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Si dice “il” VAR o “la” VAR? L’interrogativo  dell’estate, vissuto tra ombrelloni, drink e propositi di ferie, ha presto ceduto il passo a un altro punto di domanda: serve o no? L’occhio virtuale, sintesi di Video Assistant Referee (abbreviato in VAR) e Assistant Video Assistant Referee (AVAR) composto dai due ufficiali di gara che collaborano con l’arbitro in campo esaminando le situazioni dubbie della partita tramite l’ausilio di filmati in situazioni dubbie – segnatura di un gol, assegnazione di un calcio di rigore, espulsione diretta o errore di identità del calciatore – ha già fatto discutere abbastanza. Tanto da rendere un bilancio maturo.

Occhio virtuale, realtà e dubbi

Basta vedere gli ultimi episodi del weekend in Serie A per capire che la VAR (sì, quando si parla della tecnologia si usa l’articolo femminile) non lascia indifferenti: come potrebbe, in uno sport nel quale la componente umana, dai calciatori agli arbitri, è tutto? La rete prima annullata e poi convalidata a Kean in Torino-Verona 2-2; il centro annullato a Mandzukic e il rigore concesso alla Juventus in Atalanta-Juventus 2-2; l’esultanza frenata di Iemmello in Benevento-Inter 1-2. Sono tre volti della stessa medaglia: cercare dei compromessi sulla gestione, tra il necessario aiuto della tecnologia e la valutazione finale, sempre lasciata all’uomo. La sensazione tra gli addetti ai lavori è che però più di qualcuno abbia individuato negli interventi del VAR un carissimo nemico.

“Partite da quattro ore l’una”

Tra questi, c’è Massimiliano Allegri. L’allenatore della Juventus ha lasciato ventilare nella mixed zone dello stadio “Atleti Azzurri d’Italia” un rischio che il calcio italiano corre: somigliare al baseball, o al basket, sport del quale lo stesso “Acciughina” è tifoso e buon giocatore. Tempi dilatati, attitudine al replay, meno ritmo. Eppure, orologio al polso, il doppio intervento della tecnologia nel pari di Higuain e compagni a Bergamo è “costato” sei minuti di recupero: quante volte abbiamo visto extra-time così intensi a causa di perdite di tempo e proteste? Non poche.  E in casa Juventus non è il solo a pensarla così, vista anche la recente squalifica incassata dal direttore sportivo bianconero Fabio Paratici: inibizione fino al 15 ottobre ed ammenda di 20mila euro

per avere, al termine della gara, nel tunnel che conduce agli spogliatoi, proferito espressioni gravemente ingiuriose e insultanti nei confronti del Var.

Il dibattito è per certi versi già feroce. La VAR, impossibile negarlo, ha già risolto una ventina di situazioni pruriginose nelle prime 70 partite di Serie A: in alcuni casi lo statement “nemmeno 10 replay possono fare chiarezza”, frase spesso abusata dai commentatori televisivi, è diventato una solida realtà. In quel caso, tocca al capitale umano farsi valere: l’arbitro.

Gli arbitri la promuovono: a patto di non perdere il potere decisionale

Chissà come avranno accolto la tesi della Juventus nelle stanze dell’Associazione Italiana Arbitri. Di certo, pubblicamente la direzione di gara di Atalanta-Juventus, affidata ad Antonio Damato della sezione AIA di Barletta, è stata giudicata “impeccabile” quanto a utilizzo della VAR, affidata a Orsato. In occasione della rete annullata a Mandzukic per quello che sarebbe stato l’1-3 bianconero, la Vecchia Signora aveva contestato la tempistica: dal fallo di Lichtsteiner su Gomez al centro, infatti, sono passati 11 secondi. Troppi? Non per una delle cosidette ‘match-changing situation’, ovvero la necessità di controllare la regolarità di un gol nell’interezza della zona di attacco. Lo stesso dicasi per il mani di Petagna, che ha condotto al rigore parato da Berisha a Dybala: Damato “chiama” il fallo, Orsato ha dei dubbi e nasce il confronto, che ha poi confermato la decisione iniziale.

Chissà cosa hanno pensato del “guardalinee virtuale” dall’altra parte di Torino, quella granata. Al veronese Kean era stata inizialmente annullata la gioia del 2-1, poi “autorizzata” con la tecnologia. Scelta giusta? Con la bidimensionalità della tecnologia, la certezza assoluta è ancora un elemento non riscontrabile. È lì che la classe arbitrale è chiamata a intervenire: meno sollecitata, ma più preparata. Come il portiere di una grande squadra. Decisivo nelle poche occasioni nelle quali gli avversari, in questo caso i dubbi, bussano alla porta.

Una costante: le polemiche

Juventus e Napoli prime con 18 punti, Roma quarta, Inter ottava.  La situazione dopo sette turni nell’ultimo torneo di A senza VAR, edizione 2016/2017, era questa. Oggi troviamo il Napoli primo in solitaria a punteggio pieno, con i bianconeri a -2. A guadagnare sensibili posizioni è stata l’Inter, a quota 19 e in seconda posizione. Equilibri spostati, ma senza sconvolgimenti: a confermare che in campo ci vanno prima le forze dei calciatori e poi le altre componenti. Rispetto alla scorsa stagione, a indurre all’ottimismo è un dato: la media di errori evitati da inizio campionato ad oggi con VAR è di 3 a giornata. Numeri che proiettati sui 38 turni supererebbero quota 100.  Allora, forse, sarebbe il caso di concedere cinque mesi di rodaggio di qui a marzo, quando le partite “potrebbero durare quattro ore”. Ben consapevoli che non è questo il tipo di calcio chiesto dai vertici arbitrali.  Così come sanno che la perfezione non esiste.  Ma la si può avvicinare, cooperando: per cancellare le polemiche, cambiare sport. Con buona pace della tecnologia.

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Ci sono giocatori destinati ad essere amati e odiati allo stesso modo, ad essere idoli dei tifosi e allo stesso tempo i principali bersagli quando le cose non vanno bene. Josip Ilicic da Prijedor è da sempre uno che fa parte di questa categoria: gambe interminabili, classe cristallina e mancino terrificante, ma rendimento da montagne russe. Periodi di anonimato assoluto seguiti da altri in cui è capace di segnare per diverse partite di fila, senza apparenti difficoltà. La genialità e l‘incostanza dello sloveno di origini bosniache sono quelle classiche dei fantasisti mancini, anche se in determinati momenti è sembrato che Ilicic potesse finalmente diventare anche un giocatore continuo. E quindi assolutamente incontenibile.

Alla fine però, per un motivo o per un altro, quando sembra che l’esplosione sia prossima succede sempre qualcosa che scombussola i piani. Infortuni, quella discontinuità quasi patologica, i pali colpiti (7 lo scorso anno a Firenze, roba da guinness dei primati) e Ilicic alla fine rimane sempre sospeso nel limbo di quelli che potrebbero essere delle stelle ma che non lo sono. Ora, sulla soglia dei 30 anni, inizia l’avventura con l’Atalanta dei miracoli. La società orobica ha fatto di tutto per portarlo a Bergamo, strappandolo alla Sampdoria quando già sembrava tutto fatto, proprio perché Gasperini (che lo conosce bene, avendolo allenato proprio a Palermo per un periodo) crede di poterlo recuperare in pieno inserendolo in un sistema di gioco che l’anno scorso ha esaltato giovani e meno giovani (Papu Gomez e Masiello su tutti).

ilicic gasperini

Arrivato a Palermo per 2 milioni di euro dopo aver fatto innamorare la dirigenza dei siciliani in un preliminare di Europa League (all’epoca Ilicic giocava nel Maribor) nella prima stagione in Italia, con accanto altri talenti come Pastore e Miccoli, Ilicic aveva fatto intravedere i numeri della stella. Da interno di centrocampo o da trequartista (il ruolo in cui forse si esprime meglio) ha mostrato numeri di alta scuola e in 39 presenze è riuscito a mettere a segno 8 gol totali. I tifosi lo amavano, la dirigenza lo apprezzava e la coppia con Javier Pastore era una delle migliori della Serie A. Le premesse sembravano ottime, ma già dall’anno successivo qualcosa si è inceppato. Con le cessioni di molti elementi importanti, tra cui proprio il trequartista argentino, Sirigu e Nocerino, il Palermo si era indebolito di molto e Ilicic, in un contesto di livello più basso, non è mai riuscito a caricarsi la squadra sulle spalle. La tripletta in Coppa Italia col Siena (prima nella storia per un giocatore del Palermo nella competizione) è l’unico picco di un’annata non proprio da ricordare.

Il terzo anno a Palermo (quello in cui incrocia Gasperini) è emblematico: la squadra retrocede e lui è il miglior marcatore con 10 reti in campionato, anche se la tendenza alla discontinuità di Ilicic tocca il punto massimo. Dalla 30ª alla 34ª giornata segna sempre, anche con la pubalgia, mentre in altre partite scompare. Le stagioni a Firenze, anche se diverse, ricordano il triennio palermitano nell’alternanza di rendimento: tra aspettative disattese al primo anno (2013-2014), polemiche (i fischi dei tifosi e la risposta col dito sulla bocca per zittirli nel 2014-2015), record di gol (13 in campionato, 15 totali) e amore dei tifosi riconquistato (nel 2015-2016) e il ritorno dell’Ilicic discontinuo (2016-2017, con il record di pali di cui abbiamo accennato in precedenza), alla fine rimangono più rimpianti che cose positive da ricordare.

Nel primo anno di Paulo Sousa lo sloveno ha toccato l’apice, mostrando anche una continuità di rendimento inedita. La partita dominata con l’Inter, a San Siro, con la Fiorentina in testa al campionato, è stato probabilmente il picco stagionale sia per la squadra che per Ilicic (che realizzò il primo gol su rigore e giocò una partita spaziale), un picco altissimo che per la Viola non è durato a lungo, mentre lo sloveno alla fine ha chiuso la miglior stagione della sua carriera

Quest’anno ci si aspettava il salto di qualità sia della squadra che dello sloveno, che non è mai arrivato, e l’affermazione di Chiesa e Bernardeschi in pianta stabile ha chiuso le porte a Ilicic, che un po’ alla volta ha perso il ruolo da protagonista e si è ritrovato ad essere una seconda scelta.

Dopo Palermo e Fiorentina, l’Atalanta per Ilicic può rappresentare il momento di svolta di tutta una carriera. La piazza è meno movimentata rispetto a Palermo e Firenze, le pressioni sono minori e la squadra è un blocco compatto, che gioca quasi a memoria, anche se diversi protagonisti dello scorso anno sono andati via. In più c’è l’Europa League da giocare, la competizione con cui Ilicic ha un feeling particolare fin dai tempi del Maribor.

Gasperini ha scommesso su di lui perché vuole recuperarlo sia fisicamente che mentalmente e farlo diventare quel giocatore devastante che si è intravisto solo in determinate occasioni. Se ci riuscirà, a Bergamo ci sarà da divertirsi anche quest’anno.

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In 26 anni può succedere di tutto. 26 anni possono volare o sembrare lunghissimi, a seconda della prospettiva dalla quale li si osserva. L’ultima giornata di Serie A ha consegnato alle statistiche un traguardo storico per una squadra che in questa stagione ha offerto un calcio dinamico, a tratti spettacolare, che solo ha incantato tifosi e amanti del calcio. Parliamo ovviamente dell’Atalanta del presidente Percassi che è riuscita a strappare un pass per l’Europa League, la seconda più importante competizione europea. La Dea non calcava il palcoscenico europeo dal 1991, quando fu eliminata dalla Coppa Uefa per mano dell’Inter.

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L’Atalanta è sempre stata una felice realtà del nostro calcio. Dotata di uno dei settori giovanili più prolifici d’Italia, è da tempo fucina di ottimi giocatori. La svolta che ha permesso agli orobici di fare il salto di qualità è arrivata la scorsa estate con l’arrivo sulla panchina di Gian Piero Gasperini. È il tecnico di Grugliasco il vero artefice del “miracolo” atalantino. La sua grande esperienza, combinata con l’atmosfera serena dell’ambiente di una piazza come Bergamo, gli ha permesso di mettere su un gruppo compatto che si è rivelato una riuscitissima amalgama di giocatori più navigati, come Alejandro Gomez, Andrea Masiello e Etrit Berisha, e di giovani di belle speranze, come Andrea Conti, Mattia Caldara e Frank Kessié su tutti.

Una grossa mano al suo mister l’ha data sicuramente il capitano e numero 10, Alejandro Gomez, il Papu. Protagonista di una stagione eccellente, probabilmente la migliore della sua carriera, ha trascinato la banda di Gasperini, mettendo a segno ben 14 reti e 10 assist.

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Ora è il tempo dei festeggiamenti, e in pochi forse ricorderanno che ad inizio anno l’Atalanta stava vivendo un periodo molto negativo. Le quattro sconfitte in cinque partite con Lazio, Sampdoria, Cagliari e Palermo avevano messo in dubbio la guida tecnica di Gasperini e l’esonero appariva incombente. La squadra, però, si è compattata intorno al suo allenatore ribaltando la situazione.

kessie

Il campo ha parlato, adesso la palla passa alla società che, se vuole continuare a stupire, non solo deve blindare i suoi gioielli dagli assalti delle big, ma dovrà anche rinforzare la squadra per fronteggiare al meglio la sfida europea.

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Uno prevede le sue marcature su Whatsapp, l’altro sta tornando ad essere quella macchina da gol che aveva conquistato le attenzioni dei top club europei ai tempi di Stoccarda. In comune hanno il cognome: Gomez. Da Alejandro “Papu”, re di Bergamo, a Mario, di nuovo…Super in quel di Wolfsburg, Bassa Sassonia, dove sono abituati a mettere la quarta. È stata domenica di triplette per i Gomez: uno ha affondato il Genoa a domicilio, l’altro ha permesso ai Lupi di rimontare il doppio svantaggio targato Bayer Leverkusen ed accarezzare sogni di vittoria, prima del definitivo 3-3 di Havertz.

Alejandro Gomez a segno in Genoa-Atalanta 0-2

Papu, galeotto fu Instagram

Su rigore, di rapina, di potenza. Contro il Genoa il Papu ha messo in mostra tutto il suo repertorio: a mettere la firma su un inequivocabile 0-5 e a ribadire un concetto. Questa è la sua stagione, prima ancora che la stagione dell’Atalanta: la Dea vive di una solida organizzazione tattica, conferitale da mister Gasperini, ma soprattutto dell’imprevedibilità e del cambio di passo che Gomez sa dare alla manovra. Doti alle quali va aggiunto…il vaticinio: su Whatsapp, con sua moglie, il numero 10 neroazzurro, aveva predetto il tris.

La signora Linda ha postato su Instagram una parte di una loro conversazione su Whatsapp: il Papu le aveva garantito divertimento, e così è stato. “Pallone a casa, e noi lo sapevamo già” la didascalia del post. Magic moment. In campo e fuori.

Gomez balla su Instagram

Estate di traslochi?

14 reti, record stagionale, 8 assist e il ruolo di epicentro nella rincorsa all’Europa dell’Atalanta. E sempre decisivo, perché ogni volta che segna o perfeziona un assist per i compagni l’Atalanta ha vinto, meno che contro l’Udinese. Amici, moglie e un tavolo da ping-pong nello spogliatoio dell’Atalanta: i segreti di Alejandro Gomez, 29enne di Buenos Aires, sono semplici. E pubblici: già, perché le sue Instagram Stories sono pane quotidiano per i tifosi, dell’Atalanta e non. E con il “gemello” Petagna, partner d’attacco nel 3-5-2 spurio di Gasperini, gli scherzi e gli sfottò sono all’ordine del giorno. Il pezzo forte della casa? Tagliare il campo da sinistra verso il centro per calciare con il suo piede migliore, il destro, preciso e potente insieme. Una carriera sviluppata in provincia, tra Catania e Bergamo: chissà se la prossima estate sarà quella giusta perché Alejandro “Papu” Gomez spicchi finalmente il volo verso una grande. Il cassetto dei rimpianti sembra non poterne contenere più: davanti gli sono già passati i treni Inter e Atletico Madrid, ma lui non ha dubbi. Cambierebbe solo per giocare.

Non mi sento inferiore a nessuno. Se uno mi compra, è per farmi giocare. Se non è quella la sua idea, gliela faccio cambiare. Non lo dico per superbia, ma perché mi fido di me e del mio gioco.

Mario Gomez

Mario è tornato Super

E per il Papu le emozioni potrebbero moltiplicarsi: già, perché alle voci di mercato si è aggiunta anche l’ipotesi di una chiamata in nazionale: non quella italiana allenata da Gianpiero Ventura, per la quale Gomez non è eleggibile avendo giocato con l’Under 20 argentina e non godendo di doppio passaporto, ma proprio la Seleccion, che si appresta a salutare il Ct Bauza dopo 8 panchine caratterizzate da un rendimento insufficiente.

A un Gomez in nazionale non hanno mai smesso di pensare invece in Germania: idea accantonata neppure dopo Euro 2016, kermesse giocata in chiaroscuro dal “Torero”, capace comunque di andare a segno 30 volte in 70 partite in carriera con la divisa della “Die Mannschaft”. E pensare che Mario, globetrotter del pallone (padre spagnolo di Albuñán, Andalusia, madre tedesca, cresciuto a Unlingen, in Svevia superiore) era arrivato a Wolfsburg tra mille interrogativi dopo l’esperienza in Turchia, con la maglia del Besiktas nonostante 26 centri e un titolo di campione nazionale in tasca: dubbi alimentati dal mal di gol manifestato in avvio di stagione, quando i tifosi lo avevano addirittura soprannominato ‘Chancentod‘ (“la morte delle palle gol”) a causa dell’assoluto digiuno da reti nelle prime sei partite disputate in Bundesliga. Ma all’orizzonte c’era il 2017, l’anno del riscatto. E Andries Jonker, tecnico del Wolfsburg dal 27 febbraio scorso, dopo l’esonero di Valérien Ismael.

Mario Gomez, tripletta

Gomez e Jonker, gol a prima vista

Dopo aver chiuso la prima parte di stagione con quattro reti all’attivo, Mario ha cambiato marcia nel girone di ritorno. A ridestarlo l’aria di…Monaco di Baviera: già, perché Jonker era stato il “secondo” di Luis van Gaal ai tempi del Bayern Monaco, maglia indossata da Gomez tra il 2009 e il 2012. Stagione 2010-2011, esonero di van Gaal a cinque giornate dal termine e nove centri dell’attaccante nel rush finale, con titolo di capocannoniere del torneo raggiunto a quota 28.

Alchimia ribadita alla Volkswagen-Arena: con Jonker in panchina, l’ex attaccante della Fiorentina ha trovato sei volte la via della rete nelle ultime quattro partite. Firmando gol pesanti:  dall’1-1 contro il Mainz ai due successi per 1-0 consecutivi contro Lipsia e Darmstadt, concludendo il filotto con la tripletta in 7 minuti in casa del Bayer Leverkusen, dove i padroni di casa avevano chiuso il primo tempo in vantaggio grazie alla rete di Bellarabi (40′) e avevano raddoppiato al 65′ con Volland. Qui si era scatenato SuperMario: tre reti tra l’80’ e l’87’, prima del definitivo 3-3. Altro che “Chancenmörder”, colui che si mangia i gol. Ora sono 12 in 25 partite: e chissà quanti ne riserverà la coda del torneo. Per la prossima estate, intanto, il cognome del calciomercato è già in copertina: chi, se non Gomez?

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Il titolo di questo post lo potreste ascoltare se salite su un qualunque treno regionale in terra di Bari e nella provincia Barletta-Andria-Trani, nel cuore della Puglia. Un annuncio che sa di fermata, coincidendo con Spinazzola, piccolo centro della Bat popolato da meno di 7mila anime: ma se al posto della città pensiamo a Spinazzola come Leonardo, esterno tutto pepe che a suon di chilometri ha conquistato prima il neroazzurro dell’Atalanta e poi l’azzurro della Nazionale del Ct Ventura, ecco che l’affermazione non può che diventare una domanda. Della serie: “Prossima fermata, Spinazzola?”

Leonardo Spinazzola in azione

Sempre di corsa

Se lo chiedono in tanti: dai tifosi della Dea, che hanno scoperto quest’anno le doti da cursore e velocista di questo laterale ambidestro, nato a Foligno nel 1993 e che sabato prossimo soffierà sulle 24 candeline, agli operatori di calciomercato, che da mesi hanno messo gli occhi addosso al numero 37 di Gasperini, il cui contratto andrà in scadenza a giugno 2018. Chi l’avrebbe pensato solo sei mesi fa? Leonardo nel ritiro estivo era visto come il classico “23esimo”, l’uomo giusto per attendere la sua occasione e completare all’occorrenza il tridente offensivo nei piani di 3-4-3. Alternativa di Gomez o D’Alessandro, ma nulla più. Qualche spezzone di partita, però, è stato sufficiente per convincere il Gasp a portare su di lui: e Leo, con i compagni di squadra Conti, Caldara, Kessie e Petagna, ha dato vita alla “meglio gioventù”. Per una Bergamo…sempre più alta.

Spinazzola e Caldara in nazionale

Azzurro e famiglia

Media voto di 6,23 per partita giocata, 22 presenze in campionato, tre assist (di cui due da incorniciare a Napoli, dove l’Atalanta ha toccato il punto più alto della sua esaltante cavalcata) e tanti, tantissimi chilometri macinati: partendo da sinistra nel 3-5-2, duettando con il Papu e spesso risultando decisivo nell’economia della partita. Anche dimenticando giornate nere, come il “4” in pagella rimediato dopo l’1-7 di San Siro contro l’Inter.

“La verità è che devo migliorare sia sul piano difensivo che offensivo” ha ammesso candidamente lui alla prima conferenza stampa in azzurro. Giampiero Ventura lo ha premiato inserendolo nel listone anti-Albania e Olanda. Forse non ci sarà tempo neppure per l’esordio, ma il traguardo resta indimenticabile per chi in serie A è alla prima avventura da protagonista: “Venuto a conoscenza della convocazione ho mandato un massaggio alla squadra e alla mia famiglia. È merito loro se sono qui”. Radici semplici, come le cose che il suo allenatore gli chiede di fare in campo. Non ha un profilo Instagram, su Facebook ha meno di 2500 like sulla pagina ufficiale, creata da un gruppo di amici. L’unico fuoriprogramma? Il fantacalcio, una passione. Come un ragazzo qualunque.

Spinazzola al Perugia

Zambrotta e cormorani

Empoli, Lanciano, Siena, Vicenza e Perugia: c’è tanta provincia nel cammino di Leonardo, avviato nelle giovanili della Juventus e passato anche per due spezzoni tra i “senior”. Stagione 2014/2015, sempre con la maglia dell’Atalanta: non è ancora maturo, e il club preferisce “parcheggiarlo” in serie B. L’anno scorso, in Umbria, la sua annata migliore: 34 presenze, qualche passo indietro in campo fino a trasformarsi in un laterale difensivo a 4. Sempre a sinistra, crossando con il destro, sulla scia di De Sciglio e D’Ambrosio, tanto per citare due colleghi di Nazionale.

Ma il riferimento ha colori bianconeri e non potrebbe essere altrimenti: è Gianluca Zambrotta, per stessa ammissione di Spinazzola. “Se devo fare un paragone e indicare un modello dico Zambrotta. Lui come me era un esterno alto adattato a terzino; questa  è stata anche la mia storia ma io mi ispiro a lui. Posso giocare sia a destra che a sinistra, dove forse mi trovo meglio, ma è solo questione di abitudine”. Qualche metro indietro per spiccare il volo: come i cormorani, che prima di spiccare il volo regrediscono.

amichevole Cesena-Juventus

Juventus e futuro

D’altronde, la Juventus è ancora nel suo destino: a Bergamo è in prestito biennale, ma non è detto che la prossima annata sia ancora all’insegna del sodalizio con l’Atalanta. Lo stesso Spinazzola ha parlato del ritorno all’ombra della Mole come un sogno, ho l’ambizione di tornare a Torino e ho già avuto modo di allenarmi con grandi campioni come Buffon nella Primavera della Juve”. Dicono che quando lo ha incontrato in questi giorni a Coverciano, gli sia scappato da ridere: per la gioia, e per le prospettive che la sua ascesa gli ha aperto.

Con il bianconero addosso ci è praticamente nato. Prima al Siena, poi con le giovanili della Juventus: oggi è un “jolly” che sarebbe particolarmente apprezzato a Torino e non: il suo passato da esterno alto lo porta ad avere una buona propensione offensiva, senza dimenticare però di coprire il campo alle sue spalle. Fisico longilineo, distante dagli “Hulk” che sempre più spesso popolano i campi. Intanto, Spinazzola è già un marchio esportato all’estero: le sirene del Tottenham, in Premier League, starebbero già suonando per lui.

Quando adesso lo osservi sui campi con la Nazionale gli sorridono gli occhi. È il ritratto della felicità. Quella di un 24enne che si sente pronto per il grande salto: e sulle candeline esprimerà tanti desideri. O forse uno solo. E allora, un respiro profondo e la giusta intonazione per uno degli interrogativi della prossima estate calcistica Made in Italy. Prossima fermata, Spinazzola?

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L’hanno paragonata al Leicester, e qualcosa in comune forse c’è davvero. Non uno scudetto, ma un sogno. Un sogno con orecchie grandi, orizzonti e pianeti lontani che ora sembrano vicinissimi. L’Atalanta di Gasperini corre. Da piccoli passi a salti, voli che da pindarici sono diventati reali. L’Europa (League) è in tasca, ma la Champions è a vista e non è mai stata così raggiungibile.

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La stagione era partita con l’obiettivo minimo, la salvezza, e infatti nelle prime 5 giornate i punti raccolti sono stati soltanto 3. Un percorso a velocità alternate, quello della Dea, con una sensazione però sempre presente: quella di poter fare, finalmente, la differenza. Le vittorie nel girone d’andata contro Napoli, Inter e Roma non sono state casuali, ma il primo segnale mandato alle grandi, come a dire: “Ci siamo anche noi”.

E l’Atalanta c’è, eccome. E lo sanno bene i ragazzi di Sarri, sconfitti al San Paolo dai bergamaschi e ora costretti a convivere con il loro fiato sul collo. I nerazzurri, infatti, sono a -3 dal terzo posto, e sulla carta hanno un calendario favorevole.

gasperini

Almeno 8 delle 12 partite che mancano sono potenzialmente abbordabili: Fiorentina (la prossima in casa), Pescara (in casa), Genoa, Sassuolo (in casa), Bologna (in casa), Udinese, Empoli e Chievo (in casa). Poi ci sono gli scontri diretti con Roma e Inter (vinti, però, all’andata…) e le sfide con Juve e Milan tra fine aprile e inizio maggio (entrambe in casa).

Il calendario non è proibitivo, soprattutto se l’Atalanta manterrà questo tasso di sfrontatezza e cinismo che l’ha portata fin lassù insieme ai suoi giovani talenti sbocciati tutti insieme.

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L’ambiente è caldissimo e spinge ma senza pretendere nulla. Fa festa in aeroporto e si sorprende per ogni nuova emozione che prova. Quella della Dea è una favola, proprio come quella del Leicester. Questa stagione è già una vittoria ma il lieto fine può essere ancora più dolce.

Non sarà scudetto, ma la Champions, ora, è un sogno a portata di mano.