Hi Paolo, I’m Alex Ferguson
Ma và…

Deve essere andata più o meno così quella sera di Natale, come raccontato dallo stesso Paolo Di Canio, quando nientemeno che Sir Alex Ferguson lo chiamò per fargli gli auguri e dichiarargli senza troppe indecisioni che lo avrebbe visto bene nel suo Manchester United. Paolo pensava si trattasse di uno scherzo, di qualche amico con molta fantasia e tanta voglia di giocare. E invece no, Sir Alex stava cercando proprio lui. Dopo essersi chiariti – l’italiano Ferguson non lo capisce – la risposta del giocatore del Quarticciolo, zona della periferia romana, fu piuttosto decisa:

No Sir, io sono un tifoso del West Ham, non potrei mai cambiare squadra.”

Paolo Di Canio: un uomo ancor prima di un giocatore che ha sempre messo al primo posto il suo codice morale. Il suo essere signore in un calcio troppo virile e poco galante. Lo hanno scoperto i supporter del West Ham e quelli dell’Everton, nel 2000, quando a pochi secondi dalla fine della partita, con il risultato fermo sull’1-1, blocca con le mani il pallone crossato dal compagno Sinclair che gli avrebbe regalato un goal vittoria, per sincerarsi delle condizioni del portiere avversario. Infortunatosi poco prima.

Un uomo sopra le righe: “Di destra sì, razzista no“. Testa rasata, tatuaggi che mettono in bella mostra la sua romanità e tanta voglia di spaccare il mondo con un calcio al pallone.

La carriera di Di Canio inizia a metà degli anni ’80, quando dalle giovanili della Lazio viene mandato in prestito alla Ternana dove incontra tra i tanti un certo Vincenzo D’Amico, ma è solamente dopo il ritorno alla Lazio e con il successivo inserimento i prima squadra che comincerà a dimostrare veramente il suo valore.
15 gennaio 1989, una Lazio che veniva da altalenanti anni di Serie A e Serie B si trova davanti la Roma di Voeller, Conti e Giannini.

Se segno sotto la Sud gli vado ad esultare sotto con il dito alzato, proprio come ha fatto Chinaglia“.

Palla che sfila dentro l’area giallorossa su un cross ormai perso, da dietro Paolo Di Canio che insacca la palla in rete e che con il dito puntato verso la Curva Sud corre a sfidare l’intera tifoseria romanista. Come fece Chinaglia nel ’74. Un altro che di certo non si faceva parlare dietro. Paolo è questo, un Ultras tra gli undici titolari. Passa alla Juve, dove Maifredi può contare su una batteria di attaccanti fortissimi: Di Canio, Casiraghi, Baggio e Schillaci. Si parla di calcio champagne, non ci si qualifica nemmeno per la Coppa Uefa. Trapattoni non lo vede di buon occhio e così Paolo passa, per una stagione, al Napoli di Marcello Lippi.

Con i partenopei mette a segno cinque reti e si toglie la soddisfazione di far impazzire la difesa del Milan Campione d’Italia con Panucci che probabilmente si sta ancora chiedendo dove sia passato quel pallone. Portiere spiazzato sul primo palo, San Paolo in delirio e Di Canio ancora sotto la Curva. La sua, questa volta, a prendersi gli abbracci di un intero stadio.

L’amore con i tifosi del Napoli scatta, definitivamente, all’ultima giornata. Si gioca a Foggia e la partita vale la qualificazione in Europa. Lo stadio è strapieno, i satanelli ci credono. Attaccano, come farebbe una squadra di Zeman. Il Napoli di Lippi tiene, arretra e riparte. Aspetta un errore che arriva a pochi minuti dalla fine. È del portiere Bacchin che si fa anticipare da Di Canio su un retropassaggio. Gol, Europa, Amore. Poi Lippi va alla Juve, Di Canio segue altre strade.

Una breve parentesi al Milan: Capello piuttosto che prendere goal da lui preferì averlo in squadra. Non sarà un idillio, né un’esperienza indimenticabile, ma Di Canio dirà di aver imparato molto, quasi tutto da Fabio Capello: “Il mio modo di gestire la squadra è simile a quello di Fabio Capello. Mi ha insegnato un concetto: non amatemi, ma seguitemi. Molti giocatori non mi amano, ma sono contenti di lavorare con me“. Con i rossoneri le cose non vanno bene: non c’è nulla di male a constatare che ci sono giocatori che non sopportano le regole troppo rigide, il collettivo che viene sempre prima, specialmente quando sei abituato ad essere una primadonna.

Con l’Italia chiude e vola oltremanica, luogo ideale per far emergere il suo animo british. Celtic prima e Sheffield dopo. Stagioni ricche di goal ed eccessi. Come la squalifica per aver spintonato un arbitro. La svolta arriva però con l’approdo a Londra, sponda West Ham, dove diventa un vero idolo per tutto il popolo Hammer. Vince il premio Fair Play per il gesto contro l’Everton (la vita è strana, a volte) e viene eletto nella stessa stagione giocatore dell’anno della squadra. Fino al ritorno al suo primo amore: 6 gennaio 2005, Paolo è tornato alla Lazio, la sua Lazio. Derby contro la Roma. Risultato ancora imballato sullo 0-0 quando Liverani con un lancio a scavalcare la difesa mette Di Canio in condizione di battere Pellizzoli. Tiro di destro al volo, e goal. Ancora una volta sotto la curva Sud: “Io, sono stato io, sono stato ancora io

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