C‘è un che di disarmante e per certi versi desolante rassegnazione nelle parole proferite dal ct della Nazionale, Antonio Conte, nell’ultima conferenza stampa convocata per ufficializzare il suo addio subito dopo gli Europei di Francia. Il suo passaggio dall’azzurro-Italia al blues-Chelsea è già scritto (seppur non ufficializzato), ma al di là della sfumatura cromatica c’è molto di più a cui badare, specie alle nostre latitudini. Sì, perché se un orgoglioso e un carismatico del suo calibro ha scelto di mollare il colpo, di abbandonare la nave e di rinunciare all’impegno preso di trasformare certi costumi italici per far riscoprire la preminenza del bene comune (leggi “Nazionale”) rispetto agli interessi personali (leggi “presidenti di serie A”), la situazione deve far riflettere.

conte

Non è un addio al calcio italiano dove sono cresciuto – ha spiegato -, ma arriva un momento in cui devi capire quando sei incudine e quando sei martello, e se fai il c.t. sei incudine. Quello che mi è dispiaciuto di più è che qualsiasi cosa fatta è diventata per o contro Conte e non per la Nazionale. Ma la Nazionale è di tutti e non mia“. Parole emblematiche e che segnalano tutto il malessere per non aver potuto svolgere il suo ruolo a pieno. Un entusiasmo andato scemando e che si è dovuto scontrare con una realtà in cui ad ogni proposta, si trattasse di stage, raduni, o di una data più comoda per la finale di Coppa Italia, si è visto opporre un secco “niet” con il presidente della Federazione Carlo Tavecchio, impegnato nel difficile compito di barcamenarsi tra l’incudine e il martello…giusto per rimanere in tema.

Dopo la qualificazione agli Europei, sarà stata la gioia o aver visto il gruppo crescere – ha aggiunto Conte -, mi ero sentito pieno di soddisfazione e in quel momento ho valutato la possibilità di restare anche oltre il mio contratto che scade dopo gli Europei. Ma poi sono passati altri 4 mesi senza niente ed è stato durissimo. Non volevo fare altri due anni così… Qui sono felice ma so anche che farei molta fatica a stare così tanto tempo in garage. Nel garage senti il profumo della macchina, delle gomme, dell’olio del motore e non quello dell’erba, del campo“. Non servono grosse interpretazioni per intuire il senso di impotenza e l’impossibilità di valutare da vicino quei (pochi) nuovi elementi che il nostro campionato ha saputo mettere in mostra in una serie A più combattuta del solito.

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E così i vari Bernardeschi, Insigne, Rugani hanno dovuto attendere l’appuntamento ufficiale delle amichevoli con Spagna e Germania per raggiungere l’azzurro e provare a mettere in discussione le gerarchie del ct. Non deve meravigliare, dunque, se il toto-nomi per il dopo-Conte sia più che in alto mare. “Un ct è incudine – ha ribadito l’ex juventino -, lo è stato Prandelli prima di me e lo sarà anche il prossimo“. Una prospettiva che, unita al difficile percorso che attende l’Italia per la qualificazione ai prossimi Mondiali (girone di ferro e passaggio diretto solo per le prime) e alla consapevolezza di disporre di una rosa di uomini tra le più deboli della storia recente, non rende la panchina italiana un posto particolarmente ambito. E anziché riflettere su questo, in caso di spedizione a vuoto in Francia, molti sapranno solo atteggiarsi a esperti parlando di un ct distratto dal calciomercato del Chelsea.

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