Venti anni di attesa per la decima Coppa Italia della Juventus, un periodo infinito per una squadra abituata a vincere spesso, per non dire quasi sempre. Una coppa, ma soprattutto una partita che fotografa al meglio la mentalità vincente della Juventus, capace di vincere in qualsiasi situazione: se domina, vince; se soffre, vince lo stesso. La partita con la Lazio aveva tutte le controindicazioni possibili: la gara si gioca all’Olimpico di Roma, la squadra di Pioli è in forma ed entusiasta, l’idea di Berlino sullo sfondo e il campionato già vinto potrebbero distrarre, Marchisio e Morata sono out per squalifica. Come ulteriore difficoltà, Allegri sceglie il 3-5-2 che, come dimostrato anche a Montecarlo, non è più produttivo né più utile. È solo più difensivo e può servire nei minuti finali di qualche partita di sofferenza (tipo Madrid).

La prestazione, in conseguenza di tutto questo, non è delle migliori. Regge benino la difesa, il centrocampo fa fatica, l’attacco crea poco. Il gol di Radu dopo 4 minuti dovrebbe essere il colpo di grazia. E invece no, perché la Juve è capace di reagire, ha cuore e mentalità da grande squadra, ha attributi non comuni e sa tirare fuori i diamanti dal fango. Per cui se davanti c’è Llorente fuori fase (come spesso gli succede) il bomber acrobatico diventa Chiellini, dopo 43 partite stagionali senza nemmeno un gol.

Dall’1-1 in avanti regna l’equilibrio. Un po’ meglio la Lazio, ma sostanziale parità.  Poi arrivano i cambi, dopo tanta stanchezza. E anche lì subentra quel qualcosa in più che hanno le grandi squadre: la fortuna. Dalla panchina entrano Djordjevic e Matri. Il primo colpisce un palo-palo da cineteca rimanendo esterrefatto quando già era pronto ad esultare insieme a due terzi dell’Olimpico. Il secondo, un minuto dopo, batte un colpevole Berisha sul suo palo e diventa ufficialmente Re di Coppa, dopo il sigillo che aveva aperto la rimonta in semifinale. Centoventi secondi che cambiano la storia della partita e in cui c’è tutta la differenza tra la Juve e le altre. Perché l’abitudine a vincere aiuta, la capacità di soffrire aiuta, ma anche la storia aiuta. E una storia vincente è inevitabilmente fortunata. La fortuna aiuta gli audaci, o meglio quelli forti. La sfortuna non vince mai. Le giustificazioni restano a chi perde e i trofei a chi vince. Ma non è un delitto, anzi. Un grande, ulteriore merito, di una Juve che sogna in grande e prova dopo 5 anni a riportare in Italia il triplete.

Al prossimo (Bet)clic, con i verdetti della Serie A.


Pronostici Betclic