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Australia

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I risultati delle gare di stanotte del girone di qualificazione sudamericano (dopo quelle giocate poche ore prima in Europa) hanno chiuso il cerchio relativo agli spareggi mondiali che si giocheranno nelle prossime settimane e che decideranno chi raggiungerà le nazionali già qualificate per Russia 2018.

Spareggi che riguardano da vicino la nazionale azzurra, che dopo aver ottenuto la certezza matematica di disputarli grazie alla vittoria del Belgio in Bosnia della scorsa settimana, con la sudata vittoria in Albania risulta tra le 4 seconde classificate teste di serie in Europa, assieme a Svizzera (battuta dal Portogallo nella gara decisiva per il primo posto del girone, ma che aveva vinto tutte le gare precedenti), Croazia (qualificata in extremis grazie alla vittoria in Ucraina) e Danimarca (trascinata da un fenomenale Eriksen). L’urna di Zurigo, il prossimo 17 ottobre, deciderà gli accoppiamenti tra queste 4 formazioni e le altre 4 migliori seconde (non teste di serie), ovvero Svezia, Irlanda del Nord, Irlanda e Grecia. 

Avversari da non sottovalutare, ma di certo non quanto lo sarebbero state le teste di serie se l’Italia non fosse riuscita a rientrare tra di esse. La Svezia, dopo il ritiro dalla Nazionale di Ibrahimovic, è squadra quadrata ma non particolarmente talentuosa; l’Irlanda del Nord fa della forza fisica dei suoi calciatori il punto di forza (a Euro 2016 ha fatto una buonissima figura, arrivando fino agli ottavi); la Grecia ha giocatori di talento ma negli ultimi anni ha ottenuto risultati deludenti. La più pericolosa delle 4 è forse l’Irlanda, che ha fatto fuori dai Mondiali i “cugini” del Galles (semifinalisti a Euro 2016, non dimentichiamolo) vincendo sul loro campo.

McClean, che con un suo gol ha portato l’Irlanda agli spareggi

Galles, Olanda, Bosnia e Slovacchia (peggiore seconda) sono probabilmente le squadre più deludenti tra quelle escluse, visto il potenziale tecnico e fisico a disposizione.

L’andamento degli altri gironi nel resto del mondo, in molti casi,  è stato degno di una sceneggiatura hollywoodiana, con qualificazioni dirette e agli spareggi in bilico fino all’ultimo secondo, colpi di scena ed eliminazioni difficilmente pronosticabili di squadre forti, che non avranno la possibilità di giocarsi l’ultima possibilità.

Lo psicodramma dell‘Argentina, costretta a non perdere l’ultima partita per disputare almeno gli spareggi (con una serie di incastri favorevoli) e non rischiare di rimanere clamorosamente fuori, ha colpito tutto il mondo. La squadra di Messi e degli altri grandi talenti offensivi che tutti conosciamo era obbligata a vincere in Ecuador, dopo l’incredibile pareggio con il Perù di qualche giorno fa. Sotto per 1-0 dopo neanche un minuto, l’albiceleste si è affidata alle giocate di una “Pulga” in stato di grazia. La tripletta del fuoriclasse del Barcellona ha trascinato la squadra di Sampaoli (le cui scelte sono state comunque discutibili) direttamente ai Mondiali, assieme a Uruguay, Colombia e Brasile.

I verdeoro, già qualificati, sono stati gli artefici della sorprendente eliminazione del Cile, campione sudamericano in carica. Vidal, Sanchez e gli altri potranno assistere ai Mondiali solo guardando la Tv, senza poter nemmeno provare a entrare dalla porta secondaria. Agli spareggi è andato il Perù, squadra dal passato glorioso che non disputa un mondiale dall’anno di grazia 1982. Guerrero e compagni se la vedranno con la Nuova Zelanda, con l’ambizione più che legittima di giocare la competizione calcistica più importante dopo tanti anni di assenza.

Uno sconsolato Sanchez, sconfitto dal Brasile e fuori dal Mondiale assieme al suo Cile

Nel girone nordamericano ha del clamoroso la mancata qualificazione degli Stati Uniti. Messico, Costa Rica e la sorprendente nazionale di Panama sono qualificate al Mondiale (Panama per la prima volta nella sua storia). Ai playoff ci va l’Honduras, che si giocherà il Mondiale nel turno successivo interzona contro l‘Australia, vincente dello spareggio asiatico con la Siria. Quella della nazionale siriana sarebbe stata la storia calcistica più significativa di questi anni, se fossero riusciti almeno a raggiungere lo spareggio. Dopo l’ 1-1 casalingo, nel ritorno in Australia la Siria è addirittura passata in vantaggio, ma poi l’eterno Tim Cahill (a cui gli Aussie dovranno dedicare una statua prima o poi) con una doppietta ha regalato ai suoi la chance di giocarsi la qualificazione contro gli honduregni.

Non resta che aspettare il 17 ottobre per conoscere gli accoppiamenti delle Europee e avere il quadro completo delle gare, dalle quali usciranno le ultime squadre qualificate ai Mondiali 2018. L’ultimo treno per la Russia sta per passare e ci auguriamo con tutto il cuore che l’Italia sia tra le nazionali che ci saliranno. 

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Twichenham, tempio del rugby. È quì che oggi, alle 17, si daranno battaglia la Nuova Zelanda e l’Australia, arrivate in finale nella Coppa del mondo ospitata dall’Inghilterra, altra terra che mangia molta palla ovale fin dall’infanzia.

All Blacks per il tris

Favoriti d’obbligo sono gli All Blacks che, per la prima volta, trovano in una finale del Mondiale i cugini (prima partita nel 1903, a Sydney, e vittoria della Nuova Zelanda per 22-3). E attenzione ai Wallabies, probabilmente quelli che nella competizione hanno fatto vedere il gioco migliore. La Nuova Zelanda è campione in carica e cerca di fare la storia, ossia conquistare due Coppe del mondo consecutive (e in tutto sarebbero tre). Ma anche l’Australia è a quota due (nel 1991 battè l’Inghilterra, nel 1999 la Francia).

All Blacks

Australia, fortino Twickenham

Una curiosità gioca contro gli All Blacks: i canguri hanno sempre festeggiato a Twickenham. La Nuova Zelanda, invece, ha vinto entrambe le volte ad Auckland: nel 1987 e nel 2011, sempre contro la Francia. Dovrà insomma sbancare Twickenham, una sorta di fortino australiano, dopo aver sudato le proverbiali sette camicie per avere ragione, in semifinale, contro il Sud Africa (20-18 il finale). L’Australia sa che nel Regno Unito probabilmente avrà il supporto del pubblico di casa, mentre nel resto del mondo sarà ‘Forza All Blacks’: il fascino dei guerrieri Maori equivale a quello per il Brasile nel calcio.

Un po’ d’Italia in finale

Il selezionatore dell’Australia è una vecchia conoscenza del nostro rugby: Michael Cheika (foto in basso), figlio di emigrati del Libano, è diventato allenatore grazie a Vittorio Munari. Il 64enne infatti lo portò sulla panchina del Petrarca Padova nel 1999. All’epoca, Cheika aveva 32 anni e nessuna esperienza nel ruolo. Ora si gioca il trono del mondo. E in finale avrà dalla sua ‘l’assassino’, ossia David Pocock, che costituisce la base dalla quale lanciare la batteria dei trequarti, insieme a Michael Hooper. L’assassino si butta nei raggruppamenti con ferocia e spesso ruba palla agli avversari; fuori dal campo, però, Pocock è un ambientalista convinto.

Il primo ad annunciare la formazione dell’ultimo atto è stato il selezionatore neozelandese, a segnalare forse una maggior sicurezza. Steve Hansen ha sostanzialmente confermato la squadra che ha giocato in semifinale: Moody in prima linea al posto dell’infortunato Crockett. Seconda linea con Retallick e Whitelock. Il capitano, McCaw, sarà all’ultima partita della carriera, la numero 147 in Nazionale. Sarà in terza linea insieme e Kaino e Kieran Read. In mediana, pure Dan Carter è al canto del cigno; al suo fianco Aaron Smith. Al centro, Conrad Smith e Ma’a Nonu, che fianco a fianco hanno giocato più di 60 partite e che si conoscono non bene, di più.

Un arbitro di polso

Ad arbitrare la super sfida ci sarà il gallese Nigel Owens, una vera e propria icona del rugby, che ha diretto in carriera 67 test-match. Il suo commento: “È un enorme onore e un privilegio. Sono alla mia terza Coppa del mondo e penso che sia stata la migliore. Ringrazio i miei amici e la mia famiglia che, in questi anni, mi sono stati vicini nei momenti più difficili. Il mio unico rammarico è che non ci sarà mamma: se n’è andata sei anni fa, lei mi ha dato tanta forza. Oggi sarebbe orgogliosa di me”.

…e poi il Giappone

I Mondiali in Inghilterra precedono quelli in programma in Giappone nel 2019. E sono stati mondiali di successo: a livello commerciale, di spettatori e partecipazione dei tifosi. Una delle più grandi sorprese, è stato proprio l’epico successo dei giapponesi contro il Sudafrica, una storia che potrebbe venire presa pari pari da qualche regista di Hollywood. Nella Coppa casalinga, chissà quali altre sorprese ci riserverà il Giappone. L’edizione del 2019 inizierà il 20 settembre a Tokyo, per concludersi il 2 novembre a Yokohama con la finale. Il logo è rappresentato dal sol Levante e dal Monte Fuji, due simboli del Paese, che sono l’unione tra il sole e la terra, incastonati nel simbolo della Federazione internazionale. Saranno 12 le città a ospitare le partite.

Rugby, passione travolgente

Il rugby, un po’ come il calcio, allarga le sue frontiere anche a Paesi che fino a pochi anni fa erano meteore. Del resto, da sport di nicchia sta diventando sport di massa. Dal 2012 a oggi, i praticanti in tutto il globo sono passati da 5,48 a oltre 8 milioni. Vale a dire +46 per cento, con gli amanti della palla ovale che sono diventati quasi il doppio. Pure in Italia i numeri dicono che il fenomeno è in crescita: da quando c’è stato l’ingresso nel Sei Nazioni, i tesserati sono passati da 25 mila a 110 mila.

In Europa, la crescita è stata del 13 per cento. Germania, Olanda e Russia hanno visto raddoppiare i praticanti in tre anni. Negli Usa, addirittura, siamo al +350 per cento. Oggi, sono 1,5 milioni. E alle Olimpiadi, ci sarà anche questa disciplina, 7s. Il che vuole dire che la diffusione dello sport sarà planetaria, soprattutto dove quello a XV non riesce a esplodere. In Brasile, oggi, i rugbisti sono 420 mila (nel 2012 erano 13 mila).
Il mondo si è letteralmente innamorato della palla ovale.