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Se i problemi in campo di Paulo Dybala dipendevano dalla crisi sentimentale, i tifosi della Juventus possono stare tranquilli: l’argentino ha fatto infatti pace con Antonella Cavalieri. Perlomeno, la Joya ha ripreso a seguire su Instagram la fidanzata (ex?), dopo che la storia d’amore tra i due era terminata qualche mese fa. Guarda caso (o no?), proprio la fine del rapporto avrebbe conciso con un abbassamento del rendimento del numero 10 bianconero dopo una partenza sprint e gol.

Non bisognerà attendere molto per capire se era davvero la vita privata a condizionare il nostro. O se c’è dell’altro. Fin da domenica, nella trasferta di Bologna, dove Paulo potrebbe tornare titolare dopo la panchina contro l’Inter e gli ultimi 15′ concessigli da Massimiliano Allegri.

Non sono pochi quelli che giustificano l’argentino, spiegando che alla sua età – e dopo tanti anni insieme alla ragazza – una rottura possa effettivamente incidere pure sulle prestazioni lavorative. Seguendo i social, però, la tempesta pare ormai alle spalle: i due hanno ripreso a scambiarsi like alle foto. C’è dell’altro. I ben informati – gli amici chiacchieroni che sempre esistono in casi del genere – fanno sapere che per il recente compleanno di Dybala, Antonella gli abbia fatto arrivare a casa un regalo (forse di riappacificazione?). Continuate a seguire Instagram che presto la coppia potrebbe ufficializzare quello che ormai tutti immaginano: il ricongiungimento.

Certo, la barra delle prestazioni del fantasista di cui la Juve ha un gran bisogno ha fatto segnare nuvoloso, tempestoso negli ultimi mesi: appena 2 gol e tre assist nelle 13 uscite tra campionato e Champions (dove non segna dalla sfida di andata con il Barcellona dell’anno scorso, doppietta che parve consacrarlo definitivamente anche in campo europeo e mondiale).

Allegri, psicologo oltre che allenatore, contro l’Inter ha mandato Paulo in panchina. Un affronto, verrebbe da dire, per chi una partita del genere vorrebbe sempre giocarla. Un gesto che per altri niente ha a che fare con il cuore, ma che avrebbe invece molti legami con il portafogli. Dybala svogliato, abulico, poco produttivo, fuori dal gioco: perché? C’è l’ipotesi del mal di pancia alla Ibrahimovic perché l’argentino vuole trasferirsi, forse in Spagna. Con Barcellona e Real Madrid che sono pronti a fare ponti d’oro per arrivare alla stellina che, però, con prestazioni sottotono rischia di svalutarsi.

Pavel Nedved, bandiera bianconera, ha dato un buffetto dialettico al fantasista dopo i sorteggi per gli ottavi di Champions: “Dobbiamo accettare che abbia ancora degli alti e bassi. Gli consiglio di concentrarsi veramente sul calcio, di fare sacrifici nella vita privata e di fare veramente il calciatore. Che vorrà dire? Certo, è difficile immaginare un Paulo Dybala da notti brave ed eccessi. E allora?

Gli amici, di nuovo loro, giurano che Paolino sia un calciatore allenamento e casa. E allora, forse, davvero l’assenza di Antonella ha pesato così tanto? Dalla sede juventina spiegano che non c’è nulla da interpretare. Che il biondo Nedved ha voluto solo dire all’argentino di dare il 100 per cento in allenamento per ritrovare la forma forse perduta. La serenità, in particolare, scappata dopo i due errori consecutivi dal dischetto di qualche mese fa.

La terza via – dopo l’amore e il portafogli – potrebbe essere una questione …economica. Il calciatore, nel 2015, ha ceduto i suoi diritti d’immagine a una società di Malta, attraverso cui ha trovato l’accordo con la Puma, per dieci anni. Il fratello Mariano, da qualche mese, ha preso il posto di Pierpaolo Triulzi, suo procuratore. E avrebbe deciso di ridiscutere il contratto per i diritti d’immagine. All’orizzonte, e già in corso, ci sono azioni legali per cause milionarie (la Puma stessa avrebbe citato il calciatore). Anche questo può aver distratto la Joya?

Il vice presidente Pavel Nedved, uno che in quanto a vita sana da calciatore non può accettare suggerimenti da nessuno, due anni fa strigliò pure Paul Pogba: “Pogba è giovane, ha molto tempo per crescere, ma dovrebbe essere meno bello e più concreto”. Alla fine, come andò? Che Paul riprese a essere decisivo (10 gol e 16 assist in stagione) e la Juve più avanti incassò circa 100 milioni di euro dalla sua cessione in Inghilterra. Si ripeterà la stessa cosa adesso? Dybala tornerà a essere decisivo e poi la Juve lo darà via? I tifosi sperano che accada solo la prima delle due cose. La stagione è ancora lunga, i campioni d’Italia sono in corsa per tutti gli obiettivi. Ma non possono prescindere dalla Joya, forse ora di nuovo di buon umore dopo che Antonella è tornata a Torino. Per il futuro ci sarà tempo. E se proprio la fidanzata chiederà a Paulo di potersi affacciare tutti i giorni e guardare il mare, questa volta non sarà come per la signora Zidane, che disse di volersi trasferire a Madrid per lo stesso motivo. Barcellona il mare ce l’ha davvero. E c’è un certo Leo Messi

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Guai agli sconfitti. Ma soprattutto al Valencia, finora l’unica squadra a saper rimanere in scia del Barcellona nella Liga spagnola. I catalani hanno fin qui rischiato di fare filotto, con 10 vittorie e un pareggio, gli avversari inseguono a quattro punti e sono reduci da otto vittorie consecutive. Se dovessero salire sull’ottovolante, domenica al Mestalla, si porterebbero a un solo punto dalla formazione di Valverde. Perché quella sera c’è proprio Valencia-Barcellona, il big match del campionato spagnolo.

L’anti Barça, a sorpresa, non è infatti il Real Madrid di Zidane, e neanche l’Atletico Madrid di Simeone: è il Valencia di Marcelino (che non sarà in panchina per squalifica). Imbottito di ex giocatori che sono transitati dal campionato italiano, tutti a caccia di riscatto: da Zaza e Kondogbia a Neto e Murillo che, però, si è fatto male all’inguine nell’ultimo turno contro l’Espanyol (vittoria per 2-0 dei Pipistrelli) e salterà dunque il super match del Mestalla.

Geoffrey Kondogbia Valencia

Proprio l’ex Inter Kondogbia è uno dei trascinatori dell’undici di Marcelino. Ha già segnato tre gol – bellissimo l’ultimo – ed è lontanissimo parente del fantasma visto con la maglia nerazzurra. Contro gli azulgrana tornerà in campo pure Simone Zaza, nonostante il menisco rotto, perché serve la sua furbizia contro la difesa migliore della Liga. Sì, perché il Barcellona di Valverde è diversissimo da quelli che eravamo abituati ad ammirare, non solo perché non c’è più il brasiliano Neymar, ma perché in attacco si segna di meno (i blaugrana hanno comunque il miglior attacco del torneo iberico) e la difesa è una cassaforte. Se le reti fatte sono 33, quelle subite in 12 turni risultano essere appena 4 (meglio pure dell’Atletico Madrid che, con Simeone, ha fatto proprio del reparto arretrato il punto forte). Il Valencia di gol ne fatti finora 32, subendone però 11.

Zaza nella classifica del Pichichi segue Leo Messi: 12 gol per la Pulce in 12 partite, 9 in 11 per l’ex Juventus e Sassuolo, ma il Valencia poi può contare pure sull’attaccante Rodrigo, che si trova a quota 7 reti, e su Santi Mina, che è a 5.

Insomma, ci sono tutti i presupposti per una partita incerta anche se, per forza di cose, il Barcellona si prende il ruolo di favorita, con un Luis Suarez che, dopo la doppietta nell’ultimo turno di campionato, pare di nuovo in grande spolvero e con in mano la pistola fumante. Dall’altra parte, al posto di Murillo, ci sarà un giocatore esperto come Garay, perché il Valencia di quest’anno pare avere anche una rosa ampia, come ha dimostrato nella già citata vittoria per 2-0 a Barcellona, pur con in campo tanti rincalzi per via della sfida contro Valverde.

Luis Suárez festeggia uno dei due gol segnati in Real Madrid-Barcellona 0-4.

Un’assenza pesante, in difesa, pure per gli ospiti che domenica dovranno rinunciare a Gerard Piqué. Non solo: non ci sarà neanche Javier Mascherano e Valverde sarà obbligato ad affidarsi a Umtiti e Vermaelen. Difficile, però, parlare di emergenza per una squadra che può schierare al centro del reparto difensivo due titolari delle rispettive nazionali.

La domanda che tutti si fanno in Spagna in questi giorni è: il Valencia può veramente tenere aperto il campionato o dovremo parlare già di titolo mezzo assegnato a fine novembre? Se Messi e compagni dovessero fare bottino pieno al Mestalla, infatti, volerebbero a +7 sui diretti avversari. E con Real e Atletico a -10, la banda Valverde potrebbe iniziare ad amministrare il vantaggio.

E ancora: può una squadra che, nei pronostici della vigilia, veniva inserita tra quelle che si sarebbero accontentate di un posto nella prossima Europa League essere in grado di fermare la corazzata Barça, avvicinandosi e facendo un po’ spaventare i catalani? Gli esempi di underdog che poi hanno fatto la storia ci sono. Come dimenticare il Leicester di Claudio Ranieri?

Zaza Kondogbia Real Betis-Valencia

Ruben Urìa, vice allenatore del Valencia, dice: “Sarebbe un errore pensare che siamo candidati per il titolo”. Il sospetto che si preferisca volare bassi, di non volersi far pizzicare dai radar c’è. Ma anche la consapevolezza di non avere probabilmente la forza e l’esperienza per durare a lungo su questi ritmi. Al Mestalla, però, l’apporto del pubblico (e le fatiche di Champions del Barcellona) potrebbero pesare, se non altro per continuare a braccare da vicino i grandi favoriti della Liga. Quelli che, senza Neymar, avrebbero dovuto faticare e che invece stanno correndo più veloci degli anni passati, grazie a un modo nuovo di giocare, meno spettacolare ma più attento al risultato.

Restando in Spagna, nel 2013/2014 l’Atletico Madrid fece più o meno la stessa cosa: data per outsider in estate, a questo punto della stagione era in una situazione simile. E poi portò a casa la Liga. Pure allora c’era il Barcellona davanti, ma la seconda squadra di Madrid restò in scia finché, a febbraio e marzo, con tre inciampi consecutivi, il Barça si fece acchiappare e superare.

Marcelino come Simeone, quindi? Un po’ ci sta. Pochi fronzoli, squadra unita, sacrificio da parte di tutti. Giocatori che credono ciecamente nel loro allenatore e che sono venuti a Valencia voluti fortissimamente proprio da lui, come Gabriel Paulista, discepolo di Marcelino già al Villarreal. Ma il tecnico è riuscito a resuscitare tanti altri giocatori, non solo chi proveniva dall’Italia: Santi Mina, Rodrigo e Dani Parejo sembravano sulla via del tramonto prima di oggi.

Marcelino García Toral Valencia

Certo, resta l’incognita di una squadra che, come il Barcellona, finora vede immacolato lo score sotto la voce sconfitte: zero. Dovesse arrivare la prima, le vele si sgonfierebbero e il Valencia potrebbe crollare? Meno grave un ko del Barcellona, sia per la posizione in classifica sia per la personalità e l’abitudine a stare sotto pressione di Iniesta e compagni.

Guai ai vinti, dunque. Soprattutto se saranno quelli del Valencia.

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La Liga riprende dopo la sosta per le nazionali con una partitissima: stasera, alle ore 20.45, all’Estadio Wanda Metropolitano si gioca Atlético Madrid-Barcellona, big match dell’ottava giornata del campionato spagnolo e prima sfida fra le tre big del torneo.

Ferreira Carrasco Griezmann Atlético Madrid
VINCERE PER NON SPROFONDARE

L’Atlético Madrid è già a un bivio. È imbattuto in campionato, ma i tre pareggi ottenuti fin qui hanno già portato la vetta a -6, che in caso di ulteriore sconfitta significherebbe -9 dopo appena otto giornate. Un minimo di difficoltà è stata causata anche dall’inaugurazione del Wanda Metropolitano, arrivata solo il 16 settembre con la necessità di giocare le prime tre partite in trasferta, che ha costretto i colchoneros a diversi viaggi ravvicinati nell’ultimo mese. Il nuovo impianto in Liga finora è un fortino, con due vittorie su due senza subire gol, fra cui il 2-0 al Siviglia secondo, e dovrà servire da dodicesimo uomo per aiutare Diego Pablo Simeone e i suoi a ottenere un risultato positivo.

Questa nuova versione dell’Atleti mantiene le stesse caratteristiche di solidità ma sta trovando vie alternative al suo referente principale Antoine Griezmann, perché a oggi il maggior numero di gol (tre a testa) li hanno fatti Yannick Ferreira Carrasco e Ángel Correa, quest’ultimo senza mai disputare una gara intera. La certezza è però in porta: Jan Oblak ha tenuto la porta inviolata quattro volte su sette e ha già parato due rigori, di cui uno decisivo all’Athletic Club sullo 0-0.

Lionel Messi
RISOLLEVATI DAL LEADER

A fine agosto il Barcellona era in crisi senza che nemmeno fosse iniziato il campionato, con la pesante sconfitta in Supercopa de España col Real Madrid e l’addio di Neymar al PSG (per non parlare delle situazioni extracalcistiche in città). Ora il Barça ha vinto nove volte su nove fra Champions League e Liga e può già operare una vera fuga sulle inseguitrici, visto che il Siviglia secondo è staccato di cinque lunghezze. A rivitalizzare i catalani ci hanno pensato i gol, ben ventitré in sette giornate di cui undici a firma Lionel Messi, peraltro tornato a fare la voce grossa anche in nazionale con la tripletta in Ecuador che ha qualificato l’Argentina ai Mondiali.

Nonostante il grave infortunio di Ousmane Dembélé (2017 finito) la squadra di Ernesto Valverde crea e concretizza tanto, anche con nomi insoliti visto che Paulinho si è inserito ben oltre le aspettative (con gol decisivo al Getafe) e la maggior parte degli avversari sono stati spazzati via senza grosse difficoltà. L’unico punto interrogativo riguarda quest’ultimo fatto, perché il calendario ha dato una mano con un avvio morbido: domani sarà il primo banco di prova per capire se il vecchio Barcellona è davvero tornato.

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Quel magico microcosmo chiamato Lazio ultimamente riesce a tirar fuori diamanti anche dove gli altri vedono solo zirconi. Giocatori presi per pochi milioni, sconosciuti ai più o in cerca di rivincite dopo un periodo difficile, dopo una fase iniziale di ambientamento si trasformano magicamente in campioni. È un lavoro che parte dall’alto, dal lavoro di un direttore sportivo come ce ne sono pochi di nome Igli Tare (rabdomante del talento come pochi altri) e che arriva sul campo, dove il bravissimo Simone Inzaghi (ma risultati simili li ha ottenuti anche Stefano Pioli) riesce a plasmare i calciatori come vuole e a convincerli di poter essere anche migliori di quel che pensano.

L’esplosione di questi giocatori non ha nulla a che fare con la fortuna. Felipe Anderson e Lucas Biglia prima, ora Milinkovic-Savic, Bastos, Marusic, Immobile, Lucas Leiva e in ultimo Luis Alberto Romero Alconchel, uno che i tifosi fino a pochi mesi fa prendevano in giro come se fosse un personaggio quasi immaginario (Luis Alberto come Lupo Alberto, vista anche l’assonanza linguistica). Si, perché non giocava mai, neanche pochi spezzoni di partita. Quello che verrebbe definito un oggetto misterioso, arrivato come sostituto di Candreva dal Deportivo per 5 milioni e che al posto dell’ex capitano biancoceleste non ci ha quasi mai giocato.

Una decina di presenze, spesso di pochi minuti, nei quali è difficile poter dimostrare qualcosa. Eppure uno che nel 2012 era il secondo giocatore più impiegato del Barcellona B dopo Deulofeu (in quell’anno segnò 11 gol in 38 presenze) e che è passato da Liverpool e poi dal Deportivo (segnando anche 6 gol in Liga nell’anno a La Coruna) non poteva aver perso di colpo tutte le qualità che aveva mostrato. Tutto però faceva pensare che lo spagnolo sarebbe stato un incompiuto.

Le poche presenze, l’ambientamento difficile nello spogliatoio e la difficoltà a trovare una sistemazione in campo avevano quasi convinto Luis Alberto a smettere addirittura di fare il calciatore.  “Era bloccato, aveva bisogno di liberare la mente. Non era soddisfatto, non giocava, era scontento. I problemi erano questi: non gli piacevano i rapporti all’interno dello spogliatoio, non si era adattato alla nuova realtà e al calcio italiano. Vedeva tutto nero – ha detto Juan Carlos Campillo, il mental coach a cui si è rivolto a luglio per farsi aiutare –  non pensava di essere più in grado di fare il calciatore, pensava di non essere all’altezza”.

Qualche segnale di ripresa c’era già stato sul finire della scorsa stagione, quando nella prima partita in cui ha giocato 90 minuti ha messo a segno anche la prima rete in campionato giocando da trequartista e non più sulla fascia, lui che esterno di fascia non è. Un gran gol da fuori area, con un tiro di controbalzo, che forse ha fatto accendere una lampadina anche a Mister Inzaghi.

Da quel giorno a Marassi qualcosa è scattato anche nella testa di Luis, che grazie anche al supporto costante di Campillo ha ripreso fiducia nei suoi mezzi e ha iniziato a dare spettacolo, anche quando è stato spostato un po’ più indietro. Nell’amichevole estiva giocata contro il Bayer Leverkusen, con Leiva ancora di proprietà del Liverpool, Luis Alberto è stato il migliore della Lazio giocando da regista davanti alla difesa, come se quel ruolo lo avesse sempre interpretato. Segnali del genere vogliono dire solo una cosa per un calciatore: che è pronto a fare il salto di qualità definitivo. In quei giorni la stampa e i tifosi non si sono accorti del cambiamento del ragazzo di San Jose del Valle, troppo distratti dal caso Keita e dalla partenza di Biglia. Simone Inzaghi invece ha capito subito che Luis Alberto aveva un’altra marcia, così come Tare, che in lui ha sempre avuto fiducia cieca.

E il salto di qualità è arrivato. La vittoria della Supercoppa contro la Juventus, un inizio di campionato sfavillante da trequartista, dietro l’implacabile Immobile. Quel ruolo probabilmente sarebbe stato di Felipe Anderson, che però è tormentato da continui problemi muscolari, ma dire che Luis Alberto sia solo un sostituto del brasiliano attualmente è un’eresia. Pochi in Serie A sono capaci di incidere come lui su una partita: assist, gol e la capacità di riuscire a saltare un avversario anche quando sembra che gli stia per togliere la palla, grazie a un trattamento di palla sopraffino. Luis è un trequartista completo, che può centrare la porta da qualsiasi posizione. La punizione segnata contro il Sassuolo forse è una delle più belle realizzate nell’era post-Pirlo, per esecuzione e difficoltà. E la finta, sul secondo gol, è roba che solo i giocatori che hanno una marcia in più sono capaci di pensare e realizzare.

Fino a pochi mesi fa Luis Alberto era solo un calciatore in crisi di identità e con la voglia di mollare tutto, oggi è l’idolo di quei tifosi che prima lo nominavano solo come oggetto di scherno e un calciatore che, se continua a giocare come sta facendo, può arrivare dove vuole.

I prossimi obiettivi sono la qualificazione alla Champions con la Lazio e i Mondiali di Russia 2018. Per uno al primo anno di calcio “vero” ad alti livelli potrebbero essere considerati sogni più che obiettivi, ma per questo Luis Alberto – libero dal peso dell’inadeguatezza e finalmente consapevole delle sue enormi qualità – sono un’aspirazione più che legittima.

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Luis Suárez Real Madrid-Barcellona

Non è stata certo un’estate facile per il Barcellona, a prescindere da quanto accaduto in città. Il pagamento della clausola rescissoria di Neymar da parte del Paris Saint-Germain ha provocato uno scossone nel club catalano, che sta trovando molte difficoltà sul mercato per sostituire l’asso brasiliano e a livello di risultati in campo ne sta risentendo, con la pesante sconfitta in Supercopa de España contro il Real Madrid. La domanda è lecita: e se dopo dodici anni di successi il ciclo del Barça fosse finito?

Neymar PSG

VORAGINE SCOPERTA

Il durissimo colpo dell’addio di Neymar ha avuto un effetto devastante. Il Barcellona si è ritrovato con 222 milioni in cassa ma totalmente spiazzato, perché non si aspettava l’addio del brasiliano e sta incontrando grosse difficoltà per sostituirlo. È stato appena ufficializzato Ousmane Dembélé dal Borussia Dortmund per 105 milioni più (tanti) bonus, dimostrazione di come tutti gli altri club (giustamente) abbiano iniziato a tirare a dismisura il prezzo dei propri giocatori richiesti dal Barça, sapendo dell’enorme disponibilità economica catalana (il Liverpool per Philippe Coutinho per ora ha retto nonostante offerte sopra i cento milioni). Il presidente Josep Maria Bartomeu, molto contestato dai tifosi, proverà in quest’ultima settimana di mercato a regalare al nuovo allenatore Ernesto Valverde altri acquisti per una rosa competitiva, ma i grandi campioni che nell’ultimo decennio hanno trascinato il Barcellona (su tutti Andrés Iniesta, Lionel Messi e Gerard Piqué) hanno trent’anni o più e non saranno certo eterni. Sostituirli, così come Neymar, sarà impresa non certo facile, soprattutto perché nel passato queste cose sono andate piuttosto male…

Zlatan Ibrahimovic Barcellona

PRECEDENTI DA PAURA

Quando il Barcellona ha dovuto sostituire un suo leader attraverso il mercato le difficoltà sono state evidenti. Per Ronaldinho, ceduto al Milan nel 2008, questo problema non c’è stato perché in casa c’era già Lionel Messi pronto a subentrare, ma un anno dopo Samuel Eto’o è stato sacrificato per avere Zlatan Ibrahimović, dando all’Inter anche 48 milioni di euro (Massimo Moratti ancora ringrazia, è uno dei motivi che hanno portato al Triplete). Lo svedese non ripaga le attese e la Champions League è sfumata proprio coi nerazzurri in semifinale, con Ibra spettatore non pagante in campo in entrambe le partite e girato al Milan ad agosto.

È andata ancora peggio con Luís Figo: nel 2000 il Real Madrid paga la clausola rescissoria di quello che a oggi resta uno dei trasferimenti più clamorosi nella storia del calcio spagnolo, prendendosi il miglior giocatore dei rivali. Joan Gaspart, appena diventato presidente, butta i soldi di Figo su Marc Overmars ed Emmanuel Petit dall’Arsenal più Alfonso Pérez dal Real Betis (oltre a ricompare l’ex canterano Gerard dal Valencia), ma nessuno di questi rende. Arriva il quarto posto nella Liga, ma l’anno dopo gli acquisti sono un nuovo disastro: Roberto Bonano, Philippe Christanval, Geovanni, Fábio Rochemback e Javier Saviola fanno flop, come Gaizka Mendieta nel 2002. Servirà il nuovo presidente Joan Laporta, nel 2003, e l’acquisto di Ronaldinho proprio dal PSG per svoltare, con una memorabile rimonta nel girone di ritorno di Liga 2003-04.

Lionel Messi Barcellona

I 40 milioni spesi per Paulinho, che stava svernando in Cina al Guangzhou Evergrande, fanno intuire come il Barcellona non abbia imparato dagli errori del passato e stia nuovamente spendendo tanti soldi su giocatori non certo funzionali. Negli ultimi anni il Barça sul mercato si è spesso mosso malissimo (i 20 milioni per Jérémy Mathieu, da poco passato gratis allo Sporting CP, gridano vendetta) e solo l’apporto dei suoi fenomeni (nello specifico la MSN e i grandi vecchi) ha permesso al club di rimanere ai vertici anche continentali. Il campanello d’allarme del doppio Clásico non è da sottovalutare e l’esordio “morbido” in Liga (2-0 al Real Betis) può essere fuorviante, il rischio che sia una stagione molto difficile come il 2002-2003 c’è.

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“Io voglio tornare, ma questi stanno dormendo”

In tanti anni di calciomercato, raramente agli operatori del settore era capitato di assistere a una conferenza stampa social così efficace e virale come quella tenuta nella serata di sabato 12 agosto da Pierre-Emerick Aubameyang, attaccante del Borussia Dortmund, attraverso una diretta su Instagram. Una vera e propria dichiarazione d’intenti, senza passare per interviste da decriptare, messaggi lasciati a metà e segnali in codice. Il destinatario? Il Milan.

Addio, Westfalia!

Un manifesto in piena regola, quello affisso da Aubameyang sulle porte dello spogliatoio del Borussia Dortmund: della serie, “se volete io sono qui”. Il messaggio arriverà a Milano, sponda rossonera? Chissà. Intanto Aubameyang fa il suo in campo con i colori gialloneri cuciti addosso, come la tripletta messa a segno in Coppa di Germania ha dimostrato: il feeling con l’ambiente Borussia, frequentato dall’attaccante gabonese da ormai 4 stagioni, condite da 128 presenze e 85 reti, sembra però essere in evidente calo. I due secondi posti, la terza posizione dello scorso anno e le quattro finali di Coppa di Germania giocate, di cui una vinta (da sommare in bacheca alle due Supercoppe di Germania conquistate) evidentemente stanno strette al numero 17. Che all’alba dei suoi 28 anni ha bisogno di nuove sfide, e fa poco per nasconderlo. Compreso il “raffreddore” che il 13 agosto l’ha spinto ad abbandonare anzitempo l’allenamento e i suoi compagni, o lo scambio di tweet con l’ex compagno di squadra Ciro Immobile, fresco vincitore della Supercoppa Italiana con la maglia della Lazio. Un arrivederci?

Che fine hai fatto, Ousmane?

Se Aubameyang continua ad essere a tutti gli effetti un tesserato dei Die Schwarzgelben, di ben altra consistenza è la spina che nella rosa di Peter Bosz risponde oggi al nome di Ousmane Dembelè: il talento francese classe 1997 ha deciso deliberatamente di non presentarsi qualche giorno fa all’allenamento per spingere il suo trasferimento al Barcellona. Un chiaro tentativo di forzare la mano, in linea con diversi esempi che il calciomercato sta portando in dote. Alle mode, però, si sa, in Germania non sono molto sensibili: così i gialloneri hanno deciso di escludere il calciatore dal gruppo fino a nuovo annuncio e di rifiutare la prima offerta blaugrana, anche se la sensazione è che alla fine prevarrà il volere del giocatore. Tenere in tribuna un 20enne con un lungo contratto serve a poco, così a pagare le conseguenze dell’effetto domino imposto dal faraonico trasferimento di Neymar al Psg potrebbe essere proprio il BVB. La Bundesliga infatti inizierà nel prossimo weekend e Peter Bosz si trova una rosa senza una pedina importante come Dembelè e con un mercato agli sgoccioli.

I’m the Bosz

Eppure, l’annata 2017/2018 doveva essere quella della ripartenza in casa Borussia Dortmund: salutato Thomas Tuchel dopo due stagioni, il club giallonero aveva scelto per la panchina Peter Bosz, 53enne allenatore olandese reduce da due secondi posti (uno in Eredivisie e l’altro in Europa League) con l’Ajax nella scorsa stagione. L’olandese ha firmato un contratto con i gialloneri fino al 30 giugno 2019 e sin dal suo arrivo era consapevole del fatto che avrebbe dovuto fare i conti con qualche problema all’interno dello spogliatoio, come gli infortuni di Reus, Guerreiro e Gotze (ancora convalescente dopo aver sconfitto il disturbo del metabolismo energetico) e la possibile cessione appunto di Aubameyang, alla quale si è aggiunto il caso- Dembelè. I movimenti in entrata? Minori. A Dortmund sono arrivati Omer Toprak dal Bayer Leverkusen, Mahmoud Dahoud dal Borussia Moenchengladbach e Maximilian Philipp dal Friburgo, per una spesa complessiva di 44 milioni di euro. Dal prestito al Colonia è rientrato Subotic, mentre per il futuro è stato acquistato dal Paris Saint-Germain il 18enne difensore centrale Zagadou.

Come si dice “inflessibilità” in tedesco?

Di certo, alla dirigenza del Borussia non fa paura utilizzare il pugno duro. Per conferme, chiedere al direttore sportivo, quel Michael Zorc che tanta qualità aveva in campo, dove con il club della Westfalia ha giocato 463 partite, segnando 131 reti, e altrettanto polso ha dalla sua scrivania. Dembelè non si fa vedere? Sospeso a tempo indeterminato. Aubameyang ha un raffreddore? Va a casa a curarsi, senza manfrine. Già, perché in Germania non amano promesse roboanti e cifre da capogiro: così, mentre a Monaco di Baviera il presidente del Consiglio direttivo del Bayern Monaco, Karl-Heinz Rummenigge, si è lanciato contro le follie del mercato calcistico, in particolare commentando l’affare che ha portato Neymar al Paris Saint-Germain, a Dortmund non hanno paura di dar vita a un braccio di ferro con due dei calciatori più rappresentativi in rosa. Lo stesso è accaduto con Emre Mor, giovane talento turco la cui cessione all’Inter è saltata poche ore fa. Già, in Bundesliga va così: si vende, ma al prezzo fissato. Sabato intanto il Dortmund farà il suo esordio in campionato sul campo del Wolfsburg: con Auba e Dembelè? Chissà…