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Ci piace credere che l’aver portato il Bayern Monaco alla conquista del titolo di Campione di Germania per la 27esima volta nella storia del club, abbia messo definitivamente a tacere tutti quelli che nutrivano ancora dubbi sulle grandi capacità di un allenatore del livello e della caratura di Carlo Ancelotti. Il tecnico emiliano, fresco di trionfo in Baviera, ha aggiunto un altro trofeo alla sua già impressionante bacheca. Col successo in terra tedesca, Carletto non solo ha vinto nei cinque principali campionati europei, ma è diventato l’allenatore più vincente del vecchio continente, potendo vantare ben 18 trofei.

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Valido regista di centrocampo, la sua stella da predestinato iniziò a brillare già da calciatore. Dopo gli esordi col Parma e l’ottima parentesi a Roma, sponda giallorossa, Ancelotti diventa pedina importantissima nel Milan di Arrigo Sacchi, mentore grazie al quale vincerà tutto quello che è possibile vincere.

Dopo aver appeso le scarpette al chiodo, nel 1992 inizia la sua carriera d’allenatore. Il battesimo avviene proprio come secondo di mister Sacchi, che all’epoca era il ct della Nazionale; poi arrivano le esperienze da allenatore di Reggiana prima e Parma poi. Dopo le brillanti prove in terra emiliana, ecco la chiamata della Juventus, che allena per più di due anni. Nonostante i 144 punti conquistati nei due campionati in cui è alla guida dei bianconeri, non riesce a vincere lo scudetto. Silurato dalla dirigenza torinese, il 5 novembre del 2001 gli viene chiesto di subentrare a Fatih Terim sulla panchina del Milan. Dopo aver chiuso quella stagione al quarto posto, l’anno successivo è già apoteosi. Il Milan infatti vince la Coppa Italia contro la Roma, ma soprattutto la sua sesta Champions League proprio contro la Juventus, il 28 maggio 2003. Sono 8 in totale i trofei alzati come allenatore del Milan, tra cui una seconda Champions League nel 2007 contro il Liverpool.

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Finita l’esperienza meneghina, Carlo Ancelotti decide di cambiare paese e stile di vita accettando la chiamata di Roman Abramovich, che lo vuole alla guida del suo Chelsea. Nel maggio del 2010 è il primo tecnico italiano a laurearsi campione d’Inghilterra. Coi Blues vince anche una FA Cup e il Community Shield. Dopo sei mesi senza panchina viene ingaggiato dal Paris Saint Germain, con il quale vince la Ligue 1 alla seconda stagione, dopo una prima avara di gioie. È il terzo titolo nazionale per il club parigino che arriva a 19 anni di distanza dall’ultimo.

Il 16 aprile del 2014 Ancelotti mette in bacheca il suo primo trofeo anche da allenatore del Real Madrid battendo 2-1, in finale di Coppa del Re, gli storici rivali del Barcellona; ma è ancora una volta in Europa che Carlo raccoglie i suoi successi più importanti e decisivi. Dopo 13 anni di frustrazioni ed ossessioni, il Real Madrid vince la agognatissima “Décima”, contro i cugini dell’Atletico. Seguono a ruota la vittoria della Supercoppa Europea e del Mondiale per Club.

Milan Campione d'Europa 2002-2003

Carlo Ancelotti ha vinto e convinto su tutte le panchine su cui si è seduto, facendo esprimere un calcio organizzato e tecnico alle sue squadre, e da tutti i suoi giocatori è ricordato sempre in maniera positiva. La figura del leader e dell’amico gentile convivono nella sua persona, rappresentando il suo asso nella manica in una carriera lunga e costellata di soddisfazioni. Chi ha ancora qualche dubbio, che si ricreda, perché questi numeri parlano da soli: è Carletto il re d’Europa.

 

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Il bello, in una storia che riguarda un allenatore, è che tutto è cominciato a causa di una panchina. Quella alla quale in verità Carlo Ancelotti era stato costretto da una contrattura al quadricipite femorale della coscia destra rimediata nei Mondiali del 1990, nel corso della gara d’esordio contro l’Austria. Si giocava in casa e la delusione era difficile da nascondere. Ma a 31 anni, con ancora due stagioni di rossonero dipinte in quel di Milano da vivere, Carletto – che solo dopo, in Spagna, sarebbe diventato Carlo Magno – sapeva già cosa avrebbe fatto “da grande”.

L’allenatore che gli avrebbe indicato la strada sarebbe stato un ‘certo’ Arrigo Sacchi,  che nel 1992 gli offrì il ruolo di vice nella Nazionale azzurra. Tre anni di praticantato, sufficienti per capire che un calciatore dall’intelligenza sopraffina, capace di gestire ritmi e muscoli in mediana, sarebbe diventato un allenatore con i fiocchi. Che oggi, a 22 anni dai primi passi alla guida della Reggiana, presa in mano dopo la retrocessione e riportata subito in serie A in un solo anno, è uno dei top manager del calcio mondiale. E sabato scorso ha festeggiato la sua millesima (!) panchina al desco della super-potenza Bayern Monaco: vittima sacrificale di turno, l’Amburgo, sconfitto con un eloquente 8-0.

Carlo Ancelotti, allenatore Parma

La via Emilia

Ma la Baviera è solo l’ultima (per ora) tappa di un viaggio denso e intenso, fatto sin qui di una Coppa Italia, due Champions League, due Supercoppe Europee e una Coppa del mondo per club vinte con il Milan; una doppietta Premier League-Fa Cup con il Chelsea; una Ligue 1 conquistata con il Psg; una Coppa del Re e la “decima” Champions League con il Real Madrid; una Supercoppa di Germania con il Bayern Monaco, panchina acquisita nella scorsa estate.

Condivide con Bob Paisley, allenatore del Liverpool, un record: ha vinto la Coppa dei Campioni/Champions League tre volte da allenatore (due volte con il Milan e una con il Real Madrid), e due volte da calciatore (sempre con il Milan). Ma non ha mai alzato i toni: sollevi il dito chi ricorda una conferenza stampa fuori luogo, un tweet da copertina o un post su Facebook che abbia suscitato un mare di polemiche a firma di Carlo Ancelotti. Fatica sprecata: perché l’unica ricetta che conosce è l’impegno, unito alla volontà di stupire. Come 20 anni fa con il Parma: nel 1996/97 c’era lui in sella alla squadra dei giovani Buffon e Cannavaro fino al secondo posto in classifica, tuttora record assoluto per il club emiliano.

Carlo Ancelotti, vittoria Champions

Da splendido secondo a vincente

“La chiave della mia carriera è legata alla prima finale di Coppa Campioni a Manchester contro la Juventus. Come dicono a Roma «lì abbiamo svoltato», fino a quel momento avevo conquistato tanti secondi posti, quella è stata la prima vittoria” ha svelato all’indomani dell’8-0 all’Amburgo. Un Ancelotti A.C. e un Carlo Magno D.C. Nessuna intenzione di propaganda religiosa, la C sta per…Champions League. Come un corso d’acqua, di quelli che attraversano la sua Reggiolo, centro di 9000 anime in provincia di Reggio Emilia ricco di minuto traffico fluviale (Crostolo, Bondeno, Po morto, Po maior), ha affrontato la coppa con le orecchie: e da allora l’ha sollevata ben tre volte.

La prima, contro la Juventus all’Old Trafford: piccola rivincita contro chi gli cantava che ‘Un maiale non può allenare’, il coro con il quale nel febbraio del 1999 viene accolto così dai tifosi bianconeri, con i quali il feeling non è mai sbocciato, fino a un addio consumato dopo un anno e mezzo e due secondi posti. 144 punti non gli bastarono per conquistare la fiducia, di ambiente e società: così, dopo esser rimasto senza panchina, il 5 novembre 2001 fu chiamato a sostituire in corso d’opera l’allenatore Fatih Terim sulla panchina del Milan. A fine stagione, giunge al quarto posto, aggiudicandosi la possibilità di partecipare ai preliminari di Champions League. Il resto è storia. Di tante vittorie e poche delusioni.

Carlo Ancelotti, applausi

Condottiero poliglotta

Traguardi tagliati in giro per l’Europa. Perché ad Ancelotti non sono mai piaciute le soste: ama la panchina, ma non sentirsi messo in disparte. Sospeso tra l’ostinata difesa dell’italianità e delle sue origini tattiche e la speranza nella classe altrui, tra l’atavico pregiudizio sullo straniero e il desiderio cosmopolita di progressismo. Ma sempre alla ricerca della “distinzione”. Da chi l’ha preceduto e da chi lo affronta. Non è un caso che il tecnico italiano si sia presentato in tedesco ai tifosi del Bayern Monaco.

Nel caso di Ancelotti non è una novità: da quando ha lasciato l’Italia – ultima stagione con il Milan nel 2009 – l’allenatore si è sempre sforzato di parlare nella lingua del club di appartenenza, fin dalla sua prima conferenza stampa. È successo dunque per il Chelsea, a cui è approdato nel 2009, per il Paris Saint Germain (2012) e per il Real Madrid (2013). Un messaggio chiaro: ho voluto la bicicletta, e ora pedalo. Spesso, però non da solo. Perché al suo fianco c’è Davide Ancelotti, suo figlio: Davide dà le indicazioni, usa il fischietto, tiene in mano i fogli dei compiti di giornata. A Parigi seguiva le giovanili, a Madrid collaborava nella preparazione atletica, a Monaco è diventato assistente ed è molto più sciolto con il tedesco rispetto al padre. Ha anche “rischiato” di diventare vice di Carletto quando Paul Clement ha salutato il Bayern, ma la società si è affidata a Hermann Gerland, già assistente di Louis van Gaal, Jupp Heynckes e Pep Guardiola. Il tecnico reggiolese, non ha mai amato parlare della sua vita privata, come accaduto in occasione del divorzio da sua moglie Luisa, ma per Davide fa volentieri un’eccezione: e chissà che un giorno Ancelotti jr, più ancora che il ruolo di vice, non possa puntare al posto di allenatore capo.

Carlo Ancelotti tra i tifosi

Italian Maestro

“Un ciclo al Bayern? Me lo auguro, qui mi trovo molto bene, sia con la città che con il club. Mi piacerebbe, anche se la vita degli allenatori non può essere lunga, basta guardare cosa è successo a Ranieri”. Dichiarazioni del weekend, intenti di una vita: se per William Shakespeare eravamo fatti della stessa sostanza dei sogni, Ancelotti è fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i bisogni. Quelli di sentirsi sempre vivo, rutilante: il successo è la sua apnea diurna, la ricerca del superamento del guinness personale una molla sulla quale darsi slancio giorno per giorno. Sempre in silenzio. E lontano dalle telecamere.

Non è una macchina perfetta, come ha dimostrato qualche giorno fa esibendo il medio a quel tifoso dell’Hertha che lo insultava e sputacchiava, ma i numeri parlano per lui: da giocatore, 468 partite, 16 stagioni, 3 squadre, 26 volte internazionale, 14 titoli, 42 gol, 57% di vittorie, mai un cartellino rosso. Da allenatore, 1000 panchine in 21 stagioni, 20 finali, 18 titoli, 1842 gol delle sue 8 squadre, 591 vittorie (59%). Il ragazzo di campagna è diventato un uomo acculturato. Ancora giovane – classe 1959 – eppure già saggio come un vecchio maestro. E per quanta strada ancora c’è da fare, amerà il finale. O meglio, la finale.

 

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Il Bayern Monaco festeggia il titolo nel 2015-2016.

Un dominio senza fine. Da quattro anni il Bayern Monaco ha spazzato via qualsiasi avversario dal campionato, la Bundesliga è diventata un torneo in cui si gioca dal secondo al diciottesimo posto. La cinquantaquattresima edizione della principale lega di fussball tedesco inizia con una domanda legittima: sarà possibile vedere una squadra diversa alzare il Meisterschale o anche quest’anno si assisterà a un trionfo bavarese? A giudicare dalle prime indicazioni l’impressione è che sia la seconda ipotesi quella più accreditata, perché i campioni in carica se possibile si sono ulteriormente rinforzati, ma alle loro spalle cominciano a intravedersi alcune pretendenti piuttosto agguerrite e chissà che non possano sorprendere.

Carlo Ancelotti e Karl-Heinz Rummenigge presentano Mats Hummels e Renato Sanches, i due principali acquisti del Bayern Monaco 2016-2017.

BAYERN PIGLIATUTTO

A pochi giorni dalla fine della stagione 2015-2016, lo scorso 10 maggio, il Bayern Monaco ha ufficializzato nella stessa mattina due acquisti di grido: il portoghese Renato Sanches, preso dal Benfica prima ancora che trionfasse agli Europei con la Nazionale, e soprattutto Mats Hummels, ripreso dal Borussia Dortmund dov’era diventato capitano e leader. Numericamente sostituiscono i ceduti Benatia e Götze, entrambi fuori dal progetto bavarese, ma assieme a loro è arrivato Carlo Ancelotti, che sostituisce Pep Guardiola e riparte dalla Germania dopo un anno sabbatico con l’obiettivo di riportare la Champions League sempre sfumata sotto il tecnico catalano, che in tre anni ha ottenuto altrettante semifinali. La squadra è una sorta di Dream Team calcistico, con Robert Lewandowski già in forma dopo un Europeo non proprio scintillante (tripletta in un tempo al Carl Zeiss Jena venerdì nel primo turno di DFB-Pokal, vinto 0-5) e Arturo Vidal reduce dal secondo trionfo continentale con il Cile, più l’ossatura portante della Germania campione del mondo 2014 (Manuel Neuer, Jérôme Boateng, Philipp Lahm e Thomas Müller) e tanti altri elementi di spicco come David Alaba, Xabi Alonso, Douglas Costa, Arjen Robben e Thiago Alcántara. Una squadra fortissima senza punti deboli (forse la più forte al mondo assieme al Barcellona) che vuole vincere tutto e farlo anche in grande stile.

Mario Götze

RITORNO A DORTMUND

Per un giocatore, l’ennesimo, che da Dortmund si sposta a Monaco (il Bayern da anni saccheggia le principali avversarie in campo nazionale, con l’obiettivo di far terra bruciata intorno) ce n’è uno che ha fatto il percorso inverso: si tratta di Mario Götze, che in Baviera non ha avuto fortuna ed è tornato dov’è diventato un grande giocatore per risollevare una carriera di fatto bloccata dalla finale del Maracanã. Per ora i tifosi non l’hanno ancora perdonato per il tradimento del 2013, ma il suo rientro riporta in alto le ambizioni della squadra di Thomas Tuchel, che ora si ritrova un trio di tutto rispetto con Marco Reus (rimasto nonostante tante richieste) e Pierre-Emerick Aubameyang. Il BVB non è al livello del Bayern, si è visto anche nella recente DFL-Supercup finita 0-2, ma può mettere in difficoltà i campioni con la sua velocità e il suo gioco, perso Mkhitaryan finito al Manchester United è arrivato il talentissimo Ousmane Dembélé dal Rennes, uno dei tanti giovani di grandi prospettive presi negli ultimi mesi (gli altri sono Raphaël Guerreiro, Emre Mor e Mikel Merino, che affiancano Julian Weigl e Christian Pulišić già presenti dalla scorsa stagione). Dietro il Bayern ci sono i gialloneri, che sanno già come sottrarre il titolo ai più blasonati avversari visto quanto accaduto nel 2011 e nel 2012.

La presentazione di Mario Gómez al Wolfsburg.

LE ALTRE

E se ci fosse un terzo incomodo? Il mercato tedesco, Bayern e Borussia a parte, non è stato così attivo, ma la possibilità di vedere una terza squadra che si aggiunge alle due big non è da escludere a priori. Il Bayer Leverkusen, terzo la scorsa stagione e quindi già ai gironi di Champions League, ha preso Kevin Volland per affiancare Javier Hernández (che salterà l’inizio del campionato per infortunio) e ha tenuto il fenomenale Hakan Çalhanoğlu, sacrificando il solo Christoph Kramer finito per 15 milioni al Borussia Mönchengladbach, che vuole evitare di ripetere il pessimo avvio di un anno fa e fare subito la voce grossa. Un gradino sotto il Wolfsburg, che riparte dopo un 2015-2016 altamente negativo da tanti volti nuovi (Jeffrey Bruma in difesa, Daniel Didavi e Jakub Błaszczykowski a centrocampo più l’ultimo innesto in attacco, ossia Mario Gómez di rientro in Germania dopo il flop di Firenze e il riscatto al Beşiktaş), mentre lo Schalke 04 punta tutto su Breel-Donald Embolo, anche perché Coke si è rotto il ginocchio in uno dei primi allenamenti. Si parte venerdì sera con l’anticipo Bayern Monaco-Werder Brema, i campioni in carica sono ancora i grandi favoriti per il primo posto, ma un torneo in crescita costante da anni non può certo essere già assegnato prima che inizi.

Ancora un trionfo per il Bayern o qualche squadra riuscirà ad alzare il Meisterschale?
Scopri le quote sul vincitore finale della Bundesliga!

La Roma in cui gioca Carlet­to è un capolavoro in divenire, ispirato dalla creatività del Barone Liedholm. Passato il primo attimo di sbandamento, normale in un ragazzo che ha radici solide nel mondo contadino e non è mai uscito da una realtà di provincia, il pragmatismo del ragazzo si fa
strada. Era stato il barone a volere a tutti i costi il gioiellino del Parma, ma non era il solo. Anche l’Inter, aveva adocchiato il ragazzo, tanto da vestirlo di nerazzurro per un’amichevole contro l’Hertha Berlino. Ma mentre a Mi­lano temporeggiano, la Roma va avanti. Trattativa estenuante, il presidente del Parma Ceresini e il Ds Borea vorrebbero portarsi il campioncino tra i cadetti, ma Viola dà carta bianca a Moggi che spara alto: valutazione un miliardo e mezzo, per l’appena ventenne Ancelotti. Nelle casse del Parma finiscono 750 milioni per la metà del cartellino. Sem­bra una follia, sarà un colpo vin­cente.
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Carletto ci mette meno di dodici mesi a en­trare nei meccanismi del gruppo, a farsi voler bene dai tifosi.
Lo spettacolo è completo quando dal Brasile atterra a Fiumicino il di­vino Falcao, che diventerà
presto l’ottavo re nei sogni della Capita­le. E i sogni, insieme a Pruzzo e Conti, a Vierchowod e allo
stes­so Ancelotti, li trasformerà in realtà nella stagione ’82-83, quando la squadra vincerà uno
scudetto storico dopo aver sfiora­to il successo nell’81 e chiuso al terzo posto il campionato ’81-82. Nel frattempo, Ancelotti si fa più forte anche attraverso l’esperienza del dolore. Il primo muro contro cui sbatte il ragazzo di Reggiolo si alza, gigantesco, il 25 ottobre dell’81.
Un contrasto con Casagrande, mediano della Fiorenti­na, gli provoca una distorsione al ginocchio destro, con interessa­mento dei legamenti. Finisce sot­to i ferri, avvia la fase di recupe­ro e nel gennaio dell’82, durante un allenamento, ripiomba nella trappola: di nuovo i legamenti crociati che saltano, altra opera­zione. Il Ct azzurro Bearzot, che sta allestendo la squadra per la memorabile spedizione di Spa­gna ’82, non può attender­lo. E Carlo, che aveva debuttato in Nazionale strabiliando nella finale di consolazione del Mundialito (subito in gol contro l’O­landa quel 6 maggio’81) perde una grande occasione. Che non ricapiterà mia più. O meglio, giocherà un grandissimo Mondiale ’90, ma non riuscirà ad alzare la coppa a causa di un’assurda semifinale persa al San Paolo contro Maradona.
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La sosta è interminabile, ma quando rientra Ancelotti è quello di prima, sem­mai più forte dentro.
Più equili­brato, se possibile. «Ero stato troppo fortunato: la Roma, la Nazionale, mi sembrava di
vivere dentro un sogno. Ora mi sono svegliato. E dimostrerò che sono tornato». Ci riesce. E
mette la sua firma e la sua impronta sul secondo scudetto della storia giallorossa. Si dice che gli infortuni allunghino la carriera, ma il credito di Ancelotti con la sorte è an­cora aperto. 4 dicembre 1983, c’è Juventus-Roma, sfida tra regine degli anni Ottanta, Ancelotti con­tro Cabrini è uno scontro tra campioni concreti e leali. La bot­ta è fortuita, l’esito disastroso: questa volta è saltato il ginocchio sinistro, la prospettiva è un altro anno d’inattività, se non di una carriera da chiudere anzitempo.
La Roma va in finale di Coppa dei Campioni senza Carletto. In una serata stregata, quasi quanto la carriera dell’Ancelotti giallorosso, il Liverpool vince ai rigori e apre una ferita profonda nel cuo­re del tifo. Ancelotti non molla, ma chissà che nella sua testa non sia balenato il pensiero “Chissà se mi ricapita l’occasione di giocare una finale di Coppa dei Campioni“. E in fondo la vita è tutta qui. In un’occasione persa e poi riconquistata, perché Carlo, da quel giorno, ne disputerà parecchie di finali, da giocatore e da allenatore.
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Intanto, dietro le quin­te, Ancelotti sta molto semplice­mente preparando l’ennnesima rinascita
personale. Alla faccia di chi non ci credeva, è di nuovo in campo nella stagione ’83-84, e da
protagonista. In panchina Sven Goran Eriksson ha preso il posto di Liedholm, in campo Carletto, che
comincia a fare da chioccia all’erede naturale, Giu­seppe Giannini, è il leader di sempre.
I giallorossi arrivano an­cora a un passo dal titolo nella stagione ’85-86, cadono contro il Lecce e
perdono il passo. Ancora un anno nella Capitale e arriva il momento de­gli addii.
Il presidente Viola pen­sa probabilmente di aver già spremuto il meglio dall’Ancelot­ti giocatore; a
Milano, sponda rossonera, c’è chi la vede diver­samente. Arrigo Sacchi chiede al Presidente Berlusconi di cedere il suo pupillo, Borghi, e comprare questo centrocampista cresciuto a pane e zona, l’unico in grado di poter entrare nei suoi meccanismi, tattici e mentali, senza alcuna difficoltà. Il vecchio guerriero diventa l’uomo nuovo del calcio totale sacchiano, il suo miglior interprete e il perfetto collante tra tecnico e squadra. E, una volta di più, rinasce. Nella semifinale di ritorno di Coppa dei Campioni, contro il Real Madrid favorito, è semplicemente maestoso, e segna un gol da antologia che sblocca un incontro che resterà negli annali del calcio. Il Milan vince 5-0 e si andrà prendere la coppa contro la Steaua.
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Dietro i successi del Milan olandese, ci sono un paio di cer­tezze tutte italiane. Lo confessa lo stesso
Sacchi, quando è in ve­na di confidenze. I pilastri della stagione della gloria si chiamano Franco
Baresi e Carlo Ancelotti. Ovviamente, la sorte continua ad accanirsi contro di lui: nell’88, dopo un campionato europeo vissuto da protagonista con la Nazionale di Vicini, si blocca di nuovo per l’asportazio­ne del menisco del ginocchio de­stro e salta l’appuntamento con le Olimpiadi di Seul. Un anno più tardi tocca al ginocchio sinistro, infortunatosi nel corso di Milan-Malines, quarti di finale della Coppa dei Campioni. Questa volta la sfortuna gli dà tregua: salta le semifinali ma fa in tempo a presentarsi in campo per la fi­nale vittoriosa contro il Benfica, a Vienna.
Carattere semplice, forte, temprato dalle sofferenze e votato al sacrificio: quello che occorre a una squadra che va di corsa. Ancelotti si immola con passione alla causa, non va in cerca di gloria personale, gioca per il collettivo, aggredisce l’avversario che porta avanti il pallo­ne: Sacchi confeziona le idee, Carletto le trasferisce sul campo e divulga il verbo in mezzo alla truppa.
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Continuerà a divulgarle come allenatore, in un’esperienza che unirà il Barone e Sacchi, ma anche Eriksson e Capello, trasformandolo di fatto in uno dei migliori al mondo, di certo il più vincente in Europa. All’alba della sua nuova avventura al Bayern Monaco chissà se si chiede ancora se gli ricapita di disputare una finale di Coppa dei Campioni.

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Rafa Benítez alla guida del Real Madrid.

Poco dopo le ore 20 di lunedì 4 gennaio è ufficialmente terminata l’avventura di Rafa Benítez come allenatore del Real Madrid, esonerato in una conferenza stampa convocata dal presidente Florentino Pérez che lo ha sostituito con Zinédine Zidane. Si chiude dopo appena sette mesi l’esperienza dell’ex allenatore del Napoli sulla panchina più rovente della storia del calcio, e come già successo all’Inter, nonostante sia rimasto poco tempo, ha lasciato macerie nello spogliatoio e malcontento diffuso fra i tifosi. Considerato questo nuovo fallimento forse bisognerebbe rivedere il giudizio su di lui e non ritenerlo più un grande allenatore.

Florentino Pérez con Zinédine Zidane, nuovo allenatore del Real Madrid.

DIECI ANNI D’INSUCCESSI

Il 25 maggio 2005 Rafa Benítez conquista in maniera rocambolesca la Champions League nella celebre finale di Istanbul fra Milan e Liverpool, che la sua squadra perdeva 3-0 all’intervallo e ha clamorosamente ripreso nel giro di sei minuti. Da lì in poi si può dire che il tecnico spagnolo abbia vissuto di rendita, venendo sempre ricordato per quell’exploit più che per il resto. Pur avendo allenato squadroni come Inter, Chelsea, Napoli e Real Madrid, spendendo oltre 500 milioni, non vince un campionato dalla stagione 2003-2004 (guidava il Valencia); si è limitato a qualche coppa nazionale, al Mondiale per club nel 2010 con l’Inter (quando tutti sapevano che sarebbe stato esonerato subito dopo) e l’Europa League con il Chelsea nel 2012-2013, anch’essa conquistata con molta fortuna visto che il gol decisivo arrivò nel recupero. Fuori da Liverpool le sue esperienze sono sempre state caratterizzate da grossi problemi di spogliatoio e da risultati sotto le aspettative, ma nonostante ciò ha goduto di un’infinita stima soprattutto da parte dei presidenti, che lo hanno scelto salvo poi pentirsene poco dopo.

La presentazione di Rafa Benítez al Napoli col presidente Aurelio De Laurentiis.

UN 2015 DA INCUBO

L’ultimo anno di Benítez è stato pieno di problemi e obiettivi non raggiunti. Dopo aver chiuso il 2014 vincendo la Supercoppa Italiana contro la Juventus si pensava che il suo Napoli potesse quantomeno arrivare nei primi tre posti e vincere l’Europa League, invece fra passi falsi imprevisti (zero vittorie in Serie A nel mese di marzo) ed errori arbitrali (la doppia sfida in semifinale col Dnipro) è crollato nel momento decisivo della stagione, con la gara del 31 maggio contro la Lazio, emblema dell’annata: sotto 0-2, poi 2-2 con rigore del vantaggio sbagliato da Gonzalo Higuaín e 2-4 finale che ha definitivamente sancito l’esclusione dalla Champions League, dove l’anno prima era stato eliminato ai play-off dall’Athletic Club.

Subito dopo ha avuto l’occasione di rifarsi al Real Madrid, ma le cose non sono andate meglio: avrà pure vinto diciassette volte in venticinque gare ufficiali, fra cui un 8-0 e un 10-2, ma ha perso 0-4 il Clásico col Barcellona, si è fatto eliminare in Copa del Rey per aver schierato un giocatore squalificato e ha litigato con mezza squadra. L’esonero dopo il 2-2 di Valencia è stato persino tardivo.

DIFFICOLTÀ A GESTIRE I CAMPIONI

Lo spogliatoio del Real Madrid non è certo l’ambiente più tranquillo del mondo, ma certo Benítez ha contribuito a gettare benzina sul fuoco aumentando i dissidi interni. Emblematiche due situazioni delle ultime ore: dopo il momentaneo 1-2 di Gareth Bale a Valencia l’intera squadra è andata a esultare in panchina ma ha evitato di festeggiare con l’allenatore; subito dopo l’esonero nessun giocatore ha dato il suo appoggio a Benítez, cosa che invece era successa dopo l’addio di Carlo Ancelotti, salutato con affetto da gran parte della rosa, Cristiano Ronaldo in primis. Gli scontri con i propri giocatori, che a Madrid sono stati ricorrenti e hanno riguardato le principali figure, si erano già visti all’Inter, dove aveva sostituito José Mourinho non senza polemiche (chiedere a Marco Materazzi, per fare un nome), e al Napoli, dove il presidente Aurelio De Laurentiis continua tuttora a criticarlo e a dire, fra le altre cose, di come Benítez non volesse uno come Higuaín. In Italia ha mostrato anche delle lacune tattiche, fossilizzandosi sul 4-2-3-1 come unico modulo ma senza raccogliere i risultati prefissati.

Rafa Benítez durante Valencia-Real Madrid del 3 gennaio 2016.

Adesso al Real Madrid toccherà a Zinédine Zidane, nell’ultimo anno e mezzo tecnico del Castilla, la seconda squadra. Zizou sarà pure stato uno dei migliori giocatori della storia nonché una leggenda del madridismo, però il passaggio a primo allenatore non potrà essere così semplice, e soprattutto è chiamato a correggere i danni fatti da Benítez, che lascia con quattro punti di distacco dall’Atlético Madrid capolista della Liga (e potenzialmente cinque dal Barcellona, che ha da recuperare una partita).

Ora però il Real Madrid non ha più alibi: dovesse fallire anche il francese la colpa principale non sarebbe tanto sua quanto di Florentino Pérez, che per quanto speso nei suoi anni di presidenza avrebbe dovuto dominare in Europa e invece viene costantemente battuto (e umiliato) dal Barça. E Benítez? Beh, dopo dieci anni mediocri forse sarebbe il caso di non riproporlo più ad alti livelli…

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Nell’economia europea, ma possiamo tranquillamente parlare di quella mondiale, ci sono due aziende che stupiscono per la gestione delle proprie risorse. Perché sono due esempi da tenere bene a mente, non necessariamente da imitare o seguire, di certo da esportare in altri contesti che non siano solo quello calcistico. Il Manchester City e, soprattutto, il Bayern Monaco hanno già scelto e presentato l’allenatore per la prossima stagione, eppure hanno ben in mente quali sono gli obiettivi di quella in corso. Immaginate che nell’azienda dove lavorate l’amministratore delegato, o il direttore finanziario, abbia già annunciato che a giugno andrà via. Cosa succederebbe? La risposta giusta è: dipende. Dipende soprattutto dai valori dell’azienda, dalla programmazione, da come ogni singolo dipendente percepisce, o meglio è portato a percepire, quella realtà.

Bayern-Guardiola

Si è sentito spesso, in questi giorni, dire che “in Italia non sarebbe possibile“. Probabilmente è vero, soprattutto nel mondo del calcio dove l’allenatore, sempre sulla graticola, ha al contempo una forte necessità di sentirsi continuamente legittimato dalla società e dagli stessi tifosi. In questo City e Bayern rappresentano un’eccellenza europea, e non solo perché scelgono il meglio (si dirà “semplice, con un budget illimitato“) ma perché pur lasciando carta bianca agli allenatori, chiedono agli stessi di sposare la filosofia del club. Che viene sempre e comunque prima. José Mourinho è un grandissimo allenatore, di sicuro un vincente, che ha messo però sempre sé stesso avanti al club. In molti casi lasciando dietro di sé squadre da rifondare, o spogliatoi pericolosi come polveriere. Inter, Real Madrid e Chelsea su tutti, e nel calcio moderno questo inizia ad essere un particolare non di poco conto.

Al Barcellona tutto questo non accade, e Guardiola è figlio di questa mentalità. Quella che ha lasciato in eredità Johann Cruijff, e che rappresenta la stella polare della società catalana. L’hanno inseguita Guardiola, Vilanova, Luis Enrique, lo stesso Rijkaard in tempi non sospetti. Chi ha provato a rivoluzionarla, facendo di testa sua, come Antic e Robson, non è stato amato, ed ha vinto meno di quanto avrebbe potuto (l’inglese aveva il miglior Ronaldo).

Al Bayern è diverso: non c’è stato un allenatore a tracciare la strada, anche se l’impronta di Van Gaal, ad un certo punto della storia del club, è stata molto più importante di quanto non dicano gli almanacchi. Ma questo Bayern è il prodotto dell’aziendalismo procedurale di Rummenigge e Beckenbauer, di una schiera di saggi del pallone che però hanno maturato, chissà dove (sarebbe materia di studio), competenze manageriali di altissimo livello. Tanto da essere venerati dalle banche, che solitamente quando sentono il parlare di squadre di calcio, scappano.

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Nessuna paura quindi ad annunciare un nuovo allenatore (Ancelotti) a novembre, il vecchio saprà comunque cosa fare. D’altronde la bravura di chi si occupa di risorse umane è anche capire cosa, in una negoziazione, conviene ad entrambe le parti. È il metodo Getting More di Stuart Diamond, quello utilizzato da Google: se a fine stagione ci separiamo e se lo vogliamo entrambi, potremo raggiungere risultati migliori: win-win. Questa riflessione, e non la banale scaramanzia, ha portato il Bayern sul tetto d’Europa nel 2013 con Heynckes. Questo linguaggio, che non piacerebbe ad altri allenatori, piace tantissimo a Pep Guardiola che è un inquieto e vive di cambiamenti, e attraverso i cambiamenti matura. Ha lasciato il Barcellona per la Germania, lascerà il Bayern per l’Inghilterra, non mi meraviglierebbe vederlo un giorno Presidente della Catalunya, perché questo è il suo DNA. Questo è Guardiola, un allenatore ancora giovanissimo, un uomo dai mille interessi, eppure straordinariamente focalizzato sul presente.

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Il suo futuro è al City. Altra storia, più recente, certamente affascinante. Roberto Mancini è stato il primo a portare un certo tipo di mentalità. Lui che qualche mese prima (era Marzo) aveva detto in conferenza stampa “penso sarà la mia ultima stagione all’Inter” e si era giocato il posto. Pellegrini ha ereditato una squadra forgiata e cresciuta, che certamente non vorrà perdere l’opportunità di rendere ancora una volta la vita difficile a Guardiola. Perché se dovesse ricominciare ancora da una Champions vinta, allora sì che la strada sarebbe in salita. Ma non è scaramanzia, è programmazione.

Carlo Ancelotti

E City e Bayern lo sanno così bene che tracceranno la strada. Anche perché potranno contare su risorse pronte e preparate. È finita l’epoca in cui un allenatore deve allenare. Da uomini così ci si aspetta leadership, impatto immediato sull’ambiente, una comunicazione dirompente. Guardiola avrà 6 mesi per affinare il suo già ottimo inglese, Ancelotti lo stesso tempo per studiare il tedesco, fare lezioni private, adattarsi ad uno stile di vita molto impegnativo per un italiano. Non è più tempo di improvvisare. Le società moderne vivono il presente programmando il futuro. Benvenuti nel 2016, in Germania e Inghilterra.