Questa è la storia di un bambino e di un pallone di cuoio. Quel bambino si chiama Siniša e quel pallone lo ha ricevuto in regalo da suo padre. A Borovo, il suo paese, ogni pomeriggio Siniša prende quel pallone e calcia verso la saracinesca del suo garage. Prende la rincorsa, colpisce il pallone con il suo piede sinistro e il pallone sbatte rumorosamente nella porta a forma di saracinesca. Continua per ore, senza mai stancarsi nonostante le lamentele del suo povero vicino che invece avrebbe solo voluto riposare dopo una stancante giornata di lavoro. “Guarda se un giorno non diventi calciatore io non so cosa ti combino”, diceva così il vicino, ogni volta che incontrava quel bambino.

Quel bambino cresce continuando a calciare quel pallone e si avvicina al mondo del calcio, quello serio, per un semplice motivo: ama calciare le punizioni. Si, perché a Siniša in realtà non piace molto il calcio ma preferisce la pallacanestro. Sarà stato l’amore per i calci piazzati, la paura per le parole del vicino o la sua forte tenacia ma il piccolo bambino di Borovo diventa davvero calciatore. Un calciatore che ha fatto di quella rincorsa e di quel tiro mancino un marchio di fabbrica. Siniša è il suo nome e Mihajlovic il suo cognome.

Passano gli anni e quel bambino diventa prima ragazzo e poi uomo. Da ragazzo, alla Stella Rossa, conquista prima a Bari la Coppa dei Campioni contro il Marsiglia e poi la Coppa Intercontinentale contro il Colo Colo. Una squadra, quella Stella Rossa, fatta di ragazzi che poi sarebbero diventati fenomeni dall’altra parte dell’Adriatico: Jugovic, Prosinečki, Savicevic e Mihajlovic tra tutti. Si perché quel ragazzo ancora non lo sa ma diventerà uno dei più forti difensori della storia del calcio. Non lo sa semplicemente perché deve ancora incontrare una persona speciale che segnerà per sempre la sua carriera.

Il 1992 è l’anno in cui arriva il momento di abbandonare il suo paese. In Jugoslavia non è un bel periodo, si è nel mezzo di una guerra etnica che vedrà poi nascere la Serbia, nazione a cui si legherà Siniša, e il grande calcio è dall’altra parte dell’Adriatico: in Italia. Siniša e l’Italia si rincontrano a Roma, sponda giallorossa. L’esperienza romana non è esaltante e dura solo due stagioni.

Credits: Ansa/Luca Zennaro

Nel 1994 infatti, Mihajlovic, si trasferisce a Genova, alla Sampdoria ed è qui che incontra quella famosa persona speciale: Sven-Göran Eriksson. Il tecnico svedese durante una partita di Coppa Italia, il 25 ottobre del 1995, ha un’intuizione e decide di spostare Mihajlovic come difensore centrale al posto dell’espulso Franceschetti. Senso della posizione, ottime doti difensive e capacità di lancio fuori dal normale, trasformano Siniša da buon centrocampista a ottimo difensore. Alla Sampdoria saranno 128 le presenze e 15 le reti dal 1994 al 1998.

Quando Eriksson va via dalla Sampdoria e si trasferisce alla Lazio di Cragnotti chiede una semplice cosa: “Prendimi Mancini, Mihajlovic e Veron e vinciamo lo scudetto”. Il patron laziale lo ascolta e prende prima Mancini nel 1997, poi Mihajlovic nel 1998 e poi Veron nel 1999. Detto fatto e la profezia del tecnico svedese di avvera nel 1999-2000 con lo scudetto cucito sulle maglie della Lazio. Quella di Eriksson e Cragnotti è una Lazio stellare: Mihajlovic, Nesta, Simeone, Nedved, Veron, Almeyda, Stankovic, Salas, Coincencao, Sensini, Couto ecc…capace di vincere solo una Coppa delle Coppe, uno scudetto, tre coppe Italia, una Supercoppa Europea e una italiana.

Siniša Mihahlovic: il bambino col pallone di cuoio

Durante la sua esperienza con i biancocelesti, Siniša stabilisce un particolare record. Il 13 dicembre 1998 all’Olimpico il serbo realizza una tripletta con tre calci di punizione. Ma il destino a volte è strano perché proprio quella domenica, a raccogliere inerme il pallone dalla propria porta per tre volte, è un portiere che conosce perfettamente i tiri di Mihajlovic. Il numero uno avversario è Fabrizio Ferron, ed è l’estremo difensore della Sampdoria, compagno di squadra del laziale nelle due stagioni precedenti in maglia blucerchiata. La Lazio supererà la Sampdoria per 5-2 con Stankovic, Salas e la doppietta di Palmieri per i blucerchiati a completare il tabellino dei marcatori.

Durante la sua carriera italiana saranno 28 le volte che Siniša Mihajlovic trasformerà in rete un calcio di punizione, record raggiunto solo da Andrea Pirlo nella passata stagione. Il serbo ha segnato una rete con la Roma, 11 con la Sampdoria, 10 con la Lazio e 6 con l’Inter. 28 volte in cui ha eseguito a memoria lo stesso movimento alla perfezione: solita rincorsa, sguardo fisso sul portiere, l’ultimo passo decisivo per capire dove calciare e poi quel mancino educatissimo ma allo stesso tempo letale. Di precisione, di potenza, con le tre dita, all’incrocio, sul palo del portiere. 28 modi per stupire il mondo e diventare addirittura oggetto di studi da parte di alcuni ricercatori del Dipartimento di Fisica dell’Università di Belgrado che misurarono, ai tempi della Stella Rossa, come il tiro di Siniša sfiorasse i 165 Km/h.

Numero 11 sulle spalle, 42 di piede, in Italia giocherà dal 1992 al 2006 con Roma, Sampdoria, Lazio e Inter e poi da allenatore con Bologna, Catania, Fiorentina, Sampdoria e Milan e come vice di Roberto Mancini con l’Inter. Quel bambino che calciava le punizioni ora è cresciuto, è un uomo che ha vinto tanto, che ha dato tanto al calcio e che vuole ancora lasciare un segno. Ha deciso di fare l’allenatore da grande, ma quel vizio di tirare le punizioni di sicuro non se l’è tolto. Per conferma basta chiedere quante punizioni del loro mister raccolgono da dentro la porta.

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