Continua la settimana delle goleade e delle batoste epiche, nostro malgrado: la disfatta della Roma fa riflettere. Perdere in casa, seppur contro una delle squadre più forti del mondo, in quella maniera, non ci sta. Non ci sta dopo le polemiche di Torino. Non ci sta dopo le dichiarazioni di Totti e De Sanctis. Non ci sta dopo che Garcia afferma, senza paura di essere smentito, che questa Roma è pronta per lo scudetto. Soprattutto non ci sta perché se la nostra seconda miglior compagine (questo dice la classifica) imbarca in questo modo contro la miglior tedesca vuol dire che il divario da colmare è pressappoco inestimabile. Negli anni ’90, quando le squadre italiane dominavano la scena in Europa, non si vedevano gare così squilibrate nemmeno quando affrontavamo i ciprioti o i maltesi di turno. Oggi succede invece che non ci si stupisce più nemmeno di una goleada del genere, la seconda clamorosa, a livello europeo, nel giro di pochi giorni.

Southampton-Sunderland di sabato 18 ottobre è terminata 8 a 0 per i padroni di casa. Al netto della goleada sono molti di più gli spunti di riflessione che questa partita ha fornito. Due italiani contro: Graziano Pellè, due gol fatti, e Vito Mannone, otto gol presi, che ha chiesto al board del Sunderland di risarcire almeno la trasferta ai propri tifosi. C’è anche un dato geografico molto interessante: Southampton è all’estremo sud dell’Inghilterra, Sunderland all’estremo nordest, vicino Newcastle. Più di 100o chilometri, una discreta rivalità, sportiva si intende. Non va trascurato un interessantissimo dato economico: quest’estate i Saints hanno venduto Shaw, Chambers, Lovren, Lallana, Lambert e Osvaldo, incassando 120 milioni di euro e con 50 milioni di ricavi nella bilancia acquisti-cessioni oggi sono terzi in Premier League. Meglio di Arsenal, Tottenham, Manchester United ed Everton. Fourfourtwo, autorevole sito britannico di statistiche sul calcio, qualche settimana fa indicava i Saints come uno dei club europei da prendere a modello.

Il Southampton e il Bayern non si si sono risparmiati dopo il gol del 3 a 0. Hanno continuato a giocare e divertire, a segnare e far applaudire il pubblico. D’altronde, se le partite durano 90 minuti un motivo ci sarà. Nella storia del calcio non sono moltissime le partite finite con un risultato così largo, soprattutto a livello professionistico, eppure non è stato così difficile trovare 10 batoste epiche che, per un motivo o per un altro, ci ricordiamo meglio (grazie anche al prezioso apporto dei nostri fan). Con un occhio di riguardo ovviamente per il campionato italiano. Il criterio di valutazione è soggettivo, abbiamo cercato delle partite che offrissero anche spunti curiosi, al di là del risultato. Siamo pronti a condividere e ridiscutere le scelte con voi!

JUVENTUS-INTER 9-1

Sì, avete letto bene: il 10 giugno del 1961 in occasione di un recupero di Juventus-Inter dopo la conclusione del campionato, per protesta, il presidente nerazzurro Angelo Moratti ordina ad Herrera di schierare la squadra primavera, accusando la CAF di aver subito l’ingerenza del presidente federale.  La partita finisce 9-1 per la Juventus. Per i milanesi segna su rigore un promettente diciottenne: Sandro Mazzola, figlio dell’indimenticato Valentino e futura bandiera nerazzurra. Lui quella partita non se l’è dimenticata di certo, e il suo è stato il primo di una lunga serie di gol. Sarà pilastro fondamentale della Grande Inter di qualche anno dopo.

FOGGIA-MILAN 2-8

È l’ultima giornata di campionato 1991-92, il Milan è già campione d’Italia ed i rossoneri sono alla caccia del record di imbattibilità detenuto dal Perugia nel campionato della stella rossonera. La trasferta di Foggia non è la gara più agevole per mantenere lo zero nella casella delle sconfitte, la formazione di Zeman e del trio Rambaudi, Baiano e Signori è ben intenzionata ad interrompere la serie positiva dei rossoneri. E infatti i padroni di casa vanno in vantaggio per 2 a 0, salvo poi essere asfaltati da uno straordinario Van Basten che chiude il campionato a quota ventitré reti.  Zeman finisce comunque in trionfo e con una folle idea: cambiare tutti gli interpreti e tentare un nuovo miracolo con giocatori che vengono dalla C come Bresciani, Seno e Mandelli. Il miracolo, tanto per cambiare, gli riuscirà.

INTER-MILAN 0-6

L’11 maggio del 2001 l’Inter crolla nel derby: perde 6 a 0 con il Milan e cancella in novanta minuti tutti gli equivoci di una stagione disastrosa. Basta un piccolo Milan, allenato da Cesare Maldini, per mandare in frantumi i residui sogni nerazzurri. È il peggior ko della storia per Zanetti e compagni, nonché la peggior serata per Marco Tardelli, che lascia San Siro sotto i cori d’insulti dei tifosi. Proprio Zanetti, nella sua bellissima biografia “Giocare da uomo” racconterà di un Moratti furioso che chiede un colloquio ai giocatori. A detta di Zanetti, Tardelli non si siede dalla parte degli accusati (con i giocatori), ma da quella di Moratti, perdendo così (per sempre) le redini dello spogliatoio. Lo stesso Tardelli, racconta ancora Zanetti, diede il via libera alla cessione al Real Madrid quello che sarebbe diventato il capitano più vincente della storia nerazzurra. Fu Cuper, futuro allenatore interista, con una telefonata, a fermare quella cessione.

CREMONESE-BARI 7-1

Chi scrive tifa Bari, per cui perdonatemi un ricordo particolare che onora anche i tanti campionati in serie A della Cremonese di Luzzara. L’11 dicembre del 1995 Eugenio Fascetti riappare su una panchina dopo quarantacinque mesi trascorsi negli studi della Rai e inciampa in una domenica che lui stesso definisce “allucinante”. Ingaggiato dal Bari per rimpiazzare Beppe Materazzi il “mister” toscano si fa rifilare sette gol dalla Cremonese. “In quasi trent’anni di presidenza – dichiarerà Domenico Luzzara – non mi era mai capitato di assistere a un successo tanto sonante della Cremonese. Neppure quando eravamo in serie C“. Curiosità: Fascetti schiera per la prima volta nel ruolo di difensore (libero, per la precisione) il centrocampista portoghese Abel Xavier, incompreso nella sua stagione italiana. Cinque anni dopo, lo stesso Xavier, disputerà da terzino un grandissimo europeo e un paio di stagioni da protagonista al Liverpool.

MILAN-JUVENTUS 1-6

Un sfida impari va in scena a San Siro domenica 6 aprile 1997: il Milan è quello di Sacchi, ma non è il Milan di Sacchi. È una versione sbiadita della squadra che ha dominato il mondo qualche anno prima, un bis non riuscito, un tentativo malinconico di far rialzare una compagine che ha iniziato (male) il campionato con Tabarez. La Juventus invece è quella cinica e spietata di Lippi, quella che vincerà il ventiquattresimo scudetto. Mattatori di quella serata furono il centrocampista serbo Vladimir Jugovic e Christian Vieri, autori di una doppietta. A completare il trionfo bianconero ci pensarono Zinedine Zidane, su rigore, e Nicola Amoruso. Ai fischi di San Siro il telecronista milanista Carlo Pellegatti rispose in radiocronaca: “Non si critica la stirpe degli dei”, in riferimento a Maldini, Baresi, Desailly, Savicevic e compagni.

MANCHESTER UNITED-ROMA 7-1

Il 10 aprile del 2007 la Roma di Luciano Spalletti va a giocarsi il match di ritorno dei quarti di finale di Champions League carica di aspettative dopo aver eliminato il Lione e fermato i Red Devils all’Olimpico. La Roma illude nei primissimi minuti, ma è la serata dello United. Che va in vantaggio con una perla di Carrick, che segna un gol inusuale per i suoi piedi discreti, ma non certo nobili. La Roma sbanda, va in confusione. E il Manchester, cattivo, dilaga, aggredisce la preda ferita. Segna chiunque, nel Manchester, e in questa pinacoteca d’arte del pallone ci sta bene la gemma al volo di De Rossi su traversone di Totti. Vale il 6-1. Avrebbe meritato miglior vetrina. Splendida l’ironia dell’attore Valerio Mastandrea, tifosissimo giallorosso, che racconterà la sua delusione in un celebre monologo: “Nell’Albione perfida e a modello, cavalli mozzicanti invece che er manganello“. Non sarà l’ultima batosta europea con questo risultato…

BARCELLONA-REAL MADRID 5-0

Mourinho viene dal triplete con L’Inter e prende in mano il Real con un solo obiettivo: dimostrare a Guardiola di essere il più forte. Qualche mese prima, su quello stesso campo, il Camp Nou, ha compiuto quello che lui stesso definisce il suo più grande miracolo sportivo. Con l’Inter in 10 dal 20′ minuto, per una sceneggiata di Busquets, resiste agli assalti del Barcellona stringendo squadra e denti nel campo più lungo e largo del mondo, con i palleggiatori più forti del pianeta. Ma il 28 dicembre del 2010, Josè Mourinho, non può contare sullo stesso spirito di sacrificio di Lucio, Cordoba, Zanetti ed Eto’o. Il suo Real gioca con presunzione, si scioglie davanti alle prodezze di Messi, Pedro, Villa, Xavi e Iniesta. È la serata della manita di Piqué. E della rivincita di Guardiola. Lo special one, al Real, non è mai stato così special.

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INTER-SASSUOLO 7-0 (PER DUE)

Niente di clamoroso: una grande squadra (in crisi di identità) che batte sonoramente una provinciale, pur splendida realtà di questi anni. Se non fosse che la coincidenza si verifica due volte nel giro di 12 mesi, a campi invertiti. Prima al Mapei Stadium, nella stagione 2013/2014, poi a San Siro, nella stagione attualmente in corso. Due vittorie di Pirro, dal momento che a queste affermazioni non seguono altre prestazioni altrettanto convincenti. Se per la stagione appena conclusa abbiamo il supporto dei numeri, in questa siamo pronti ad essere smentiti da Mazzarri e dai suoi giocatori.

MANCHESTER UNITED-MANCHESTER CITY 1-6

Il cielo è blu sopra Manchester, ed è un fatto raro, in una città grigia che nelle notti di gloria di tinge più volentieri di rosso, come la maglia dei Red Devils, appunto. Ma Roberto Mancini ha finalmente in mano una squadra vera, una squadra che può giocarsi le sue chances e conquistare quel titolo che manca da troppo tempo. È il 23 ottobre del 2011, data storica per i Citizens. Finisce 6 a 1 con doppietta di Balotelli che mostra anche la famosissima maglia “Why Always me?” (Perché sempre io?). La stagione, una delle più emozionanti di sempre in Premier, si concluderà con il sorpasso del City proprio ai danni dello United all’ultimo minuto dell’ultima partita. È inutile, a Roberto Mancini le cose semplici non sono mai piaciute, in fondo c’è più gusto a vincere così.

BRASILE-GERMANIA 1-7

Gli almanacchi raccontano che si tratta della più grande umiliazione per la nazionale brasiliana. È l’8 luglio del 2014, tra i verdeoro mancano Neymar e Thiago Silva. Sono due assenze pesantissime, ma nessuno si aspetta di vedere la Germania, che gioca con una divisa a strisce orizzontali rosse e nere che ricorda quella del Flamengo, passeggiare sui resti delle illusioni di un successo dato per scontato. Vero, il Brasile durante il Mondiale non ha brillato come ci si aspettava, ma vederlo crollare sotto il colpi tedeschi come un pugile suonato rende questa una delle semifinali più squilibrate di sempre. Nessuno getta la spugna, e così, dal 20′ in poi si assiste al pianto a dirotto dei brasiliani sugli spalti. Ogni gol una smorfia di Julio Cesar, eroe solo qualche giorno prima. Ogni gol una pugnalata (metaforica) al cuore. Ogni gol un pianto, una carezza di padre ad un figlio, una preghiera verso il cielo. Fa che sia l’ultimo.

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