Chiamatelo campionato equilibrato se vi fa piacere, ma la nostra serie A è straordinariamente lontana da questa definizione. Le prime cinque della classifica, su 162 punti a disposizione, nelle prime 11 giornate ne hanno lasciati sul tappeto appena 6 (escludendo gli scontri diretti). Pazzesco! Napoli, Inter, Juventus, Lazio e Roma stanno viaggiando a ritmi che vanno ben oltre i 90 punti finali: 2 punti li ha persi la Juve campione d’Italia a Bergamo con l’Atalanta, 2 l’Inter a Bologna con il pareggio per 1-1, 2 la Lazio all’Olimpico alla prima giornata contro la Spal.

Sono lontani, lontanissimi i tempi in cui le grandi dovevano sudare le sette camicie per uscire con la vittoria dalla baldanzosa e orgogliosa provincia. Quando ad Ascoli piuttosto che ad Avellino ti andava bene pure il pareggio che, in media inglese, significava un bell’uguale e ti portava potenzialmente a raggiungere i 45 punti finali e, spesso, a festeggiare lo scudetto. Era l’epoca dei due punti, quella, e quindi un pari valeva di più di oggi. Ma anche le piccole davano maggiormente battaglia.

Non siamo alle sette sorelle, ma quasi. E comunque neanche allora si passeggiava e si bivaccava così facilmente su campi ostici per eccellenza. Napoli, Inter, Juve, Lazio e Roma sono rulli compressori fino a questo momento. Per loro non fa differenza giocare sul campo amico o in trasferta. Costruite per vincere, vanno in fondo verso l’obiettivo. Il Napoli domina la classifica con appena un pari (peraltro in casa con l’Inter, diretta rivale) e poi solo vittorie. Ma è imbattuta anche l’Inter, la Juve ha perso solo in casa con la Lazio. La Roma è più lontana semplicemente perché ha una partita in meno da recuperare a Genova contro la Sampdoria.

Avellino-Inter 1-0 (18^,1985/86)

Dietro, si annaspa. Pure il Milan è ormai lontano dalla vetta e dalla zona Champions. A pesare, probabilmente, c’è anche l’allargamento delle squadre che andranno nella massima competizione europea l’anno prossimo: saranno quattro e non tre. Dunque, si gioca per i primi quattro posti, ben sapendo che l’approdo in Champions significa tanti soldi, visibilità, un mercato diverso e non dimesso.

Su 54 partite giocate finora, pensateci, solo tre volte le prime 5 in classifica hanno lasciato punti alla plebe. Non vale davvero più l’adagio tutto nostrano secondo cui, in Italia, si possono perdere punti su tutti i campi. Niente da fare. Oggi il tricolore non si vince in provincia, ma facendo bottino pieno negli scontri diretti.

Anche per questa sperequazione tra prime e resto della compagnia c’è chi spinge per tornare a un torneo a 18 squadre. Qualcuno lo vorrebbe addirittura a 16, esagerando un po’. Certo, tre sono le fasce in cui ormai è divisa la nostra serie A: le prime cinque, poi un gruppetto di altre 4-5 squadre (Milan, Atalanta, Sampdoria, Fiorentina e Torino) che giocheranno con il coltello tra i denti (forse) per l’ultimo posto valido per l’Europa League, poi tutte le altre, ossia almeno dieci squadre. La metà esatta della serie A.

Siamo a record in positivo e a record in negativo. Il Benevento ha perso 11 partite consecutive e pare essere nella massima serie per caso, continuando a subire sberle a destra e a sinistra, e perdendo anche contro le dirette concorrenti: schiodarsi da zero punti, non salvarsi, pare il vero obiettivo dei campani. Mentre le altre sanno che dovranno fare come le grandi, ossia prevalere proprio negli scontri diretti per ottenere un altro biglietto omaggio per la serie A. Qualcuno potrebbe obiettare che forse rende di più (economicamente) la retrocessione (vedi paracadute), ma vuoi mettere riempire lo stadio per l’arrivo delle grandi e dei campioni?

Difficilmente, le 5 sorelle manterranno lo stesso ritmo fino alla fine, questo è chiaro, soprattutto quando, in primavera, ci saranno i tanti impegni europei, di Coppa Italia e di campionato. Qualcuna si staccherà, inizierà ad arrancare, e a quel punto sarà quasi impossibile una rimonta stile seconda Juve di Max Allegri che, proprio dopo un inizio shock, iniziò a rosicchiare punti a tutti, fino ad arrampicarsi al primo posto e a conquistare il campionato.

Le rimonte sono ammesse quando il gruppone si fa valere, quando il fattore campo ha ancora un senso anche per le piccole. Così, no. Così conta il braccio di ferro nel faccia a faccia. Vero è anche che contano ancora di più i pomeriggi storti, i rigori sbagliati (vedi Dybala, due consecutivi, tre punti in meno per la Juve che, altrimenti, sarebbe a braccetto con il Napoli). Insomma, la giostra gira veloce, chi cade o mette un piede per terra rischia di non riuscirci a salire più.

Non parlate più di campionato equilibrato, però. Perlomeno, parlate di una serie A1 e di una serie A2 con in mezzo alcune squadre cuscinetto, ancora indecise se provare a risaltare sulla giostra, osservare lo spettacolo o farsi riprendere da chi sta dietro e spinge per guardare un po’ più da vicino i campionissimi. I titolarissimi, come direbbe Maurizio Sarri, al momento dittatore della nuova serie A a 5 stelle.

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