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La Liga riprende dopo la sosta per le nazionali con una partitissima: stasera, alle ore 20.45, all’Estadio Wanda Metropolitano si gioca Atlético Madrid-Barcellona, big match dell’ottava giornata del campionato spagnolo e prima sfida fra le tre big del torneo.

Ferreira Carrasco Griezmann Atlético Madrid
VINCERE PER NON SPROFONDARE

L’Atlético Madrid è già a un bivio. È imbattuto in campionato, ma i tre pareggi ottenuti fin qui hanno già portato la vetta a -6, che in caso di ulteriore sconfitta significherebbe -9 dopo appena otto giornate. Un minimo di difficoltà è stata causata anche dall’inaugurazione del Wanda Metropolitano, arrivata solo il 16 settembre con la necessità di giocare le prime tre partite in trasferta, che ha costretto i colchoneros a diversi viaggi ravvicinati nell’ultimo mese. Il nuovo impianto in Liga finora è un fortino, con due vittorie su due senza subire gol, fra cui il 2-0 al Siviglia secondo, e dovrà servire da dodicesimo uomo per aiutare Diego Pablo Simeone e i suoi a ottenere un risultato positivo.

Questa nuova versione dell’Atleti mantiene le stesse caratteristiche di solidità ma sta trovando vie alternative al suo referente principale Antoine Griezmann, perché a oggi il maggior numero di gol (tre a testa) li hanno fatti Yannick Ferreira Carrasco e Ángel Correa, quest’ultimo senza mai disputare una gara intera. La certezza è però in porta: Jan Oblak ha tenuto la porta inviolata quattro volte su sette e ha già parato due rigori, di cui uno decisivo all’Athletic Club sullo 0-0.

Lionel Messi
RISOLLEVATI DAL LEADER

A fine agosto il Barcellona era in crisi senza che nemmeno fosse iniziato il campionato, con la pesante sconfitta in Supercopa de España col Real Madrid e l’addio di Neymar al PSG (per non parlare delle situazioni extracalcistiche in città). Ora il Barça ha vinto nove volte su nove fra Champions League e Liga e può già operare una vera fuga sulle inseguitrici, visto che il Siviglia secondo è staccato di cinque lunghezze. A rivitalizzare i catalani ci hanno pensato i gol, ben ventitré in sette giornate di cui undici a firma Lionel Messi, peraltro tornato a fare la voce grossa anche in nazionale con la tripletta in Ecuador che ha qualificato l’Argentina ai Mondiali.

Nonostante il grave infortunio di Ousmane Dembélé (2017 finito) la squadra di Ernesto Valverde crea e concretizza tanto, anche con nomi insoliti visto che Paulinho si è inserito ben oltre le aspettative (con gol decisivo al Getafe) e la maggior parte degli avversari sono stati spazzati via senza grosse difficoltà. L’unico punto interrogativo riguarda quest’ultimo fatto, perché il calendario ha dato una mano con un avvio morbido: domani sarà il primo banco di prova per capire se il vecchio Barcellona è davvero tornato.

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Quel magico microcosmo chiamato Lazio ultimamente riesce a tirar fuori diamanti anche dove gli altri vedono solo zirconi. Giocatori presi per pochi milioni, sconosciuti ai più o in cerca di rivincite dopo un periodo difficile, dopo una fase iniziale di ambientamento si trasformano magicamente in campioni. È un lavoro che parte dall’alto, dal lavoro di un direttore sportivo come ce ne sono pochi di nome Igli Tare (rabdomante del talento come pochi altri) e che arriva sul campo, dove il bravissimo Simone Inzaghi (ma risultati simili li ha ottenuti anche Stefano Pioli) riesce a plasmare i calciatori come vuole e a convincerli di poter essere anche migliori di quel che pensano.

L’esplosione di questi giocatori non ha nulla a che fare con la fortuna. Felipe Anderson e Lucas Biglia prima, ora Milinkovic-Savic, Bastos, Marusic, Immobile, Lucas Leiva e in ultimo Luis Alberto Romero Alconchel, uno che i tifosi fino a pochi mesi fa prendevano in giro come se fosse un personaggio quasi immaginario (Luis Alberto come Lupo Alberto, vista anche l’assonanza linguistica). Si, perché non giocava mai, neanche pochi spezzoni di partita. Quello che verrebbe definito un oggetto misterioso, arrivato come sostituto di Candreva dal Deportivo per 5 milioni e che al posto dell’ex capitano biancoceleste non ci ha quasi mai giocato.

Una decina di presenze, spesso di pochi minuti, nei quali è difficile poter dimostrare qualcosa. Eppure uno che nel 2012 era il secondo giocatore più impiegato del Barcellona B dopo Deulofeu (in quell’anno segnò 11 gol in 38 presenze) e che è passato da Liverpool e poi dal Deportivo (segnando anche 6 gol in Liga nell’anno a La Coruna) non poteva aver perso di colpo tutte le qualità che aveva mostrato. Tutto però faceva pensare che lo spagnolo sarebbe stato un incompiuto.

Le poche presenze, l’ambientamento difficile nello spogliatoio e la difficoltà a trovare una sistemazione in campo avevano quasi convinto Luis Alberto a smettere addirittura di fare il calciatore.  “Era bloccato, aveva bisogno di liberare la mente. Non era soddisfatto, non giocava, era scontento. I problemi erano questi: non gli piacevano i rapporti all’interno dello spogliatoio, non si era adattato alla nuova realtà e al calcio italiano. Vedeva tutto nero – ha detto Juan Carlos Campillo, il mental coach a cui si è rivolto a luglio per farsi aiutare –  non pensava di essere più in grado di fare il calciatore, pensava di non essere all’altezza”.

Qualche segnale di ripresa c’era già stato sul finire della scorsa stagione, quando nella prima partita in cui ha giocato 90 minuti ha messo a segno anche la prima rete in campionato giocando da trequartista e non più sulla fascia, lui che esterno di fascia non è. Un gran gol da fuori area, con un tiro di controbalzo, che forse ha fatto accendere una lampadina anche a Mister Inzaghi.

Da quel giorno a Marassi qualcosa è scattato anche nella testa di Luis, che grazie anche al supporto costante di Campillo ha ripreso fiducia nei suoi mezzi e ha iniziato a dare spettacolo, anche quando è stato spostato un po’ più indietro. Nell’amichevole estiva giocata contro il Bayer Leverkusen, con Leiva ancora di proprietà del Liverpool, Luis Alberto è stato il migliore della Lazio giocando da regista davanti alla difesa, come se quel ruolo lo avesse sempre interpretato. Segnali del genere vogliono dire solo una cosa per un calciatore: che è pronto a fare il salto di qualità definitivo. In quei giorni la stampa e i tifosi non si sono accorti del cambiamento del ragazzo di San Jose del Valle, troppo distratti dal caso Keita e dalla partenza di Biglia. Simone Inzaghi invece ha capito subito che Luis Alberto aveva un’altra marcia, così come Tare, che in lui ha sempre avuto fiducia cieca.

E il salto di qualità è arrivato. La vittoria della Supercoppa contro la Juventus, un inizio di campionato sfavillante da trequartista, dietro l’implacabile Immobile. Quel ruolo probabilmente sarebbe stato di Felipe Anderson, che però è tormentato da continui problemi muscolari, ma dire che Luis Alberto sia solo un sostituto del brasiliano attualmente è un’eresia. Pochi in Serie A sono capaci di incidere come lui su una partita: assist, gol e la capacità di riuscire a saltare un avversario anche quando sembra che gli stia per togliere la palla, grazie a un trattamento di palla sopraffino. Luis è un trequartista completo, che può centrare la porta da qualsiasi posizione. La punizione segnata contro il Sassuolo forse è una delle più belle realizzate nell’era post-Pirlo, per esecuzione e difficoltà. E la finta, sul secondo gol, è roba che solo i giocatori che hanno una marcia in più sono capaci di pensare e realizzare.

Fino a pochi mesi fa Luis Alberto era solo un calciatore in crisi di identità e con la voglia di mollare tutto, oggi è l’idolo di quei tifosi che prima lo nominavano solo come oggetto di scherno e un calciatore che, se continua a giocare come sta facendo, può arrivare dove vuole.

I prossimi obiettivi sono la qualificazione alla Champions con la Lazio e i Mondiali di Russia 2018. Per uno al primo anno di calcio “vero” ad alti livelli potrebbero essere considerati sogni più che obiettivi, ma per questo Luis Alberto – libero dal peso dell’inadeguatezza e finalmente consapevole delle sue enormi qualità – sono un’aspirazione più che legittima.

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Luis Suárez Real Madrid-Barcellona

Non è stata certo un’estate facile per il Barcellona, a prescindere da quanto accaduto in città. Il pagamento della clausola rescissoria di Neymar da parte del Paris Saint-Germain ha provocato uno scossone nel club catalano, che sta trovando molte difficoltà sul mercato per sostituire l’asso brasiliano e a livello di risultati in campo ne sta risentendo, con la pesante sconfitta in Supercopa de España contro il Real Madrid. La domanda è lecita: e se dopo dodici anni di successi il ciclo del Barça fosse finito?

Neymar PSG

VORAGINE SCOPERTA

Il durissimo colpo dell’addio di Neymar ha avuto un effetto devastante. Il Barcellona si è ritrovato con 222 milioni in cassa ma totalmente spiazzato, perché non si aspettava l’addio del brasiliano e sta incontrando grosse difficoltà per sostituirlo. È stato appena ufficializzato Ousmane Dembélé dal Borussia Dortmund per 105 milioni più (tanti) bonus, dimostrazione di come tutti gli altri club (giustamente) abbiano iniziato a tirare a dismisura il prezzo dei propri giocatori richiesti dal Barça, sapendo dell’enorme disponibilità economica catalana (il Liverpool per Philippe Coutinho per ora ha retto nonostante offerte sopra i cento milioni). Il presidente Josep Maria Bartomeu, molto contestato dai tifosi, proverà in quest’ultima settimana di mercato a regalare al nuovo allenatore Ernesto Valverde altri acquisti per una rosa competitiva, ma i grandi campioni che nell’ultimo decennio hanno trascinato il Barcellona (su tutti Andrés Iniesta, Lionel Messi e Gerard Piqué) hanno trent’anni o più e non saranno certo eterni. Sostituirli, così come Neymar, sarà impresa non certo facile, soprattutto perché nel passato queste cose sono andate piuttosto male…

Zlatan Ibrahimovic Barcellona

PRECEDENTI DA PAURA

Quando il Barcellona ha dovuto sostituire un suo leader attraverso il mercato le difficoltà sono state evidenti. Per Ronaldinho, ceduto al Milan nel 2008, questo problema non c’è stato perché in casa c’era già Lionel Messi pronto a subentrare, ma un anno dopo Samuel Eto’o è stato sacrificato per avere Zlatan Ibrahimović, dando all’Inter anche 48 milioni di euro (Massimo Moratti ancora ringrazia, è uno dei motivi che hanno portato al Triplete). Lo svedese non ripaga le attese e la Champions League è sfumata proprio coi nerazzurri in semifinale, con Ibra spettatore non pagante in campo in entrambe le partite e girato al Milan ad agosto.

È andata ancora peggio con Luís Figo: nel 2000 il Real Madrid paga la clausola rescissoria di quello che a oggi resta uno dei trasferimenti più clamorosi nella storia del calcio spagnolo, prendendosi il miglior giocatore dei rivali. Joan Gaspart, appena diventato presidente, butta i soldi di Figo su Marc Overmars ed Emmanuel Petit dall’Arsenal più Alfonso Pérez dal Real Betis (oltre a ricompare l’ex canterano Gerard dal Valencia), ma nessuno di questi rende. Arriva il quarto posto nella Liga, ma l’anno dopo gli acquisti sono un nuovo disastro: Roberto Bonano, Philippe Christanval, Geovanni, Fábio Rochemback e Javier Saviola fanno flop, come Gaizka Mendieta nel 2002. Servirà il nuovo presidente Joan Laporta, nel 2003, e l’acquisto di Ronaldinho proprio dal PSG per svoltare, con una memorabile rimonta nel girone di ritorno di Liga 2003-04.

Lionel Messi Barcellona

I 40 milioni spesi per Paulinho, che stava svernando in Cina al Guangzhou Evergrande, fanno intuire come il Barcellona non abbia imparato dagli errori del passato e stia nuovamente spendendo tanti soldi su giocatori non certo funzionali. Negli ultimi anni il Barça sul mercato si è spesso mosso malissimo (i 20 milioni per Jérémy Mathieu, da poco passato gratis allo Sporting CP, gridano vendetta) e solo l’apporto dei suoi fenomeni (nello specifico la MSN e i grandi vecchi) ha permesso al club di rimanere ai vertici anche continentali. Il campanello d’allarme del doppio Clásico non è da sottovalutare e l’esordio “morbido” in Liga (2-0 al Real Betis) può essere fuorviante, il rischio che sia una stagione molto difficile come il 2002-2003 c’è.

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“Io voglio tornare, ma questi stanno dormendo”

In tanti anni di calciomercato, raramente agli operatori del settore era capitato di assistere a una conferenza stampa social così efficace e virale come quella tenuta nella serata di sabato 12 agosto da Pierre-Emerick Aubameyang, attaccante del Borussia Dortmund, attraverso una diretta su Instagram. Una vera e propria dichiarazione d’intenti, senza passare per interviste da decriptare, messaggi lasciati a metà e segnali in codice. Il destinatario? Il Milan.

Addio, Westfalia!

Un manifesto in piena regola, quello affisso da Aubameyang sulle porte dello spogliatoio del Borussia Dortmund: della serie, “se volete io sono qui”. Il messaggio arriverà a Milano, sponda rossonera? Chissà. Intanto Aubameyang fa il suo in campo con i colori gialloneri cuciti addosso, come la tripletta messa a segno in Coppa di Germania ha dimostrato: il feeling con l’ambiente Borussia, frequentato dall’attaccante gabonese da ormai 4 stagioni, condite da 128 presenze e 85 reti, sembra però essere in evidente calo. I due secondi posti, la terza posizione dello scorso anno e le quattro finali di Coppa di Germania giocate, di cui una vinta (da sommare in bacheca alle due Supercoppe di Germania conquistate) evidentemente stanno strette al numero 17. Che all’alba dei suoi 28 anni ha bisogno di nuove sfide, e fa poco per nasconderlo. Compreso il “raffreddore” che il 13 agosto l’ha spinto ad abbandonare anzitempo l’allenamento e i suoi compagni, o lo scambio di tweet con l’ex compagno di squadra Ciro Immobile, fresco vincitore della Supercoppa Italiana con la maglia della Lazio. Un arrivederci?

Che fine hai fatto, Ousmane?

Se Aubameyang continua ad essere a tutti gli effetti un tesserato dei Die Schwarzgelben, di ben altra consistenza è la spina che nella rosa di Peter Bosz risponde oggi al nome di Ousmane Dembelè: il talento francese classe 1997 ha deciso deliberatamente di non presentarsi qualche giorno fa all’allenamento per spingere il suo trasferimento al Barcellona. Un chiaro tentativo di forzare la mano, in linea con diversi esempi che il calciomercato sta portando in dote. Alle mode, però, si sa, in Germania non sono molto sensibili: così i gialloneri hanno deciso di escludere il calciatore dal gruppo fino a nuovo annuncio e di rifiutare la prima offerta blaugrana, anche se la sensazione è che alla fine prevarrà il volere del giocatore. Tenere in tribuna un 20enne con un lungo contratto serve a poco, così a pagare le conseguenze dell’effetto domino imposto dal faraonico trasferimento di Neymar al Psg potrebbe essere proprio il BVB. La Bundesliga infatti inizierà nel prossimo weekend e Peter Bosz si trova una rosa senza una pedina importante come Dembelè e con un mercato agli sgoccioli.

I’m the Bosz

Eppure, l’annata 2017/2018 doveva essere quella della ripartenza in casa Borussia Dortmund: salutato Thomas Tuchel dopo due stagioni, il club giallonero aveva scelto per la panchina Peter Bosz, 53enne allenatore olandese reduce da due secondi posti (uno in Eredivisie e l’altro in Europa League) con l’Ajax nella scorsa stagione. L’olandese ha firmato un contratto con i gialloneri fino al 30 giugno 2019 e sin dal suo arrivo era consapevole del fatto che avrebbe dovuto fare i conti con qualche problema all’interno dello spogliatoio, come gli infortuni di Reus, Guerreiro e Gotze (ancora convalescente dopo aver sconfitto il disturbo del metabolismo energetico) e la possibile cessione appunto di Aubameyang, alla quale si è aggiunto il caso- Dembelè. I movimenti in entrata? Minori. A Dortmund sono arrivati Omer Toprak dal Bayer Leverkusen, Mahmoud Dahoud dal Borussia Moenchengladbach e Maximilian Philipp dal Friburgo, per una spesa complessiva di 44 milioni di euro. Dal prestito al Colonia è rientrato Subotic, mentre per il futuro è stato acquistato dal Paris Saint-Germain il 18enne difensore centrale Zagadou.

Come si dice “inflessibilità” in tedesco?

Di certo, alla dirigenza del Borussia non fa paura utilizzare il pugno duro. Per conferme, chiedere al direttore sportivo, quel Michael Zorc che tanta qualità aveva in campo, dove con il club della Westfalia ha giocato 463 partite, segnando 131 reti, e altrettanto polso ha dalla sua scrivania. Dembelè non si fa vedere? Sospeso a tempo indeterminato. Aubameyang ha un raffreddore? Va a casa a curarsi, senza manfrine. Già, perché in Germania non amano promesse roboanti e cifre da capogiro: così, mentre a Monaco di Baviera il presidente del Consiglio direttivo del Bayern Monaco, Karl-Heinz Rummenigge, si è lanciato contro le follie del mercato calcistico, in particolare commentando l’affare che ha portato Neymar al Paris Saint-Germain, a Dortmund non hanno paura di dar vita a un braccio di ferro con due dei calciatori più rappresentativi in rosa. Lo stesso è accaduto con Emre Mor, giovane talento turco la cui cessione all’Inter è saltata poche ore fa. Già, in Bundesliga va così: si vende, ma al prezzo fissato. Sabato intanto il Dortmund farà il suo esordio in campionato sul campo del Wolfsburg: con Auba e Dembelè? Chissà…

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Messi Barcellona-Real Madrid

La Liga 2017-2018 deve ancora iniziare (partirà la prossima settimana, come la Serie A) ma è già il momento di un doppio Clásico. Real Madrid e Barcellona giocano infatti per la Supercopa de España, andata stasera ore 22 al Camp Nou e ritorno mercoledì alle 23 (per non coincidere con i play-off di Champions League, visto che la UEFA non lo permette) al Santiago Bernabéu. Sarà pure calcio d’agosto, ma visto quanto successo in questa folle estate di calciomercato il trofeo assume un’importanza maggiore.

Real Madrid Supercoppa Europea

LA FORZA DEI CAMPIONI

Prima squadra a vincere la Champions League per due anni di seguito e già con una coppa in tasca all’esordio ufficiale in questa stagione. Non potrebbe esserci nulla di meglio per il Real Madrid, che ha ripreso da dove aveva finito, ossia sollevando un trofeo con la Supercoppa Europea di martedì scorso, battendo 2-1 il Manchester United. Zinédine Zidane continua nel suo percorso quasi netto da allenatore e a Skopje ha pure vinto senza Cristiano Ronaldo, rimasto in panchina per ottantadue minuti. Il portoghese sarà a pieno regime col Barça, dove almeno per l’andata mancherà Luka Modrić (sostituito dal connazionale Mateo Kovačić), ma potrebbe invece vedersi per la prima volta in maglia blanca Theo Hernández, uno dei pochi rinforzi estivi (assieme a Dani Ceballos e al rientrante Jesús Vallejo) “scippato” ai cugini dell’Atlético. Di certo problemi per il Real Madrid non ce ne sono, anche senza acquisti di grido e con la cessione di Álvaro Morata la squadra è completa e pronta per rilanciare l’assalto a tutti i trofei nazionali e continentali, con tante opzioni di lusso.

Ernesto Valverde Barcellona

NEL MEZZO DEI GUAI

Forse non è proprio il momento giusto per far giocare una coppa al Barcellona. I blaugrana sono reduci da settimane molto difficili dovute al caso Neymar, col brasiliano che ha sì portato duecentoventidue milioni nelle casse catalane ma anche creato un buco difficilmente rimpiazzabile. Il Barça sta provando in tutti i modi a sostituirlo ma per ora trova un muro rappresentato dalle squadre proprietarie dei suoi obiettivi, da Philippe Coutinho a Ousmane Dembélé (con tutti quei soldi incassati è logico che chiedano di più…). Della MSN sono rimasti quindi Lionel Messi e Luis Suárez, da lì dovrà partire Ernesto Valverde che in carriera ha comunque dimostrato di saper plasmare bene anche squadre non proprio eccelse dal punto di vista qualitativo, quindi avere dei campioni a disposizione non dovrebbe certo essere un problema per lui. Certo è che il Barcellona arriva all’appuntamento distratto dal mercato e con una rosa incompleta, dove gli unici volti nuovi sono Nélson Semedo e Gerard Deulofeu. Il rischio è che il lungo ciclo del Barça sia al punto più basso.

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Neymar PSG

Prima Leonardo Bonucci, poi Neymar. Se il primo trasferimento ha fatto rumore prevalentemente in Italia, il secondo è diventato un fenomeno planetario. Per le cifre, 222 milioni di euro (la clausola di rescissione posta dal Barcellona sul gioiellino sudamericano) e perché Neymar non è solo un giocatore, ma un vero e proprio brand.

Bonucci e Neymar, uno difensore e l’altro attaccante, non avrebbero nulla in comune. Apparentemente. In realtà, oltre che essere sulle prime pagine dei giornali in questa rovente estate 2017, hanno deciso entrambi di fare un passo indietro. Il primo ha lasciato la Juventus dopo sei scudetti, due finali di Champions perse, Coppe Italia e Supercoppe italiane. Per andare a giocare nel Milan che, invece, è ripartito dai preliminari di Europa League. Lo ha fatto per gli attriti con Massimiliano Allegri, forse per i soldi. Di certo, ha deciso di rimettersi in gioco. Ha detto che alla Juve non si sentiva più importante, se non a fasi alterne, in rossonero sarà il leader della difesa. E non solo. L’uomo che dovrà restituire un’anima guerriera al Diavolo.

Neymar ha lasciato il Barcellona, per molti il massimo tra i club, anzi ‘mes que un club’, per dirla alla catalana. Ha lasciato una squadra capace di vincere la Champions League, di laurearsi campione del mondo, di lottare ogni anno da pari a pari con l’altra grande di Spagna e del mondo, il Real Madrid. Ha sciolto la MSN – Messi-Suarez-Neymar – probabilmente il miglior tridente nella storia del calcio. E lo ha fatto per andare a Parigi, al Paris Saint Germain degli sceicchi. Urbi et orbi, ha spiegato di aver preso questa decisione perché ama le sfide. Effettivamente, il Psg – pur avendo speso moltissimo in questi anni – la Champions finora l’ha vista solo in fotografia. Ed è chiaro che sotto la Tour Eiffel si punti proprio a questa. Altrimenti, non avrebbe senso il trasferimento, giusto? Né l’impegno economico degli sceicchi danarosi. Che vincere la Ligue 1 non è un’impresa, di sicuro non come prevalere nella Liga spagnola. Che giocare in un campionato come quello francese non è come farlo in quello iberico. Che, in competitività, surclassa i cugini transalpini.

Neymar, come Bonucci, aumenta e di molto il suo conto in banca a Parigi. Ma a Barcellona non sarebbe stato povero, di certo. Anche lui, dunque, fa un passo indietro. Di allenanti, in Francia, troverà sì e noi 2 – 3 squadre. Contro tutte le altre, potrà concedere molto alla platea. Riempirà gli stadi già solo il nome, come ha fatto al Parco dei Principi pure senza giocare. Ma può bastargli? Dicono che il cognome Messi lo offuscasse e che volesse andarsene per essere il numero uno. Lo è, a Parigi, dove fino a un paio d’anni fa era pure Zlatan Ibrahimovic. Non per niente, entrambi hanno fatto colorare la Tour Eiffel. Pure Ibra lasciò il ‘grande calcio‘ a caccia della Champions. E scelse Paris. Ma fallì. Guidando però i rossoblù parigini a vincere tanto in patria (ma, ripetiamo, il campionato francese viene di sicuro dopo quello inglese, quello tedesco, quello spagnolo e quello italiano).

Lionel Messi, Neymar e Luis Suárez festeggiano uno dei tanti gol del Barcellona nella stagione 2015-2016.

Se vogliamo restare alla cronaca recente, la stessa cosa ha fatto Paul Pogba. Decisamente in rampa di lancio con la Juventus, reduce anche lui da una finale di Champions persa, ma con prospettive di giocarne ancora, decise di tornare all’ovile, al Manchester United. Dove ha vinto, sì, ma l’Europa League. In questo caso, però, il discorso differisce un po’ dagli altre tre. La Premier è affascinante, il Polpo è nato calcisticamente proprio in questa città. Aveva saudade, insomma.

E allora, tornando agli ultimi due, il passo del gambero c’è stato. Ma nel calcio dicono che vincere annoi. E allora si cercano nuove sfide. La stessa cosa fece Antonio Conte, lasciando la Juventus dei tre scudetti consecutivi. O José Mourinho, lasciando l’Inter orfana subito dopo lo storico ‘Triplete’.

Leonardo Bonucci e Neymar jr. sanno che dovranno pedalare, ma anche che nelle nuove squadre loro in spogliatoio avranno l’ultima parola. A Barcellona, Neymar giocava ‘in funzione di’; a Parigi, saranno gli altri a sbattersi (tutti) per lui. A Torino, Bonny sapeva che la Bbc era quasi insuperabile. Il miglior modo per farsi rimpiangere da chi forse gliene aveva dette anche troppe (vero, Max?) è non solo riportare il Milan ai vertici, ma anche guardare come i vecchi compagni e amiconi della difesa se la cavino meno bene senza di lui.

L'ultima volta di Zlatan Ibrahimović con la maglia del PSG.

Forse qualche brivido lo proveranno entrambi la prima volta che torneranno sul luogo del delitto. Allo Juventus Stadium che, però, ora si chiama Allianz Stadium e forse a Leonardo peserà un po’ meno – entrando allo stadio – vedere la nuova scritta e non quella dei tanti successi. Al Camp Nou dove tutti si inchinano per le reti di Messi e urlano ‘Messi, Messi’, ma dove agli ex considerati traditori riservano trattamenti mica da poco (chiedere a Luis Figo per chiarimenti). Ovvio, Neymar non è andato al Real Madrid, ma un po’ tutti – dal presidente al magazziniere, passando per il bambino in curva – pensano che lui abbia tradito la causa. Perché essere tifosi del Barcellona ed essere giocatori del Barça significa fare una scelta pure politica: stare dalla parte di chi vuole l’indipendenza da Madrid. Andare a Parigi, invece, significa essere ‘mercenari’, guidati dal dio denaro. Che se un giorno lo sceicco dovesse stancarsi, potrebbe pure saltare tutto il circo. E chissà se fino ad allora qualcuno quella Champions l’avrà alzata.

Bonucci, poi, al Milan rischia addirittura di prendersi la fascia da capitano. Da ultimo arrivato. Ma del resto, già Kessie gli ha dovuto cedere la maglia numero 19. Insomma, il tappetino rosso per Bonny è già stato steso da tempo. Alla Juve non era così, no, ma in curva lo striscione con il difensore che esulta dicendo a tutti di sciacquarsi la bocca prima di parlare di lui e della Juventus, non ci sarà più. E anche questo, a ben pensarci, sarà strano. Per tutti, per lui anche.

Siamo troppo romantici? Può darsi. Le bandiere non ci sono più, i calciatori scelgono, e spesso scelgono il miglior ingaggio. E chi resta a guardia di una fede piange per un po’, ma poi elegge nuovi idoli. Così come chi ti insultava fino a poche ore prima, ora ti acclama come un Messia. E in questo caso, Messi non c’entra. Lui è fedele. L’ultima bandiera. Insieme a un certo Gigi Buffon. Toh, che caso, ma non giocano proprio a Barcellona e a Torino?