Niente come lo sport riesce a raccontare storie di riscatto sociale e disegna metafore di vita, talmente efficaci e incisive da restare impresse quasi senza volerlo nella mente degli appassionati e non solo. Ci scuserete l’introduzione, parecchio retorica ne conveniamo, ma con il rischio di continuare a rasentarla o a sguazzarci allegramente, oggi vogliamo parlarvi di Jimmy Butler: un nome che forse dirà poco al grande pubblico, ma siamo certi che non sarà a lungo così. Almeno dopo l’ultima impresa messa a segno da questo ragazzo del Texas (è originario di Tomball, un sobborgo di Houston), di 26 anni, dotato di una forza di volontà da fare invida a chiunque.

Jimmy, dicevamo, è un giocatore dei Chicago Bulls, storica franchigia Nba, il campionato professionistico americano, nota anche ai non amanti del basket per aver goduto a lungo delle magie di un certo Michael Jordan. MJ, il più grande giocatore di tutti i tempi, è un nome che non citiamo a caso, proprio perché Butler nell’ultima settimana è riuscito a battere un record che gli è appartenuto per circa 27 anni. Pensate, non era ancora nato Jimmy, quando il numero 23 in maglia Bulls, il 16 febbraio del 1989 (il ragazzo sarebbe nato il 14 settembre successivo) metteva a segno contro i Milwaukee Bucks 39 punti nel solo secondo tempo. Un’impresa senza precedenti, una magia, una partita da fenomeno, come ne ha collezionate tante.

Eppure Jordan, dopo la notte dello scorso 3 gennaio, dovrà farsene una ragione: c’è un altro nome che gli statistici della Lega hanno trascritto, al suo posto, alla voce “maggior numero di punti realizzati in un tempo”. Quello di Butler appunto. Il ragazzo formatosi all’università di Marquette ne ha realizzati 40 trascinando la sua squadra alla vittoria in rimonta sui Toronto Raptors, in completa trance agonistica. Una notte magica che ha rappresentato una sorta di ciliegina in un periodo molto positivo per Butler che, complice l’infortunio di Rose, si è preso sulle spalle la squadra viaggiando a una media di 30.5 punti ad uscita. L’impresa, tuttavia, ha permesso non solo di far conoscere il ragazzo al grande pubblico, ma soprattutto di portare alla luce la sua storia personale.

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Jimmy, infatti, non ha una storia semplice alle spalle. A 13 anni si è trovato a vivere in mezzo a una strada, ma non per particolari ragioni di povertà o degrado (anche se di soldi in tasca non ne aveva), semplicemente – si fa per dire – perché un giorno sua madre gli ha urlato: “I don’t like the look of you. You gotta go“. “Non mi piace la tua faccia, devi andartene” e il ragazzo, suo malgrado, si è adeguato. Per circa quattro anni si è appoggiato da amici e compagni di scuola, ma non sono mancate le notti in cui è stato costretto a dormire all’addiaccio. Almeno fino a quando, a 17 anni, non ha incontrato quello che sarebbe diventato il suo migliore amico, Jordan Leslie. Tutto comincia da un incontro in un playground, poi un invito a casa per giocare ai videogame, quindi la disponibilità della mamma di Jordan, Michelle Lambert, a ospitarlo a casa per qualche notte che diventano settimane, poi mesi. Fino a quando la donna non acconsente a prendersi cura anche di Jimmy, insieme agli altri sette figli.

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Ed è lì che ricomincia la storia di Butler, anzi a dirla tutta prosegue con la stessa caparbietà di sempre, ma con l’aggiunta di un tetto stabile sulla testa e di una famiglia premurosa. La guardia ha un unico pallino in testa: giocare a basket, continuare a migliorarsi stagione dopo stagione e approdare in Nba. Ogni momento a sua disposizione è un momento buono da trascorrere in palestra, lavorare sui propri limiti, fissare nuovi obiettivi. Nel 2011 così il suo sogno si realizza: al draft Nba Chicago lo chiama alla fine del primo giro con il numero 30. La scalata è solo all’inizio e la selezione è solo un punto di partenza e non di arrivo per un lavoratore del suo calibro.

Dei suoi miglioramenti, però, cominciano ad accorgersene anche gli altri e così lo scorso anno gli arriva il riconoscimento di Most Improved Player (giocatore “più migliorato”), un attestato per certi versi superiore a quello più accreditato di MVP (Most Valuable Player). E siamo solo all’inizio: Jimmy “the worker” ha ancora fame.

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