Scacco al Re. Scacco a King James. Si chiude a gara-6 una delle finali Nba dall’esito più scontato, eppure – non sembri un controsenso – estremamente avvincente, appassionante e combattuta. Da un lato i Golden State Warriors dell’esordiente Steve Kerr in panchina, capace di dare un gioco, un ordine, una regola a una banda di indisciplinati di talento; dall’altro i Cleveland Cavs dell’ex trevigiano coach Blatt, ma soprattutto di LeBron James, il “prescelto” (o “the chosen one” se preferite), il figliol prodigo, tornato sui suoi passi – dopo lo strappo compiuto anni prima con il trasferimento a Miami – per provare a vincere insieme alla sua gente. Mai vista una simile compenetrazione tra una città, una comunità e la sua squadra, tra il condottiero James e i suoi seguaci. Eppure non è bastato, il sipario è calato con una gara d’anticipo: 4-2 per la squadra di Oakland, capace di rimontare dall’1-2, evidente “canto del cigno” di Cleveland che, dopo gli straordinari delle prime due contese finite al supplementare, ha spremuto le ultime forze sul campo avverso per mettere il naso avanti. L’ultima volta.

Di fatto il destino si è divertito parecchio: ha scherzato con James, lo ha messo alla prova ancora e ancora. Lo ha trasformato in un moderno eroe omerico, lasciandolo solo a capo di un esercito di combattenti gagliardi, determinati, umili, ma evidentemente spuntati. I Cavs hanno perso anzitempo Love alle finali di Conference e Irving dopo gara-1 di finale (oltre al lungodegente Varejao); due “all star”, due componenti chiave del cast di supporto di LeBron, ma soprattutto elementi con cui condividere il peso di possessi, tiri e momenti delicati della gara.

Com’era nelle attese, però, l’evidente inferiorità non è bastata a frenare il numero 23 che si è assunto l’intero peso della squadra – della sua gente – sulle spalle. Per larghi tratti ha vestito i panni di Jordan, quello vero, non solo volendo stabilmente la palla nelle mani nei momenti di maggior insicurezza dei suoi, ma soprattutto mettendo in ritmo giocatori che senza di lui militerebbero chissà dove (forse neanche in Nba).  Ha estratto a turno dal cilindro protagonisti inattesi: l’australiano Dellavedova in particolare (quasi devastante nella prima parte della serie, sino a un career high di 20 punti in gara-3), ma anche Tristan Thompson (spesso in doppia cifra), per non parlare di Mozgov (il lungo russo autore di un paio di doppie-doppie, con la chicca del 28 e 10 in gara-4). Ma non è bastato.

Non è bastato contro una squadra che ha giocato in maniera spensierata e spregiudicata per tutta la stagione. Si è divertita e ha fatto divertire giocando una pallacanestro di altissimo livello, a velocità supersonica. Un cast di ottimi solisti, dicevamo, che con coach Steve Kerr (uno dei pretoriani di Michael Jordan, ma vincente anche con gli Spurs) si è trasformato in un’orchestra capace di restare intonata anche quando i tanto reclamizzati Splash Brothers, Stephen Curry e Klay Thompson, hanno preso pause più o meno prolungate. Il segreto? Un collettivo capace di coniugare velocità e controllo, atletismo e cattiveria, lucidità e trance agonistica. Al resto ci ha pensato il piccoletto in maglia numero 30: un killer con la faccia da bambino, incapace di perdere la calma e quell’espressione sempre uguale in qualunque momento della gara, incantatore di folle con il suo rilascio di tiro istantaneo e con un ball handling da manicomio anche per gli spettatori.

Menzione finale – meritatissima – per Andre Iguodala, non a caso nominato MVP delle Finals. A 31 anni ha raggiunto una maturità personale e cestistica di assoluto rilievo che gli ha permesso di ricoprire il ruolo di irrinunciabile barometro dei Warriors. Ha giocato quasi in tutti i ruoli, si è preso cura indistintamente di LeBron James (soprattutto) come di Mozgov (quando è stato schierato da ‘5’ tattico), ha difeso e tirato, passato e attaccato, sempre con la stessa efficacia chirurgica. Chapeau.

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