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Antonio Conte batte anche l’Arsenal e il suo Chelsea vola “nel blu dipinto di blu”. Da una stagione senza coppe al titolo? Scaramanticamente è meglio sorvolare, ma ora solo lui può perderla la Premier League. Ripercorrendo le tappe che hanno portato su questa panchina altri italiani, da Vialli ad Ancelotti, da Di Matteo a Ranieri. Gente che su questa panchina ha vinto. E mica poco.

Proprio Carletto Ancelotti, in Germania, sta lassù, con il suo Bayern Monaco, anche lui alla prima stagione sulla panchina bavarese. Magari qualcuno storce il naso perché Robben e compagni non la stanno dominando la Bundesliga, ma lui – Carletto – sa come si vincono i campionati. E uno l’ha portato a casa proprio da coach del Chelsea, nella stagione 2009/2010. Poi è andato in Francia e ha guidato la corazzata Paris Saint Germain a vincere la Ligue 1 (anno 2012/2013). Insomma, inglesi, francesi e tedeschi, arrendetevi: Italians do It better.

Gli allenatori italiani da esportazione ci fanno fare quasi sempre bella figura. Perché portano sapienza tattica, capacità pure di speculare un po’ sul risultato, difese più attente. Quello che spesso manca all’estero (esclusi pochi casi). Pensate che il pioniere è tale Mario Astorri: prima calciatore nell’Atalanta e nella Juventus, poi in Danimarca a insegnare football e a vincere ben due titoli: con l’Ab (1967) e con il Kb (nel 1974). Un’epoca in cui né giocatori né tecnici nostrani se ne andavano in giro a cercare fortuna.

È stata poi la volta di Giovanni Trapattoni: tre titoli in tre Paesi diversi. Un poliglotta calcistico, non linguistico. Le sue conferenze stampa in tedesco maccheronico hanno fatto ridere e hanno fatto epoca, ma intanto in campo il Bayern Monaco vinceva il titolo nel 1996/97. Di seguito Benfica (2004/2005), infine Salisburgo (2006/2007). E in Italia lo chiamavano vecchio e antiquato. Pari al Trap c’è Marcello Lippi, che dopo aver vinto tutto da questa parte del globo, Mondiale compreso, ha deciso di andarsene in Cina, guidando il Guangzhou Evergrande a fare tripletta (2012–2013 e 2014).

A proposito, siamo andati anche alla conquista della Spagna, come fossimo ancora i grandi navigatori di una volta. Fabio Capello ha vinto in una città difficile e snob come Madrid, sponda Real. E non una volta sola, oltre che non consecutivamente, ma in due cicli: il primo nel 1996/97, il secondo nel 2006/2007. Certo, dirà qualcuno, è facile vincere quando il tuo presidente spende senza limiti. Ma provateci voi a tornare dopo dieci anni senza essere una minestra riscaldata, ma un ottimo risotto (anzi, una paella).

Fabio Capello

In Italia non ha proprio trovato fortuna, invece, Walter Zenga. Aspettando una chiamata dall’Inter che mai è arrivata e, forse, mai arriverà, l’ex portierone è andato a est per diventare eroe. Prima in Romania, con la Steaua Bucarest (titolo vinto nel 2004/2005), poi in Serbia con la Stella Rossa Belgrado (2005/2006). Chi, invece, da noi faceva bel calcio ma non vinceva, ossia Luciano Spalletti, nella fredda Russia non ha avuto paura di confrontarsi con una lingua e un alfabeto così diversi. E lo Zenit ha fatto bis (2009/2010 e 2011/2012). Poi, vabbè, la saudade lo ha fatto tornare a Roma dove si può parlare come si mangia (“Famo lo stadio nuovo”), ma dove è la proprietà a essere straniera.

Andando a ritroso, troviamo Albertino Bigon campione in Svizzera con il Sion nel 1996/97 e Nevio Scala, l’architetto del miracolo Parma, che trionfa con lo Shakthar Donetsk, in Ucraina, nell’anno di grazia 2001/2002. Voi pensate che abbiamo vinto solo in campionati per così dire conosciuti? Affatto. Perché Beppe Dossena ha portato l’al-Ittihad a vincere un titolo in Libia nel 2002/2003, Mauro Bencivenga il Kf Tirana in Albania nel 2008/2009. E ancora: Salvatore Nobile gli ivoriani dell’Africa Sports nel 2008, Stefano Cusin ancora l’al-Ittihad nel 2008/2009. Danilo Pileggi ha vinto in Etiopia, nel 2011/2012, con il Saint-George. Ah, e c’è pure Marco Materazzi: un po’ in pantaloncini e maglietta, un po’ in giacca e cravatta, ha conquistato la Super League indiana con il Chennaiyin nel 2015.

Marco Materazzi

La rassegna dei nostri allenatori vincenti all’estero volge al termine, ma resta ancora da segnalare il successo di Andrea Mandorlini, in Romania con il Cluj nel 2009/2010. Altri due che hanno vinto in Inghilterra li abbiamo lasciati per ultimi perché meritano.

Roberto Mancini ha riportato la Premier League a Manchester, sponda City, in un drammatico 3-2 al Blackburn nell’ultima giornata del 2011/2012. Grazie pure a Mario Balotelli, che quell’anno sembrava finalmente essere sbocciato come uomo decisivo.

L’ultimo, anche in ordine di tempo, è un uomo che ha scritto una vera e propria favola, diventata libro, e che arriverà al cinema. Nessuno avrebbe scommesso una sterlina sul Leicester di Vardy, Mahrez e Kantè all’inizio del 2015/2016. Chi lo ha fatto, è diventato milionario. Nessuno, nemmeno in Italia, avrebbe scommesso su Claudio Ranieri, considerato uno dei migliori perdenti della storia. Lui che fa? Sbanca la Premier League, facendola sotto il naso a squadroni costruiti con l’unico obiettivo di vincere: altro che Mourinho, Wenger, Pochettino, i santoni della panchina si sono dovuti arrendere a Claudio Ranieri. E pazienza se ora pare addirittura vicino all’esonero. Quella pagina di storia non sarà mai cancellata da nessuno, come le immagini dei suoi ragazzi che festeggiano davanti alla tv. Italians do it better: arrendetevi.

Claudio Ranieri

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Hull, Leicester, Manchester United, Southampton, Everton, Middlesbrough, Tottenham, Man City, West Bromwich, Sunderland, Crystal Palace, Bournemouth e Stoke City. Stop. La corsa del Chelsea di Conte si è arrestata al White Hart Lane, dove ha lasciato 3 punti e un record a causa di un doppio Dele Alli. Si ferma a 13 successi di fila la cavalcata dei Blues, che così eguagliano ma non superano l’Arsenal nel calcolo delle vittorie consecutive conquistate in un campionato.

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Il record, comunque, sarebbe stato solo “nazionale”, perché in testa a questa speciale classifica, contando Liga, Bundesliga, Premier e Serie A, c’è il Bayern Monaco, con diciannove vittorie consecutive, stagione 2013-14. A seguire l’Inter, con 17 successi nel 2006-07, il Barcellona con 16 nel 2010-11, il Real con 15 nel 1960-61 e, sempre a quota 15, la Juve nella scorsa stagione.

Alla vigilia della gara con gli Spurs, Conte aveva predicato concentrazione e calma, ma solo per i tre punti: “Tredici vittorie di fila sono un risultato fantastico, ma preferisco che i miei giocatori pensino che sia importante vincere per i tre punti e non per continuare la striscia vincente”. In realtà, un po’ di sano narcisismo lo hanno tutti i grandi, quindi immaginiamo il suo gongolare nell’aver immaginato di entrare nell’almanacco del calcio inglese.

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Ma, almeno per questa volta, il record è rimandato. Il cammino dei Blues, comunque, resta straordinario: 49 punti in Premier e primo posto (anche se il Liverpool tallona): se continuasse su questa scia, a fine stagione potrebbe chiudere a più di 90 punti. Un risultato da pelle d’oca solo a pensarci.

Una grande stagione che conferma (dopo il miracolo di Ranieri con il suo Leicester) il buon rapporto tra il campionato inglese e i nostri tecnici.

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Le idee sono la base del nostro lavoro, ma poi bisogna tenere conto delle caratteristiche dei calciatori

Un manifesto programmatico, un credo calcistico, una ricetta (quasi) infallibile. Parole e musica di Antonio Conte, nuovo re di Londra con il suo Chelsea, ultima tappa di una carriera che, in una sorta di risiko calcistico, lo ha condotto a piazzare bandierine a Bari, Siena, quindi Torino sponda Juventus e infine su un’intera Nazione, portata a un passo dall’exploit agli ultimi Europei. Dall’azzurro Italia al blu Chelsea il passo è stato breve. Cromaticamente forse, ma non sul piano sportivo. Le difficoltà infatti non si sono fatte attendere, particolare – non da poco – che Conte ricorda spesso a quanti adesso lo incensano ed esaltano, come se l’approccio con la Premier League fosse stato una passeggiata di salute.

Non dobbiamo dimenticare che un mese e mezzo fa, dopo le sconfitte con Liverpool e Arsenal, il clima era cupo“, ha ribadito più volte in una recente intervista, ammiccando anche a chi gli ricordava che i bookmaker a ottobre avevano persino sospeso le quote relative a un suo possibile esonero. Proprio dall’orlo del baratro, però, è cominciata la grande risalita. Una crescita impressionante, favorita dal cambio di modulo e dalla scoperta di talenti sconosciuti, e in parte inattesi, a cominciare da quel Moses sottovalutato e ignorato persino da Mourinho. Il Chelsea lo aveva messo sotto contratto nel 2012, salvo poi mandarlo sempre in prestito – prima al Liverpool, poi allo Stoke City e infine al West Ham – senza dargli mai un’occasione. E adesso, invece, guai a toccarglielo. “Ha qualità importanti – se lo mangia con gli occhi Conte –Tecnica, forza fisica, capacità di coprire settanta metri di campo. Mi pare incredibile che uno come lui sia stato sottovalutato“.

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Proprio lui, insieme all’ex fiorentino Alonso, è stato una delle principali armi tattiche della transizione verso un modulo più congeniale. “La mia scelta di partenza era il 4-2-4 – ha raccontato ancora il tecnico salentino – Volevo riproporre lo stesso copione di Bari, Siena e dei primi tempi alla Juve. Poi siamo passati al 3-5-2 e alla fine siamo approdati al 3-4-3, perché è lo spartito migliore per questa squadra“. E le similitudini con la prima Juventus non finiscono qui. Anche con i bianconeri, dopo alcuni esperimenti poco convincenti, giunse alla difesa a tre; anche quella squadra era reduce da un settimo posto, non disputava le coppe, era disponibile per lavorare tutta la settimana e sul mercato non raccolse troppo, ripartendo da elementi da rivalutare, rilanciare e magari piazzare in zone di campo più adatte alle loro caratteristiche.

E i capolavori di Conte rispondono in particolare ai nomi di Hazard e Diego Costa. Il belga, trequartista dal talento sconfinato, non si è mai visto così determinato e determinante. Largo nel tridente d’attacco, con Pedro sulla corsia opposta (“Perfetto per il 3-4-3” è la definizione dello spagnolo fornita dall’allenatore), ha già realizzato sette gol in dodici presenze e distribuito assist come se piovesse, molti dei quali hanno armato il piede proprio di Costa, tornato sui livelli della prima stagione a Londra (20 reti) o di quella prima all’Atletico (27). Una rivalutazione incredibile che è anche nei numeri di squadra.

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Il Chelsea ha infilato 6 vittorie consecutive in quaranta giorni (11 complessive in campionato), ha realizzato 17 gol e non ne ha incassato nessuno, è sua la seconda migliore difesa del torneo dietro al Tottenham (9 gol al passivo contro 8) e anche l’attacco occupa la seconda piazza con 27 centri, alle spalle del Liverpool (quota 30). Numeri d’avanguardia che avvicinano nuovamente la squadra alla creatura bianconera del tecnico, che vinse lo scudetto in difesa e senza fenomeni in attacco. E se andasse allo stesso modo anche Oltremanica?

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È stato – o almeno è sembrato – a un passo dall’esonero Antonio Conte, lo scorso 24 settembre, quando il decano degli allenatori della Premier League, Arsene Wenger (da 20 anni sulla stessa panchina dei Gunners), ha rischiato di piazzare prematuramente una pietra tombale sulla sua esperienza oltre i confini italici. Tutta colpa di quel 3-0 inflitto dall’Arsenal e arrivato a margine di un periodo in cui i Blues avevano già pareggiato a sorpresa contro lo Swansea (2-2) del poi esonerato Guidolin e perso a Stamford Bridge col Liverpool (1-2) di Klopp.

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Un periodo buio, dal quale, però, il tecnico salentino ha saputo prontamente rialzarsi, proprio quando sembrava troppo tardi. E lo ha fatto da vero condottiero e grande allenatore, come del resto si era confermato in estate anche sulla panchina della Nazionale. Con le sue idee, il carattere, la sicurezza, il coraggio e la voglia di andare dritto per la sua strada evitando di snaturarsi. Come ha probabilmente fatto nelle prime giornate di Premier. Magari per conoscere meglio il materiale a disposizione, o forse per provare a entrare in punta di piedi in un ambiente e una realtà a lui sconosciuti e per certi versi diffidenti verso metodi nuovi e atteggiamenti sopra le righe.

Ma atteggiamenti morbidi e basso profilo non fanno per Conte. Al contrario. E così dopo le delusioni di un primo mese in altalena, ha gettato via la maschera mandando un segnale ai suoi e all’ambiente britannico: da adesso si fa come dico io, se cado lo farò in piedi, sbagliando con la mia testa. Risultato: squadra trasformata in men che non si dica e in pochi semplici passaggi. Primo: cambio di modulo con l’introduzione della difesa a tre. Secondo: lancio dei volti nuovi del mercato, a cominciare da Moses e Alonso (ma anche Kanté), rivelatisi chiave nella transizione verso il nuovo sistema. Terzo: conquista dei senatori del gruppo attraverso un fine lavoro psicologico (specie su Hazard, mai visto così concreto e leader), che non ha lesinato anche maniere forti e rimbrotti a brutto muso (e per informazioni chiedere a Diego Costa, o alle mura dello spogliatoio del Chelsea).

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In quaranta giorni la vita è così cambiata in un clic. La squadra ha sviluppato sicurezze e punti di riferimento poggiando su un reparto arretrato composto da Azpilicueta, Cahill e David Luiz; si è lasciata trasportare dalla vitalità e dalla corsa di Moses e Alonso; si è cementata attorno ai guardiani del faro Matic e Kanté; ed è esplosa grazie alla fantasia di Hazard e Pedro e ai muscoli di Costa, ritrovato su medie realizzative che non si vedevano ormai da tempo. Un cambio di paradigma che si è tradotto in quattro vittorie di fila – con la ciliegina del 4-0 inflitto al Manchester United di Mourinho – per undici gol realizzati, zero subiti e una distanza dalla vetta ridotta a un solo punto.

Conte è tornato, insomma. O forse non è mai andato via. E il 3-4-2-1 (o 3-4-3) che i Blues ormai mandano a memoria, variazione sul tema del 3-5-2 juventino o del 3-4-1-2 della Nazionale, si prepara a diventare ormai il suo marchio di fabbrica. Un marchio che è un’incoronazione. Come il 4-4-2 per Sacchi.

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Nella prossima Premier League si guarderà più alle conferenze stampa che alle partite. Le telecamere saranno in particolare per gli allenatori e non per i giocatori. Il motivo? Ben 80 titoli siederanno sulle gloriose (o meno gloriose) panche del Manchester City, del Manchester United, del Chelsea, del Watford, dello Swansea e del Leicester campione in carica. Tanta Italia in Inghilterra, come mai finora. Ma anche Josè Mourinho contro Pep Guardiola in un derby che si accenderà già prima del calcio d’inizio.

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Per dirla come lo ‘Special One’, il rumore dei nemici è già fortissimo adesso. Ci saranno Antonio Conte, Walter Mazzarri, Francesco Guidolin, Claudio Ranieri. E non è che il portoghese vada proprio d’accordo con questa sfilata di ‘maestri italici’. Senza dimenticare il già citato Guardiola, con cui le frecciatine e gli screzi erano all’ordine del giorno quando uno stava al Real Madrid e l’altro al Barcellona. E poi, non è che possiamo mettere da parte uno come Jurgen Klopp, personaggio che proprio non sa essere noioso.

Siete tutti pronti, allora? Partiamo in questo viaggio di panchina in panchina. Perché la Premier non la vincerà solo quello con la Ferrari, ma pure chi saprà usare bene il potere mediatico (e qui ci sentiamo di dare un punto in più, in partenza, proprio a Mourinho, chiamato a far risorgere lo United dopo l’epoca van Gaal).

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CONFERENZE STAMPA ‘SOLD OUT’

Avete prenotato un posto? No, non negli splendidi stadi inglesi, ma nelle sale stampa. Sì, perché già oggi c’è odore di ‘sold out’. E chissà che i bagarini non facciano affari pure qui. E i social li avete controllati? No, perché la guerra di nervi andrà in scena pure lì. E state orecchiando gli allenamenti dove Conte, quando avrà piena padronanza dell’inglese, striglierà probabilmente Terry e compagni come fece con la Juve che inseguiva il Milan?

Il calcio inglese era già quello più esportabile, in Asia, Stati Uniti ed Europa, naturalmente. Ora farà divertire, e non solo per le difese un po’ così. Chi vorrà perdersi i ‘Porqué’ del Mou che dovrebbero diventare ‘Why‘? E l’‘agghiacciande’ di contiana memoria come diventerà? Ranieri, con il titolo sul petto, non le manderà a dire a nessuno. E Guardiola, con il suo ‘tiki taka’, farà possesso palla pure davanti ai giornalisti?

IL PEDIGREE, L’ITALIA E I FLASH

Il pedigree da 80 titoli totali non mente: la Premier League sarà spettacolo, esperienza, competenza e forza. Se qualcuno volesse farci un film, la sceneggiatura sarebbe già scritta. C’è il saggio – Claudio Ranieri – c’è il veterano che non vince da tanto tempo – Arsene Wenger – c’è l’aggressore mediatico – Josè Mourinho – c’è il filosofo – Pep Guardiola – c’è il cavallo pazzo – Antonio Conte – ci sono le ‘comparse’, che però puntano a diventare protagonisti, da Francesco Guidolin a Walter Mazzarri.

Si contano 21 titoli per Mou e Pep, 17 per Wenger, cinque per Conte, Klopp e Ranieri. Poi c’è Manuel Pellegrini, che potrebbe accasarsi all’Everton, che di titoli in bacheca ne ha quattro. E vogliamo dimenticarci di Mauricio Pochettino, che ha sfiorato lo scorso anno la vittoria del campionato con il Tottenham, che non ha coppe in bacheca, ma che parte tra i favoriti? In Inghilterra, è considerato il miglior allenatore, sappiatelo. Ci fosse stato Rafa Benitez, che invece sarà in Championship con il Newcastle, avremmo sfiorato i 100 ‘tituli’ totali. Flash per loro, tanti. E poi, solo poi, per chi scenderà in campo.

ENGLAND, THE BEST

Gli inglesi lo possono dire forte: nessuno è come loro. E pazienza se le Coppe sono appannaggio delle spagnole. I club hanno investito sugli allenatori, hanno budget da favola pure per il mercato e torneranno a far paura. Liga, Serie A e Bundesliga guardano. E non possono fare altro. Le sterline hanno attirato gli allenatori come il miele fa con le api. In Spagna, il totale dei titoli è 21, in Italia siamo a 27, la Germania riempie gli stadi come pochi, ma non può fare gara con la Premier per la forza mediatica (se escludiamo Carlo Ancelotti, catapultato alla guida del Bayern Monaco).

MOU CONTRO PEP

Il cinema propone il filmone ‘Mou contro Pep’, che è un po’ come ‘Don Camillo e Peppone’. Da una parte il pragmatismo del portoghese, che ha vinto quando ha giocato peggio; dall’altro la filosofia del catalano, che ha costruito i suoi successi sul possesso palla, sull’aggressione dell’avversario, sul comando del match. A prima vista, potrebbe essere favorito Mourinho: conosce già la Premier e ha un gioco che meglio si adatta alla fisicità britannica. Ma Guardiola, in Germania, è riuscito a vincere (anche se non a convincere). E anche quello è calcio per ‘duri’ e non per ‘signorine’.

Forse anche per questo allo United hanno speso 13 milioni di euro annui per acchiappare Mou. Vogliono rivivere l’epopea di Alex Ferguson. Pensate che la compagnia aerea cinese ‘Hainan Airlines’ ha inserito la tratta Pechino – Manchester solo per assistere al derby dell’anno.

WENGER AL CANTO DEL CIGNO

A Londra, Wenger è all’ora o mai più, dopo 21 stagioni. I Gunners sono i migliori perdenti, titolo che non sta più tanto bene ai tifosi. Vero che l’Arsenal da anni non è più ‘boring’, ma il divertimento è fine a se stesso se alla fine porti a casa solo le bollicine. L’allenatore francese non vuole lasciare la Premier a mani vuote, perciò forse modificherà un po’ il suo credo per cercare quel titolo che vorrebbe dire andarsene facendosi rimpiangere.

GLI ITALIANI LO FANNO MEGLIO

Già, gli italiani lo fanno meglio. Il titolo – favola del Leicester è lì davanti a tutti, a confermarlo. Perché i nostri tecnici sanno unire la tattica al pragmatismo. Sanno cosa vuol dire difendere, a differenza di molti allenatori stranieri e della filosofia calcistica inglese. Quest’anno la pattuglia è di quelle temibili. Ma gli interrogativi non mancano. Antonio Conte, alla prima esperienza straniera, riuscirà a non far arrabbiare Abramovich in una piazza che è abituata ad avere ‘italians’ in panchina? Ranieri saprà ripetersi, anche se i bookmaker non ci credono? Che combineranno Guidolin e Mazzarri alla guida di formazioni che vengono dopo le grandi, ma che potrebbero stupire? Lo Swansea non ha pressioni, qualcuna in più il Watford, che appartiene alla famiglia Pozzo.

GLI ALTRI

Gli altri? Lasciando da parte gli inglesi, che però son pur sempre padroni di casa e non ci tengono ad apparecchiare la tavola per gli altri, standosene poi per tutta la stagione in cucina, ci sono i già citati Pellegrini, Klopp e Pochettino. Il primo all’Everton (se ci sarà la firma) è pronto al derby Sudamerica – Germania con Jurgen Klopp. L’argentino al City ha vinto meno di quello che ci si poteva attendere; il secondo è arrivato a campionato in corso, chiudendo ottavo e perdendo l’ennesima finale, di Europa League. Ma i tifosi di Anfield sono innamorati di lui, un altro che davanti ai giornalisti tiene benissimo la scena. Attenzione, però, anche alla possibilità che sia l’ex manager del Southampton, Ronald Koeman, a diventare l’allenatore dell’Everton. E anche in questo caso, sarebbe un bel derby con Klopp.

Pochettino ha divertito con il Tottenham ed è stato l’ultimo ad arrendersi a Vardy e Mahrez. La squadra c’è, il gioco anche, con l’esperienza dello scorso anno, gli Spurs possono essere la vera favorita dell’anno. Mettetevi comodi, allora, si parte!

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C‘è un che di disarmante e per certi versi desolante rassegnazione nelle parole proferite dal ct della Nazionale, Antonio Conte, nell’ultima conferenza stampa convocata per ufficializzare il suo addio subito dopo gli Europei di Francia. Il suo passaggio dall’azzurro-Italia al blues-Chelsea è già scritto (seppur non ufficializzato), ma al di là della sfumatura cromatica c’è molto di più a cui badare, specie alle nostre latitudini. Sì, perché se un orgoglioso e un carismatico del suo calibro ha scelto di mollare il colpo, di abbandonare la nave e di rinunciare all’impegno preso di trasformare certi costumi italici per far riscoprire la preminenza del bene comune (leggi “Nazionale”) rispetto agli interessi personali (leggi “presidenti di serie A”), la situazione deve far riflettere.

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Non è un addio al calcio italiano dove sono cresciuto – ha spiegato -, ma arriva un momento in cui devi capire quando sei incudine e quando sei martello, e se fai il c.t. sei incudine. Quello che mi è dispiaciuto di più è che qualsiasi cosa fatta è diventata per o contro Conte e non per la Nazionale. Ma la Nazionale è di tutti e non mia“. Parole emblematiche e che segnalano tutto il malessere per non aver potuto svolgere il suo ruolo a pieno. Un entusiasmo andato scemando e che si è dovuto scontrare con una realtà in cui ad ogni proposta, si trattasse di stage, raduni, o di una data più comoda per la finale di Coppa Italia, si è visto opporre un secco “niet” con il presidente della Federazione Carlo Tavecchio, impegnato nel difficile compito di barcamenarsi tra l’incudine e il martello…giusto per rimanere in tema.

Dopo la qualificazione agli Europei, sarà stata la gioia o aver visto il gruppo crescere – ha aggiunto Conte -, mi ero sentito pieno di soddisfazione e in quel momento ho valutato la possibilità di restare anche oltre il mio contratto che scade dopo gli Europei. Ma poi sono passati altri 4 mesi senza niente ed è stato durissimo. Non volevo fare altri due anni così… Qui sono felice ma so anche che farei molta fatica a stare così tanto tempo in garage. Nel garage senti il profumo della macchina, delle gomme, dell’olio del motore e non quello dell’erba, del campo“. Non servono grosse interpretazioni per intuire il senso di impotenza e l’impossibilità di valutare da vicino quei (pochi) nuovi elementi che il nostro campionato ha saputo mettere in mostra in una serie A più combattuta del solito.

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E così i vari Bernardeschi, Insigne, Rugani hanno dovuto attendere l’appuntamento ufficiale delle amichevoli con Spagna e Germania per raggiungere l’azzurro e provare a mettere in discussione le gerarchie del ct. Non deve meravigliare, dunque, se il toto-nomi per il dopo-Conte sia più che in alto mare. “Un ct è incudine – ha ribadito l’ex juventino -, lo è stato Prandelli prima di me e lo sarà anche il prossimo“. Una prospettiva che, unita al difficile percorso che attende l’Italia per la qualificazione ai prossimi Mondiali (girone di ferro e passaggio diretto solo per le prime) e alla consapevolezza di disporre di una rosa di uomini tra le più deboli della storia recente, non rende la panchina italiana un posto particolarmente ambito. E anziché riflettere su questo, in caso di spedizione a vuoto in Francia, molti sapranno solo atteggiarsi a esperti parlando di un ct distratto dal calciomercato del Chelsea.