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Agli inizi degli anni 2000, se avessero chiesto a qualsiasi appassionato di calcio il nome di un grande portiere brasiliano, forse gli unici nomi fatti sarebbero stati quelli di Claudio Taffarel (visto anche dalle nostre parti e protagonista della vittoria dei verdeoro a Usa ’94) e di Gilmar (leggendario portiere del Brasile bicampione del mondo nel ’58 e nel ’62). Poi però qualcosa è cambiato e dal paese del futebol bailado sono arrivati alcuni dei portieri che hanno scritto la storia del calcio contemporaneo, italiano e internazionale.

Prima Nelson Dida, grande protagonista delle vittorie in Champions del Milan di Ancelotti, poi Julio Cesar, che sulla sponda nerazzurra dei navigli per diversi anni ha giganteggiato e ha rappresentato un baluardo quasi insuperabile per gli avversari. Anche a Roma si sono visti portieri brasiliani: Doni e Julio Sergio Bertagnoli (passato da terzo a primo portiere e diventato idolo dei tifosi romanisti grazie ad alcune prestazioni super nei diversi derby giocati contro la Lazio) hanno protetto i pali all’Olimpico, con fortune più o meno alterne. Oggi però, grazie all’intuizione avuta lo scorso anno da Walter Sabatini, la Roma può schierare un portiere che ha le stimmate del predestinato e che, per le qualità che sta mostrando, può ripercorrere la storia dei suoi migliori predecessori.

Alisson Becker è speciale, basta assistere a una partita qualsiasi della Roma per rendersene conto. Quella di domenica, proprio nello stadio che ha consacrato Julio Cesar, è stata probabilmente la serata della definitiva consacrazione del classe ’92 di Novo Hamburgo, una serata in cui ha mostrato tutte le qualità che rendono grande un portiere. Plasticità nei pali (il volo sul tiro di Icardi, toccato con la punta delle dita prima di finire sul palo, grazie a un tuffo esplosivo), sicurezza nelle uscite e anche capacità di gestire le situazioni più complicate senza mai dare l’impressione di essere in affanno (a pochi minuti dalla fine, su retropassaggio non perfetto di un compagno, salta Icardi che va in pressione con un dribbling degno di un grande libero).

Nella freddezza, nella capacità di non andare in difficoltà, Alisson mostra tutta la freddezza della sua parte tedesca (il cognome Becker non è casuale), che unita all’estro tipico di un brasiliano (con i piedi ci sa fare, eccome!) lo rendono un numero 1 con pochi eguali. Nei 2340 minuti giocati ha subito appena 21 reti, mantenendo la porta inviolata per ben 12 volte. La difesa della Roma è la migliore in Serie A dopo quella del Napoli, a pari merito con la Juventus, e lui è uno degli artefici principali di questo eccellente rendimento. I giallorossi, che lo scorso hanno ha mostrato più di una crepa nelle retrovie, quest’anno stanno dimostrando di aver ritrovato la compattezza difensiva, nonostante la cessione di Rudiger (e grazie alla difesa sono in zona Champions, visto che i numeri della fase offensiva sono notevolmente peggiorati) e il ruolo del portiere verdeoro in questo processo di miglioramento è stato fondamentale.

Se oggi Alisson è il portiere che tutti ammirano lo deve soprattutto a una testa da grande campione, prima che ai suoi pur notevoli mezzi. Dopo essere arrivato a luglio del 2016, anche un po’ in sordina, è rimasto tranquillo in panchina per tutta la stagione, accettando il ruolo di vice Szczesny in campionato e giocando solamente in Europa League e in Coppa Italia. Mai una polemica, mai un atteggiamento sbagliato o una parola fuori posto nei confronti di Spalletti, solo tanto lavoro e studio per imparare al meglio la nostra lingua (per guidare una difesa è importante saper comunicare, e lui lo ha capito presto).

Una specie di periodo di apprendistato (in questo la sua storia somiglia un po’ a quella di Julio Cesar, “parcheggiato” 6 mesi al Chievo per iniziare a prendere confidenza con il ruolo di portiere in Italia e mai sceso in campo con i gialloblu), in cui ha cercato di sfruttare al meglio la presenza in giallorosso di un preparatore top come Marco Savorani. L’ex Internacional è una spugna, cerca di apprendere al meglio. E pensare che, per sua stessa ammissione, da adolescente era piuttosto immaturo e con qualche chilo di troppo. Per diventare un professionista ha dovuto sudare, in tutti i sensi: “Sapevo che avrei dovuto lavorare sodo e perdere peso. Su una scala da 1 a 5, il mio livello di maturità era 1, e altri erano già 5, evoluti. Ho sofferto molto per la differenza fisica, gli altri portieri erano più forti. Ma sono cresciuto di 17 centimetri l’anno, ho perso molto peso, questo mi ha portato a guadagnare rispetto come portiere“.

A inizio stagone l’addio di Szczesny aveva creato qualche dubbio nei sostenitori giallorossi, visto il rendimento eccellente del portiere polacco nelle stagioni precedenti. Dubbi che poi sono scomparsi col passare dei mesi. Il punto di svolta per Alisson è stata probabilmente la partita dell’Olimpico contro l’Atletico Madrid del Cholo Simeone, nella quale è riuscito a parare qualsiasi cosa passasse dalle sue parti. Da lì in poi il portiere brasiliano ha sbagliato praticamente nulla, dimostrando di essere tra i numeri uno più affidabili in circolazione.

Le sue prestazioni stanno attirando l’interesse di tutti i grandi club europei, in particolare di PSG e Liverpool, ma per ora Monchi e la dirigenza giallorossa non hanno alcuna intenzione di cedere un giocatore con le sue qualità, ancora giovane e con ulteriori margini di miglioramento.

La Roma con lui è in buone mani, questo è certo.