Qualche mese fa è comparso in libreria un libro scritto a quattro mani da Carlo Ancelotti e da un esperto di management che si intitola “Il leader calmo“. Una specie di memoriale, in cui il tecnico del Bayern riassume i princìpi che lo hanno portato a diventare l’allenatore ammirato e vincente che tutti conoscono. Un allenatore che riesce ad essere rispettato dai calciatori e a trasmettere le proprie idee anche senza utilizzare metodi da sergente di ferro, un leader calmo appunto.

“Un leader non dovrebbe mai aver bisogno di usare il pugno di ferro. L’autorità dovrebbe essere il risultato della stima e della fiducia”. Questa massima, con qualche aggiunta, potrebbe benissimo essere applicata anche per descrivere Zinedine Zidane, l’uomo che pochi giorni fa ha guidato il Real Madrid alla conquista della “Duodecima“, la dodicesima Champions, seconda consecutiva dopo quella vinta lo scorso anno sfidando l’Atletico Madrid di Simeone in un derby che (perlomeno nella massima manifestazione calcistica europea) ormai sembra avere una fine già scritta. Una vittoria netta, contro quella Juve in cui lo Zidane calciatore divenne quel fuoriclasse in grado poi di trascinare il Real alla vittoria della competizione nel 2002. Un trionfo grazie al quale la sua bacheca personale da allenatore conta già 2 Champions (consecutive, il primo a riuscirci dai tempi di Sacchi col suo Milan), le stesse di gente come Mourinho, Ferguson e dello stesso Ancelotti, che lo ha allenato per due anni a Torino e del quale è stato allenatore in seconda nel 2014, l’anno della “decima“.

Il destino poi, che a volte sembra scritto da qualche sceneggiatore invisibile, ha voluto metterli l’uno contro l’altro ai quarti di finale. Il legame tra Zizou e Carletto è forte, anche nel modo di essere allenatori. Il dialogo con i calciatori prima di tutto, la capacità di saper parlare agli uomini prima che ai professionisti senza alzare i toni, di toccare determinate corde per farli rendere al massimo. Certo, poi ci ha messo del suo, perché ogni allenatore ha le proprie idee e i propri metodi. “Da loro (in questo caso si riferisce a Lippi e Ancelotti) ho imparato moltissimo, è normale. Ora sono un miscuglio di cose e di esperienze. Alla fine, quando alleni, la cosa fondamentale è trasmettere quello che hai qui (la mano risale dallo stomaco allo sterno, con movimento a uscire, ndr), quello che senti davvero. Non posso comportarmi proprio come Marcello o Carlo, sono una persona diversa, ma so che ai giocatori devo passare quello che ho dentro, sennò non funziona, anzi è impossibile che funzioni, e se non funziona devi cambiare qualcosa. Ho sbagliato, e sbaglierò ancora altre volte, ma l’importante è trasmettere me stesso“.

ancelotti-zidane

Umiltà

Non ero scarso prima e non sono un genio adesso“. Le parole nell’intervista post-finale testimoniano la grande umiltà di Zidane e sono anche una frecciatina a tutti coloro che all’inizio lo avevano definito un principiante baciato dalla fortuna di essere apprezzato da Florentino Perez, inadatto ad allenare il Real perché senza esperienza.

Fino al 2012 non aveva ancora chiaro il suo futuro e seguiva sia i corsi per diventare direttore sportivo che quelli per diventare allenatore. Poi ha deciso, ma il percorso che lo ha portato sul tetto d’Europa è stato per nulla semplice. Studio continuo, tante cose da imparare, mal di testa a fine giornata, Per uno come lui, che in campo da imparare aveva ben poco, un’atteggiamento del genere non è per nulla scontato. Molti ex grandi fuoriclasse hanno tentato, senza successo, la strada da allenatore, forse perché convinti di riuscire a trasmettere le proprie idee senza una preparazione tecnica adeguata. Zidane no, lui ha capito che senza una preparazione di base non è possibile comunicare con i calciatori in modo efficace. Ha accettato l’idea di doversi rimettere completamente in gioco, partire da zero, per imparare cose nuove. Non ha dato per scontato il fatto che le sue qualità si trasmettessero ai suoi giocatori solo grazie all’esperienza acquisita da calciatore. Nonostante abbia le sue convinzioni poi non smette mai di ascoltare gli altri, che siano membri del suo staff, calciatori o un dipendente qualsiasi del Club.

zidane allenamento

Un’umiltà che, unita al carisma che Zidane possiede naturalmente e che deriva anche dallo status raggiunto da calciatore, gli permette di essere ascoltato dai calciatori con facilità. Che non sia uno “scienziato” del gioco come Guardiola, Klopp o Bielsa sembra assodato, ma in un contesto come quello del Real Madrid attuale probabilmente serviva uno come lui. Benitez, nei 6 mesi precedenti al suo arrivo, aveva ottenuto buoni risultati, ma era riuscito a spaccare lo spogliatoio e a inimicarsi palesemente Cristiano Ronaldo.

Zidane è arrivato in punta di piedi e ha ricostruito un gruppo sull’orlo di una crisi di nervi, senza portare grossi stravolgimenti. Quest’anno però ha già dimostrato una maturità e un pragmatismo eccezionali, soprattutto dopo l’infortunio di Gareth Bale. Due le mosse vincenti: lo spostamento di Isco sulla trequarti e quello di Ronaldo a punta centrale, con meno campo da coprire. Il portoghese in questo modo è arrivato al top della condizione ed è stato decisivo nelle partite più importanti< lo spagnolo libero di inventare dietro le punte ha dipinto calcio con la sua classe immensa.

Lo Zidane delle panchine probabilmente non passerà alla storia come inventore di calcio, quel che invece era quando indossava gli scarpini ai piedi, ma ha davanti tutta una carriera per migliorare ancora e arricchire la sua bacheca con altri trofei. Vista la partenza, non è per nulla improbabile.

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