25 giugno 1988. Sta per iniziare la finale degli Europei. Una finale storica, da tanti punti di vista.

Da un lato c’è l’Unione Sovietica, all’ultimo ballo continentale prima della dissoluzione, allenata dal colonnello Valery Lobanovsky. Dall’altro l’Olanda del magnifico trio del Milan e di Rinus Michels, che vuole sfatare il maleficio che sembra aleggiare sui tulipani quando affrontano le competizioni per Nazionali. Michels e Lobanovsky, due architetti del gioco accomunati da una filosofia comune: i ruoli non esistono, tutti devono saper fare entrambe le fasi. Si chiama calcio totale, e se Guardiola ha rivoluzionato lo sport più bello del mondo lo deve anche a questi due signori.

I sovietici in semifinale hanno liquidato l’Italia di Azeglio Vicini con un secco 2 a 0, mentre l’immarcabile Marco Van Basten (che poi sarà capocannoniere per distacco), con un gol nei tempi supplementari ha fatto fuori i tedeschi padroni di casa, vendicando la mai digerita sconfitta nella finale dei Mondiali del 1974.

Il destino ha voluto la finale si giochi all’Olympiastadion di Monaco, proprio lo stadio che vide crollare i sogni di Cruijff e compagni. Stavolta però l’Olanda non può proprio perdere. I sovietici sono stanchi, non corrono come al solito, e Gullit porta avanti gli orange nel primo tempo. Poi al minuto 54 succede qualcosa che forse non si è mai visto su un campo di calcio. Muhren, dalla fascia sinistra olandese, lancia lungo verso l’area di rigore. Van Basten è prossimo alla linea di fondo, in posizione defilata, e osserva la palla arrivare nella sua zona. Centrare la porta da quella posizione è un’impresa tra l’impossibile e l’impensabile.  O almeno, lo era fino a pochi secondi prima che il Cigno di Utrecht disegni un arcobaleno che va oltre i limiti della balistica. Per molti è il gol più bello di sempre, e se non lo è ci va molto vicino.

25 giugno 2016.  Sono passati esattamente 28 anni da quel gol e 6 edizioni degli Europei. La settima è in corso, e l’Olanda è rimasta clamorosamente fuori dai giochi. La carriera di Van Basten è finita prima del previsto, pochi anni dopo quel gol, per colpa di due caviglie di vetro. Se Dio ha deciso che non può più giocare vuol dire che non vuole più gol belli” disse Diego Armando Maradona, uno che di gol belli se ne intendeQualcosa della magia di quel giorno però è rimasta e si è manifestata ieri pomeriggio a St’Etienne, in un gesto tecnico e atletico paragonabile a quello dell’ex centravanti del Milan. Una spettacolare rovesciata mancina da fuori area, quella di Xherdan Shaqiri, che nell’epoca del web e dei social ha fatto il giro del mondo in pochi minuti ed è stata immortalata in ogni posa possibile. Da alcune angolazioni sembra davvero una rivisitazione moderna del mitico gesto di Carlo Parola, quello che tutti noi collezionisti di Figurine Panini abbiamo visto ritratto sugli album e sulle bustine fin da bambini. In poche parole, l’archetipo di tutte le rovesciate.

Shaqiri-rovesciata

Shaq non è Van basten, anzi, per molti non è nemmeno un campione. I mezzi però ci sarebbero tutti: baricentro basso, fisico scolpito nella roccia, tecnica, rapidità di esecuzione. A Monaco (la protagonista secondaria di questa storia, per tutte le volte che ricorre) è stato il primo cambio di Ribery e Robben, ma non è mai stato protagonista. Con l’Inter sappiamo tutti come è andata e allo Stoke ha alternato giocate sublimi a partite poco convincenti. La discontinuità è il leit motiv della sua carriera finora, ma quando indossa la maglia della Nazionale il ragazzo di origini kosovare tira fuori sempre qualcosa in più.

Ai Mondiali 2014 segna una tripletta all’Honduras, nelle qualificazioni a questi Europei ha realizzato 4 reti in 9 partite. A dire il vero nelle prime tre gare ha deluso, ma il gol con cui ha bucato la muraglia polacca ha cancellato tutte le precedenti mancanze. Peccato che poi alla sua nazionale manchi sempre qualcosa per riuscire a fare il salto di qualità. In Brasile il palo di Dzemaili a un metro dalla porta ha impedito agli elvetici di giocarsi (meritatamente) i quarti di finale ai rigori con l’Argentina di Messi e Di Maria, ieri l’errore dal dischetto di Xhaka ha spianato la strada alla Polonia verso i quarti degli Europei. Shaqiri il suo rigore poi lo ha segnato, ma quel librarsi leggero nell’aria e quel gesto fuori da ogni logica vanno oltre ogni risultato.

Che sia l’inizio di una nuova fase della sua carriera o l’apice di un talento mai completamente espresso poco importa. Nell’immaginario collettivo di chi ama il calcio, Xherdan Shaqiri è già entrato dalla porta principale.

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