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ROME, ITALY - FEBRUARY 22: Francesco Totti of AS Roma during a training session at Centro Sportivo Fulvio Bernardini on February 22, 2017 in Rome, Italy. (Photo by Luciano Rossi/AS Roma via Getty Images)

E se Roma-Genoa di domenica 28 maggio non fosse l’ultima partita da calciatore di Francesco Totti? Il dubbio, forse al momento solo una suggestione, serpeggia con sempre più veemenza nelle menti dei tifosi giallorossi e degli amanti del calcio, per il quale quel numero 10 rappresenta una delle ultime stille di poesia sui campi da tramandare ai posteri. Il suo percorso nella Capitale sembra volgere inevitabilmente al termine, quello accanto al dio Eupalla…forse no.

Francesco Totti esce dal campo senza salutare in Roma-Juventus 3-1

I numeri di un addio

Domenica sera, dopo i 180 secondi “concessigli” nel recupero del 3-1 della sua Roma alla capolista Juventus, Totti è apparso immalinconito, quasi estraneo alla festa che i suoi compagni di squadra giallorossi stavano rovinando alla Vecchia Signora, convintasi dopo il temporaneo vantaggio firmato da Lemina di poter festeggiare all’Olimpico il sesto scudetto di fila, e che Salah e i suoi stavano apparecchiando per se stessi, con il secondo posto quasi blindato a due turni dal termine.

Quel “10” richiesto a gran voce dagli spalti non è più al centro della Roma: Francesco lo sa, così come lo sapeva un anno fa, quando di questi tempi risultava ancora determinante. Rivedersi la doppietta nel 3-2 al Torino del 20 aprile 2016 per credere: a voler sorridere, un altro record Totti domenica lo ha messo a referto. Ha concluso la sua prima partita senza toccare nemmeno un pallone. Più che un sorriso, una smorfia: la stessa che l’ottavo Re di Roma aveva alla sua uscita dal campo, mentre alle spalle il resto dello stadio festeggiava. Saluti da comprimario, come i numeri stagionali dipingono Totti: 323 minuti giocati in serie A, 384 in Europa League, 130 in Coppa Italia. Per un totale di 3 reti e sette assist.

Luciano Spalletti e Francesco Totti

Luciano poco lucky

C’è una figura, però, che nell’era della Brexit di Totti dall’organico romanista, ha assunto i toni del più acerrimo oppositore: è quella di Luciano Spalletti. Dal mancato ingresso in campo a San Siro contro il Milan ai tre minuti nei quali il numero 10 è stato chiamato in causa contro la Juventus, l’allenatore toscano – al passo d’addio con la Roma – ha incarnato i panni del “cattivo”. Rancoroso, indisponente, poco riconoscente: il vortice dei social ha espresso il proprio indice di gradimento nei confronti di uno degli allenatori più brillanti del calcio italiano. La sua “colpa”? Aver silurato Totti, senza neanche attendere che fosse il capitano giallorosso a farsi da parte. Un atteggiamento che popolo del web ha presto silurato:

Nessun rispetto per chi ha dato tutto per questa maglia

In effetti, veder sfilare davanti a Totti prima Grenier, poi Bruno Peres, infine Juan Jesus nella gerarchia delle sostituzioni conferma un amaro sorpasso: quello della tattica sulla poesia. Spalletti contro Totti è ormai un hashtag che nutre internet, e dire che era stato proprio il mister di Certaldo a fare della bandiera giallorossa un riferimento al suo ritorno in sella, datato gennaio 2016. Ma il calcio, si sa, è un tritacarne. Di protagonisti ed emozioni. Prima la squadra, poi il singolo.

Monchi, ds Roma

Monchi: in direzione ostinata e contraria

Il popolo ha decretato da che parte sta: come potevasi immaginare, da quella del capitano della Roma, che ha evitato la stretta di mano con il suo allenatore al fischio finale di Roma-Juventus. Ma c’era da aspettarselo: come in ogni rapporto che non funziona, a un certo punto l’incomunicabilità si trasforma nella perdita delle capacità di capire le ragioni dell’altro. Al gelo siberiano, con eco della Russia che fu per l’allenatore, che si respira tra Spalletti e Totti, fa da contraltare la figura di Verdejo Monchi, neo direttore sportivo giallorosso che già in sede di presentazione aveva chiarito di avere grande bisogno di Totti: non in campo, però, ma al suo fianco. Dall’area di rigore all’area tecnica: ma qualcuno ha chiesto al 40enne di Porta Metronia se ha intenzione di appendere realmente gli scarpini al chiodo? È l’interrogativo che nella Capitale e dintorni in tanti si stanno ponendo. La palla, virtualmente, gli è stata passata dallo stesso Monchi:

Francesco conosce la Roma meglio di chiunque altro ed io, che sono un nuovo arrivato, avrei un ottimo insegnante per scoprire tutto più il rapidamente possibile. Aspettiamo che decida lui

Francesco Totti in azione

Suggestione Usa, garantisce Nesta

Un altro dribbling, a Totti, è però riuscito domenica sera: quello ai giornalisti, evitati attraverso un’uscita secondaria dello stadio mentre la notte avvolgeva Roma e i suoi pensieri. Marcello Lippi, che lo conosce bene e con il quale ha vinto il Mondiale 2006, intanto ha assicurato che l’intenzione di smettere è tutt’altro che consolidata: di certo, Totti in Italia non potrà vestire altre maglie diverse da quelle della Roma. E all’estero? Ecco che qui viene in soccorso un’altra bandiera del calcio italiano: Alessandro Nesta. Oggi allenatore del Miami Fc, nella North American Football League, l’ex difensore di Lazio e Milan avrebbe sollecitato Totti a non mollare, vivendo nella seconda serie del calcio americano il suo canto del cigno. Nuove ambizioni e lo studio di un eventuale futuro da allenatore.

Francesco Totti e Alessandro Del Piero

Rivolgersi al passato per decidere il futuro

È la ricetta alla quale Francesco potrebbe ricorrere. Magari chiedendo consigli ad Alessandro Del Piero, anche lui salutato senza cerimonie dalla Juventus nell’estate 2012. Bandiere accomunate da carriere gloriose e addii polemici, più per mano degli altri che per causa loro, che alla grancassa mediatica hanno spesso preferito il silenzio. Domenica sera, l’abbraccio tra i due poco prima del fischio finale ha scosso le corde di milioni di cuori, memori di un calcio che fu. Così, mentre la Roma guarda alla classifica che con una vittoria sabato a Verona contro il Chievo potrebbe portarla a -1 dalla Juventus in attesa della sfida tra i bianconeri e il Crotone, Roma si interroga sulle sorti del suo simbolo più prezioso: un Colosseo del calcio.

Nella partita contro il Genoa, per la quale i biglietti di accesso all’Olimpico sono già andati a ruba, Spalletti gli riserverà come di consueto i minuti finali o lo inserirà nella formazione titolare per concedergli la merita standing ovation del suo pubblico? È questa la vera domanda che riecheggia per Roma oggi, 16 maggio 2017. Nello stesso giorno, 13 anni fa, salutava il calcio italiano Roberto Baggio. Accadeva tra gli applausi di San Siro, la stessa Scala del Calcio che due domeniche fa acclamava Totti: e che non vuole vederlo congedarsi triste y solitario.

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La retorica del calcio di rigore ha un po’ stufato. È vero, Messi non deve avere paura, di un calcio di rigore. È vero, non è certo da questi particolari che si giudica un giocatore. Ma “questi particolari” rischiano di segnare una carriera, ed è un paradosso che i continui trionfi nel club non riescano a lenire la delusione per non aver mai alzato un trofeo con la maglia dell’Argentina. Una nazionale più forte di quelle che hanno trionfato, diciamolo chiaramente. Certamente più forte di quella del 1978, con Mario Kempes mattatore e una vittoria sporcata da qualche sospetto dittatoriale, probabilmente più forte di quella del 1986, fondata sul genio e sul talento di un solo giocatore. Lo diceva anche BilardoHo paura, perché dipendiamo da un aquilone, e siamo suscettibili al vento“. L’aquilone si chiama Diego Armando Maradona, e ad un certo punto, in un quarto di finale contro l’Inghilterra, partirà dalla sua metà campo palla al piede, dribblerà mezza Inghilterra e accompagnerà, con un colpo di biliardo, il pallone in rete. Per Victor Hugo Morales, uno dei più grandi telecronisti di sempre, diventerà l’Aquilone Cosmico, e quel “relato” passerà alla storia.

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È certamente il paragone eterno con Maradona, ciò che non lascia pace a Messi, che dopo il rigore con il Cile ha annunciato un incredibile ritiro, a soli 29 anni. Se uno ha vinto il più ambito dei trofei con l’Argentina e poco, pochissimo, con il club, l’altro ha alzato tutte le coppe possibili e immaginabili con il Barcellona ma non è mai diventato e forse mai lo diventerà l’icona di un paese. E questo, Leo, non se lo può proprio perdonare. Per una volta, l’ultima, il soprannome di “Pulce” sembra calzare a pennello, con una connotazione beffarda, quasi una nemesi albiceleste, per un uomo che si fa piccolo, con il volto trafelato dal pianto e la faccia dentro la maglietta, a pensare all’aquilone cosmico che lo sovrasta e lo osserva beffardo. Il Cile ha appena portato a casa la Copa America, quella che nessuno potrò togliergli per 100 anni, e Messi ha già deciso che si ritirerà. Non è colpa di un rigore, né di un Mondiale perso ai supplementari, è proprio che questo paragone con Diego è insopportabile persino per uno come lui. Dr Jekyll e Mr Hide del pallone, eterno vincente in Europa, perdente di lusso in Sud America.

Chissà se ha pensato la stessa cosa Roberto Baggio, dopo il rigore di Pasadena. Anche lui non è mai riuscito a vincere con la nazionale, eppure l’avrebbe meritato. Come Franco Baresi e Paolo Maldini, entrambi ritirati prima del tempo, per sfinimento oltre che per i fisiologici acciacchi del tempo. Messi non è l’unico a lasciare la propria nazionale per questo motivo, perché non vincere logora. Quello di Messi è un ritiro che non coinvolge solo gli argentini: Leo è un patrimonio del calcio, come Pelé, come Diego, Platini, Cristiano Ronaldo, pensare ad un Mondiale (il prossimo) senza di lui, vuol dire dover spiegare ai bambini perché il calciatore più famoso del mondo ha deciso di non partecipare. Magari la Fifa può poco, ma il Barcellona, la vera casa di Messi, può tantissimo per restituire al mondo il piacere di vederlo ancora impegnato in una manifestazione internazionale. È come se la festa perdesse il più prestigioso degli invitati. Il gioco più bello del mondo non se lo può permettere.

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Diversa la condizione di chi si è ritirato dopo una vittoria. Come Francesco Totti, che annunciò il suo ritiro subito dopo aver alzato la Coppa del Mondo. A molti, quella di Totti, è parsa una scelta egoistica, di un giocatore che avrebbe giocato ancora per 10 anni, e che poteva dare tantissimo al proprio Paese, ma Francesco è stato irremovibile. Così come lo è stato Philipp Lahm, il capitano della Germania che ha trionfato in Brasile. Il 30enne difensore del Bayern Monaco, con 113 presenze nella selezione allenata da Löw, dopo aver portato il suo paese al quarto titolo mondiale, ha deciso di fare un passo indietro, non prima di aver detto che non avrebbe sopportato un’altro terzo posto: “Se avessimo giocato un’altra finale per il terzo posto non mi sarei presentato“.

Il tedesco Uli Hoeness decise di abbandonare la nazionale a 22 anni nel 74, poi ci ripensò. La abbandonò definitivamente dopo il rigore sbagliato nella finale di Euro ’76, quella del cucchiaio di Panenka. Lo stesso Breitner lasciò la nazionale, per motivi ideologici, per poi tornarci a sorpresa anni dopo. In Olanda, il cui calcio totale evidentemente logorava più delle mancate vittorie, hanno dato l’addio anzitempo Johnny Rep (pare per incompatibilità con Crujiff che gli passava il pallone un centimetro più avanti o più indietro per fargli fare brutta figura) e l’allora giovanissimo e promettente Neeskens. Entrambi si sono ritirati a 26 anni. Di quella generazione come non citare Gunther Netzer, che lasciò la nazionale perché si mise in affari e il grande Gerd Muller, notoriamente pieno di vizi e si giocò tutto prima di accettare i soldi dei Cosmos in America.

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Dopo aver guidato i Paesi Bassi alla qualificazione al campionato del mondo 1978 con prestazioni sommariamente di buon livello (segnando anche un gol a pallonetto dai pressi dell’out contro il Belgio), Cruijff annunciò la scelta di non voler partecipare alla rassegna iridata in Argentina, decisione presa in seguito al sequestro subìto a Barcellona a danni suoi e della sua famiglia – e, come venne fatto inizialmente intendere dalla stampa, per protesta contro il regime militare al tempo al potere nel paese sudamericano; in una successiva intervista televisiva affermò tuttavia che la scelta di non prendere parte ai mondiali non dipese dalla situazione politica di quella nazione (il calciatore olandese ricordò, nell’occasione, che nonostante tutto militò in Spagna negli anni della dittatura franchista), quanto piuttosto dal fatto che aveva deciso di smettere, non avendo più motivazioni tali da permettergli di dare tutto per la Nazionale. Quella del 1978 fu la generazione delle rinunce. Allora lasciare la propria nazionale non era neppure concepibile.

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AI giorni nostri hanno scelto di ritirarsi prima della fine della carriera anche Ribery con la Francia e Xabi Alonso con la Spagna, ma entrambi avevano vinto. Diversa la storia di Gerrard, che si è ritirato a 34 anni dalla nazionale inglese senza aver vinto, come tutti gli inglesi nati dal ’70 in poi, nessun trofeo. Ha chiuso con 114 partite da capitano e 21 gol, dopo i Mondiali brasiliani. Triste anche la storia di Didier Drogba. Ci ha provato a fare il colpo di coda in Brasile, ma al 91′ dell’ultima partita del girone eliminatorio è finito il sogno degli ivoriani. Rigore per la Grecia, gol e niente qualificazione agli ottavi. Il suo addio fu ufficializzato su Instagram: “È con molta tristezza che ho deciso di mettere fine alla mia carriera internazionale. Questi 12 anni in Nazionale sono stati immensi ed emozionanti. Sono fiero di aver capitanato questa squadra per 8 anni e per aver contribuito a piazzare la Costa d’Avorio sulla scena mondiale partecipando a tre edizioni della Coppa del Mondo e a due finali sfortunate della Coppa d’Africa“. Anche per lui, con la maglia della Costa d’Avorio, 65 gol in 104 presenze e nessun trofeo.

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In attesa che Messi ci ripensi non ci resta che constatare che Leo non è l’unico grande campione a non aver alzato trofei con la propria nazionale. Vale per Gerrard, Drogba, Roberto Baggio, Ibra (forse sta per arrivare anche il suo annuncio) e quel Cristiano Ronaldo che non ha mai ipotizzato un ritiro forse perché nessuna stella, nemmeno quella di Eusebio, sembra oscurarlo, dal momento che la sua nazionale è ancora a secco di vittorie internazionali e non c’è nessun paragone incombente. Al massimo quella bruciante sconfitta della finale di Lisbona del 2004, contro la Grecia. Ma Cristiano era troppo giovane per non pensare che un altro treno sarebbe passato. Speriamo passi anche per Messi, l’aquilone cosmico è ancora lì, in cielo, che osserva e sghignazza beffardo. Gli dei del calcio hanno bisogno di vederlo ridere di gusto con la maglia del suo Paese e di non pensare “Don’t cry for me Argentina“.

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Non nominate la parola bomber invano. Non chiamatelo in causa soltanto per parlare di festini, serate in discoteca e donne mozzafiato. Perché a distanza di anni si può facilmente cadere nell’errore di pensare che Bobo Vieri sia stato un giocatore normale. Invece è stato un attaccante fenomenale, un bomber capace di vincere le partite da solo, e di superare qualunque difensore. A spallate. Bobo simpatico, Bobo incazzato, Bobo geloso, quella volta che la Canalis fece distribuire il suo ultimo calendario a San Siro, Bobo giocherellone, quando si divertiva a imparare il barese con Cassano, in nazionale.

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Bobo amicone, perché se c’è una cosa che rimpiango, da sportivo è non averlo visto duettare abbastanza con i suoi compagni preferiti. Alex Del Piero, con il quale avrebbe formato una coppia perfetta. Si sono conosciuti nella Juventus, il tempo di vincere uno scudetto (la partita più bella è quella che la Juventus vince a San Siro per 6-1 con una doppietta di Bobo) e poi si sono salutati. Li abbiamo ritrovati al Mondiale di Francia ’98. Il tempo di sedersi con le braccia incrociate a guardarsi negli occhi, dopo un gol di Bobo alla Norvegia, e poco altro. Alex troverà il suo compagno ideale nell’imperfetto Inzaghi. Uno che segna come e più di Vieri, è meno potente ma più letale negli ultimi 16 metri. Vieri va all’Altetico Madrid, ma si capisce subito che non basterà il titolo di pichichi (capocannoniere) e un gol incredibile dalla linea di fondo campo in Coppa Uefa a farlo restare in Spagna.

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Se il Mondiale di Francia è quello della consacrazione, è perché Vieri trova un allenatore che crede ciecamente in lui (Maldini lo preferisce a Chiesa e Inzaghi) e un Roberto Baggio in stato di grazia, che spiana la strada alle sue incursioni già dalla prima controversa partita contro il Cile. Sergio Cragnotti mette in campo tutte le forze finanziarie possibili, e anche qualcuna impossibile, per riportarlo in Italia. È una squadra fortissima quella Lazio. E Bobo disputa una stagione stratosferica. A Bari, sotto la neve, sembra un carrarmato. Segna un gol di mezza rovesciata e uno di testa volando più in altro delle mani del compianto Mancini. Vince una Coppa delle Coppe, perde uno scudetto in un modo balordo, facendosi beffare a due giornate dalla fine dal Milan di Zaccheroni.

È forse sull’onda di questa delusione che Moratti si mette in testa una strana idea. Un’idea senza alcun senso tattico e che forse non convince del tutto nemmeno il suo allenatore. L’idea è quella di far giocare assieme Vieri e Ronaldo. I due si capiscono subito. Non c’è bisogno di capire chi è la prima e chi la seconda punta, perché sono semplicemente Vieri e Ronaldo. Se gli dei del calcio fossero stati amanti dello spettacolo, dell’estetica e della bellezza, ci avrebbero permesso di vederli giocare insieme per un decennio, almeno. E invece abbiamo dovuto digerire infortuni, pianti, ginocchia malandate, tendini sfilacciati e ricadute. Lippi non se li è goduti mai, il povero Cuper ha rischiato di vincere uno scudetto giocando il girone di andata con Ventola e Kallon e recuperando i due, assieme, solo nelle ultime giornate.

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Ma il campionato che disputa Vieri è siderale. Segna dalla prima giornata utile all’ultima, contro la Lazio. Quando si toglie la maglia e mostra i muscoli e i tatuaggi, quelli dei primi anni 2000: stelle, cuori, tribali e forever friends. Il resto è storia. Non lo vedremo più con Ronaldo perché ad un certo punto di questa storia il brasiliano andrà da Moratti. Sarà proprio il presidente a dire a Vieri “Ronnie vuole andare al Real Madrid“. Bobo ci resta malissimo, chiede di andare via, ma alla fine si convince a restare. E lo fa ancora una volta a suon di gol. Un vizio che non perderà facilmente. Alcuni sono più belli di altri, altri sono da cineteca, pochi in fondo quelli davvero decisivi. Perché Vieri è stato un bomber strano, uno di quelli che ha vinto meno di quello che avrebbe meritato.

Nel 2003 in Champions segna i due gol qualificazione contro il Valencia, poi proprio al Mestalla si fa male al ginocchio e addio doppia sfida col Milan. Ancora oggi Bobo ci pensa e non perdona Materazzi e Carew: “mi cascarono addosso e mi ruppero. Incredibile, infortunio assurdo. Eravamo maturi per quella Coppa e io stavo benissimo. Con me potevamo vincerla”. 

Ma mentre gli altri vincevano gli scudetti, lui segnava valanghe di gol. Mentre i suoi compagni d’attacco alzavano coppe, lui raccoglieva delusioni. L’ultima, quella del Mondiale 2006. Lippi gli fa capire che se vuole andare in Germania, deve giocare. Vieri lascia il Milan e va in Francia al Monaco. Ma gli infortuni e un rendimento non più ai suoi livelli gli costano l’esclusione. Vedrà quel Mondiale in TV, anzi la spegnerà la TV pur di non pensare all’ennesima occasione persa. Che fatica la vita da bomber, Bobo.

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Per vederlo felice bastava un pallone tra i piedi. Ma gli occhi di Roberto Baggio hanno sempre avuto un velo di malinconia. Quel suo incedere a testa bassa, mentre esce dal campo, fa parte dell’immaginario popolare. Trovateci un altro giocatore capace di vestire le maglie delle tre squadre più scudettate d’Italia (Juventus, Milan, Inter) restando sempre nel cuore di tutti gli appassionati di calcio. Mai una parola fuori luogo, ma una frase buttata lì solo per diventare l’idolo temporaneo di una curva. Roberto Baggio è stato l’azzurro per antonomasia, il numero 10, il capitano, il giocatore di tutti. Non ha esitato a giocare in provincia e anche lì l’ha fatto in maniera unica, facendo diventare, per un paio di stagioni, Brescia la capitale della giocata sublime.

Non a caso Cesare Cremonini ha cantato che da quando Baggio non gioca più non è più domenica, perché nei suoi piedi, e soprattutto nella sua testa, c’era tutto: l’estro, la fantasia, la spensieratezza di quelle domeniche in cui dovevi necessariamente volare con l’immaginazione. I negozi erano chiusi, non c’erano i centri commerciali, le luci per strada erano più basse e le tv non trasmettevano il campionato in diretta. C’era la radio, e all’improvviso Ameri o Ciotti interrompevano da qualche parte d’Italia per dire che Roberto Baggio aveva portato in vantaggio la sua squadra, facendo irruzione nelle nostre case con metafore e superlativi. Una volta arrivò una notizia diversa da quelle che eravamo abituati a sentire. Non si parlava di prodezze, di slalom come quello con il quale Roberto aveva dribblato sia i cechi che gli slovacchi, per consegnare all’Italia il primo posto nel girone ai Mondiali.

Roberto Baggio

Si parlava di un rigore. Ma non era il solito rigore da segnare, era il rigore che Baggio non avrebbe mai voluto battere. E che non tirerà. Viola contro bianconeri, un odio spietato dei rispettivi tifosi come pubblici nemici in una battaglia senza tregua. È il 6 aprile 1991, quasi 25 anni fa, quando Roberto Baggio torna a Firenze per la prima volta con la maglia bianconera. La curva della Fiesole mette in scena delle coreografie più spettacolari di sempre, di certo un prodigio per l’epoca, rappresentando le figure dei monumenti della città. Vantaggio dei padroni di casa grazie ad una magistrale rete di Diego Fuser su calcio di punizione, ma l’incontro verrà ricordato per il grande rifiuto del Divin Codino. È da poco iniziato il secondo tempo quando il portiere Mareggini atterra in area proprio Baggio: calcio di rigore.

Dagli undici metri si presenta De Agostini, il quale si fa parare il sinistro da Mareggini. L’incontro termina 1-0 e Roby Baggio, fischiatissimo e contestatissimo forse per la prima e unica volta nella sua carriera, raccoglie da terra una sciarpa della Fiorentina che gli era stata lanciata contro. Lui la prende e la mette al collo: “È stata una cosa naturale, quasi un commiato ad un pubblico che pur fischiandomi per tutta la partita, mi aveva voluto bene”, dirà il Divin Codino a margine del gesto. Un gesto sobrio, umile, che lo consegnerà alla storia.

A Firenze Baggio ci tornerà più volte, e verrà sempre applaudito. Forse la volta più bella è una partita di solidarietà per il suo amico Borgonovo, a pochi mesi dalla sua scomparsa. Alla fine degli anni ’80 sono stati semplicemente B&B per la Fiesole e per tutta la città. Lo stadio li acclama, anche se uno ha ormai i capelli bianchi e spinge la sedia a rotelle dell’altro, per un ultimo grandissimo giro di campo.

Non c’è nulla di forzato, sono semplicemente due eroi. Straordinariamente umani. È l’epica del calcio che si concretizza in quelle lacrime, in quel sorriso, in un caldo abbraccio. Forse è ancora troppo presto per capire a fondo come ha fatto Roberto Baggio ad essere amato ovunque, in maniera incondizionata. Ma un giorno questa storia verrà raccontata e varrà più di mille prodezze. Di certo la classe immensa non è una spiegazione sufficiente. Forse nel suo poema calcistico c’è la grandezza di un giocatore che ha vinto meno di quello che avrebbe meritato: non una Coppa del Mondo, non una Champions, e che ha collezionato più soddisfazioni personali che trofei di squadra. Intanto, da quando Baggio non gioca più, non è più domenica.