Esordirà in un derby, come Roberto Mancini due anni fa nella sua edizione nerazzurra 2.0. E non è l’unica similitudine con il Mancio, con il quale condivide anche le radici calcistiche bolognesi.

Stefano Pioli è l’usato sicuro che avanza in casa Inter, capace di superare un vero e proprio casting che ha coinvolto anche il tecnico spagnolo Marcelino e un altro famoso italiano come Gianfranco Zola: scelto grazie al pressing della parte italiana della dirigenza, nonostante la volontà iniziale di Suning di puntare su un profilo internazionale, l’ex allenatore della Lazio avrà il compito di rendere credibile l’annata nerazzurra resettando un passato recente fatto di tanti, troppi scivoloni e restituendo serenità e feroce voglia di vincere a un ambiente frastornato dai vuoti sull’asse Oriente-Vecchio Continente.

Difensore centrale ruvido ma con grande senso della posizione in campo, convinto assertore della difesa solida in panchina, “troverà un gruppo deciso a uscire da questa situazione”: parola del suo predecessore ad interim, Vecchi. Da Stefano a Stefano, per un passaggio di consegne su una panchina che scotta, che attende solo l’annuncio ufficiale. Pioli percepirà circa 1,5 milioni a stagione più i bonus legati ai risultati: nel suo contratto sarà inserita la clausola di esonero a una cifra già stabilita, come già avvenuto per De Boer. Ecco le sette patate bollenti da affrontare nei prossimi sette mesi, con l’ombra lunga del “Cholo” Simeone all’orizzonte

Pioli alla guida della Lazio

Niente colpi di testa

Troppe volte, in questa stagione, Miranda e compagni hanno dimostrato di sbandare per una frazione di partita. Esitazioni fatali, viste contro Chievo Verona, Sparta Praga, Atalanta e affini: formazioni non irresistibili, sicuramente meno attrezzate ma con altrettanta certezza più brave a stare sul pezzo. Non occorrono rivoluzioni tecniche per coprire meglio Handanovic, spesso costretto a trasformarsi in “Superman” per condurre in porto la barca che rischiava di affondare (vedi la vittoria di misura contro il Southampton), ma di pensiero: maggiormente orientato al collettivo, che a ragionare individualmente.

Calendario da “grande”

I nerazzurri, dopo la sosta, affronteranno nell’ordine Milan, Hapoel Beer-Sheva, Fiorentina, Napoli, Sparta Praga, Genoa, Sassuolo e Lazio. Una chiusura contro il passato di Pioli, quasi un classico dalle parti di San Siro: la stessa scena si è vista nel 2015 e il ko di allora fu esiziale per avviare l’uscita dalla zona Champions della formazione allora allenata da Roberto Mancini. Forte con le grandi, minuta con le piccole: sin qui l’Inter ha mostrato il suo lato oscuro, nonostante calciatori di primo livello. Non per niente, la miglior partita di stagione resta il 2-1 contro la Juventus del 18 settembre. Quel 21 dicembre restituirà un primo bilancio credibile del lavoro del successore di De Boer. Che saprà se la sua squadra “godrà” dell’impegno infrasettimanale targato Europa League anche nel 2017.

Stefano Vecchi

Vincere aiuta a vincere

L’Europa League, appunto: per qualcuno una parentesi fastidiosa, che costringe a volate in angoli sperduti del Vecchio Continente e preparazioni rapidissime della partita domenicale. Per Suning, invece, un’occasione per tornare a rimpinguare una bacheca che dopo aver gozzovigliato con il “Triplete” del 2010 non accoglie nuovi trofei da cinque anni: così, se i 7 ko in 14 partite di FDB rappresentavano il rovescio della medaglia di un esonero risuonato ai quattro venti come “ingiusto”, il riscatto europeo può rappresentare il vero “plus” di Stefano Pioli. Quello passato per la B di Salerno e l’esonero di Modena prima di assaporare il calcio che conta: e che chiede all’Inter quello che la società chiede a lui. Di crescere. Se vincendo, ancora meglio.

Icardi…pendenza

10 centri in campionato, uno in Europa League: Mauro Icardi corre a velocità moltiplicata rispetto alla scorsa stagione, quando toccò la doppia cifra solo a febbraio. Paradossalmente, però, Mauro è oggi epicentro del mondo nerazzurro solo negli ultimi 16 metri: a lui Pioli chiederà di lavorare di più nel fraseggio, di guidare i compagni non solo perché indossa la fascia da capitano e segna, ma anche perché in campo è il primus inter pares. Maurito l’ha già accolto (“Qui ci sono ragazzi stupendi”) e ha affisso sulle mura dello spogliatoio un post-it virtuale sul quale lavorare: “A volte forse ci manca un po’ di furbizia e cattiveria, in campo e in allenamento”. Chissà che non possa tornare utile anche Anthony Smith, il mental coach che nel 2013 contribuì alla salvezza del Bologna di Pioli. Perché all’Inter non sembra servire una rivoluzione, quanto una riforma.

Icardi in Inter Crotone

Meno costruzione, più precisione

Uno dei difetti più evidenti dell’Inter edizione 2016/2017 è proprio l’efficacia in zona-gol: anche domenica contro il Crotone, ultimo anello della classifica, in casa e con una pazza voglia di riscatto, è stato necessario un contropiede: Icardi apre a destra sul lato lasciato debole, Perisic si invola e fredda l’ex Cordaz. Detonatore di una partita terminata poi 3-0. Conferme di un tasso qualitativo elevato, all’interno di una squadra che ha difficoltà ad attaccare l’area avversaria con tanti uomini: sui tanti cross ci sono appena 2 o 3 elementi pronti a raccoglierli. Tanti contorni, ma poca carne nel cuore del piatto: oltre all’occhio, anche lo stomaco vuole la sua parte. E quello dei tifosi nerazzurri spesso brontola. Nonostante una batteria di esterni e seconde punte che fa invidia a tanti top club europei: Candreva, Perisic, Eder, Palacio, Gabigol e Jovetic. Quattro appoggi per Icardi, in una squadra sin qui schierata quasi sempre con il 4-3-3. Anomalia che ben riassume la stagione.

Buonsenso

Quale può essere il toccasana nerazzurro? Certo non assurdi esperimenti tattici, ma un ritocco alle basi. La difesa a 4 è una di queste: Pioli avrà il compito di individuare la coppia di terzini titolari e insistere con loro, trovando quel coraggio di sbagliare che è spesso mancato ai suoi predecessori. La porta è rimasta inviolata solo tre volte in stagione: i troppi gol incassati sono figli delle incertezze e della scarsa protezione garantita da una mediana nella quale i tuttocampisti Joao Mario e Brozovic sono croce e delizia. Senza un equilibratore come Medel, si aprono spazi importanti per gli avversari. Il credo tattico di Pioli è il 4-3-3, ma questa Inter appare più portata per un 4-4-2. Modulo che impone sacrifici e costringerà i centrocampisti e gli esterni a lavorare di più in fase di non possesso.  Missione non semplice per un gruppo di straordinari solisti.

Pioli

Riscatto

All’Inter c’è bisogno di toni bassi e tranquillità, non certo di esasperazioni e urla. Questo Pioli lo sa bene: con il suo staff (il vice Giacomo Murelli, il collaboratore tecnico Davide Lucarelli e i preparatori atletici Matteo Osti e Francesco Perondi) dovrà essere capace di stilare un progetto che necessariamente dovrà passare dall’approvazione dei calciatori. Intesi prima ancora che come gruppo, come singoli.

Alcuni di loro sono in rampa di rilancio, altri chiedono di essere sdoganati: nella prima lista spunta il nome di Andrea Ranocchia, che finalmente pare aver ritrovato fiducia nei propri mezzi, quello che gli era sempre mancato dopo l’impatto iniziale piuttosto positivo con la realtà nerazzurra. Gli fa buona compagnia Ever Banega, splendido palla al piede, meno quando si tratta di passarla ai compagni. Potrebbe essere l’argentino il regista arretrato del domani? Antonio Candreva, intanto, dovrà dimenticare i dissapori sulla fascia di capitano dei tempi laziali. E se a destra Jonathan Biabiany cerca un posto al sole, chi corrisponde ancora a una “nebulosa” è Gabigol: 20 anni, costo del cartellino di 30 milioni e una sola apparizione, nel finale di Inter-Bologna 1-1 del 25 settembre, per 16 minuti di un niente da rilevare. “È un campione”, il minimo che si è sentito. E a questa etichetta, a 45 giorni di distanza, si è rimasti. A Stefano il riformatore il compito di svelare questo mistero.
Il casting è finito. Ciak, si gira. E si volta pagina… o almeno lo sperano nella Milano nerazzurra.