In questa settimana si è discusso molto della convocazione in nazionale di Éder Citadin Martins e Franco Vázquez da parte di Antonio Conte. L’attaccante della Sampdoria, nato in Brasile, possiede la nazionalità italiana per via di un bisnonno, mentre il trequartista del Palermo, nato in Argentina, ha origini ancor più dirette, visto che la madre è di Padova e si è trasferita in Sud America negli anni Sessanta. I due “nuovi italiani” portano a quarantatré il numero degli oriundi azzurri, e alcuni, come Mauro Germán Camoranesi e Luis Monti, hanno pure vinto i Mondiali, ma di recente il tema è stato oggetto di diverse critiche. Perché parte dell’opinione pubblica (e anche degli addetti ai lavori, basti pensare a cosa ha detto Roberto Mancini) ritiene che nell’Italia debbano giocare soltanto giocatori nati e cresciuti nel nostro paese, per non impoverire il patrimonio calcistico nazionale e l’identità italiana; anche se qui il discorso potrebbe essere allargato, dato che per esempio Giuseppe Rossi è nato negli Stati Uniti da genitori italiani che lavoravano nel New Jersey e si è trasferito in Italia soltanto a dodici anni.

L’utilizzo degli oriundi è una vicenda tutta italiana? Ovviamente no. All’estero si ha una mentalità più aperta, ma in molti casi ciò che cambia è lo status dei giocatori, semplici figli di stranieri e non veri e propri oriundi. In Spagna l’anno scorso ha fatto discutere la naturalizzazione di Diego Costa, che ha preferito le Furie Rosse al Brasile, qualcuno non l’ha presa benissimo e anche in Brasile la scelta è stata accolta in modo negativo, specialmente per le prestazioni di Fred ai Mondiali. Campioni come Alfredo Di Stéfano e Ferenc Puskás hanno vestito in passato la maglia rossa così come in Portogallo fino a poco tempo fa giocava Deco: tutti naturalizzati senza problemi, a prescindere dal momento storico.

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Difficile invece trovare veri e propri oriundi in Inghilterra, dove al massimo ci si scontra con le altre nazioni del Regno Unito, salvo casi isolati come Raheem Sterling, nato in Giamaica, l’attuale punta dell’Under-21 Saido Berahino, del Burundi, e Adnan Januzaj, che Roy Hodgson provò a convincere l’anno scorso prima che il giocatore del Manchester United optasse per il Belgio. Proprio nei Diables Rouges si trovano tanti esempi di figli di immigrati di altre nazionalità (caso quindi diverso dall’Italia), tra cui Marouane Fellaini e Radja Nainggolan, ma qui nessuno si lamenta e anche i naturalizzati, dai tempi di Luís Oliveira, sono ben accetti.

Caso analogo in Francia, una delle nazioni multietniche per eccellenza, dove le convocazioni sono formate principalmente da giocatori con origini africane o delle colonie centro-sudamericane, compresa la squadra che ha vinto i Mondiali del 1998 e gli Europei del 2000 (Zinédine Zidane è di origini algerine, David Trezeguet argentine): l’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Nabil Fekir, giovane promessa del Lione appena convocato da Didier Deschamps e “scippato” all’Algeria. Come per il Belgio la situazione francese è differente da quella italiana, molti sono nati in Francia da genitori stranieri e hanno preferito i Bleus rispetto alla nazione d’origine della propria famiglia, qui però chiaramente la scelta è libera e condivisa, anche per fattori storico-culturali.

Al Maracanã, lo scorso luglio, la Germania ha vinto i Mondiali trionfando nella finale contro l’Argentina (dove era titolare Gonzalo Higuaín, nato in Francia ma solo perché il padre giocava lì negli anni Ottanta) con una rosa formata da svariati elementi di origine straniera, tra cui Mesut Özil, Jérôme Boateng (il fratello Kevin-Prince, ex Milan, ha invece scelto il Ghana) e Shkodran Mustafi, comunque tedeschi a tutti gli effetti, mentre Miroslav Klose e Lukas Podolski sono nati in Polonia, seppur da genitori tedeschi; ci sono stati anche dei naturalizzati durante gli ultimi vent’anni, per esempio i brasiliani di nascita Jerônimo Cacau, Kevin Kurányi e Paulo Rink.

25 03 2015 xjhx Fussball Testspiel Deutschland Australien v l Mesut Oezil Deutsche Fussball

La situazione dell’Olanda è molto simile a quella della Francia, con diversi calciatori provenienti dalle colonie oltreoceano, specialmente dal Suriname dove sono nati fra gli altri Edgar Davids, Jimmy Floyd Hasselbaink e Clarence Seedorf (accadde anche all’Italia del 1982 con Claudio Gentile, nato a Tripoli in Libia), mentre è curioso il caso della Svizzera: negli ultimi anni la nazionale elvetica ha accolto numerosi giocatori nati nei Balcani e fuggiti assieme alla famiglia a causa della guerra che portò alla dissoluzione della Yugoslavia, in quanto diventati cittadini svizzeri dopo aver vissuto per dodici anni nei Cantoni, ed ecco spiegato il motivo per cui Xherdan Shaqiri, Valon Behrami e Blerim Džemaili giochino con la maglia rossa (Gökhan Inler e Ricardo Rodríguez invece sono nati lì, pur avendo chiare origini straniere).

Come si può notare da questa breve ricognizione in giro per il mondo la maggior parte delle principali nazionali usa o ha usato in passato oriundi o comunque giocatori le cui origini non sono al 100% del paese di appartenenza: è davvero così difficile accettare il prodotto della globalizzazione anche in Italia?

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