Un Verona campione d’Italia non sarà più possibile, troppa differenza di introiti e investimenti tra big e medio-piccole“. Qualche mese fa, proprio in occasione delle celebrazioni del trentennale dello storico successo della squadra di Bagnoli nel campionato 1984-1985, più di un commentatore si esprimeva così tra un pizzico di nostalgia e un’analisi realistica di una situazione in cui l’elemento finanziario ha finito per ridurre la battaglia per lo scudetto alle solite note (sul finire degli anni ’90 erano state soprannominate “le sette sorelle“, col tempo sono diventate un po’ meno) sigillando ogni possibile pertugio al romantico inserimento di un’outsider.

Una sorpresa proprio come quel magico Verona di Galderisi, Garella, Briegel, Tricella ed Elkjaer, capace di precedere in classifica il Torino di Radice, l’Inter di Castagner, la Sampdoria di Bersellini, ma soprattutto il Milan del Barone Liedholm, la Juventus di Trapattoni e Platini, la Roma di bomber Pruzzo e il Napoli di Maradona. Un’annata storica, quasi irripetibile.

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E invece, qualche anno dopo, fu la Sampdoria di Boskov e del presidente Mantovani ad iscrivere per la prima volta il suo nome nell’albo d’oro. Quella era una squadra sbarazzina, traboccante di talento, che non si limitava ai gemelli del gol Vialli e Mancini, ma che annoverava tra le proprie fila giocatori che hanno continuato a far la storia del nostro calcio (da Pagliuca a Vierchowod, da Dossena a Cerezo, da Lombardo a Branca).

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Nel quarto di secolo seguente più nulla, con il tricolore che si è “limitato” a fare la spola tra Milano (sponda rossonera e nerazzurra) e Torino (Juventus), con due brevissime variazioni geografiche sul tema, facendo capolino a Roma (sponda giallorossa e biancoceleste): e se quest’anno fosse la volta buona per interrompere il “triumvirato”? Difficile dirlo adesso che siamo solo all’inizio, ma qualche segnale il campionato lo sta seminando: nell’ultima giornata, per esempio, Juventus e Milan hanno perso ulteriore terreno, si è fermata a cinque la striscia vincente dell’Inter, sinora comunque mai convincente nonostante i 15 punti, e solo Roma e Lazio sono tornate alla vittoria, dopo un inizio molto complicato.

La classifica vede così la Fiorentina tornare in prima posizione a 17 anni dall’ultima volta (sia pure a pari merito con i nerazzurri), seguita dal Torino “hipster” di Ventura, dal sempre più sorprendente e ancora imbattuto Sassuolo di Di Francesco, dalle già citate Lazio e Roma e ancora dal Chievo. Più che una classifica “reale”, con tutto il rispetto per le formazioni citate, sembra uno di quei tornei in cui sei costretto a riavviare il pc perché ti hanno esonerato a Football Manager; potrebbe essere, invece, il segnale di una stagione “strana”, pronta a raccontare una favola nuova e destinata a restare negli annali del calcio, esattamente come le due citate poc’anzi.

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Chi potrebbe, dunque, raccogliere una simile eredità? Con le big che giocano al “ciapa-no“, quale potrebbe essere quella giusta per lo scudetto? Continuasse così, la Fiorentina di Paulo Sousa sarebbe una seria candidata al titolo. Gli altri due tricolori della storia dei viola risalgono agli anni ’50 e ’60, ma il gruppo messo insieme dai Della Valle sembra umile il giusto e pronto a stupire, come già fatto domenica sera a San Siro. E se non fossero loro, beh il Napoli, con i tifosi pronti a riscrivere sulle mura del cimitero “E non sanno che si so persi“, a 26 anni dal secondo e ultimo scudetto vinto con Maradona. L’intera città non vede l’ora di impazzire, trascinata dalle magie di un altro argentino, Higuain,e dai dettami tecnici di quel Sarri che rappresenta, già di per sé, una storia che riconcilia con il calcio, per via di un esordio in A a 55 anni, l’approdo in una big a 56, la meritocrazia al potere, la classe operaia che va in paradiso.

Meno pronosticabili eventuali successi del Torino o della Sampdoria di Zenga, destinate a pagare qualcosa in termini di esperienza, ma che spettacolo sarebbe anche per i non tifosi una stagione così pazza?