Specchio di una mediocrità tangibile quando si chiede il conto alle coppe europee, o riflesso aureo di uno spirito di rilancio? I numeri della serie A, in particolare quelli registrati nell’ultimo weekend da record – 48 reti in una sola giornata, mai così tante prima da 67 stagioni a questa parte – costringono a una riflessione. È tornato di moda il numero 9, o la sua vita oggi è solo “agevolata” dall’opposizione di una fase difensiva meno ferrea rispetto a quanto la storia del calcio all’italiana ci ha abituato a vedere?  

Tra i 25 gol dei capocannonieri Andrea Belotti ed Edin Dzeko e i 20 di Ciro Immobile ci sono le firme celebri di Gonzalo Higuain, Mauro Icardi e Dries Mertens. A un mese dalla fine, sono già in 6 sopra il tetto dei 20. Mai così tanti, da 19 anni a questa parte. Mai così tanti modi per fare gol. Ma c’è da esserne davvero contenti?

Edin Dzeko festeggiato da Diego Perotti e Radja Nainggolan

Più gol, meno qualità

Ad oggi, solo cinque squadre su 20 non sono state in grado di portare un proprio calciatore in doppia cifra: si tratta di Sassuolo, Bologna, Chievo, Empoli e Pescara. A confermare l’anomalia di un campionato raramente così privo di colpi di scena come in passato: forse 38 giornate sono troppe, certamente la presenza di 20 squadre non fa altro che tendere a confermare una frattura tra le big e le provinciali. Basti pensare che Empoli, Crotone, Pescara e Palermo in quattro ad oggi non totalizzano i punti della capolista Juventus.

Le reti messe a segno domenica dal laziale Ciro Immobile al Palermo hanno portato a sei il numero di attaccanti con almeno 20 centri all’attivo: una statistica che non si registrava dalla stagione 1997-98. Allora la palma d’oro di miglior realizzatore andò a Oliver Bierhoff (Udinese) con 27 reti; a seguirlo nomi che fanno accapponare la pelle: Ronaldo, il Fenomeno, fermo a 25, poi Roberto Baggio, allora al Bologna, a 22, Gabriel Batistuta e Alessandro Del Piero a 21, e Vincenzo Montella a quota 20. Se non vi sta già scendendo una lacrima per la nostalgia, probabilmente non avete ancora compiuto 18 anni.

Oliver Bierhoff con la maglia dell'Udinese

Solo in Spagna si esulta di più

Di certo è un campionato anomalo. Nel quale almeno sei squadre hanno smesso di lottare per concreti obiettivi – già salve, troppo lontane dalle piazze europee – da febbraio in avanti, a detrimento dell’agonismo, ma a favore di difese più “allegre” e partite con più reti e occasioni da gol. Anche così si spiega il picco di 48 centri raggiunto nell’ultimo turno, a -6 dai 54 dell’ultima tappa del campionato 1950-51, ma parliamo di un calcio troppo distante.

A 33 giornate dal via del campionato, il numero totale di centri è di 946: una media di 2,86 a partita, mai così alta da quando la serie A è tornata a 20 squadre. Solo in Spagna si segna di più, con una media di 2.88 centri per incontro, mentre l’Italia è davanti a Premier League (2,81), Bundesliga (2,80) e Ligue1 (2,59). Sintomi di passi indietro? Così parrebbe scorrendo il calendario.

Bisogna tornare alla stagione 1949-50 – anno dei 35 gol di Nordahl (superati da Higuain lo scorso anno a Napoli, con 36 centri del Pipita) – per trovare addirittura nove calciatori in grado di mettere a segno 20 reti nell’arco di un’annata. Erano i tempi del cosiddetto “sistema”, inteso come modulo WM, riportato in auge da Pep Guardiola, che proprio in Spagna, con il Barcellona, ha portato una nuova identità al calcio moderno.

Andrea Belotti

L’attaccante italiano torna di moda

Di positivo, c’è il rilancio della scuola del gol all’italiana. A cantare più di tutti è il “Gallo” Andrea Belotti: il numero 9 del Torino, nato e cresciuto a Calcinate, provincia di Bergamo, dove hanno allevato cacciatori di reti e dominatori dell’area di rigore (è di quelle parti anche Manolo Gabbiadini), è quello che più brilla per costanza: 25 centri in stagione, per una media in carriera molto vicina al totale di una rete ogni due partite. Numeri importanti, a 24 anni da compiere e con una carriera ancora tutta da scrivere.

In Nazionale completa un duo di ragazzi terribili con Ciro Immobile, che ha scelto Roma e la Lazio per mettere a frutto la sua capacità realizzativa: la manovra prevista da Simone Inzaghi, con un tridente molto stretto e improvvise verticalizzazioni, lo esalta, e lui ha dimenticato i fantasmi di Siviglia e Dortmund.

Alle loro spalle, si conferma Marco Borriello: le reti con il Cagliari sono ben 16, con una vacanza a Ibiza –pagata dall’amico Vieri – già in tasca. A 35 anni, la conferma di un atleta che ha sempre messo la professionalità al primo posto. Chi scalpita, ma deve necessariamente migliorare negli ultimi 16 metri, è Andrea Petagna: a Bergamo, sponda Atalanta, adorano la sua capacità di aprire spazi e generare occasioni da gol. Le sole quattro reti messe a segno, però, frenano la sua scalata in classifica cannonieri.

Fiorentina Inter 5-4, esultanza a metà per Icardi

Traguardi di squadra, obiettivi personali

Così, tra un titolo di Campione d’Italia da assegnare, una scalata al secondo posto che non esclude improvvisi colpi di scena e una rincorsa all’Europa League che ricorda il gioco di carte noto come “ciapa no” –con Inter, Milan e Fiorentina protagoniste di una notevole frenata da un mese a questa parte – le ultime cinque giornate di campionato riserveranno anche una volata per lo scettro di capocannoniere: la storia è diametralmente opposta a un anno fa, quando Gonzalo Higuain aveva stracciato tutti i record e sbaragliato la concorrenza, chiudendo a 36 reti e il secondo, Dybala, ora suo compagno di squadra nella Juventus, si era fermato a 19.

Così, non sarà strano vedere attaccanti arrabbiati per una sostituzione (chiedere conferma a Dzeko nel 4-1 della Roma a Pescara) o scuri in volto nonostante una vittoria della propria squadra (Higuain e Belotti domenica, rispettivamente contro Genoa e Chievo). O addirittura, rincuorati nonostante un rovinoso ko e un ritiro punitivo da condividere con i compagni di squadra (Mauro Icardi, triplettista in Fiorentina-Inter 5-4).

Lotta e voglia di tagliare il traguardo: perché, anche se gli anni passano e le difese si rammolliscono, il centravanti resta così. Affamato ed egoista.

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