“Scusate se è poco”

Un post-it, un memorandum, un simpatico recall: nell’era dell’Europeo, Roberto Pellè lo ripete spesso, emozionato e orgoglioso di parlare di suo figlio Graziano. “The italian goal machine”, come lo chiamano a Southampton, è l’uomo del momento, il numero 9 al quale noi italiani siamo tanto affezionati. Regista offensivo, centravanti di razza, volto da copertina: un sorriso che nasconde tutti i chilometri fatti e i dubbi dissipati lungo la strada, a suon di gol e buone prestazioni.

Graziano Pellè, gol alla Spagna

Raggiungiamo Monteroni, centro di 14mila anime nel cuore del Salento, a 11 chilometri de Lecce. Pietra bianca, strade assolate, un vuoto che ricorda quello che si crea…quando gioca la Nazionale. C’è una costruzione di tre piani sul viale a pochi passi da Piazza della Repubblica: due i cognomi che leggiamo sul citofono. Pellè e Camisa. Teneteli a mente. In casa ci accoglie un uomo, sorridente e a metà della giornata lavorativa. Di professione papà Roberto fa il rappresentante per una nota ditta di caffè salentina. Il viaggio e i mezzi di trasporto sono compagni di vita, per Pellè sr. e Pellè jr. “Sto incontrando tante persone in questi giorni: mi ha commosso una signora di 78 anni – ci racconta – che mi ha abbracciato e mi ha detto: ‘Non avevo mai visto una partita di calcio, ma ho festeggiato per il tuo picciddu, che bella cosa’. È il sano di questo sport”.

Sano. Come i valori che la famiglia ha trasmesso a Graziano: mai una parola fuori posto, mai un’uscita dagli schemi. Premiato alla distanza come la sua terra, il Salento, ricca di bellezze ma caparbia e ostinata nel non uscire dai suoi orizzonti fino  a qualche anno fa. Fino alla notorietà, alle prime pagine, ai titoloni. Alle troupe che si alternano per le viuzze di Monteroni.  “Ma in fondo sono solo il papà di Graziano” spiega Roberto.

Appunto, Graziano: quello che da piccolo si esercitava con il pallone e rompeva tanti vetri e bomboniere, per cercare di calciare di precisione, e che con i suoi amici era “un leader, un capobanda sempre positivo e con il sorriso. Non solo perché era il più alto, ma anche perché aveva un carattere che piaceva a tutti”. Le serate in casa Pellè con gli amici erano all’ordine del giorno nella Monteroni degli anni ’90, gli stessi anni in cui Pellè ha ‘rischiato’ di diventare un ballerino, passione trasmessa da mamma Doriana: valzer, cha cha cha, tango. Sempre in coppia con la sorella Fabiana, spesso sul podio. L’eleganza “è rimasta nei suoi movimenti, il gol contro il Belgio lo dimostra”.

ItalPellè (1)

Una questione di famiglia, il gol: papà giocava con il Lecce – era con Sergio Brio nelle giovanili – e Torres, Civitavecchiese e Squinzano in serie C, ma quando gli proposero di andare a giocare a Potenza “feci tante storie per un’ora di strada”. La leggenda vuole che abbia scelto il nome per l’assonanza con Ciccio Graziani, attaccante sanguigno e di razza. Di padre in figlio: Ogni tanto vorrei dargli un consiglio quando parliamo a fine partita, ma alla fine mi chiedo: chi sono io per dirgli come deve muoversi quando ha un Ct come Conte?.

Entriamo nella camera da letto di Graziano. È come sfogliare a velocità centuplicata la carriera del gigante buono che oggi veste la maglia numero 9 azzurra. E tornano in mente i ricordi: il mondiale Under 20 con l’Italia, il prestito a Catania, il Crotone, la promozione dalla B alla A a Genova con la Sampdoria, l’Az, il Cesena, il Parma, il Lecce, il Southampton. Disordine organizzato, che ci conduce in Francia sull’onda dei ricordi. Quelli spesso affrontati mentre le nazioni li separavano: “Quando ti chiama un certo signor Van Gaal, ci devi andare: io sono stato il primo a sostenere la scelta di Graziano. Mi sembrava giusto: ma è chiaro che quando la sera sei a casa, distante migliaia di chilometri, l’assenza la senti”. E ancora: le coccole di Koeman, gli elogi di De Boer, i complimenti di Van Basten.

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Un trofeo, però, Graziano l’ha festeggiato in casa: stagione 2003/2004, il Lecce vince per la seconda volta il titolo di campione d’Italia “Primavera”. ‘Tali’ Rosati, Rullo, Stendardo, Giorgino, Esposito, Camisa, Pellè, Eramo, Vučinić, Bojinov, Poleksic, e Konan facevano parte di quella squadra, allenata da Roberto Rizzo. Anche qui però la famiglia recita un ruolo importante: a indossare la fascia di capitano era Alessandro Camisa. Camisa, esatto, come il nome sul citofono della palazzina a pochi passi dalla piazza centrale di Monteroni. Un caso? No. Graziano e Alessandro, passato dalla B con Vicenza  e Varese e oggi a Lecce, sono cugini: “Io difensore e lui attaccante – racconta – quante volte ci siamo marcati in allenamento. Da piccolini uscivamo sempre insieme, lui era già all’epoca un lungagnone benvoluto da tutti. Se me lo sarei aspettato in Nazionale? Sì, perché ha qualità e fame. È un motivo di orgoglio per la nostra famiglia, ma anche per tutto il Salento. Anche se una volta abbiamo dimenticato quasi di essere parenti”. Quando? Varese-Sampdoria, finale playoff di serie B 2011-2012. Camisa difendeva per i lombardi, Pellè attaccava per i blucerchiati: “Ce le siamo date, ma alla fine ci siamo abbracciati”. Pronostici per questa sera? “Non scherziamo, sono scaramantico. Dico solo che siamo orgogliosi di questa Italia”.

Lecce primavera, 2003-2004

Perché a Monteroni preferiscono la concretezza alle parole. Per questo papà Roberto la sua promessa l’ha fatta, anche se più di qualcuno crede scherzi: “Me lo hanno chiesto spesso e io l’ho detto altrettante volte. Ho prenotato la finale: se dovesse andare tutto bene, sarò in Francia il 10 luglio. Per ora le partite le guardo sulla mia sedia”.

Ad angolo, in un salotto nel quale regna un televisore, unico ospite ammesso quando papà Roberto guarda le partite della Nazionale: riservato, ci fa notare solo a fine intervista che “solitamente mi siedo lì quando gioca l’Italia”. Da solo, con incroci con sua moglie solo nell’intervallo. Per 90 e passa minuti, mente e occhi sono solo per il gigante di famiglia. “È stato sempre molto alto: gli dicevo di avere pazienza. Si sa, i lunghi maturano più tardi. Però lui mi diceva: meglio tardi che mai”. Come contro Belgio e Spagna: meglio al 91’ che mai. Il colpo di grazia, anzi il colpo di Graziano.

Ah, a pochi chilometri da Monteroni, a Porto Cesareo, c’è una statua di Manuela Arcuri: non succede, ma se succede? “Faremo una statua dedicata a Graziano in piazza della Repubblica – scherza papà Roberto – ma non al centro: lo mettiamo sul lato, in piazza ci devono giocare i ragazzini. Oggi e sempre”.

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