We Stand Together 

Restiamo uniti. Gli inglesi sono fatti così. Hanno il dono della sintesi, dell’eloquenza, della compostezza: nelle parole, e nei fatti. Domenica sera, in quell’Olimpo del calcio che Wembley rappresenta su scala mondiale, il popolo dei Tre Leoni ha reagito con un assordante silenzio al minuto di raccoglimento in memoria delle quattro vittime dello scellerato atto di follia compiuto da Khalid Masood mercoledì 22 marzo a Westminster. Così, il prologo al fischio d’inizio di Inghilterra-Lituania ha assunto valore e valenza inestimabili: tutti insieme, è questo il segreto che negli anni ha permesso alla Gran Bretagna di superare momenti drammatici. E al mondo del calcio, e allo sport intero, di rappresentare veicoli e momenti di aggregazione capaci di andare oltre fresche tragedie.

Compostezza e ricordo

Già, perché le reti di Defoe e Vardy, che hanno permesso alla nazionale guidata da Gareth Southgate di superare per 2-0 la Lituania e consolidare il primato nel gruppo F delle qualificazioni a Russia 2018, sono passate in secondo piano davanti a un prequel che ha confermato la forza interiore della vecchia Gran Bretagna: non c’è Brexit che tenga davanti alla compostezza del Regno Unito. I 77mila presenti sugli spalti non hanno fiatato durante il minuto di raccoglimento, nel quale una sola frase campeggiava sui tabelloni luminosi. We Stand Together. E gli occhi commossi del sindaco di Londra Sadiq Khan, britannico di origini pakistane, e dei delegati della Football Association che hanno deposto sul campo quattro cuscini di fiori hanno rappresentato il miglior esempio di storytelling possibile: un attimo da fotografare, dal quale ripartire. Tutti uniti.

i-giocatori-di-inghilterra-e-francia

Lo sport che cancella il dolore

D’altra parte, in Inghilterra avevano affrontato il dolore, la voglia di dimenticare una ferita nel cuore del Paese già nel 2015, seppure per riflesso: 17 novembre, allo stadio di Wembley andò in scena l’amichevole tra l’Inghilterra e la Francia. Anche allora, il risultato passò in secondo piano: già, perché lo sport doveva dimostrare che quattro giorni dopo i tragici attentati, concentrati nel I, X e XI arrondissement di Parigi e allo Stade de France, a Saint-Denis, con 137 morti complessive, poteva essere ponte. Di culture, pace e serenità. È negli occhi e nelle orecchie di tutti la voce unica e compatta che aveva cantato la Marsigliese prima dell’amichevole di Wembley: tra i 90mila spettatori in tribuna c’erano anche il Premier David Cameron e il principe William. Prima del fischio d’inizio è stato osservato un minuto di silenzio, mentre le tv che avevano trasmesso la partita – la britannica ITV e la francese TV1 – avevano deciso di non passare spot pubblicitari per rispetto delle vittime.

Ma a mezzanotte del 14 novembre il mondo era già ripartito: era intorno a quell’ora che i tifosi accorsi per assistere a Francia-Germania avevano abbandonato completamente lo Stade de France cantando l’inno nazionale francese in segno di solidarietà, dando vita a un video che ha commosso milioni di persone e lanciato un messaggio: restiamo uniti. Lingue diverse, spirito comune.

Usa-Cuba

Usa-Cuba, calcio e baseball oltre l’embargo

Mano tesa e strumento di affermazione di una volontà comune, in grado di cancellare decenni di gelo. Il calcio per Usa e Cuba è stato questo: è ancora fresco il ricordo dell’amichevole giocata nello scorso ottobre allo Stadio Pedro Marrero de L’Avana. Una sfida storica, terminata 2-0 per gli Yankees, che aveva rappresentato il ritorno in campo delle due formazioni a 69 anni dall’ultima volta: un colpo di spugna al passato, che aveva seguito quanto stabilito in agosto, quando dagli Usa erano stati ristabiliti alcuni voli di linea, sospesi per ben cinque decadi a causa del celebre embargo, verso l’isola caraibica.

Chissà se qualche cubano in là con gli anni, dagli spalti, aveva pensato al 1961, quando ci fu il famoso tentativo fallito di invasione degli americani nella Baia dei Porci, o al Proclama 3447 nel 1962, che causò la crisi di Cuba. Tutto cancellato, o almeno sbiadito nell’albo dei ricordi.

Ma già negli anni ’70 gli Usa avevano fatto ricorso allo sport come via di riavvicinamento, con il tennistavolo come disciplina che segnò la distensione dei rapporti fra gli Stati Uniti e la Cina.

Corea del Sud-Corea del Nord

Il 38° parallelo nel pallone

Dall’America al 38° parallelo, dove anche lì il pallone è stato strumento di pace a livello geopolitico. Come nelle antiche Olimpiadi, quando i conflitti erano sospesi per lasciare spazio alle discipline più disparate, anche Corea del Sud e Corea del Nord, nemiche giurate dal conflitto combattuto nella penisola coreana dal 1950 al 1953, che determinò una delle fasi più acute della guerra fredda, sono tornate a incrociarsi grazie al calcio. La storica occasione è maturata nel pomeriggio del 9 agosto 2016, quando al centro sportivo di Wuhan le due Nazionali hanno pareggiato per 0-0 nel girone finale della Coppa dell’Asia orientale: dai combattimenti per interposta potenza in una terra già divisa (l’Urss dietro al Nord, gli Usa dietro al Sud), passando per i Campionati Asiatici di Calcio Giovanili di Bangkok del 1976, i due Stati hanno trovato un punto d’incontro non solo in un campo di battaglia, ma anche da gioco. Forse perché, come sosteneva qualche anno prima George Orwell, lo sport non è altro che un’imitazione della guerra. E così fu.

Roma-Real Madrid, 11 settembre 2001

11 settembre 2001, Champions League che non si ferma

C’è però un caso in cui il calcio non si è fermato di fronte al dramma. Martedì 11 settembre 2001. Quattro voli delle linee aeree statunitensi vengono dirottati dai terroristi di Al Qaeda e due velivoli si  schiantano sulle Torri Gemelle di New York. Negli attacchi suicida muoiono 3017 persone di oltre 90 nazionalità. Quel giorno il calcio realizzò un brutto autogol. A Roma si disputò la partita Roma-Real Madrid, mentre la Lazio scese in campo a Istanbul contro il Galatasaray. “The show must go on” fu il messaggio veicolato: anche se a denti stretti i vertici dell’UEFA ammisero di aver temuto tensioni dettate da eventuali rinvii. Non c’era tempo sufficiente. Il ricordo tracciato da Vincenzo Montella, all’epoca giocatore della Roma, ai microfoni di Sky fu eloquente:

“Eravamo incollati allo schermo, come tutti. Furono momenti di sgomento, ma noi dovevamo anche pensare che ci saremmo trovati di fronte il Real: arrivammo allo stadio discutendo solo delle notizie che provenivano da New York. Ci guardavamo in faccia soltanto in attesa di avere qualche novità”

L’11 settembre 2001 non è stato così solo il giorno che ha cambiato per sempre il nostro modo di vivere: è stato anche il giorno in cui il calcio ha perso una grandissima occasione per mostrare la propria sensibilità.

SIMILAR ARTICLES

0 141