25 ottobre 2015. La Juventus supera l’Atalanta per 2-0 allo Stadium e sale a 12 punti in classifica dopo nove giornate, con la cima della classifica – ben distante – in mano alla Fiorentina e le rivali Inter, Napoli e Roma e che la guardano dall’alto verso in basso. A Torino il mantra è uno solo: “Ecco gli effetti del secondo anno di Allegri”. Per le risate delle vedove di Pirlo, Tevez e Vidal, desaparecidos di un’estate. Sappiamo tutti come è andata a finire. 25 ottobre 2016. È passato un anno, Max prosegue la sua mini-rivoluzione (16 calciatori cambiati in un triennio) e la Juventus è prima in classifica, con 21 punti dopo nove giornate: eppure il mugugno è ancora di stanza all’ombra della Mole.

Luci (spente) a San Siro

«Meno male che le trasferte a Milano sono finite per quest’anno» avrà pensato qualcuno ai piani alti della società bianconera: laddove Buffon e compagni avrebbero voluto essere nello scorso maggio per la finale di Champions, la nuova Juventus ha scontato le uniche due sconfitte stagionali. 1-2 contro l’Inter a settembre, 1-0 con un colpo di baby-Locatelli lo scorso sabato. Luci spente a San Siro, contro due formazioni certamente inferiori ma apparse più affamate dei bianconeri. Il problema non è certo tecnico: Pjanic, Dani Alves, Higuain e compagnia cantante non si discutono. Forse però c’è un equivoco di semantica calcistica alla base: per natura la Juve tende alle vittorie per uno o due a zero (parola di Giorgio Chiellini), mentre i nuovi acquisti hanno ben altro istinto. Sono infatti più di governo che di lotta: gente abituata a sbuffare per fare un gol in più piuttosto che sudare per subirne uno in meno. Così, quando si va sotto, difficilmente la squadra reagisce con calma e sangue freddo.

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Dybala-stop, la Signora ha mal di pancia?

«Torneremo con i piedi per terra», ripete Allegri davanti alle tv e a Vinovo. «Molta calma e umiltà, di scontato, non c’è nulla». La ricetta dell’allenatore è semplice: perché perdersi in un bicchier d’acqua quando la sorte è ancora tutte nelle nostre mani? Recita più o meno così il Max-pensiero. Teso a nascondere con i guai muscolari di troppi uomini, dunque con un problema di preparazione atletica e con alcuni equivoci tattici da risolvere: spesso la squadra pensa di poter vivere di rendita, con cali di tensione inattesi per chi dovrebbe mirare alla cima di tutte le competizioni. L’arsenale a disposizione sulle corsie (Lichsteiner, Dani Alves, Alex Sandro, Evra, Pjaca, Cuadrado) suggerirebbe il 4-3-3, soluzione sgradita all’allenatore: la “mano”, però, potrebbe arrivare dalla cattiva sorte. Lo stop patito da Paulo Dybala toglierà la Joya dai giochi per 15-20 giorni. Per restituire gioia e brio alla manovra di un centrocampo che troppo spesso passeggia sui ritmi e la tecnica di Hernanes, Khedira e Pjanic, delocalizzare potrebbe essere la soluzione.

Higuain

Chissà cosa pensa di tutto questo Gonzalo Higuain: a segno sin qui contro Fiorentina, Sassuolo (2), Dinamo Zagabria ed Empoli, il Pipita sembra a tratti un corpo estraneo alla manovra. Dai fasti di Napoli, dove in 10 giocavano per lui e la sua vena realizzativa, è passato a un collettivo con tanti primi attori, nei quali ritagliarsi la scena è meno semplice. Partecipa poco all’azione, sbuffa tanto (il suo volto è diventato icona del ko contro il Milan) e la concorrenza con Mario Mandzukic non sta giovando a entrambi: eppure l’equazione parrebbe semplice. Se paghi un attaccante da 90 milioni, gioca sempre, o quasi. MM, dalla sua, non è tipo da battaglie in panchina, quanto in trincea: così gioca scontento e non ha ancora trovato la rete. Un mal di pancia che fa la somma con quello, mal nascosto, di Lichsteiner, escluso dalla lista Champions ma spesso titolare in campionato. Vibrazioni che urtano anche mura solide come quelle del club bianconero.

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Quando torna Marchisio?

È la domanda che, se ascolterete con attenzione, sentirete con maggiore frequenza in questi giorni dietro i cancelli di Vinovo. La casella del regista è ancora priva di un legittimo proprietario: Pjanic vi è annegato contro l’Inter, Hernanes fa quel che può, Lemina ha piedi da gregario che non sostengono idee da direttore di orchestra. Troppo spesso è capitato di vedere Dani Alves, sulla carta un esterno – per quanto anarchico – venire nel cuore del campo. Ne deriva una confusione che fa della Juventus sì una grande squadra, ma finora incompleta (tecnicamente) e incerta (tatticamente). La soluzione sembra essere in casa: Claudio Marchisio, ormai prossimo al rientro dopo il crack al ginocchio dello scorso aprile. Non ce ne voglia il Principino, ma i boati uditi quando si è alzato per il riscaldamento contro Udinese e Juventus erano dovuti, oltre che alla sua storia, anche all’assenza di un degno sostituto, mai arrivato dal mercato. E chissà se Witsel lo sarebbe stato. Il joystick in mano a un esperto pilota: questo potrebbe rasserenare Allegri e sciogliere i nervi tesi della Vecchia Signora.

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Le certezze: B&B

Una volta c’era la BBC. Barzagli-Bonucci-Chiellini davanti a Buffon. Scena sempre meno consueta, complici i guai fisici di Giorgione: così, mentre Leonardo Bonucci sta finalmente tornando protagonista sui campi dopo le vicende familiari che hanno dimostrato come il calcio sia in grado di trasmettere ancora dei valori, Allegri ha nella sua difesa gli uomini capaci di prendere in mano la situazione nei momenti di difficoltà, a fronte di una lentezza a volte indisponente negli altri interpreti. Gigi Buffon ha risposto con i fatti sul campo a qualche necrologio sportivo sin troppo prematuro, tornando eroe nella notte di Lione. Andrea Barzagli conferma di non conoscere l’insufficienza e sembra migliorare con il tempo, come un buon vino toscano. In attesa di rinforzi, di Marchisio e dello shopping invernale, Allegri potrebbe rivedere l’assetto: per questo, ha provato a Zagabria e Palermo la difesa a quattro («Un’idea che avevo già per la Champions»), fino al quasi inedito 4-2-3-1, ma non da subito. La calma è sempre stata la virtù dei forti, soprattutto quando a guidarli è stato Allegri. A patto che non si trasformi in apatia.

 

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