Ai grandi non interessa formare i giocatori, si limitano a comprarli, investono milioni su milioni anche per giocatori mediocri. Una gigantesca idiozia. Mi piace il calcio quando è coniugato con il verbo costruire

Trondheim è una città placida e operosa, situata nella contea di Sor-Trondelag, un nome che evoca la mitologia vikinga e le foreste del Nord Europa. La città è situata sulla sponda del fiordo di Trondheim ed è attraversata dal fiume Nidelva che in corrispondenza della città sfocia nel fiordo. In Inverno capitano spesso giorni in cui si accumulano 25 cm di neve e le minime crollano al di sotto dei -10 °C. Ciò nonostante Trondheim resta una città ricca di passione, che accetta di buon grado il divertimento, e per accorgervene vi basterà passare in questa tranquilla cittadina norvegese un fine settimana, come capitato a me qualche anno fa. Gli studenti della città si trasformano e la loro voglia di spensieratezza prende il sopravvento. Si consuma birra a fiumi e i locali si riempiono di belle ragazze che quando bevono qualche bicchiere in più incominciano a intonare cori per il Rosenborg, orgoglio nazionale. E sì, perché questa è la terza città della Norvegia, ma se parliamo di calcio nessuno sa quali sono i nomi e la storia delle prime due.

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A parte il Brann Bergen, che era solito incontrare la Sampdoria nei sedicesimi di Coppa delle Coppe, quando ancora il mercoledì era sacro al dio del pallone, non c’è nessuna squadra norvegese che possa vantare la storia e le imprese dei bianchi di Trondheim. Quelli che negli anni ’90 hanno fatto dispetti ai potenti d’Europa, compreso il Milan di Arrigo Sacchi, sconfitto a San Siro e sbattuto fuori dalla sua competizione: la partita è Milan-Rosenborg 1-2, sesta giornata del girone D della Champions League 1996/97. I rossoneri comunque non erano la prima vittima illustre del Rosenborg, né sarebbero stati l’ultima. In campo c’erano Baggio, Maldini, Baresi, Boban, Savicevic, ed è per questo che il giornalista sportivo Oddleiv Moe ha dedicato addirittura un intero capitolo al Mirakelet på San Siro (Il miracolo di San Siro) messo in atto dal futuro pilota di aerei di linea Harald Martin Brattbakk e dall’imprenditore (oggi commercia salmoni) Vegard Heggem. L’artefice di tutto, però, sedeva in panchina.

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Nils Arne Eggen insegna calcio dall’età di 30 anni, quando un grave infortunio lo aveva costretto ad un precoce ritiro dall’attività professionistica. Le sue idee tattiche sono ispirate al calcio totale di Rinus Michels e nel 1986, dopo una periodo sabbatico nel quale si dedica esclusivamente all’insegnamento, accetta l’offerta del Moss, club di seconda divisione, conquistando la promozione al primo anno e il campionato in quello successivo, per poi rientrare in grande stile al Rosenborg (dove aveva giocato), centrando tra il 1992 e il 2002 dieci vittorie consecutive della Tippeliga (nel ’98 in panchina ci fu il suo assistente Trond Sollied a portare avanti una serie arrivata fino a 13). Nel 2010, infine, il ritorno per la sesta volta sulla panchina dei Troillongan per stabilire un nuovo primato, ovvero vincere il titolo senza perdere un solo incontro.

Con un simile curriculum, è scontato che ogni successore di Eggen al Rosenborg si senta come David Moyes al primo giorno di allenamento da tecnico del Manchester United post-Ferguson. Un’ombra che preme, una pressione che schiaccia, e non è un caso che negli ultimi tredici anni siano stati 11 gli allenatori transitati da Trondheim, quando in passato per raggiungere una simile cifra trascorreva in media un quarto di secolo.

Dal 2010, il Molde di Ole Gunnar Solskjær e Tor Ole Skullerud, e lo Strømsgodset di Ronny Deila, hanno tenuto il Rosenborg a digiuno per cinque lunghissimi anni, evento che non si verificava dai primi ’80. La fame è stata saziata un paio di settimane fa da Kare Ingebrigsten , uomo agli ordini di Eggen per otto stagioni prima di emigrare al Manchester City, cresciuto sotto l’ala protettiva del tecnico di Orkdal, e diventato una sorta di Eggen 2.0 tanto sotto il profilo tattico quanto metodologico.

Quella di Ingebrigtsen è la storia di un traghettatore (vi ricordate Lucescu all’Inter?) che, a dispetto delle intenzioni iniziali, viene poi confermato alla guida della squadra anche per le stagioni successive. In carica dal 21 luglio 2014, l’attuale allenatore del Rosenborg avrebbe semplicemente dovuto preparare la strada all’ennesimo ritorno di Eggen, ma nel frattempo l’ormai ultrasettantenne maestro ha subito un trapianto di reni ed è costretto ad abdicare. Via libera quindi al suo discepolo, che ha confermato il ritorno al marchio di fabbrica dell’età dell’oro, il modulo 4-3-3, già comunque reintrodotto dal predecessore “Perry Hansen”, irrobustito però da una preparazione militaresca, e da una leadership che esprime la sua più alta forma di coinvolgimento nel video “Sha la la la la, Oh Rosenborg“, video diventato virale anche lontano dai fiordi.

Il nuovo corso del Rosenborg è all’insegna del back-to-roots, che significa il ritorno a una squadra dalla forte identità locale, con pochissimi stranieri e quasi tutti provenienti da paesi affini quali Svezia, Danimarca e Islanda. Chi simboleggia pienamente lo spirito del nuovo Rosenborg è Alexander Søderlund, attaccante che in carriera ha cambiato 8 maglie in altrettanti anni prima di riuscire a sfondare. In Italia è transitato da Treviso e Lanciano senza mai scendere in campo, e quando l’ha fatto nell’allora Serie C1 con il Lecco gli sfottò hanno sopravanzato gli applausi. In Italia si ironizzava su fisico e movenze del biondo di Haugesund, definito un attaccante da gambe sotto il tavolo più che un centravanti di sfondamento.

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A fine stagione blu-celesti in C2 e Søderlund a casa, nella terza serie norvegese. Quattro anni e mezzo dopo è capocannoniere del campionato (22 gol) e titolare in nazionale. Non sarà lui a riportare il Rosenborg ai fasti degli anni 90, né nessun altro degli uomini agli ordini di Ingebrigtsen.

È cambiato il Rosenborg, è cambiato il calcio. Lo hanno rubato, ama ripetere Eggen. «È il capitalismo applicato al pallone, e ha rovinato il gioco. Ai grandi non interessa formare i giocatori, si limitano a comprarli, investono milioni su milioni anche per giocatori mediocri. Una gigantesca idiozia. Mi piace il calcio quando è coniugato con il verbo costruire».

Oggi il Rosenborg non è più un troll, una squadra dispettosa che si diverte a dar fastidio alle grandi d’Europa. È tornata ad essere la regina di Norvegia senza strafare, e fa parlare di sé lontano dalla Scandinavia più per i video su Youtube che per le imprese calcistiche.

Noi, nostalgici degli anni ’90, ne sentivamo comunque la mancanza. E nei locali di Trondheim anche. Sha la la la la la, Oh Rosenborg!