Tags Posts tagged with "atalanta"

atalanta

0 484

In una eventuale classifica dei giocatori più eleganti e belli da vedere della Serie A, Josip Ilicic sarebbe uno dei primi classificati senza nemmeno starne troppo a discutere.  Eppure è alto quasi un metro e novanta e, guardandolo al di fuori da un campo di calcio, quel corpo più simile a un giocatore di basket (sport in cui buona parte degli sloveni giocano fin da piccoli, come dichiarato anche dallo stesso Ilicic, e che ha messo il piccolo stato dell’est Europa sulla mappa dei principali serbatoi mondiali di talento cestistico, visto anche l’ultimo Europeo dominato) non trasmette certo l’impressione di essere elegante. Poi però c’è il campo, la partita, e Ilicic su un prato verde e con un pallone tra i piedi si muove con l’eleganza di un ballerino classico. Movimenti felpati, con i quali salta gli avversari senza nemmeno dover correre più di tanto, tocchi di fino alternati a tiri di potenza, sempre e solo col piede sinistro. Un piede che è davvero capace di inventare calcio.

Considerando solo i mesi di novembre e dicembre non è un’eresia affermare che il giocatore dell’Atalanta sia,  il fantasista/esterno più incisivo di tutta la Serie A, visti anche gli acciacchi fisici di Insigne, il momento no di Dybala e le prestazioni un po’ sotto tono di Suso. Ilicic ha messo a segno 4 gol e servito un assist nelle ultime 3 partite giocate, numeri che per l’Atalanta sono oro colato. Si, perché quando lo sloveno segna o serve un assist ai compagni la squadra nerazzurra, quest’anno, non ha mai perso una partita (considerando sia il campionato che l’Europa League).

Ilicic i numeri da campione li ha sempre avuti, già da quando arrivò da sconosciuto giocatore del Maribor a Palermo (dopo una prestazione in Europa League la dirigenza rosanero si innamorò di lui). Quel che gli è sempre mancato è la continuità di rendimento. Mesi interi passati a vagare per il campo, poi da un momento all’altro era capace di accendersi e risolvere una partita con una giocata delle sue. Ilicic è uno che per rendere al meglio deve sentirsi importante, e soprattutto deve divertirsi in ciò che fa. Nella scelta di andare all’Atalanta ha pesato molto quest’aspetto, come dichiarato dallo stesso calciatore sloveno (“L’anno scorso ho visto come giocava l’Atalanta e sono rimasto impressionato. I giocatori sembravano che si divertissero parecchio. E io non so giocare a calcio senza divertirmi”). 

Gli orobici, dopo le tante cessioni estive e con uno Spinazzola rimasto inizialmente contro voglia (che in estate aveva manifestato il suo desiderio di ritornare alla Juve), si è ritrovata con diversi buchi tra centrocampo e fasce. Conti, al suo meglio, è uno dei migliori esterni di spinta della Serie A, come lo stesso Spinazzola, e gli inserimenti di Kessie creavano sempre problemi alle difese avversarie. In una situazione del genere ci voleva una mossa anche un po’ azzardata per non perdere qualità in fase offensiva, e proprio quando sembrava già pronto per vestire la maglia della Samp, Percassi e Gasperini hanno convinto Ilicic a scegliere l’Atalanta, prospettandogli un ruolo importante dopo un anno di (pochi) alti e (molti) bassi a Firenze.

Dopo pochi mesi i fatti hanno dato ragione ai nerazzurri: lo sloveno, schierato da trequartista o largo sulla fascia destra, sta trovando una continuità di gioco forse mai avuta, con colpi di bellezza assoluta come l’assist servito a Freuler nel 3-1 contro l’Apollon Limassol in Europa League.

Vedere giocare Ilicic, in questo periodo, riconcilia con il gioco del calcio, e gli applausi ricevuti dai tifosi atalantini sono solo la prova che dimostra il livello raggiunto dallo sloveno. Quando le sue lunghe leve nascondono il pallone agli avversari, quando serve il pallone sul piede di un compagno o calcia con violenza verso la porta, quando duetta col Papu Gomez o scambia il pallone con i compagni creando corridoi di gioco (che Cristante sta sfruttando alla grande) gli applausi sono l’unica reazione possibile. Qualche volta poi si mette in proprio, tirando fuori gol capolavoro come quello segnato al Crotone.

A 29 anni Josip Ilicic forse ha trovato il posto giusto in cui poter diventare quel giocatore che ha fatto intravedere nel corso della sua carriera. Fisicamente tirato a lucido come non mai, investito della responsabilità di guida (insieme agli altri calciatori di maggior esperienza) di un gruppo giovane, nell’ultimo periodo sta forse compiendo la sua evoluzione definitiva. Gasperini lo ha avvicinato alla porta, quasi da seconda punta alle spalle di Petagna, e lui lo ha ripagato con 3 gol da attaccante vero contro Genoa, Torino e Lazio (di taglio sul primo palo, con un movimento in profondità al limite del fuorigioco e con un tiro a volo in area dopo uno scatto tra i centrali avversari).

L’impressione, visti questi primi mesi, è che l’Ilicic show quest’anno sia appena iniziato e che ci riserverà molte altre cose interessanti da qui a fine stagione.

0 128
Peter Stöger Borussia Dortmund

L’urna di Nyon lunedì ha accoppiato Atalanta e Borussia Dortmund per i sedicesimi di finale di Europa League. Si fosse giocato in questo periodo non ci sarebbero stati dubbi: i nerazzurri avrebbero potuto avere addirittura i favori del pronostico visto il momento disastroso dei gialloneri, ma a metà febbraio la situazione dovrebbe essere differente perché nel frattempo è stato appena cambiato l’allenatore e ci sarà tempo di correggere i tantissimi errori commessi in questa prima parte di stagione.

Borussia Dortmund-Werder Brema

RIBALTONE NECESSARIO

Domenica 10 dicembre può essere la data in cui la stagione del Borussia Dortmund ha iniziato a svoltare dopo un picco lungo oltre due mesi. All’indomani dell’ennesima sconfitta, 1-2 contro il Werder Brema, la dirigenza ha preso la decisione più inevitabile di tutte: esonerare l’allenatore Peter Bosz. Il tecnico olandese, sostituto di Thomas Tuchel dopo aver raggiunto la finale di Europa League con l’Ajax, era entrato in un vortice di scelte sbagliate e risultati negativi: alla settima giornata di Bundesliga, dopo la vittoria per 1-2 sul campo dell’Augsburg il 30 settembre, il BVB era primo con cinque punti di vantaggio sulle seconde, ossia Bayern Monaco e Hoffenheim. Quella è rimasta l’ultima vittoria di Bosz in campionato, perché nelle otto giornate successive sono arrivati appena tre punti, tutti pareggi, fra cui l’umiliante derby con lo Schalke 04 in cui gli ospiti hanno rimontato da 4-0 al 60′ a 4-4 nel recupero. In aggiunta c’è stato il pessimo girone di Champions League, chiuso senza mai vincere con il minimo storico di punti per una terza (due, alla pari dell’APOEL ultimo solo per una peggiore differenza reti), e una vittoria in DFB-Pokal. Difficile spiegare come una squadra in fuga si sia bloccata di colpo, crollando fino al settimo posto a tredici punti dalla vetta.

Borussia Dortmund-Schalke 04

DEBUTTO INCORAGGIANTE

Al posto di Bosz è stato scelto Peter Stöger, che appena sei giorni prima aveva lasciato il Colonia ultimo in classifica con soli tre punti in quattordici giornate, l’ultimo proprio nella partita d’addio (2-2 in casa dello Schalke 04). Il tecnico austriaco, che l’anno scorso si era qualificato in Europa League, col Borussia Dortmund aveva subito la peggior sconfitta stagionale, 5-0 il 17 settembre, ma al suo esordio in giallonero ha convinto: 0-2 al Mainz e ritorno alla vittoria dopo due mesi e mezzo, un timido segnale di ripresa da confermare domani alle 18.30 contro l’Hoffenheim, prima della sosta invernale che quest’anno durerà meno perché si tornerà a giocare dal 12 gennaio. Stöger, ex centrocampista in campo contro l’Italia ai Mondiali del 1998, avrà qualche settimana per sistemare le cose e ridare un po’ di ordine a una squadra fragilissima in difesa (una marea di errori tra retroguardia e soprattutto Roman Bürki, autore di diverse papere) e non più così dilagante in attacco, con Pierre-Emerick Aubameyang rimasto oltre un mese a secco. Non sarà un compito facile, anche perché qualche infortunio di troppo ha portato alla luce una preparazione fatta non benissimo, ma l’Atalanta deve tenere alta l’attenzione perché fra due mesi non sfiderà certo una squadra vulnerabile come ora.

0 408

Si dice “il” VAR o “la” VAR? L’interrogativo  dell’estate, vissuto tra ombrelloni, drink e propositi di ferie, ha presto ceduto il passo a un altro punto di domanda: serve o no? L’occhio virtuale, sintesi di Video Assistant Referee (abbreviato in VAR) e Assistant Video Assistant Referee (AVAR) composto dai due ufficiali di gara che collaborano con l’arbitro in campo esaminando le situazioni dubbie della partita tramite l’ausilio di filmati in situazioni dubbie – segnatura di un gol, assegnazione di un calcio di rigore, espulsione diretta o errore di identità del calciatore – ha già fatto discutere abbastanza. Tanto da rendere un bilancio maturo.

Occhio virtuale, realtà e dubbi

Basta vedere gli ultimi episodi del weekend in Serie A per capire che la VAR (sì, quando si parla della tecnologia si usa l’articolo femminile) non lascia indifferenti: come potrebbe, in uno sport nel quale la componente umana, dai calciatori agli arbitri, è tutto? La rete prima annullata e poi convalidata a Kean in Torino-Verona 2-2; il centro annullato a Mandzukic e il rigore concesso alla Juventus in Atalanta-Juventus 2-2; l’esultanza frenata di Iemmello in Benevento-Inter 1-2. Sono tre volti della stessa medaglia: cercare dei compromessi sulla gestione, tra il necessario aiuto della tecnologia e la valutazione finale, sempre lasciata all’uomo. La sensazione tra gli addetti ai lavori è che però più di qualcuno abbia individuato negli interventi del VAR un carissimo nemico.

“Partite da quattro ore l’una”

Tra questi, c’è Massimiliano Allegri. L’allenatore della Juventus ha lasciato ventilare nella mixed zone dello stadio “Atleti Azzurri d’Italia” un rischio che il calcio italiano corre: somigliare al baseball, o al basket, sport del quale lo stesso “Acciughina” è tifoso e buon giocatore. Tempi dilatati, attitudine al replay, meno ritmo. Eppure, orologio al polso, il doppio intervento della tecnologia nel pari di Higuain e compagni a Bergamo è “costato” sei minuti di recupero: quante volte abbiamo visto extra-time così intensi a causa di perdite di tempo e proteste? Non poche.  E in casa Juventus non è il solo a pensarla così, vista anche la recente squalifica incassata dal direttore sportivo bianconero Fabio Paratici: inibizione fino al 15 ottobre ed ammenda di 20mila euro

per avere, al termine della gara, nel tunnel che conduce agli spogliatoi, proferito espressioni gravemente ingiuriose e insultanti nei confronti del Var.

Il dibattito è per certi versi già feroce. La VAR, impossibile negarlo, ha già risolto una ventina di situazioni pruriginose nelle prime 70 partite di Serie A: in alcuni casi lo statement “nemmeno 10 replay possono fare chiarezza”, frase spesso abusata dai commentatori televisivi, è diventato una solida realtà. In quel caso, tocca al capitale umano farsi valere: l’arbitro.

Gli arbitri la promuovono: a patto di non perdere il potere decisionale

Chissà come avranno accolto la tesi della Juventus nelle stanze dell’Associazione Italiana Arbitri. Di certo, pubblicamente la direzione di gara di Atalanta-Juventus, affidata ad Antonio Damato della sezione AIA di Barletta, è stata giudicata “impeccabile” quanto a utilizzo della VAR, affidata a Orsato. In occasione della rete annullata a Mandzukic per quello che sarebbe stato l’1-3 bianconero, la Vecchia Signora aveva contestato la tempistica: dal fallo di Lichtsteiner su Gomez al centro, infatti, sono passati 11 secondi. Troppi? Non per una delle cosidette ‘match-changing situation’, ovvero la necessità di controllare la regolarità di un gol nell’interezza della zona di attacco. Lo stesso dicasi per il mani di Petagna, che ha condotto al rigore parato da Berisha a Dybala: Damato “chiama” il fallo, Orsato ha dei dubbi e nasce il confronto, che ha poi confermato la decisione iniziale.

Chissà cosa hanno pensato del “guardalinee virtuale” dall’altra parte di Torino, quella granata. Al veronese Kean era stata inizialmente annullata la gioia del 2-1, poi “autorizzata” con la tecnologia. Scelta giusta? Con la bidimensionalità della tecnologia, la certezza assoluta è ancora un elemento non riscontrabile. È lì che la classe arbitrale è chiamata a intervenire: meno sollecitata, ma più preparata. Come il portiere di una grande squadra. Decisivo nelle poche occasioni nelle quali gli avversari, in questo caso i dubbi, bussano alla porta.

Una costante: le polemiche

Juventus e Napoli prime con 18 punti, Roma quarta, Inter ottava.  La situazione dopo sette turni nell’ultimo torneo di A senza VAR, edizione 2016/2017, era questa. Oggi troviamo il Napoli primo in solitaria a punteggio pieno, con i bianconeri a -2. A guadagnare sensibili posizioni è stata l’Inter, a quota 19 e in seconda posizione. Equilibri spostati, ma senza sconvolgimenti: a confermare che in campo ci vanno prima le forze dei calciatori e poi le altre componenti. Rispetto alla scorsa stagione, a indurre all’ottimismo è un dato: la media di errori evitati da inizio campionato ad oggi con VAR è di 3 a giornata. Numeri che proiettati sui 38 turni supererebbero quota 100.  Allora, forse, sarebbe il caso di concedere cinque mesi di rodaggio di qui a marzo, quando le partite “potrebbero durare quattro ore”. Ben consapevoli che non è questo il tipo di calcio chiesto dai vertici arbitrali.  Così come sanno che la perfezione non esiste.  Ma la si può avvicinare, cooperando: per cancellare le polemiche, cambiare sport. Con buona pace della tecnologia.

0 365

Ci sono giocatori destinati ad essere amati e odiati allo stesso modo, ad essere idoli dei tifosi e allo stesso tempo i principali bersagli quando le cose non vanno bene. Josip Ilicic da Prijedor è da sempre uno che fa parte di questa categoria: gambe interminabili, classe cristallina e mancino terrificante, ma rendimento da montagne russe. Periodi di anonimato assoluto seguiti da altri in cui è capace di segnare per diverse partite di fila, senza apparenti difficoltà. La genialità e l‘incostanza dello sloveno di origini bosniache sono quelle classiche dei fantasisti mancini, anche se in determinati momenti è sembrato che Ilicic potesse finalmente diventare anche un giocatore continuo. E quindi assolutamente incontenibile.

Alla fine però, per un motivo o per un altro, quando sembra che l’esplosione sia prossima succede sempre qualcosa che scombussola i piani. Infortuni, quella discontinuità quasi patologica, i pali colpiti (7 lo scorso anno a Firenze, roba da guinness dei primati) e Ilicic alla fine rimane sempre sospeso nel limbo di quelli che potrebbero essere delle stelle ma che non lo sono. Ora, sulla soglia dei 30 anni, inizia l’avventura con l’Atalanta dei miracoli. La società orobica ha fatto di tutto per portarlo a Bergamo, strappandolo alla Sampdoria quando già sembrava tutto fatto, proprio perché Gasperini (che lo conosce bene, avendolo allenato proprio a Palermo per un periodo) crede di poterlo recuperare in pieno inserendolo in un sistema di gioco che l’anno scorso ha esaltato giovani e meno giovani (Papu Gomez e Masiello su tutti).

ilicic gasperini

Arrivato a Palermo per 2 milioni di euro dopo aver fatto innamorare la dirigenza dei siciliani in un preliminare di Europa League (all’epoca Ilicic giocava nel Maribor) nella prima stagione in Italia, con accanto altri talenti come Pastore e Miccoli, Ilicic aveva fatto intravedere i numeri della stella. Da interno di centrocampo o da trequartista (il ruolo in cui forse si esprime meglio) ha mostrato numeri di alta scuola e in 39 presenze è riuscito a mettere a segno 8 gol totali. I tifosi lo amavano, la dirigenza lo apprezzava e la coppia con Javier Pastore era una delle migliori della Serie A. Le premesse sembravano ottime, ma già dall’anno successivo qualcosa si è inceppato. Con le cessioni di molti elementi importanti, tra cui proprio il trequartista argentino, Sirigu e Nocerino, il Palermo si era indebolito di molto e Ilicic, in un contesto di livello più basso, non è mai riuscito a caricarsi la squadra sulle spalle. La tripletta in Coppa Italia col Siena (prima nella storia per un giocatore del Palermo nella competizione) è l’unico picco di un’annata non proprio da ricordare.

Il terzo anno a Palermo (quello in cui incrocia Gasperini) è emblematico: la squadra retrocede e lui è il miglior marcatore con 10 reti in campionato, anche se la tendenza alla discontinuità di Ilicic tocca il punto massimo. Dalla 30ª alla 34ª giornata segna sempre, anche con la pubalgia, mentre in altre partite scompare. Le stagioni a Firenze, anche se diverse, ricordano il triennio palermitano nell’alternanza di rendimento: tra aspettative disattese al primo anno (2013-2014), polemiche (i fischi dei tifosi e la risposta col dito sulla bocca per zittirli nel 2014-2015), record di gol (13 in campionato, 15 totali) e amore dei tifosi riconquistato (nel 2015-2016) e il ritorno dell’Ilicic discontinuo (2016-2017, con il record di pali di cui abbiamo accennato in precedenza), alla fine rimangono più rimpianti che cose positive da ricordare.

Nel primo anno di Paulo Sousa lo sloveno ha toccato l’apice, mostrando anche una continuità di rendimento inedita. La partita dominata con l’Inter, a San Siro, con la Fiorentina in testa al campionato, è stato probabilmente il picco stagionale sia per la squadra che per Ilicic (che realizzò il primo gol su rigore e giocò una partita spaziale), un picco altissimo che per la Viola non è durato a lungo, mentre lo sloveno alla fine ha chiuso la miglior stagione della sua carriera

Quest’anno ci si aspettava il salto di qualità sia della squadra che dello sloveno, che non è mai arrivato, e l’affermazione di Chiesa e Bernardeschi in pianta stabile ha chiuso le porte a Ilicic, che un po’ alla volta ha perso il ruolo da protagonista e si è ritrovato ad essere una seconda scelta.

Dopo Palermo e Fiorentina, l’Atalanta per Ilicic può rappresentare il momento di svolta di tutta una carriera. La piazza è meno movimentata rispetto a Palermo e Firenze, le pressioni sono minori e la squadra è un blocco compatto, che gioca quasi a memoria, anche se diversi protagonisti dello scorso anno sono andati via. In più c’è l’Europa League da giocare, la competizione con cui Ilicic ha un feeling particolare fin dai tempi del Maribor.

Gasperini ha scommesso su di lui perché vuole recuperarlo sia fisicamente che mentalmente e farlo diventare quel giocatore devastante che si è intravisto solo in determinate occasioni. Se ci riuscirà, a Bergamo ci sarà da divertirsi anche quest’anno.

0 421

In 26 anni può succedere di tutto. 26 anni possono volare o sembrare lunghissimi, a seconda della prospettiva dalla quale li si osserva. L’ultima giornata di Serie A ha consegnato alle statistiche un traguardo storico per una squadra che in questa stagione ha offerto un calcio dinamico, a tratti spettacolare, che solo ha incantato tifosi e amanti del calcio. Parliamo ovviamente dell’Atalanta del presidente Percassi che è riuscita a strappare un pass per l’Europa League, la seconda più importante competizione europea. La Dea non calcava il palcoscenico europeo dal 1991, quando fu eliminata dalla Coppa Uefa per mano dell’Inter.

atalanta

L’Atalanta è sempre stata una felice realtà del nostro calcio. Dotata di uno dei settori giovanili più prolifici d’Italia, è da tempo fucina di ottimi giocatori. La svolta che ha permesso agli orobici di fare il salto di qualità è arrivata la scorsa estate con l’arrivo sulla panchina di Gian Piero Gasperini. È il tecnico di Grugliasco il vero artefice del “miracolo” atalantino. La sua grande esperienza, combinata con l’atmosfera serena dell’ambiente di una piazza come Bergamo, gli ha permesso di mettere su un gruppo compatto che si è rivelato una riuscitissima amalgama di giocatori più navigati, come Alejandro Gomez, Andrea Masiello e Etrit Berisha, e di giovani di belle speranze, come Andrea Conti, Mattia Caldara e Frank Kessié su tutti.

Una grossa mano al suo mister l’ha data sicuramente il capitano e numero 10, Alejandro Gomez, il Papu. Protagonista di una stagione eccellente, probabilmente la migliore della sua carriera, ha trascinato la banda di Gasperini, mettendo a segno ben 14 reti e 10 assist.

gasperini

Ora è il tempo dei festeggiamenti, e in pochi forse ricorderanno che ad inizio anno l’Atalanta stava vivendo un periodo molto negativo. Le quattro sconfitte in cinque partite con Lazio, Sampdoria, Cagliari e Palermo avevano messo in dubbio la guida tecnica di Gasperini e l’esonero appariva incombente. La squadra, però, si è compattata intorno al suo allenatore ribaltando la situazione.

kessie

Il campo ha parlato, adesso la palla passa alla società che, se vuole continuare a stupire, non solo deve blindare i suoi gioielli dagli assalti delle big, ma dovrà anche rinforzare la squadra per fronteggiare al meglio la sfida europea.

0 755

Uno prevede le sue marcature su Whatsapp, l’altro sta tornando ad essere quella macchina da gol che aveva conquistato le attenzioni dei top club europei ai tempi di Stoccarda. In comune hanno il cognome: Gomez. Da Alejandro “Papu”, re di Bergamo, a Mario, di nuovo…Super in quel di Wolfsburg, Bassa Sassonia, dove sono abituati a mettere la quarta. È stata domenica di triplette per i Gomez: uno ha affondato il Genoa a domicilio, l’altro ha permesso ai Lupi di rimontare il doppio svantaggio targato Bayer Leverkusen ed accarezzare sogni di vittoria, prima del definitivo 3-3 di Havertz.

Alejandro Gomez a segno in Genoa-Atalanta 0-2

Papu, galeotto fu Instagram

Su rigore, di rapina, di potenza. Contro il Genoa il Papu ha messo in mostra tutto il suo repertorio: a mettere la firma su un inequivocabile 0-5 e a ribadire un concetto. Questa è la sua stagione, prima ancora che la stagione dell’Atalanta: la Dea vive di una solida organizzazione tattica, conferitale da mister Gasperini, ma soprattutto dell’imprevedibilità e del cambio di passo che Gomez sa dare alla manovra. Doti alle quali va aggiunto…il vaticinio: su Whatsapp, con sua moglie, il numero 10 neroazzurro, aveva predetto il tris.

La signora Linda ha postato su Instagram una parte di una loro conversazione su Whatsapp: il Papu le aveva garantito divertimento, e così è stato. “Pallone a casa, e noi lo sapevamo già” la didascalia del post. Magic moment. In campo e fuori.

Gomez balla su Instagram

Estate di traslochi?

14 reti, record stagionale, 8 assist e il ruolo di epicentro nella rincorsa all’Europa dell’Atalanta. E sempre decisivo, perché ogni volta che segna o perfeziona un assist per i compagni l’Atalanta ha vinto, meno che contro l’Udinese. Amici, moglie e un tavolo da ping-pong nello spogliatoio dell’Atalanta: i segreti di Alejandro Gomez, 29enne di Buenos Aires, sono semplici. E pubblici: già, perché le sue Instagram Stories sono pane quotidiano per i tifosi, dell’Atalanta e non. E con il “gemello” Petagna, partner d’attacco nel 3-5-2 spurio di Gasperini, gli scherzi e gli sfottò sono all’ordine del giorno. Il pezzo forte della casa? Tagliare il campo da sinistra verso il centro per calciare con il suo piede migliore, il destro, preciso e potente insieme. Una carriera sviluppata in provincia, tra Catania e Bergamo: chissà se la prossima estate sarà quella giusta perché Alejandro “Papu” Gomez spicchi finalmente il volo verso una grande. Il cassetto dei rimpianti sembra non poterne contenere più: davanti gli sono già passati i treni Inter e Atletico Madrid, ma lui non ha dubbi. Cambierebbe solo per giocare.

Non mi sento inferiore a nessuno. Se uno mi compra, è per farmi giocare. Se non è quella la sua idea, gliela faccio cambiare. Non lo dico per superbia, ma perché mi fido di me e del mio gioco.

Mario Gomez

Mario è tornato Super

E per il Papu le emozioni potrebbero moltiplicarsi: già, perché alle voci di mercato si è aggiunta anche l’ipotesi di una chiamata in nazionale: non quella italiana allenata da Gianpiero Ventura, per la quale Gomez non è eleggibile avendo giocato con l’Under 20 argentina e non godendo di doppio passaporto, ma proprio la Seleccion, che si appresta a salutare il Ct Bauza dopo 8 panchine caratterizzate da un rendimento insufficiente.

A un Gomez in nazionale non hanno mai smesso di pensare invece in Germania: idea accantonata neppure dopo Euro 2016, kermesse giocata in chiaroscuro dal “Torero”, capace comunque di andare a segno 30 volte in 70 partite in carriera con la divisa della “Die Mannschaft”. E pensare che Mario, globetrotter del pallone (padre spagnolo di Albuñán, Andalusia, madre tedesca, cresciuto a Unlingen, in Svevia superiore) era arrivato a Wolfsburg tra mille interrogativi dopo l’esperienza in Turchia, con la maglia del Besiktas nonostante 26 centri e un titolo di campione nazionale in tasca: dubbi alimentati dal mal di gol manifestato in avvio di stagione, quando i tifosi lo avevano addirittura soprannominato ‘Chancentod‘ (“la morte delle palle gol”) a causa dell’assoluto digiuno da reti nelle prime sei partite disputate in Bundesliga. Ma all’orizzonte c’era il 2017, l’anno del riscatto. E Andries Jonker, tecnico del Wolfsburg dal 27 febbraio scorso, dopo l’esonero di Valérien Ismael.

Mario Gomez, tripletta

Gomez e Jonker, gol a prima vista

Dopo aver chiuso la prima parte di stagione con quattro reti all’attivo, Mario ha cambiato marcia nel girone di ritorno. A ridestarlo l’aria di…Monaco di Baviera: già, perché Jonker era stato il “secondo” di Luis van Gaal ai tempi del Bayern Monaco, maglia indossata da Gomez tra il 2009 e il 2012. Stagione 2010-2011, esonero di van Gaal a cinque giornate dal termine e nove centri dell’attaccante nel rush finale, con titolo di capocannoniere del torneo raggiunto a quota 28.

Alchimia ribadita alla Volkswagen-Arena: con Jonker in panchina, l’ex attaccante della Fiorentina ha trovato sei volte la via della rete nelle ultime quattro partite. Firmando gol pesanti:  dall’1-1 contro il Mainz ai due successi per 1-0 consecutivi contro Lipsia e Darmstadt, concludendo il filotto con la tripletta in 7 minuti in casa del Bayer Leverkusen, dove i padroni di casa avevano chiuso il primo tempo in vantaggio grazie alla rete di Bellarabi (40′) e avevano raddoppiato al 65′ con Volland. Qui si era scatenato SuperMario: tre reti tra l’80’ e l’87’, prima del definitivo 3-3. Altro che “Chancenmörder”, colui che si mangia i gol. Ora sono 12 in 25 partite: e chissà quanti ne riserverà la coda del torneo. Per la prossima estate, intanto, il cognome del calciomercato è già in copertina: chi, se non Gomez?