Madrid impone la forza alla Catalogna, che chiedeva l’indipendenza ed è andata al voto nonostante il no della capitale. Gli effetti politici si riflettono anche sullo sport. Se domenica pomeriggio Barcellona-Las Palmas si è giocata a porte chiuse, dopo un acceso dibattito tra il Consiglio direttivo del club e i giocatori (il primo non voleva assolutamente che si scendesse in campo, i secondi hanno spinto per questa soluzione, e non giocare sarebbe costato alla squadra catalana sei punti di penalizzazione), a poche ore dal 2-0 Gerard Piqué, catalano dentro e difensore simbolo del Barça, si è messo addirittura a piangere ripensando agli scontri e ai feriti della domenica di sangue in Catalogna.

Quando in Spagna non si votava, c’era il franchismo. Io sono orgoglioso di essere catalano. Piqué sarebbe anche pronto a lasciare la Nazionale: “Mi sento catalano, oggi più di sempre. Si può votare sì o no, ma si deve votare. Non siamo riusciti a ottenere il rinvio della partita. I fatti della Guardia Civil e della polizia parlano da soli, non si possono comportare così, quella di oggi è stata la peggiore esperienza professionale di tutta la mia vita. Se la Federazione pensa che io sia un problema, farò un passo indietro in vista dei Mondiali.

Piqué, grande risorsa per la Spagna del ct Julen Lopetegui, un problema rischia di diventarlo. Le Furie Rosse si sono infatti ritrovate per gli allenamenti in vista delle prossime partite di qualificazione a Russia 2018 e il difensore è stato sonoramente fischiato e insultato dai tifosi della Roja. Proprio il commissario tecnico, parlando a ‘El Larguero’, ha detto: “Ho parlato con Gerard dopo quello che è successo, volevo sapere come sta mentalmente, se è al 100%: ho capito che lo è, che sta bene, ha voglia di esserci ed è motivato. Se non avessi avuto queste percezioni, non l’avrei convocato. C’è da gettare un po’ di acqua fredda su questa storia, nella speranza che lo sport unisca. Nella prossima gara contro l’Albania ci giochiamo il lavoro di un anno e mezzo, dobbiamo concentrarci su questa partita e chiudere definitivamente il discorso qualificazione”.

Ma non è automatico passare dalle botte al campo di calcio. E lo sa bene pure Lopetegui che, in relazione alla reazione di tifosi iberici contro Piquè, dice: È una situazione sgradevole”. Anche perché, in Spagna, non è come da noi: il Paese tifa per te quando indossi la casacca della Nazionale, dopo averti visto come un nemico o un avversario per tutto il resto dell’anno; da noi, invece, puoi essere fischiato perché juventino se ti alleni a Coverciano, che si trova praticamente a Firenze, dove la Signora è odiata. E invece, adesso, pure la Spagna sperimenta le divisioni interne. Calcistiche.

La nazione spagnola chiede a Lopetegui cosa ne pensi dei tweet pro-Catalogna di Piqué e la sensazione è che proprio i media vogliano in un certo senso fare fuori il difensore: “Non possiamo farci distrarre da queste cose. Come ho detto, è una situazione sgradevole e per questo chiedo a tutti testa e serenità. Spero che Alicante sia con noi, che non ci sia la tensione di questi giorni. Non analizziamo le opinioni politiche di chi viene in Nazionale. Piquè è straordinario, è con noi da 16 anni e il suo impegno è sempre stato massimo, è un grandissimo giocatore e un punto di forza per noi e non vedo perché non dovrei convocarlo. So che la situazione non è facile, ma io devo pensare all’Albania, è questa la mia priorità, poi per il resto ho la mia opinione, ma la tengo per me perché il mio compito è pensare alla partita e a gestire i giocatori”.

Peraltro, pare che almeno nello spogliatoi ci sia pace. Lopetegui elogia il gruppo del Real Madrid, che ha cercato di prendere le difese del difensore catalano: “Nello spogliatoio è molto amato, i compagni lo sostengono. Del resto, si possono avere vedute politiche diverse rispetto a un amico, ma il clima all’interno del gruppo è positivo”.

A fare più paura, oltre che l’Albania, è la reazione dei tifosi. L’appello è forte: “Ci giochiamo tanto e abbiamo bisogno del sostegno del pubblico di Alicante. Questa partita non deve essere l’occasione per una protesta politica, noi facciamo calcio e lo sport unisce. Abbiamo deciso di fare allenamento a porte aperte perché abbiamo sempre fatto così. È giusto che la gente manifesti le sue opinioni, ne ha tutto il diritto, ma quando si insulta in maniera grave allora si perde la ragione”.

Se, al di là delle parole, proviamo ad approfondire la situazione, non è per niente facile per la Nazionale spagnola scendere in campo dopo quello che è successo a Girona, Barcellona e in tutta la Catalogna. A parole, Sergio Ramos e Gerard Piquè si sostengono, ma la realtà qual è? Che parliamo del capitano della Spagna e simbolo del Real Madrid da una parte, del compagno di reparto ma con idee completamente diverse su Spagna e Repubblica di Catalogna dall’altra. Due giocatori con palmares eccezionali, tra mondiali, europei e Champions. Più volte, i due hanno dichiarato di sostenersi a vicenda, “qualunque cosa accada”. Ma è veramente così?

Sergio Ramos, castigliano dentro, è un difensore a spada tratta dell’unità della Spagna. Prima di domenica scorsa, evidentemente, i due si stimavano e si sostenevano davvero. Tanto che il primo aveva chiesto ai tifosi del Real Madrid di non fischiare Gerard quando scendeva in campo con la maglia rossa della Nazionale (appello in parte accolto, in parte no). Ma ora? Non si può fare finta di niente, domenica è successo qualcosa di molto grave.

Sergio Ramos, il ruolo glielo impone, deve ricompattare la Spagna. Ma non solo la Nazionale, pure la nazione. Cosa impossibile, in questo momento, in Catalogna visti i sentimenti di ostilità nei confronti di Madrid. E la voglia di indipendenza. Sergio Ramos è costretto ad abbandonare Gerard Piquè, che non ha intenzione di mollare, solo di lasciare la Nazionale se capirà di essere un problema. Nel 2010, mentre la Nazionale spagnola festeggiava il Mondiale vinto in Sudafrica, lui sventolava la bandiera catalana sotto gli occhi di tutto il mondo.

Barcellona ha già subito un tradimento da quella che non è solo una squadra, ma un amore viscerale. La squadra è scesa in campo, a porte chiuse, seppure praticamente obbligata dalla Federazione. È stato come un arretrare di fronte al nemico. La seconda mazzata sarebbe un Piquè che ora parla di Spagna prima di tutto, magari intendendo solo la Nazionale. La coerenza dell’uomo, prima che del giocatore, non lo porterà a farlo. Ma questo determinerà forzatamente una divisione tra chi pensa alla Repubblica catalana e forse a una Nazionale di calcio catalana e chi tifa Spagna come unica indivisibile.

Ciò che la Guardia Civil e la polizia hanno tentato di sedare con la forza, è esploso con più forza. La voglia di indipendenza. Che per i catalani è legale. E Piquè è catalano. Dunque, giocherà, ma con quali pensieri? E i tifosi, che faranno? La Spagna giocherà davvero in casa ad Alicante?

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