Moratti avrebbe fatto carte false per fare giocare assieme, ovviamente nella sua Inter, Gascoigne, Scholes, Cantona e quello che reputava il più grande talento italiano. Magari avrebbe tenuto anche il Chino Recoba, perché lui a quel sinistro, non avrebbe rinunciato mai, tanto da regalargli un ingaggio che mai e poi mai avrebbe immaginato Alvaro. Lui, il più grande talento italiano secondo Moratti, non riuscirà mai a vestire la casacca nerazzurra da calciatore. Moratti sceglierà Ronaldo, affare di cuore e di marketing assieme, campione inarrivabile, soprattutto a cavallo tra la stagione al Barcellona e la prima nerazzurra. Lui, Roberto Mancini, andrà alla Lazio, per andarsi a prendere uno scudetto che manca da quasi 30 anni.

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Strana storia quella di Roberto, uno dei pochi calciatori italiani ad aver vinto due scudetti difficili. Pochi trionfi, ma memorabili. Sampdoria e Lazio, più unico (quello blucerchiato) che raro (quello laziale). In Europa il nome del Mancio fa rima con Coppa delle Coppe (vinta sia con la Samp che con la Lazio), il che rende tutto più romantico dal momento che quella manifestazione, oggi, non esiste più. La Champions si chiamava Coppa dei Campioni, e Roberto non riesce ancora a darsi pace per quella punizione che non c’era, al 120°, a Wembley. Che beffa, quella fucilata di Koeman. Un colpo al cuore. Mancini che gira per il campo con le mani ai fianchi e lo sguardo deluso. Alla fine raccoglie una sciarpa della Samp e se la mette al collo come a dire “Abbiamo perso, ma avete visto che coraggio?

Il coraggio di osare, di non provare mai la soluzione più semplice. Di avvitarsi e andare di tacco su un pallone che poteva essere stoppato e appoggiato all’indietro. E invece no, lui beffa Buffon con un colpo di tacco da antologia, di quelli da tramandare ai posteri. Roberto Mancini quello che non ha mai avuto un buon rapporto con la stampa, con la nazionale e con gli arbitri. Epica la sua corsa contro la tribuna, dopo il gol che aveva portato in vantaggio l’Italia contro la Germania su punizione. Fu uno dei primi, siamo nel 1988, a chiedere alla stampa di tacere, dopo un’esultanza. Vicini l’ha sempre portato con sé, eppure ai Mondiali non è riuscito a giocare un minuto perché, nonostante la presenza del suo gemello Vialli (disputerà un Mondiale di grande sacrificio) esploderà quel ragazzo con la faccia da scappato di casa, quello che ogni volta che tocca un pallone, anche di stinco, la butta dentro: Totò Schillaci.

Questione di momenti, e di fortuna. La fortuna di Roberto Mancini è stata quella di nascere leader. Non patirà più di tanto il fatto di essere stato il più grande talento a non aver lasciato il segno in nazionale. La sua carriera prosegue da allenatore ma il Mancio che sedeva sulla panchina della Lazio e per i primi anni sulla panchina dell’Inter è molto diverso da questo. All’inizio badava molto di più allo spettacolo, al barocco, al gioco d’attacco. Oggi è un allenatore che mette la solidità davanti a tutto. Ha lavorato sulla leadership e sulla valorizzazione del gruppo, lui che è spesso stato accusato di essere un solista, anche in campo. Ha accumulato esperienza internazionale e oggi sa trasformare le sconfitte nei momenti chiave della stagione. Non a caso le partite più importanti dell’Inter sono state quella con la Fiorentina e quella con il Napoli. Entrambe perse, entrambe fondamentali per ripartire. Per crescere. A Genova, Roma e Milano ha costruito tre modi diversi di essere vincente e Moratti, oggi, se lo coccola da tifoso. Senza Roberto non mi diverto, diceva un vecchio striscione. Oggi Roberto pensa che vincere, in fondo, venga prima di tutto.