La nazione che vanta ben 30 vulcani attivi su una superficie di poco più di 100mila chilometri quadri, con geyser, fumarole, solfatare e sorgenti termali, ieri sera ha tremato di gioia alle 19:52 locali, le 21:52 al meridiano di Saint-Etienne: a far ballare l’Islanda una vecchia conoscenza del calcio italiano, quel Birkir Bjarnason rivelatosi a Pescara e transitato dal blucerchiato della Sampdoria, a Genova, prima di avvicinarsi alle sue latitudini con il passaggio al Basilea. È stato il suo il piattone destro che, complice anche l’indecisione del duo Vieirinha-Pepe, ha permesso alla Nazionale guidata da Lars Lagerback di strappare un pareggio all’esordio assoluto in una competizione internazionale.

Birkir Bjarnason
Birkir Bjarnason festeggia il centro dell’1-1

321mila abitanti, 11 leoni in campo e il 5% della nazione presente nell’impianto francese: si son fatti sentire, in campo e fuori. I minuti scorrevano sul cronometro, i volti dei lusitani lentamente assumevano le sembianze malinconiche di una poesia di Saramago, la favoletta della Nazionale simpatica e folkloristica, famosa sin qui più per lo scambio di consegne avvenuto nel lontano 1996 tra Arnòr Gudjohnsen e il figlio Eidur che per altro, lentamente si dissipava per somigliare sempre più a un muro di ghiaccio, impassibile e complicato da fronteggiare. Non abbiamo carte dettagliate in mano, ma possiamo presumere che il giro di affari annuo di Cristiano Ronaldo equivalga a quello dell’intera rosa islandese di stanza in Francia: eppure anche ieri sera CR7 è rimasto a secco e magari gli sarà tornata in mente una celebre frase di un altro vate portoghese come Fernando Pessoa, “Ripassa domani, realtà! Basta per oggi, signori!”.

Islanda, festa per gol
Islanda, festa per gol

Non lo neghiamo, dopo il vantaggio firmato da Nani a cavallo della mezz’ora avevamo temuto l’imbarcata. Ho scritto “avevamo”? Maledetti lapsus. Succede, perché in barba a quanto sosteneva Alberto Moravia (“Si vede che lo sport rende gli uomini cattivi, facendoli parteggiare per il più forte e odiare il più debole”) spesso ci identifichiamo in Davide, sperando che Golia possa inciampare nella sua grandezza. L’Islanda ha resistito, come i suoi ghiacciai fanno da anni, e senza barricate, ma con un’ordinata e orgogliosa difesa: mai rinunciando alle due punte (quante ne prende di testa Sigthorsson?) e dando vita con quel vichingo del capitano Gunnarsson (simbolo del Reading, dove l’anno prossimo lo allenerà un motivatore niente male come Jaap Stam) a rimesse laterali profonde come un cambio di gioco di Pirlo, e sognando anche il sorpasso nel finale con Alfreð Finnbogason. Il tutto con un santone come Lagerback a dirigerli ordinatamente dalla panchina e l’urlo “Iceland, Iceland” che cresceva nell’aria di Saint-Etienne.

Islanda-Portogallo, duro contrasto Pepe-Sigthorsson
Duro contrasto Pepe-Sigthorsson

“Se ti sei smarrito in una foresta islandese, alzati in piedi” recita un detto ben noto dalle parti di Reykjavík: della serie, piccoli sì, ma mai inferiori e battuti in partenza. Uno spirito mostrato orgogliosamente dai nostri ragazzi, gli “Strákarnir okkar”. Come fai a non volergli bene? E se non basta, ci si può sempre affidare alla cabala: ogni 12 anni la massima competizione del Vecchio Continente per nazionali offre una sorpresa. Nel 1992 fu la Danimarca, nel 2004 la Grecia, oggi…chissà.  Ah, l’Islanda di ieri ha stabilito un altro piccolo record, ma il calcio conta poco: per la prima volta in un Europeo gli 11 titolari avevano la stessa desinenza nel cognome. Halldorsson; Saevarsson, R. Sigurdsson, Arnason, Skulason; Gudmundsson, Gunnarsson, G. Sigurdsson, B. Bjarnason; Sigthorsson, Bodvarsson. E sono entrati a gara in corso T. Bjarnason e Finnbogason. Insomma, Islanda-son: anzi, Islanda-siam.