soprannome. È stato poi protagonista di diversi spot, come quello per Nike girato con Lebron James (il nome della serie pubblicitaria era ‘MVPs puppets’).

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Può un solo personaggio rappresentare un intero movimento sportivo anche dopo aver appeso le scarpe al chiodo? Se ti chiami Gianmarco Pozzecco la risposta non può che essere affermativa. L’ex playmaker di Varese, Bologna, Capo D’Orlando e della Nazionale, anche da tecnico riesce a catalizzare l’attenzione di tifosi, appassionati, sportivi e persino perfetti agnostici della disciplina del basket. Chi ha amato i suoi gesti tecnici sul parquet, le lucide follie con la palla tra le mani, l’essere leader carismatico e uomo squadra continua a vedere quel guizzo nei suoi occhi e nei gesti, sia pure contenuti a fatica da un abito elegante. Chi lo ha conosciuto tardi, allo stesso modo, non può esimersi dal “consumare” le intere gallery di highlights disponibili su Youtube e magari ripercorrere la magnifica annata dello scudetto della stella con Varese. Proprio la società lombarda, dopo Capo D’Orlando, ha deciso di dargli fiducia anche in panchina.

La prima esperienza in Serie A, ancora con la società che lo ha reso grande e ha contribuito a trasformarlo nella “mosca atomica” che per anni ha impazzato su tutti i parquet d’Italia, d’Europa e – grazie alla Nazionale – anche del Mondo. Vederlo dimenarsi in panchina è uno spasso quasi più della partita stessa e le sue conferenze sono ormai diventate un cult. Dimenticate le frasi fatte e i monologhi tristi e piatti a cui il calcio ci ha purtroppo abituati. Nulla è banale. Spontaneità, empatia, grande parlantina, adrenalina a getto continuo e un fare estremamente coinvolgente. Atteggiamenti che rendono facile comprendere il motivo per il quale sia ancora osannato su tutti i parquet.

Pozzecco sta crescendo anche da tecnico. Giorno dopo giorno impara dai suoi errori: le esternazioni eccessive, il fare a volte troppo scanzonato. Ci prova a controllarsi, ma nel bene o nel male, lui resta se stesso. È genuino al punto da non riuscire a trattenere la rabbia dandole un vestito di diplomazia davanti a microfoni e taccuini e tantomeno le lacrime, che siano di gioia, commozione o nervosismo. Qui di seguito abbiamo provato a raccogliere le cinque conferenze stampa che, in qualche modo, sono già storia e ci permettono anche di rappresentare il Poz uomo, prima che persona di sport.

1. IL RITORNO A VARESE

Occhi lucidi, tensione positiva e tante pause per tenere a freno la commozione dettata dal nuovo approdo nell’ambiente che cestisticamente ha amato più di ogni altro.

2. L’ADDIO A CAPO D’ORLANDO

Anche qui lacrime ma di nervosismo e rabbia dettate dalle voci infondate messe in circolazione dopo il suo addio.

3. LA VIGILIA DELL’ESORDIO A VARESE

Sincera tensione e visibile stress prima del sentito derby con Cantù.

4. POST PARTITA FERENTINO-CAPO D’ORLANDO

Il “Poz” si scaglia contro il tecnico avversario “reo” di atteggiamenti antisportivi nei festeggiamenti. Urla, rabbia e pugni sul tavolo.

5. DOPO FORLÌ-CAPO D’ORLANDO

Show ai microfoni della Rai dopo la terza vittoria in quattro gare dei suoi “figli”.