La Russia va alle Olimpiadi, nonostante il doping sia stato dichiarato ‘di stato’. Lo ha deciso il Cio che, però, un po’ alla Ponzio Pilato ha pure chiesto alle singole federazioni autonomamente se ammettere o meno gli atleti di Mosca ai Giochi di Rio. La Iaaf, per esempio, ha già deciso di escludere tutti gli iscritti all’atletica leggera.

Una decisione salomonica, mentre tutti si aspettavano il bando totale. Una decisione più politica che sportiva in un momento in cui la Russia può essere molto utile anche in altri settori (vedi la lotta al terrorismo). L’unica concessione all’opinione pubblica da parte del Comitato internazionale è stata la non ammissione per quegli atleti che in passato siano già stati sospesi per doping. Thomas Bach, presidente, ha però voluto restare in ambito ‘sportivo’. E non avrebbe potuto fare altrimenti: “Siamo stati guidati dal principio fondamentale della Carta Olimpica che protegge gli atleti puliti e l’integrità dello sport. Bisogna comunque distinguere tra responsabilità collettive e individuali”.

Atlete russe

LO SCANDALO DOPING

Ma come è iniziato tutto? Con la diffusione del report dell’Agenzia mondiale antidoping, la Wada, che all’inizio pareva interessare solo i marciatori, autentici dominatori delle Olimpiadi di Londra 2012. La stessa Wada ha classificato “ogni oltre ragionevole dubbio” come “doping di Stato” quello messo in atto dalla Russia. Un meccanismo organizzato ai massimi livelli per primeggiare nelle discipline sportive e insabbiare oltre 300 casi di positività in più di 20 attività.

La Wada, nel suo rapporto, parlava di “sistema di falsificazione” dei test, ordinato e coperto dalle autorità politiche. Un’organizzazione che aveva iniziato a operare alle Olimpiadi invernali di Vancouver del 2010, orchestrata e diretta dal ministero dello Sport di Mosca. Atleti russi coperti pure a Londra 2012, ai Mondiali di atletica di Mosca del 2013 e a quelli di nuoto di Kazan del 2015.

Il laboratorio di Sochi avrebbe consentito agli atleti russi dopati di partecipare pure alle Olimpiadi invernali del 2014, ospitati proprio dalla città russa. Ben Nichols, portavoce della Wada: “Il rapporto ha evidenziato in Russia l’abuso di potere più deliberato e sconvolgente mai visto nella storia dello sport. Il ricorso al doping in 30 sport significa che non può esistere più la presunzione di innocenza”. Il ministero dello Sport russo avrebbe agito in collaborazione con l’Fsb (l’ex Kgb) e il centro nazionale di preparazione del Team Russia.

James Bond

LE MORTI SOSPETTE

Scomodi testimoni? Neanche fossimo in un film di 007 e in tempi di guerra fredda, nel calderone ci sono pure alcune morti sospette. Come denunciato dall’ex direttore del laboratorio antidoping russo, Grigory Rodchenkov, scappato negli Stati Uniti dopo la morte, in circostanze poco chiare, di due colleghi.

Aveva paura di fare la stessa fine? Come non ricordare l’eliminazione degli avversari politici nell’Unione Sovietica di una volta? Persone scomparse, chissà perché. Persone fatte scomparire, chissà da chi. Forse si esce fuori tema, ma la Russia dello sport pare davvero aver usato metodi poco chiari per raggiungere degli obiettivi.

isinbayeva

ATLETICA FUORI

La Iaaf è stata da subito inflessibile, vietando la partecipazione a tutti i russi che avrebbero partecipato alle varie discipline di atletica leggera. Come non accadeva da Los Angeles 1984, quando però fu l’intera delegazione sovietica a disertare i Giochi come risposta agli americani che avevano fatto lo stesso con Mosca 1980. Eravamo, allora, in piena guerra fredda.

In tutto, sono 68 i russi che avevano già il biglietto per il Brasile e che rimarranno invece a casa. Il disperato tentativo di fare ricorso al Tas (Tribunale arbitrale dello sport) non ha dato gli esiti sperati. Il gruppo chiedeva di andare alle Olimpiadi sulla base del principio di responsabilità soggettiva. Il Tas di Losanna ha risposto così: “Non basta il principio di responsabilità soggettiva per riammettere gli atleti”.

Per l’atletica leggera, le uniche russe che avrebbero dovuto partecipare erano Yulia Stepanova, grande accusatrice del sistema di Stato a cui era stato inizialmente concesso il pass per la collaborazione, e Darya Klischina, che vive e si allena negli Stati Uniti e che correrà sotto le insegne della Iaaf.

LA RISPOSTA RUSSA

Da Mosca, non è mancata la seccata risposta politica. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha parlato per primo: “Mi dispiace certamente per tale decisione relativa a tutti i nostri atleti”.
“Il principio della responsabilità collettiva è difficilmente accettabile, la Iaaf è completamente corrotta. Lo scandalo doping è iniziato da loro” ha aggiunto il ministro dello Sport Vitaly Mutko.

Una discesa in campo che forse ha anche spaventato il Cio, vicino all’incidente diplomatico con la Russia. Da qui, la non decisione di lasciare alle singole Federazioni il compito di dire sì o no a singoli atleti o squadre. Tanto che Mutko ha corretto il tiro: “Il Cio ha scelto in modo oggettivo. Ed è una scelta presa nell’interesse del mondo sportivo e per l’unità della famiglia olimpica”. Si rischiava la scissione, pensate un po’.

Persino il presidente Vladimir Putin si era fatto sentire. Tenendo un atteggiamento ambiguo. Prima, promettendo la caccia a chi, nei laboratori, aveva manomesso o fatto sparire i test, e ai dirigenti pubblici che avevano coperto il tutto, poi urlando la sua rabbia: “Stiamo assistendo a un pericoloso ripetersi dell’interferenza della politica nello sport. Le forme di queste ingerenze sono cambiate, ma puntano allo stesso obiettivo: fare dello sport uno strumento di pressione geopolitica, per dare un’immagine negativa di Paesi e popoli”.

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