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“Io voglio tornare, ma questi stanno dormendo”

In tanti anni di calciomercato, raramente agli operatori del settore era capitato di assistere a una conferenza stampa social così efficace e virale come quella tenuta nella serata di sabato 12 agosto da Pierre-Emerick Aubameyang, attaccante del Borussia Dortmund, attraverso una diretta su Instagram. Una vera e propria dichiarazione d’intenti, senza passare per interviste da decriptare, messaggi lasciati a metà e segnali in codice. Il destinatario? Il Milan.

Addio, Westfalia!

Un manifesto in piena regola, quello affisso da Aubameyang sulle porte dello spogliatoio del Borussia Dortmund: della serie, “se volete io sono qui”. Il messaggio arriverà a Milano, sponda rossonera? Chissà. Intanto Aubameyang fa il suo in campo con i colori gialloneri cuciti addosso, come la tripletta messa a segno in Coppa di Germania ha dimostrato: il feeling con l’ambiente Borussia, frequentato dall’attaccante gabonese da ormai 4 stagioni, condite da 128 presenze e 85 reti, sembra però essere in evidente calo. I due secondi posti, la terza posizione dello scorso anno e le quattro finali di Coppa di Germania giocate, di cui una vinta (da sommare in bacheca alle due Supercoppe di Germania conquistate) evidentemente stanno strette al numero 17. Che all’alba dei suoi 28 anni ha bisogno di nuove sfide, e fa poco per nasconderlo. Compreso il “raffreddore” che il 13 agosto l’ha spinto ad abbandonare anzitempo l’allenamento e i suoi compagni, o lo scambio di tweet con l’ex compagno di squadra Ciro Immobile, fresco vincitore della Supercoppa Italiana con la maglia della Lazio. Un arrivederci?

Che fine hai fatto, Ousmane?

Se Aubameyang continua ad essere a tutti gli effetti un tesserato dei Die Schwarzgelben, di ben altra consistenza è la spina che nella rosa di Peter Bosz risponde oggi al nome di Ousmane Dembelè: il talento francese classe 1997 ha deciso deliberatamente di non presentarsi qualche giorno fa all’allenamento per spingere il suo trasferimento al Barcellona. Un chiaro tentativo di forzare la mano, in linea con diversi esempi che il calciomercato sta portando in dote. Alle mode, però, si sa, in Germania non sono molto sensibili: così i gialloneri hanno deciso di escludere il calciatore dal gruppo fino a nuovo annuncio e di rifiutare la prima offerta blaugrana, anche se la sensazione è che alla fine prevarrà il volere del giocatore. Tenere in tribuna un 20enne con un lungo contratto serve a poco, così a pagare le conseguenze dell’effetto domino imposto dal faraonico trasferimento di Neymar al Psg potrebbe essere proprio il BVB. La Bundesliga infatti inizierà nel prossimo weekend e Peter Bosz si trova una rosa senza una pedina importante come Dembelè e con un mercato agli sgoccioli.

I’m the Bosz

Eppure, l’annata 2017/2018 doveva essere quella della ripartenza in casa Borussia Dortmund: salutato Thomas Tuchel dopo due stagioni, il club giallonero aveva scelto per la panchina Peter Bosz, 53enne allenatore olandese reduce da due secondi posti (uno in Eredivisie e l’altro in Europa League) con l’Ajax nella scorsa stagione. L’olandese ha firmato un contratto con i gialloneri fino al 30 giugno 2019 e sin dal suo arrivo era consapevole del fatto che avrebbe dovuto fare i conti con qualche problema all’interno dello spogliatoio, come gli infortuni di Reus, Guerreiro e Gotze (ancora convalescente dopo aver sconfitto il disturbo del metabolismo energetico) e la possibile cessione appunto di Aubameyang, alla quale si è aggiunto il caso- Dembelè. I movimenti in entrata? Minori. A Dortmund sono arrivati Omer Toprak dal Bayer Leverkusen, Mahmoud Dahoud dal Borussia Moenchengladbach e Maximilian Philipp dal Friburgo, per una spesa complessiva di 44 milioni di euro. Dal prestito al Colonia è rientrato Subotic, mentre per il futuro è stato acquistato dal Paris Saint-Germain il 18enne difensore centrale Zagadou.

Come si dice “inflessibilità” in tedesco?

Di certo, alla dirigenza del Borussia non fa paura utilizzare il pugno duro. Per conferme, chiedere al direttore sportivo, quel Michael Zorc che tanta qualità aveva in campo, dove con il club della Westfalia ha giocato 463 partite, segnando 131 reti, e altrettanto polso ha dalla sua scrivania. Dembelè non si fa vedere? Sospeso a tempo indeterminato. Aubameyang ha un raffreddore? Va a casa a curarsi, senza manfrine. Già, perché in Germania non amano promesse roboanti e cifre da capogiro: così, mentre a Monaco di Baviera il presidente del Consiglio direttivo del Bayern Monaco, Karl-Heinz Rummenigge, si è lanciato contro le follie del mercato calcistico, in particolare commentando l’affare che ha portato Neymar al Paris Saint-Germain, a Dortmund non hanno paura di dar vita a un braccio di ferro con due dei calciatori più rappresentativi in rosa. Lo stesso è accaduto con Emre Mor, giovane talento turco la cui cessione all’Inter è saltata poche ore fa. Già, in Bundesliga va così: si vende, ma al prezzo fissato. Sabato intanto il Dortmund farà il suo esordio in campionato sul campo del Wolfsburg: con Auba e Dembelè? Chissà…

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Messi Barcellona-Real Madrid

La Liga 2017-2018 deve ancora iniziare (partirà la prossima settimana, come la Serie A) ma è già il momento di un doppio Clásico. Real Madrid e Barcellona giocano infatti per la Supercopa de España, andata stasera ore 22 al Camp Nou e ritorno mercoledì alle 23 (per non coincidere con i play-off di Champions League, visto che la UEFA non lo permette) al Santiago Bernabéu. Sarà pure calcio d’agosto, ma visto quanto successo in questa folle estate di calciomercato il trofeo assume un’importanza maggiore.

Real Madrid Supercoppa Europea

LA FORZA DEI CAMPIONI

Prima squadra a vincere la Champions League per due anni di seguito e già con una coppa in tasca all’esordio ufficiale in questa stagione. Non potrebbe esserci nulla di meglio per il Real Madrid, che ha ripreso da dove aveva finito, ossia sollevando un trofeo con la Supercoppa Europea di martedì scorso, battendo 2-1 il Manchester United. Zinédine Zidane continua nel suo percorso quasi netto da allenatore e a Skopje ha pure vinto senza Cristiano Ronaldo, rimasto in panchina per ottantadue minuti. Il portoghese sarà a pieno regime col Barça, dove almeno per l’andata mancherà Luka Modrić (sostituito dal connazionale Mateo Kovačić), ma potrebbe invece vedersi per la prima volta in maglia blanca Theo Hernández, uno dei pochi rinforzi estivi (assieme a Dani Ceballos e al rientrante Jesús Vallejo) “scippato” ai cugini dell’Atlético. Di certo problemi per il Real Madrid non ce ne sono, anche senza acquisti di grido e con la cessione di Álvaro Morata la squadra è completa e pronta per rilanciare l’assalto a tutti i trofei nazionali e continentali, con tante opzioni di lusso.

Ernesto Valverde Barcellona

NEL MEZZO DEI GUAI

Forse non è proprio il momento giusto per far giocare una coppa al Barcellona. I blaugrana sono reduci da settimane molto difficili dovute al caso Neymar, col brasiliano che ha sì portato duecentoventidue milioni nelle casse catalane ma anche creato un buco difficilmente rimpiazzabile. Il Barça sta provando in tutti i modi a sostituirlo ma per ora trova un muro rappresentato dalle squadre proprietarie dei suoi obiettivi, da Philippe Coutinho a Ousmane Dembélé (con tutti quei soldi incassati è logico che chiedano di più…). Della MSN sono rimasti quindi Lionel Messi e Luis Suárez, da lì dovrà partire Ernesto Valverde che in carriera ha comunque dimostrato di saper plasmare bene anche squadre non proprio eccelse dal punto di vista qualitativo, quindi avere dei campioni a disposizione non dovrebbe certo essere un problema per lui. Certo è che il Barcellona arriva all’appuntamento distratto dal mercato e con una rosa incompleta, dove gli unici volti nuovi sono Nélson Semedo e Gerard Deulofeu. Il rischio è che il lungo ciclo del Barça sia al punto più basso.

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Neymar PSG

Prima Leonardo Bonucci, poi Neymar. Se il primo trasferimento ha fatto rumore prevalentemente in Italia, il secondo è diventato un fenomeno planetario. Per le cifre, 222 milioni di euro (la clausola di rescissione posta dal Barcellona sul gioiellino sudamericano) e perché Neymar non è solo un giocatore, ma un vero e proprio brand.

Bonucci e Neymar, uno difensore e l’altro attaccante, non avrebbero nulla in comune. Apparentemente. In realtà, oltre che essere sulle prime pagine dei giornali in questa rovente estate 2017, hanno deciso entrambi di fare un passo indietro. Il primo ha lasciato la Juventus dopo sei scudetti, due finali di Champions perse, Coppe Italia e Supercoppe italiane. Per andare a giocare nel Milan che, invece, è ripartito dai preliminari di Europa League. Lo ha fatto per gli attriti con Massimiliano Allegri, forse per i soldi. Di certo, ha deciso di rimettersi in gioco. Ha detto che alla Juve non si sentiva più importante, se non a fasi alterne, in rossonero sarà il leader della difesa. E non solo. L’uomo che dovrà restituire un’anima guerriera al Diavolo.

Neymar ha lasciato il Barcellona, per molti il massimo tra i club, anzi ‘mes que un club’, per dirla alla catalana. Ha lasciato una squadra capace di vincere la Champions League, di laurearsi campione del mondo, di lottare ogni anno da pari a pari con l’altra grande di Spagna e del mondo, il Real Madrid. Ha sciolto la MSN – Messi-Suarez-Neymar – probabilmente il miglior tridente nella storia del calcio. E lo ha fatto per andare a Parigi, al Paris Saint Germain degli sceicchi. Urbi et orbi, ha spiegato di aver preso questa decisione perché ama le sfide. Effettivamente, il Psg – pur avendo speso moltissimo in questi anni – la Champions finora l’ha vista solo in fotografia. Ed è chiaro che sotto la Tour Eiffel si punti proprio a questa. Altrimenti, non avrebbe senso il trasferimento, giusto? Né l’impegno economico degli sceicchi danarosi. Che vincere la Ligue 1 non è un’impresa, di sicuro non come prevalere nella Liga spagnola. Che giocare in un campionato come quello francese non è come farlo in quello iberico. Che, in competitività, surclassa i cugini transalpini.

Neymar, come Bonucci, aumenta e di molto il suo conto in banca a Parigi. Ma a Barcellona non sarebbe stato povero, di certo. Anche lui, dunque, fa un passo indietro. Di allenanti, in Francia, troverà sì e noi 2 – 3 squadre. Contro tutte le altre, potrà concedere molto alla platea. Riempirà gli stadi già solo il nome, come ha fatto al Parco dei Principi pure senza giocare. Ma può bastargli? Dicono che il cognome Messi lo offuscasse e che volesse andarsene per essere il numero uno. Lo è, a Parigi, dove fino a un paio d’anni fa era pure Zlatan Ibrahimovic. Non per niente, entrambi hanno fatto colorare la Tour Eiffel. Pure Ibra lasciò il ‘grande calcio‘ a caccia della Champions. E scelse Paris. Ma fallì. Guidando però i rossoblù parigini a vincere tanto in patria (ma, ripetiamo, il campionato francese viene di sicuro dopo quello inglese, quello tedesco, quello spagnolo e quello italiano).

Lionel Messi, Neymar e Luis Suárez festeggiano uno dei tanti gol del Barcellona nella stagione 2015-2016.

Se vogliamo restare alla cronaca recente, la stessa cosa ha fatto Paul Pogba. Decisamente in rampa di lancio con la Juventus, reduce anche lui da una finale di Champions persa, ma con prospettive di giocarne ancora, decise di tornare all’ovile, al Manchester United. Dove ha vinto, sì, ma l’Europa League. In questo caso, però, il discorso differisce un po’ dagli altre tre. La Premier è affascinante, il Polpo è nato calcisticamente proprio in questa città. Aveva saudade, insomma.

E allora, tornando agli ultimi due, il passo del gambero c’è stato. Ma nel calcio dicono che vincere annoi. E allora si cercano nuove sfide. La stessa cosa fece Antonio Conte, lasciando la Juventus dei tre scudetti consecutivi. O José Mourinho, lasciando l’Inter orfana subito dopo lo storico ‘Triplete’.

Leonardo Bonucci e Neymar jr. sanno che dovranno pedalare, ma anche che nelle nuove squadre loro in spogliatoio avranno l’ultima parola. A Barcellona, Neymar giocava ‘in funzione di’; a Parigi, saranno gli altri a sbattersi (tutti) per lui. A Torino, Bonny sapeva che la Bbc era quasi insuperabile. Il miglior modo per farsi rimpiangere da chi forse gliene aveva dette anche troppe (vero, Max?) è non solo riportare il Milan ai vertici, ma anche guardare come i vecchi compagni e amiconi della difesa se la cavino meno bene senza di lui.

L'ultima volta di Zlatan Ibrahimović con la maglia del PSG.

Forse qualche brivido lo proveranno entrambi la prima volta che torneranno sul luogo del delitto. Allo Juventus Stadium che, però, ora si chiama Allianz Stadium e forse a Leonardo peserà un po’ meno – entrando allo stadio – vedere la nuova scritta e non quella dei tanti successi. Al Camp Nou dove tutti si inchinano per le reti di Messi e urlano ‘Messi, Messi’, ma dove agli ex considerati traditori riservano trattamenti mica da poco (chiedere a Luis Figo per chiarimenti). Ovvio, Neymar non è andato al Real Madrid, ma un po’ tutti – dal presidente al magazziniere, passando per il bambino in curva – pensano che lui abbia tradito la causa. Perché essere tifosi del Barcellona ed essere giocatori del Barça significa fare una scelta pure politica: stare dalla parte di chi vuole l’indipendenza da Madrid. Andare a Parigi, invece, significa essere ‘mercenari’, guidati dal dio denaro. Che se un giorno lo sceicco dovesse stancarsi, potrebbe pure saltare tutto il circo. E chissà se fino ad allora qualcuno quella Champions l’avrà alzata.

Bonucci, poi, al Milan rischia addirittura di prendersi la fascia da capitano. Da ultimo arrivato. Ma del resto, già Kessie gli ha dovuto cedere la maglia numero 19. Insomma, il tappetino rosso per Bonny è già stato steso da tempo. Alla Juve non era così, no, ma in curva lo striscione con il difensore che esulta dicendo a tutti di sciacquarsi la bocca prima di parlare di lui e della Juventus, non ci sarà più. E anche questo, a ben pensarci, sarà strano. Per tutti, per lui anche.

Siamo troppo romantici? Può darsi. Le bandiere non ci sono più, i calciatori scelgono, e spesso scelgono il miglior ingaggio. E chi resta a guardia di una fede piange per un po’, ma poi elegge nuovi idoli. Così come chi ti insultava fino a poche ore prima, ora ti acclama come un Messia. E in questo caso, Messi non c’entra. Lui è fedele. L’ultima bandiera. Insieme a un certo Gigi Buffon. Toh, che caso, ma non giocano proprio a Barcellona e a Torino?

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Tutto in una notte. La Liga 2016-2017 passa dal Santiago Bernabéu e dal Clásico ufficiale numero centosettantaquattro nella storia del campionato spagnolo. Il Real Madrid parte con un discreto vantaggio, dovuto ai tre punti in più in classifica con una partita da recuperare (in casa del Celta Vigo), ma dopo l’uscita dalla Champions League nei quarti per mano della Juventus il Barcellona ha ulteriori motivazioni perché, a parte la Copa del Rey dov’è in finale con l’Alavés, resta solo il titolo di campione di Spagna per rivitalizzare una stagione che ha avuto troppi momenti negativi per gli standard dei catalani.

Cristiano Ronaldo Real Madrid-Bayern Monaco

NOVANTA MINUTI PER CHIUDERE I CONTI

Non si può certo dire che la buona sorte abbia voltato le spalle al Real Madrid, specialmente in questo momento della stagione. Superato indenne il sabato del derby con l’Atlético Madrid, dopo l’1-1 maturato nel finale con Antoine Griezmann, i blancos hanno passato i quarti di finale di Champions League contro il Bayern Monaco anche grazie alle numerose sviste nel ritorno dell’arbitro ungherese Viktor Kassai e dei suoi collaboratori, che hanno portato al ribaltamento del punteggio nei tempi supplementari con una tripletta di Cristiano Ronaldo.

Tantissime volte la squadra di Zinédine Zidane ha guadagnato punti nei minuti finali, incluso il Clásico dell’andata col pesantissimo 1-1 di Sergio Ramos al 90′, che di fatto ha sancito il distacco attuale fra le rivali. Anche l’ultima partita di campionato si è decisa nell’ultimo minuto prima del recupero, dove Isco ha completato la rimonta da 2-1 a 2-3 sul campo dello Sporting Gijón. L’andaluso è uno dei candidati per un posto da titolare, ma Gareth Bale sta recuperando dall’infortunio ed è rientrato in gruppo giovedì, quindi potrebbe cambiare le gerarchie. Con Bale anche Raphaël Varane ha ripreso gli allenamenti coi compagni, ma se non dovesse farcela ci sarà la conferma di Nacho.

Lionel Messi Barcellona-Juventus

ULTIMA SPIAGGIA PER LUIS ENRIQUE

Dallo scorso 1 marzo si sa che a fine stagione Luis Enrique lascerà il Barcellona. I giocatori volevano farlo andar via con la Champions League ma la corsa europea si è arrestata contro il muro della Juventus, perciò domenica sera sarà l’ultima vera occasione per salutare con un trofeo, a prescindere dalla finale di Copa del Rey. Il Barça, uscito con le ossa rotte e l’attacco spuntato dal doppio confronto con i bianconeri, non è stato per niente brillante nelle ultime uscite (inclusa la vittoria per 3-2 di sabato scorso con la Real Sociedad) e ha la grana Neymar: il brasiliano è stato espulso contro il Málaga e ha preso tre giornate di squalifica per le successive proteste.

Il club sta provando di tutto per riabilitarlo per il Bernabéu, l’ultimo tentativo è abbastanza assurdo e prevede l’utilizzo del giocatore per mancata decisione del TAS sul ricorso, ma al momento è improbabile che si arrivi a questo scenario (potrebbe arrivare un verdetto nella giornata di sabato). Con o senza Neymar servirà una prova di carattere ai blaugrana, perché dovesse scappare via anche la Liga quattro giorni dopo la Champions League sarebbe un duro colpo da superare, in vista di un’inevitabile rivoluzione a fine stagione che coinvolgerà buona parte della rosa con l’obiettivo di avviare un nuovo ciclo.

Karim Benzema, Sergio Ramos e Cristiano Ronaldo da una parte; Lionel Messi, Gerard Piqué e Luis Suárez dall’altra, con le incognite Gareth Bale e Neymar. Gli ingredienti per un Clásico scoppiettante ci sono tutti, alle 20.45 di domenica il fischio d’inizio. Dopo questa partita mancheranno solo cinque giornate alla fine della Liga: se il Real Madrid supera anche questo ostacolo avrà un finale in discesa (considerata la gara in meno); viceversa dovesse imporsi il Barcellona sarà aggancio momentaneo in vetta e lotta punto a punto.

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Occasioni sprecate, lo svantaggio di due gol, la “remuntada” nel quarto d’ora finale con gol del pareggio all’ultimissimo secondo (forse anche oltre). Il primo Derby cinese per il Milan è stato senza dubbio una scarica di adrenalina non indifferente, un punto di partenza importante che ha dimostrato ancora una volta che la formazione di Montella, pur con i limiti e i difetti che ancora possiede, ha carattere, non molla neanche quando sembra sul punto di soccombere e che con qualche innesto mirato potrebbe fare ancora di più. Yonghong Li e soci hanno potuto osservare per la prima volta dal vivo la squadra, e se hanno visto almeno una volta una partita di calcio nella loro vita dovrebbero aver sottolineato sul loro taccuino il nome di Gerard Deulofeu.

Con Suso ben tenuto da Nagatomo (ma comunque in grado di servire l’assist a Romagnoli), nei momenti di difficoltà i rossoneri gli facevano recapitare in qualche modo la palla e Deulofeu è riuscito sempre a creare il panico nella difesa dell’Inter. D’Ambrosio o Medel hanno provato a tenerlo nell’uno contro uno, ma per tutta la partita sono riusciti a prendergli solo la targa. Candreva andava a raddoppiare? Niente da fare, il funambolo spagnolo è riuscito a trovare sempre il modo per prendersi gioco dei nerazzurri e dai suoi piedi sono nate quasi tutte le occasioni più importanti. Una prestazione sontuosa, a cui è mancata la ciliegina sulla torta del gol, che un paio di volte si è mangiato lui (ad inizio partita ha avuto un’incertezza davanti alla porta, poi si è fatto togliere il pallone dai piedi da Handanovic nel tentativo di saltarlo, dopo aver fatto secco Medel in velocità) e che una volta gli è stato negato dal portierone sloveno su un tiro nell’angolo basso dopo un movimento fulmineo poco fuori dal lato sinistro dell’area di rigore.

Quella con l’Inter non è la prima prestazione importante di Deulofeu in maglia rossonera. In meno di 3 mesi il ragazzo di Riudarenes è diventato un elemento imprescindibile per Montella e uno dei migliori esterni offensivi della Serie Ama quando è sbarcato in Italia a gennaio non c’erano certo gli squilli di tromba ad accoglierlo, anzi. Il suo arrivo in prestito dall’Everton è passato un po’ in sordina, visto che con gli inglesi nella prima parte della stagione aveva giocato solo 11 volte (solo 4 da titolare) senza mai andare a segno e senza servire nemmeno un assist. Eppure il talento non è mai stato in discussione, già dati tempi della Masia, di cui per un periodo è stato la stella più splendente. I dubbi su di lui, all’epoca, erano legati ad alcuni comportamenti non proprio maturi, ma di fronte a un talento del genere inizialmente sono passati in secondo piano.

Basta guardare questo video per capire quanto Deulofeu fosse forte fin dagli inizi: dribbling, scatti, assist, un repertorio di finte pauroso.

Talento inespresso

Marca lo definì il nuovo Messi, ma quel titolo di giornale alle fine gli ha creato solo problemi, come ha spiegato anche lui in un’intervista: “Alla fine è stato più un danno che un vantaggio. Di solito non leggo i giornali ma quel titolo lo ricordo bene e ha finito per nuocermi, suscitando troppe aspettative tra i tifosi del Barcellona. Di Messi ce n’è uno solo“. Dopo un’annata da 33 partite e 18 gol col Barcellona B sembrava in rampa di lancio per diventare un elemento importante anche in prima squadra, ma alla prova dei fatti non è stato così: 6 misere presenze, niente più nuovo Messi, niente più Barcellona, che lo spedisce prima all’Everton e poi al Siviglia.

In Premier inizia a mostrare sprazzi di quelle giocate che lo avevano reso famoso nelle giovanili, trova un ambiente che lo sostiene e un mentore come Roberto Martinez, che crede in lui. Nel suo primo anno in Premier ha smazzato 8 assist decisivi e ha creato 26 occasioni da rete tramite key passes, anche se le medie realizzative degli inizi sono lontane. Ma sono le due stagioni successive a segnare un declino che lo fa accomunare ai tanti talenti della Masia persi per strada in questi anni dopo inizi brillanti. Neanche il ritorno all’Everton lo aiuta, visto che Koeman curiosamente ha visto in lui una prima punta. Piccolo particolare: lì c’è già un certo Romelu Lukaku a ricoprire quel ruolo.

Un nuovo inizio

Al Milan, con Niang ormai fuori dal progetto di Montella, si cerca un esterno d’attacco rapido e forte nell’uno contro uno. Il budget è basso, il closing non si è ancora concretizzato e Galliani, in uno dei suoi ultimi colpi da “condor” del calciomercato, pensa a quel ragazzo che tanto aveva incantato a Barcellona e ancora non ha mostrato tutto il suo potenziale. Dopo aver ottenuto dai tecnici del Barcellona (contattati grazie all’aiuto dell’amico Braida) una pioggia di rassicurazioni tecniche e qualche perplessità sull’aspetto caratteriale, alla fine lo porta in rossonero con un prestito per 6 mesi. Deulofeu però non è più il ragazzino della Masia, ora è diventato padre (sua figlia è nata proprio a Milano qualche mese dopo il suo arrivo, e in una foto postata sui suoi canali social le ha fatto già indossare una maglia rossonera) ed è concentrato sul suo lavoro al 100%.

deulofeu figlia

Montella lo rimette nel suo ruolo e i risultati arrivano subito. L‘assist di Bologna nell’epica vittoria in 9 contro 11, tante altre prestazioni convincenti e il derby da protagonista hanno certificato il ritorno ad alto livello di un talento straordinario, che sta trovando un’identità definita e definitiva. Assieme alla spina dorsale italiana composta da Donnarumma, Romagnoli, Locatelli e Bonaventura, Gerard Deulofeu può diventare un elemento cardine del Milan dei prossimi anni.

La nuova società rossonera dovrà impegnarsi molto per tenere il giocatore, che il Barcellona può riprendere per soli 12 milioni con la clausola di “recompra“. Se la proprietà cinese però vuole rilanciare seriamente il Milan può dare un segnale di forza sul mercato proprio con Deulofeu. Niente nuovo Messi, niente Masia, ma chi se ne importa: Deulofeu a Milano può finalmente diventare la migliore versione possibile di se stesso.

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Per la Torino bianconera “Vincere non è importante, ma è l’unica cosa che conta”, per dirla alla bonipertiana maniera. Al Camp Nou raccontano il Barcellona come “Mes que un club”. Perché se la Juventus fa rima da sempre con pragmatismo, il Barcellona è uno stile di vita, ottimizzazione del risultato contro filosofia ed estetica, accomunati da fatturati inclusi nella Top 10 della Football Money League. Questa sera Juventus-Barcellona non sarà solo una partita di calcio, valevole per l’andata degli ottavi di finale di Champions League: sarà anche una prova per il dio pallone d’Italia, che vuole dimostrare che i quattro posti che le saranno “restituiti” nell’Olimpo dall’estate 2018 non sono solo figli di meriti storici. E allora, alla Vecchia Signora può tornare utile anche guardarsi le spalle e studiare cinque perle del passato calcistico italiano che hanno colpito la porta blaugrana in epoche diverse:

2/11/99: Mauro Bressan in Fiorentina-Barcellona 3-3

Champions League 1999/2000, all’Artemio Franchi si sfidano due formazioni già qualificate alla fase successiva. Ma chi si aspettava una partita spenta, senza spettacolo, era rimasto deluso: perché al 13esimo minuto del primo tempo Mauro Bressan, onesta ala con trascorsi tra Como, Foggia, Cagliari e Bari, si inventa una rete che l’Uefa inserirà 10 anni dopo nella top ten dei gol più belli nella storia delle competizioni europee. Su una palla vagante sui 30 metri, si inventa una rovesciata. Sembra un tentativo di rinviare, diventa una traiettoria beffarda per Arnau e che si infila sotto la traversa. Lui, gregario in una squadra infarcita di classe, stenta a crederci e poi esulta roteando le mani, quasi a voler dire “mamma mia, cosa ho fatto?”. Il tutto davanti a Figo e Rivaldo. Un gol che a Firenze ancora ricordano, maturato in una serata con ben sei reti. A referto andarono due volte a testa Abel Balbo e Rivaldo, con Figo a completare lo score. Ma se dici Fiorentina-Barcellona 3-3, tutti pensano a Mauro Bressan. Working class hero.

18/5/94: Dejan Savicevic in Milan-Barcellona 4-0

Da un’ala nota per chilometri percorsi e ripiegamenti  difensivi, al genio che faceva della pigrizia in fase di rientro uno dei suoi dogmi romantici. Anzi, al Genio. Identikit di Dejan Savicevic, l’uomo che nella notte di Atene del 18 maggio 1994 contribuì a riportare sulla terra il Barcellona di Romario, Stoichkov, Koeman e Guardiola. Con i Blaugrana partiti con il favore del pronostico, grazie anche alle squalifiche di Baresi e Costacurta, coppia centrale della difesa rossonera, i rossoneri andarono avanti con Massaro due volte. Sul 2-0, ecco il “Genio” che si aziona: parte da destra e con un lob imprendibile beffa un’icona della porta come Zubizarreta, portando il punteggio sul 3-0 a inizio ripresa e quindi abbattendo definitivamente le ambizioni catalane prima della rete finale di Desailly. Ecco perché quando il sorteggio della Champions League ha abbinato la Juventus di Allegri al Barcellona schiacciasassi di Messi, Suarez e Neymar, a molti addetti ai lavori è venuto automatico ripensare a lui.

16/9/2015: Alessandro Florenzi in Roma-Barcellona 1-1

Da un pallonetto a un altro, più complicato quanto recente. Primo turno della fase a gironi. In un “Olimpico” caratterizzato dallo sciopero del tifo organizzato e da una Roma blindatissima in un 4-1-4-1, Luis Suarez gela l’aria ancora calda di fine estate dopo 21 minuti, partendo in posizione dubbia alle spalle di Manolas. Sembra l’avvio di una serata dura per la lupa giallorossa, anche perché Kuipers non vede un fallo netto da rigore di Szczesny sullo stesso Suarez. Ma non è così: a riportare il risultato in parità è il “bello de nonna” (copyright di Carlo Zampa, telecronista vicino alle sorti della Roma da anni) Alessandro Florenzi. Riceve palla nella propria metà campo a pochi passi dalla linea laterale, accelera e all’altezza della linea di centrocampo estrae dal cilindro un lob che sa di colpo da biliardo. Ter Stegen uccellato da una prodezza cercata e voluta, valsa un punto d’oro e l’accesso nella speciale classifica dei gol impossibili.

23/11/2011: Kevin Prince Boateng in Milan-Barcellona 2-3

Di nuovo il Milan, penserà qualcuno? Beh, ma se il Diavolo è sul podio delle formazioni più titolate al mondo su scala europea, non sarà certo un caso. Di certo, è invece merito di Kevin Prince Boateng se, pur dopo una sconfitta, i tifosi rossoneri hanno potuto incastonare un centro da urlo poco più di cinque anni fa. In un San Siro d’altri tempi, con una parata di stelle in campo, i padroni di casa e il Barcellona diedero vita a una sfida da incorniciare nella fase a gironi. Blaugrana davanti al 14′ per un autogol di Van Bommel, pari dell’ex Ibrahimovic al 20′ e 2-1 degli ospiti al 30′ su rigore siglato da Messi. Al nono minuto della ripresa sale in cattedra Kevin Prince Boateng, che estrae dal cilindro della sua imprevedibilità un gol da antologia. Controllo in spaccata aerea al limite dell’area, dribbling di tacco ad aggirare Abidal, legnata imparabile sul primo palo: è un 2-2 fantastico, quasi insperato che il Milan, però, non riesce a capitalizzare. Poco più tardi, arriverà il tris di Xavi. Ma poco conta: quella rete resterà indelebile.

22/4/2003: Marcelo Zalayeta in Barcellona-Juventus 1-2

Non poteva mancare la Vecchia Signora, visto che si parla di Juventus. E per Marcelo Danubio Zalayeta, onesto centravanti uruguaiano transitato a Torino per sette stagioni con 103 presenze e 16 reti, Barcellona-Juventus sarà sempre la partita della vita. 22 aprile 2003: dopo l’1-1 del “Delle Alpi” con centri di Montero e Saviola, i bianconeri approdarono in Catalogna con due imperativi. Fare gol e non perdere. Pavel Nedved esegue, portando in vantaggio gli ospiti in avvio di ripresa, ma Xavi risponde per il pareggio. L’espulsione di Edgar Davids sembra il preludio all’eliminazione juventina, ma in 10 contro 11 la truppa allenata da Marcello Lippi raggiunge i tempi supplementari: il 114 è il minuto buono sulla ruota di Barcellona. Cross da destra di Birindelli, zampata del “Panteron” e popolo juventino in estasi. È la quintessenza del gregariato, in un cammino concluso dalla Juventus con la finale persa ai rigori a Manchester contro il Milan. Come si fa gol al Barcellona? Questa sera Gonzalo Higuain potrebbe chiederlo a Marcelo Zalayeta. Lui lo sa.