Ho ancora negli occhi l’immagine della curva del Frosinone. Bella, compatta, colorata. Un giallo che acceca. A cosa è servito quest’anno in Serie A dei ciociari? A farci conoscere questa splendida tifoseria. A concedere al Matusa l’onore di fare il giro d’Europa, forse del mondo. Perché retrocedere non è un’onta, se capisci quali sono i tuoi limiti e fin dove ci si può spingere. Il Frosinone è stato un esempio. Ha giocato, ha lottato, ha onorato, nel vero senso del termine, il campionato. È stato sfortunato, ma ha evitato ogni tipo di piagnisteo, ogni scusa e si è limitato a lasciare, ogni domenica, lo stadio a testa alta.

A testa altissima possono restare i suoi sostenitori. Perché arriva un momento in cui capisci, senza psicodrammi e isterie collettive, che un anno di Serie A giocato così è comunque un premio alla città, al tifo, alla Ciociaria intera, e che adesso magari ci si può addirittura riprovare. Non con Stellone, credo. Perché se il calcio è giusto, e se gli osservatori sanno dare il giusto peso alle situazioni, saranno in grado di capire che questo ragazzo è pronto per restarci, in serie A, e fare anche molto bene.

tifo

La scena più bella della domenica calcistica è quel Frosinone sotto la curva, ad applaudire i propri tifosi. Alle spalle dei giocatori altri giocatori in maglia neroverde. Sono quelli del Sassuolo che non possono fare a meno di applaudire i rivali appena battuti sul campo, e questa curva che abbaglia, e non solo per via del colore, che incanta e appassiona. Qualcosa di diverso dalla “favola” (parola di cui spesso si abusa, non nel caso specifico) Leicester, perché le nostre narrazioni domenicali sono veriste, si avvicinano più ad una novella di Verga che ad un plot dei fratelli Grimm. Verista è la stagione dei ragazzi di Stellone che cadono sul più bello e mentre vanno sotto la loro curva a chiedere scusa trovano un tripudio di applausi. Scroscianti.

Più Sheaksperiana, ma comunque ispirata ad una storia vera, è la vicenda del Verona. Gli scaligeri, partiti come possibile outsider, non si aspettavano un campionato da ultima della classe. Meno che mai si potevano aspettare di giocare l’ultima partita davanti a quasi trentamila persone e con una curva piena.

È vero c’era la Juve, ma il gialloblu era predominante e il grido “Luca, Luca“, per Toni, si è sentito fino a Torino. Per una sera, i tifosi dell’Hellas, che pure non hanno mai fatto mancare il loro sostegno alla squadra, si sono dedicati al loro bomber. Volevano salutarlo nel migliore dei modi e così hanno fatto. Sono stati ricambiati da un cucchiaio e da un’esultanza primordiale, istintiva, quella del bambino che fa gol in cortile. Un gol che non conta nulla ma che è l’alfa e l’omega di una carriera strepitosa, che non meritava fischi, né retrocessione.

E così il pubblico di Verona è stato esemplare nel fermare il tempo, allestire una scenografia degna della migliore opera e dare a Toni la possibilità di godersi la sua serata. L’ultima. E quando ad un certo punto si è alzato un grido “La nostra festa non deve finire, non deve finire e non finirà” ci siamo ricordati un canto in voga in parrocchia negli anni ’90. Già, la parrocchia, l’oratorio, il posto dove si andava per inseguire un pallone e dimenticare il resto.

Frosinone e Verona, accomunate dal gialloblu e da poco altro, retrocedono con l’onore delle armi, ma soprattutto dimostrando che si può scendere in B senza fare tragedie, come qualche anno fa successe alla Sampdoria. Mentre Palombo andava sotto la curva a piangere, dall’altra parte si levava il grido “Doria Doria“. Perché le storie belle da raccontare non sono solo quelle d’oltremanica.

Abbiamo gli occhi troppo pieni di Leicester per ricordarci che, negli anni passati, abbiamo osannato tifoserie britanniche per aver tributato ai loro beniamini l’ultimo applauso prima della retrocessione. E adesso che l’Italia dimostra al mondo che scendere di categoria, o più genericamente “perdere” (una parola schifata dai manuali di egocentrismo e dai coach aziendali) fa parte del gioco, è un incidente di percorso e non la fine del mondo, dovremmo andarne fieri e camminare a testa alta.

Come Roberto Stellone, come Luca Toni. Come i tifosi di Frosinone e Verone che non retrocedono. Loro no.