Si è presentato a San Siro con un cappellino da allenatore di provincia, e un abito sartoriale da manager inglese. In questo look, nei suoi sguardi, nella montatura degli occhiali, c’è tutto Eusebio Di Francesco. Il classico centrocampista da prendere al Fantacalcio, perché “gioca sempre, non va mai sotto la sufficienza e spesso e volentieri si prende anche il lusso di segnare un gol“. Sì, ma senza lasciare mai la squadra scoperta. È un allenatore nato, Di Francesco. Da Zeman ha imparato ad offendere con il tridente, dai suoi compagni di reparto (e di scudetto) Tommasi e Cristiano Zanetti a stringere i denti e coprire tutti gli spazi. Il resto, l’ha preso da Fabio Capello, pur mettendoci molto del suo. Anche perché, a suo dire, “essere stato un centrocampista è un vantaggio, ma per essere un bravo allenatore devi toglierti i panni del calciatore”.

Come un Brian Clough abruzzese, anche a lui piace ricordare l’insuccesso per potersi godere questo (ormai lungo) momento di gloria. Un paio di stagioni fa il patròn Squinzi gli diede il benservito per affidare la guida tecnica a Malesani, che si presentò in sala stampa ricordando successi e reclamando motivazione. Dopo meno di due mesi DiFra era nuovamente in sella, a guidare i neroverdi verso una clamorosa salvezza. Integralista, idealista, eppure aziendalista. Non una parola contro la società che l’aveva scaricato. Un altro allenatore sulla cresta dell’onda, quel Giampaolo che è rinato ad Empoli, avrebbe rifiutato. Di Francesco avrebbe potuto andare via, dopo aver riacciuffato la serie A che sembrava perduta. Invece è rimasto, e non certo per ragioni di cuore.

A Sassuolo si lavora bene, a Sassuolo si può investire, non a caso i migliori giovani della Serie A giocano lì e la società emiliana è una delle poche squadre che si è potuta permettere di acquistare alcuni tra i migliori italiani sul mercato, si tutti il portiere Consigli, a 7 milioni. Molte big di Serie A seguono con attenzione il mister, e probabilmente è lì che finirà una volta terminato il suo ciclo a Sassuolo, magari alla sua Roma o al Milan, o magari passando da uno step intermedio. Che forse non esiste, perché è il suo Sassuolo la più bella realtà a ridosso delle grandi, l’unica in grado di battere Napoli, Juventus e Inter in sequenza. E se vincesse anche il recupero contro il Torino, Di Francesco avrebbe gli stessi punti della sua Roma.

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Vero, alla base c’è la solidità societaria, e attenzione a non dimenticare uno come Guido Angelozzi che dopo gli anni low cost di Lecce e Bari si è ritrovato catapultato in una situazione completamente rovesciata, senza pressioni della piazza, anzi, troppo tranquillo. E anche Di Francesco ha dovuto lavorare sull’aspetto opposto: crearsi le motivazioni nel lavoro di ogni giorno. Lui non si accontenta, perché sa che a breve arriverà il momento di lasciare l’isola felice e misurarsi con nuove ambizioni. Eppure al calcio non ci pensava più, per due anni ha preferito dedicarsi ad uno stabilimento balneare, finché non è arrivata la chiamata del Val di Sangro, con un ruolo da consulente. La sua prima panchina, a Lanciano in Lega Pro, dura poco. Ma a inizio 2010 viene ingaggiato dal Pescara, che guida alla promozione in Serie B. Quando accetta il Lecce, in A, sembra l’inizio di una brillante avventura.

Foto LaPresse - Alessandro Fiocchi

Almeno fino alla fine del primo tempo di una spettacolare partita che i giallorossi conducono sul Milan per 3 a 1. La perderà 3 a 4 e, come spesso accade in queste occasioni, in molti inizieranno ad associare il suo nome a quello di Zeman. Ma solo per la fase difensiva, infatti verrà esonerato. Oggi il suo Sassuolo prende pochissimi gol, il suo 4-3-3 è uno dei più equilibrati e moderni tra quelli visti in Italia. Un quattrotretre d’avanguardia. La sua gestione dei talenti verrà certamente decantata quando magari qualcuno che non sia lui allenerà Berardi. O se chiedete ad Allegri che tipo è Zaza, o ad uno dei tanti mister che lo ha allenato che strano tipo è Floro Flores. A Sassuolo ha ricreato un ambiente familiare, dove i napoletani hanno esportato la loro musica, il divertimento, il buonumore, ma solo fuori dal campo di allenamento. Nel rettangolo di gioco si lavora duro, si migliora giorno dopo giorno. È così che è rinato Cannavaro, che è tornato ai livelli da top player Acerbis, che Missiroli si è attirato addosso, a 30 anni suonati, l’attenzione delle grandi. E non parlategli di pressione, perché Di Francesco non vede l’ora di sentirla. È un allenatore maturo ormai.