Montella, prima insacca poi decolla, se tocca la palla fa impazzì tutta la folla (Brusco, AS Roma)

Il primo aeroplano non è mai decollato. Di nome faceva Sebastian e di cognome Rambert. Arrivò in Italia assieme ad un altro argentino, un ragazzo timido, che indossava un’orrenda cravatta ed era poco propenso a rilasciare dichiarazioni alla stampa. Rambert, l’avioncito, lasciò l’Inter dopo qualche mese, dopo aver fatto imbestialire Luisito Suarez, e senza aver mai fatto vedere mai il suo marchio di fabbrica. L’altro argentino, invece ne divenne simbolo e capitano. Vive ancora a Milano e sembra non essere invecchiato. Si chiama Javier Zanetti.

Ma questa non è la loro storia, questa è la storia di un altro aeroplano, che di voli ne ha fatti tanti. Fin dai tempi di Empoli, allora come oggi fucina di talenti e piccoli campioni. Vincenzo Montella cresce lì, giocando al fianco di un vecchio marpione che nel frattempo sta perdendo i capelli, ma sta imparando, in campo, a guidare la squadra: Luciano Spalletti, il suo rivale di domenica. Vincenzo approda poi a Genova, ma in rossoblu. Un’esperienza in serie B, il tempo di lasciare in dote 21 gol. A fargli fare l’esordio in A è, però la Sampdoria. Strana storia: prima l’Empoli lo riscatta, poi lo vende per quasi nove miliardi ai doriani. Anche questa volta i gol sono tanti: 22 in 28 partite, tanto per non sbagliare.

Il primo gol in Serie A arriva proprio a Roma, il 21 settembre del 1996, poi ne segna 20 l’anno dopo e appena 12 quello successivo. Ma c’è di mezzo una pubalgia, una stagione sciagurata e un mancato assist del carneade Catè a San Siro in una incredibile partita contro il Milan. Il brasiliano e Montella sono soli davanti ad Abbiati, il risultato è fermo sul 2 a 2 e mancano pochi minuti. Catè non vede Montella e spreca il match point. Un minuto dopo Ganz si avventa su un pallone che cade dal cielo e porta sul 3-2 il Milan che vincerà un’incredibile scudetto in rimonta. La Sampdoria di Montella (e Spalletti), invece, retrocederà.

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Ma l’aeroplanino accetta la corte di Fabio Capello e finirà alla Roma, dove si prenderà una delle più grandi soddisfazioni della carriera: lo scudetto. Ma non è una convivenza facile quella con il tecnico friulano. Arrivato Batistuta la prima polemica riguarda la maglia numero 9, assegnata naturalmente al bomber argentino. Poi inizia il campionato della gloria, che in realtà è una stagione molto tormentata per Vincenzo che diventa, a tutti gli effetti, il dodicesimo uomo della squadra. Capello gli preferisce Delvecchio, perché si integra meglio con Totti e Batistuta. Più altruista, più uomo di corsa, si sacrifica più volentieri sulla fascia.

Segna, ovviamente, meno. Ma questo è un particolare che interessa più ai tifosi (che vogliono vedere Vincenzo sempre in campo) che il tecnico. Fatto sta che Montella trova comunque un modo per essere decisivo, eccome. Lo fa siglando i due pareggi più importanti della stagione: quello in casa contro il Milan in una partita che sembra stregata e quello a Torino contro la Juventus, il 2-2 che vale lo scudetto. Poi mette la firma sul 3-1 contro il Parma, all’ultima giornata, nel match che vale la matematica. Nella stagione successiva mette a segno un incredibile poker contro la Lazio, in un derby epico vinto per 5-1, quello in cui Totti si dichiara all’attuale moglie Ilary Blasi, a cui dedica la maglia “Sei unica”.

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In nazionale non sarà fortunatissimo: Dino Zoff, all’Europeo del 2000, la pensa esattamente come Capello e gli preferisce ancora Delvecchio, che segna nella finale, poi persa, contro la Francia. Del Mondiale coreano ricordiamo la sua disputa con il quarto uomo su una collanina da togliere prima di non entrare contro la Corea a causa di un Golden Gol amarissimo di Ahn. Il Montella allenatore ha bruciato le tappe tra Catania e Firenze, ha attirato su di sé le attenzioni di squadre come il Milan e la stessa Roma, dove ha iniziato con i giovanissimi, prima di lasciarsi non benissimo con i Della Valle a Firenze, tra comunicati stampa al veleno e dichiarazioni sui social. Non ha saputo dire di no al suo primo amore, la Sampdoria, e adesso deve tirarla fuori da una situazione, e da una classifica, che nessuno si aspettava. Per decollare c’è ancora tempo, adesso basterebbe riprendere la corsa.